venerdì 18 marzo 2016

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme, anno C; 20 marzo 2016



  Entriamo nell'oggi di Gesù ! 


TESTO  ( Lc 23,39-46 )

[…] Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.[…]


COMMENTO

La parabola del figlio sprecone ascoltata due domeniche fa’ rimane aperta sul futuro di quel figlio tornato a casa. Nel racconto Gesù è interessato a dirci che il Padre lo accoglie, lo risuscita come figlio e poi il figlio, chissà cosa farà. Domenica scorsa un frangente di vita vera, con una donna (e un uomo) che hanno tradito i loro affetti: la donna viene liberata da Gesù, ma anche qui non ci viene detto cosa farà questa donna poi; e fra l’altro, in questo caso, neppure qualcosa del suo desiderio o meno di cambiar vita. 

Qui sulla croce invece la partita si conclude in maniera chiara e definitiva. Il ladro condannato, si perdoni il termine, alla fine ruba anche il paradiso (“oggi sarai con me in Paradiso”).  Perché il suo pentimento arriva fino a riconoscere non solo di aver sbagliato ma anche che quell’uomo, ingiustamente condannato accanto a Lui, può riservagli un posto nel suo Regno.

Dopo tanti inviti alla penitenza e alla conversione dei vangeli delle domeniche precedenti, le ultime parole di Gesù in croce appena ascoltate sono come il gran finale di una maestosa opera musicale. 

Gesù non rigetta nulla di quanto l’uomo è disposto ad offrirgli, e questo fino all’ultimo momento, anche se alcuni potrebbero discutere la sincerità della fede di chi ormai non aveva nulla da perdere e che poteva rivolgersi a Gesù più per disperazione che per una vera speranza come noi la intendiamo. Ma Gesù non rigetta neppure una fede così risicata, così strappata all’ultimo minuto, perché comunque vera, libera, laddove l’altro ladrone invece lo insultava e anzi, ci dice il testo originale, lo bestemmiava. 

Il Signore dia a tutti noi il coraggio e l’umiltà di accogliere la sua salvezza e di entrare nel suo ”oggi”.  

mercoledì 9 marzo 2016

Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno C; 13 marzo 2016



COSI’ BELLO DA NON SEMBRARE VERO


TESTO  ( Gv 8,1-11 )

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 


COMMENTO

Pensate: in questo episodio tanta è l’indulgenza di Gesù verso l’adultera che a molti antichi biblisti sembrò non fosse autentico, che fosse stato inserito nel Vangelo di Giovanni, almeno in alcuni manoscritti, in tempi successivi. 

Invece noi sappiamo, e la Chiesa ce ne dà conferma , che il fatto è autentico e anzi annuncia in modo bellissimo e chiaro l’atteggiamento di Dio , e quindi di Gesù, verso chi sbaglia.

Gesù non smentisce la legge antica: l’adulterio era e resta peccato, ma salva il peccatore, in questo caso la donna adultera, ( lasciandoci il dubbio di dove sia andato a finire l’adultero, cioè l’uomo con cui ha commesso peccato, dato che nella legge ebraica anche’egli era meritevole della stessa pena ).

Gesù di fatto invita però a non condannare e lo fa chiedendo di eseguire la sentenza a coloro che non hanno peccato. Gli anziani per primi lasciano a terra le loro pietre … perché più umili? Perché hanno avuto più tempo per accumulare più peccati? Sta di fatto che Gesù con quella frase disinnesca la miccia di un’esecuzione ormai certa e a tutti noi uditori dei secoli che sono seguiti agli avvenimenti narrati,ricorda che l’esecuzione spetta al solo Giusto , Dio stesso. 

Ci sarà pur certo un giudizio in fondo alla nostra storia personale, ma nel frattempo, fino all'ultimo istante della nostra vita il Signore continua a indicarci la via del bene: “d’ora in poi non peccare più” e ad assolverci dalle nostre colpe: “neanche io ti condanno”. 
Per quella donna di cui niente è detto e per ognuno di noi il Signore continua a sperare la conversione. All'evangelista Giovanni non interessa raccontarci il pentimento di quell'adultera (che forse non avvenne); a lui sta a cuore raccontarci che Gesù non è venuto a condannare ma a salvare, fin tanto che noi abbiamo tempo e vita per accogliere la sua Grazia .

sabato 5 marzo 2016

Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno C; 6 marzo 2016.


 
 
IL PERDONO CHE CI ATTENDE DA
LONTANO

 
TESTO  ( Lc 15,1-3.11-32 ) 

 In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

 Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

COMMENTO

I ragazzi di catechismo e tanti giovani più in generale chiedono spesso: “perché confessare i miei peccati ad un sacerdote? Il Signore non mi può perdonare anche senza andare al confessionale ?”

Questa parabola di Gesù ci racconta di un figlio separato che nonostante tutto è atteso a casa, tanto che il padre “quando ancora era lontano gli corse incontro” , ovviamente non potendo sapere nemmeno il motivo del suo ritorno a casa. Ma il padre aspettava , ed il suo cuore era già proteso verso quel figlio lontano. Quanto al padre la prodigalità di quel secondo figlio era già perdonata, dimenticata: al centro del suo cuore non vi era la parte di patrimonio che se ne era andata col figlio, ma il figlio stesso.  

Il figlio “ritornò in sé”. Prima di ritornare a casa egli ritorna nel suo cuore, riconsidera i suoi passi , opera un bilancio delle conseguenze positive e negative delle sue scelte di vita, e poi si mette in cammino. Solamente nell’incontro col padre ritroverà il calore umano di un abbraccio, la salvezza dalla fame e dalla nudità nella mensa festosa imbandita per lui, e in quella veste di festa lasciata da parte, in attesa di essere indossata.

Il perdono di Dio Padre viene da lontano; dall’alto della croce ci attende da ormai due mila anni. Le braccia di Gesù crocifisso sono come le braccia di questo padre della parabola che da lontano aspettava scrutando l’orizzonte. L’amore misericordioso di Dio, rivelato e donato nel sacrificio della croce, è uno sguardo di luce che scruta gli orizzonti della storia e del cuore di ogni uomo. Dio in Cristo, ha compassione di ogni vicenda e di ogni miseria umana e pazientemente attende il ritorno.

Beati però sono quegli uomini che si metteranno in cammino, che decideranno “ nel loro cuore il santo viaggio ” del ritorno dall’esilio, per tornare a gustare i frutti buoni della terra promessa. Dio ci salva e ci ama gratis , ma evidentemente non ci obbliga ad accogliere il suo amore. Chi tornerà a lui, chi tornerà nella casa del Padre la cui porta è Cristo nella sua perenne presenza storica e incarnata della Chiesa, troverà allora “cibo in abbondanza”, vivrà del calore della sua casa paterna, sperimenterà una nuova vita. " Se uno è in Cristo è una creatura nuova ". Solo in Cristo si diventa veramente creature nuove.

 L’anno giubilare in corso ci offre la possibilità di riflettere e di vivere il percorso di ritorno verso l’abbraccio del Padre, in Cristo Gesù, la porta del suo cuore misericordioso; e questo avviene in ogni tempo nei sacramenti, segni efficaci della sua Grazia, e nelle ferite di tanta umanità sofferente, eco e traccia della sua passione redentrice.

giovedì 25 febbraio 2016

Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima; 28 febbraio 2016



Come una feritoia di luce                     

  
TESTO (Lc 13,1-9) 

 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


COMMENTO 

Un ammonimento ma anche l’annuncio della pazienza e benevolenza del nostro Signore, il Cristo, che come il vignaiolo della parabola è venuto a concederci un tempo di Grazia ( ricorderete  il discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth ) in forza della quale poter vivere e donare i frutti di bontà persi lungo una storia umana naufragata nel mare del male  e nella durezza del cuore; un anno simbolico che significa anche un tempo non infinito e che quindi ci sollecita alla vigilanza  e alla conversione.

Il nostro divino vignaiolo non è venuto certo per condannare o per imporre pesanti leggi da osservare ,  ma solo il dolce peso della legge dell’amore scambievole, di un amore che Lui per primo ha annunciato e vissuto fino al sacrificio di sé, dissodando e concimando le nostre coscienza assopite.  L’esistenza della morte fisica, e della violenza umana è sotto gli occhi di tutti, e anzi per molti è come uno scandalo che impedirebbe di credere alla bontà di Dio.

 La croce di Gesù è ben più di una bacchetta magica. Chi l’abbraccia con fede ottiene il cambiamento del cuore e dello sguardo sulla realtà, e tutto diventa un’occasione e una possibilità di essere dono d’amore per gli altri.  La morte fisica, corporale non è dunque un male assoluto, e irreversibile, ma se non volgiamo lo sguardo all’amore crocifisso e risorto di Gesù Signore per lasciarci guarire, la morte che ne seguirebbe sarebbe ben peggiore e, soprattutto definitiva.

Nel mezzo di tanto dolore che appesantisce la storia del mondo e le nostre storie personali,  abbiamo sicura speranza di trovare nel Signore Gesù uno squarcio di luce che apre su un mondo rinnovato, redento  pacifico.    

venerdì 19 febbraio 2016

Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima, anno C; 21 febbraio 2016



Lo Splendore Simbolico Dell’umano



TESTO  ( Lc 9,28-36 ) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

COMMENTO

La voce non viene semplicemente dal cielo; la voce proviene da quella nube che avvolge Gesù, perché l’evento della Trasfigurazione è ritagliato sulle persone dei tre apostoli Pietro Giovanni e Giacomo che sono chiamati a fare un’esperienza straordinaria della persona del loro maestro e a capire che tutto si giocherà e tutto passerà attraverso quell’uomo: Gesù di Nazareth. Il cambiamento dell’aspetto del suo volto, l’apparizione di  Mosé e Elia, rappresentanti della legge e delle profezie dell’Antico testamento, la voce che viene percepita all’interno della nube offrono una testimonianza inequivocabile sulla missione e sulla densità di importanza della persona di Gesù. 

Anche noi che leggiamo siamo ugualmente interpellati: lo Spirito che parla nella nube dice anche a noi: “Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Nello stesso tempo, come potremo dissociare il desiderio dell’ascolto di Gesù dall’ascolto delle testimonianze di quegli apostoli, unici testimoni dell’avvenimento? Se dovremo sempre tenere al centro l’umanità concreta, storica  di Gesù, in cui si rivela la Gloria di Dio, non potremo però  dimenticare che per trovarvi accesso dovremo necessariamente passare attraverso l’umanità di quei testimoni privilegiati.

La persona di Gesù, con la bellezza divina di cui si fa portatore non giunge a noi come fantasma , in modo astratto e disincarnato, ma in modo umano concreto e in questo modo concreto e incarnato giunge a noi in ogni frangente della vita. I successori di quei autorevoli testimoni da una parte, ma anche ogni frammento di umanità che incontriamo, specie se sofferente, ci riporta la luce di quell’evento decisivo e di infinita grandezza in cui lo splendore e la gloria di Dio toccano e trasfigurano la debolezza della nostra natura umana. 

Tutto questo è avvenuto e continua ad avvenire nella persona di Gesù di Nazareth, vivo tra noi.

giovedì 11 febbraio 2016

Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima anno C; 14 febbraio 2016



Nel deserto per rinascere...con Gesù


TESTO ( Lc 4,1-13 )

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». 

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

COMMENTO

Gesù affronta le tre grandi aree di tentazione di potere dell’essere umano: il dominio sulle cose, e la possibilità di cambiare le pietre in pezzi di pane, soprattutto dopo un lungo tempo di digiuno; ma a cosa servirebbe cambiare le pietre in pane se poi i cuori rimangono duri come pietra? Gesù vuole cambiare i cuori dell’uomo iniziando Lui per primo a vivere della Parola di Dio … e allora il pane non mancherà più perché la carità lo moltiplicherà; invece l’avidità accumula il pane e tutti i doni di Dio nella mani di pochi. 

Poi la tentazione del dominio sulle persone con la possibilità offerta a Gesù di regnare  su tutti i regni della terra. Ma, a cosa servirebbe avere il potere su tutti i regni del mondo se poi l’amore di Dio non regna nel cuore, contro tutti i rancori e gli odi che intristiscono la vita, e che ci rendono chiusi a Cristo che nei fratelli sofferenti si fa mendicante della nostra conversione.

E poi la tentazione del dominio su Dio, del servirsi di Lui come mezzo per risolvere ogni problema. Ma a cosa servirebbe ottenere,  godere e stupirsi dei miracoli di Dio se poi non siamo capaci di metterci a servizio del Dio dei miracoli? Se non siamo capaci di riconoscerlo come cuore e sorgente della nostra esistenza a cui attingere forza, carità e ogni bontà? 

Gesù lotta nel deserto con tutti noi, perché anche noi in forza della sua parola possiamo sfuggire alle scorciatoie di una vita facile, ma sterile, comoda ma insapore. Buona Quaresima !

sabato 6 febbraio 2016

Commento al Vangelo della V Domenica TO anno C; 7 febbraio 2016



Parole nuove, orizzonti nuovi


TESTO ( Lc 5,1-11 )

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.


COMMENTO

“ … sulla tua parola getterò le reti “. La nostra vita scorre in mezzo a tante parole dette e ascoltate da chi ci vive intorno. Una parola ci può turbare, provocare gioia, e anche se detta per scherzo non ci lascia mai indifferenti. San Giacomo dice nella sua lettera che la lingua è un piccolo organo ma può fare tanto male. Ha ragione: si può uccidere a piccoli colpi più con le parole che con i fucili. 
Ma quali sono le parole a cui diamo fiducia? Di chi ci fidiamo? A cosa appoggiamo le nostre speranze, le nostre aspettative di un mondo migliore, più giusto, più pulito in tutti i sensi? 

Gesù, umile perché incarnazione dell’umiltà di Dio, non risparmia il suo insegnamento alle folle perché ha la missione di donare agli uomini di tutti i tempi le parole di comprensione e amore di Dio Padre. Su quella riva e dentro quelle barche vuote Gesù avrà visto le reti senza pesci, i volti delusi e sconfortati di quei pescatori; eppure prima di invitarli ad una nuova pesca che sarà “miracolosa” Gesù insegna, dona la sua parola. 

L’urgenza di una pesca andata male avrebbe dovuto spingerlo ad una soluzione pratica e immediata, a riempire le pance prima che le orecchie. La sollecitudine alle esigenze materiali e fisiche dei poveri non è mai mancata a Gesù di Nazaret ma qui egli lancia un messaggio forte. Insegnare anzitutto. Un gesto eclatante non sarebbe valso nulla se non fosse stato accompagnato da un annuncio chiaro, diretto della salvezza di Dio operante in Lui.
Gesù annuncia, spiega, conforta e poi invita ad appoggiarsi, a fidarsi, a costruire su di lui e a trasmettere il dono ricevuto, facendosi “pescatori di uomini”.

Simone dopo aver ascoltato e dopo aver pescato capisce di trovarsi di fronte ad una presenza affidabile e sicura, perché la coscienza dell’uomo non rimane mai totalmente sorda ai richiami del Vero, e la coscienza detta a Pietro una nuova rotta da seguire dispone a seguirla perché la parola di Gesù ora diverrà il suo sostegno, l’indicazione sicura di una nuova destinazione e di un destino fino a prima inconoscibile.