martedì 28 aprile 2015

Commento al Vangelo della V Domenica di Pasqua, 3 maggio 2015




Il vino che non prende d'aceto



TESTO (Gv 15,1-8)

1 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più. 3 Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunciata. 4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dare frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla. 6 Se uno non dimora in me, è gettato via come il tralcio, e si secca; questi tralci si raccolgono, si gettano nel fuoco e si bruciano. 7 Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, domandate quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto, così sarete miei discepoli.

COMMENTO

 “Senza di me non potete fare nulla”. L’affermazione di Gesù è molto secca e priva di sfumature; eppure quante cose potremmo fare senza invocare il nome di Gesù! Quante cose gli uomini nel mondo intero fanno senza credere nel nome di Gesù, e molto spesso senza neppure conoscerlo! Questa affermazione colpisce proprio perché viviamo in un ambiente culturale molto attento alla dimensione del fare, del produrre, e addirittura con una certa superbia terminologica chiamiamo “creativi” coloro che riescono a pensare o a progettare cose nuove, spesso presunte tali. Insomma, il fare ci attrae molto e l’evidenza sembrerebbe smentire la categoricità di quanto detto da Gesù. 

Anzitutto, tuttavia, il fare che interessa a Gesù non appartiene alla sfera delle cose che possiamo costruire o produrre ma piuttosto alle cose che possiamo fare o non fare per edificare una vita solida, bella, per poter porre le basi e le condizioni di un’esistenza degna della nostra natura umana che cerca ed esige gioia. Ricorderete quando Gesù paragona coloro che ascoltano la sua parola e la mettono in pratica a chi costruisce una casa sulla roccia … “cadde la pioggia, strariparono i fiumi “ eppure quella casa rimase al suo posto. Viceversa, chi non ascolta la parola di Gesù costruisce o, se volete, fa la sua casa sulla sabbia, con le ovvie catastrofiche conseguenze alla prima tempesta, cioè al primo imprevisto. 
La nostra vita senza fede in Gesù non ha punti di riferimento, non ha punti di appoggio, non ha ancoraggi e la sua riuscita è piuttosto sottoposta alle mutevoli vicende della sorte.

Secondariamente, proviamo a pensare anche alle cose che si possono fare più concretamente nella vita: opere dell’ingegno, del genio imprenditoriale, opere letterarie o altro. Al di là dei benefici che altri ne riceveranno, quale beneficio resterà per chi le ha prodotte se non sarà rimasto unito a Gesù, unica persona in cui c’è salvezza! Cosa varranno le più grandi cose fatte se chi le ha fatte non ha fatto esperienza dell’amore di Dio rivelato e donato in Cristo Gesù?

Il fare di Gesù è un far frutto in un orizzonte più ampio, è il fare qualcosa che possa rimanere per il mio bene e per la mia gioia più intima, adesso e anche quando passerà questa mia vita terrena.
Per questo Gesù si definisce la vera vite, dove si raccolgono i frutti per il vero vino simbolo biblico della vera gioia, perché il vino di Gesù non prenderà mai sapore d’aceto.

giovedì 23 aprile 2015

Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua; 26 aprile 2015




Il Buon Pastore: Obbediente e Quindi Libero



TESTO  ( Gv 10, 11-18 )

11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12 Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13 perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest'ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. 17 Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. 18 Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio».


COMMENTO

Il pastore buono con cui Gesù si identifica è assolutamente unico, più teorico che reale, al di là di tutti i pastori ipotizzabili: perché a dire il vero normalmente il pastore è proprio un “mercenario” che commercia e si guadagna il pane da vivere utilizzando come valore di scambio la vita delle sue pecore.

Nessun allevatore di bestiame di questo mondo, dotato di un minimo di buon senso, accetterebbe di sacrificare la sua vita per non fare morire i suoi animali, fosse anche l’intero gregge o l’intera mandria.
Ma qui si parla di un pastore unico nel suo genere, IL buon pastore, un pastore che pur di far arrivare le sue pecore nell'ovile della vita eterna è disposto, Lui si che è disposto a farlo! , ad accettare di passare attraverso il travaglio della morte.

Secondo aspetto di questo brano: il Buon pastore-Gesù ha il potere di donare la vita, ( depositarla, dice la nuova traduzione ) e di riprenderla  e fa tutto questo riproducendo ciò che il Padre gli ha comunicato, nella perfetta obbedienza a Lui; Gesù non agisce da solo e anzi proprio perché agisce su ordine del Padre suo è totalmente libero e ha il potere di deporre la sua vita e di riprenderla. 

Ci troviamo di fronte un paradosso un modo di pensare totalmente distante dal modo di pensare corrente, l’assurdo di un uomo che è libero perché totalmente obbediente. Ma il punto è a chi prestare il nostro assenso. Nessun uomo è un’isola, titolava un celebre romanzo di Thomas Merton, e la totale libertà non esiste su questa terra, ma è più vero che in un modo o in un altro siamo legati nostro malgrado a eventi e persone che non possiamo controllare e gestire in piena autonomia. 

Se prendessimo coscienza di questo capiremmo che c’è un’unica possibilità di essere pienamente liberi ed è quella di affidare la nostra esistenza a Colui che ce l’ha donata perché più di ogni altro il Padre Nostro che è nei Cieli sa di cosa ha bisogno il nostro cuore e cosa può saziare il nostro intimo desiderio di felicità: accogliere la vita, donarla, per poi riprenderla.


martedì 14 aprile 2015

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua; 19 aprile 2015



È  PROPRIO  LUI !


TESTO  ( Lc 24,35-48 )

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».


COMMENTO

Quante volte mi sarà capitato, dopo aver parlato della risurrezione dopo la morte, di sentire questa risposta o altre simili: “Ma padre, come fa a dirlo? Mai nessuno è tornato indietro dalla morte!” ? 
Qui si gioca il problema della fede cristiana: credere che un uomo, Uno in particolare è tornato indietro dalla morte alla vita, non solo con il suo spirito, ma con tutto il suo corpo, carne e ossa. Il cuore dell’annuncio evangelico è proprio questo: Cristo Gesù morto per i nostri peccati è risorto il terzo giorno. 

Nel Vangelo appena ascoltato c’è un forte parallelismo con l’apparizione di Gesù di Domenica scorsa raccontata da Giovanni. Forse Luca racconta la stessa apparizione. Ma si intuisce che i destinatari di Luca sono differenti, sono di quell'ambiente culturale ellenista molto restio ad accettare l’idea che  un uomo possa  risorgere con la propria carne. E di fatto Paolo fece proprio questa esperienza: quando annunciò che quel dio ignoto che rispettosamente gli abitanti di Atene veneravano si era ora rivelato in Gesù di Nazareth risorto col proprio corpo, fu congedato molto velocemente , immaginiamo anche con grande sufficienza. Di qui l’indugiare dell’evangelista Luca sulle parole di Gesù risorto che invita i discepoli a constatare la sua corporeità, la sua carne, le sue ossa, e il fatto che anche lui come loro era capace di mangiare del  cibo.

A distanza di due millenni la reticenza dei greci a credere possibile la risurrezione della carne riguarda anche noi e pone un limite pesante alla bellezza della nostra fede cristiana. Ma sempre San Paolo ammonisce chiaramente che ”se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana, e noi siamo da compiangere”. 

La sua presenza corporea si realizza nella vita di tutti i cristiani incorporati spiritualmente in Lui per mezzo del Battesimo, cosicché quando tocchiamo o vediamo un uomo segnato da questo sacramento, veramente possiamo dire di toccare e vedere il corpo di Cristo, che porta certo le conseguenze e i segni di questa vita terrena e delle sue croci ma è destinato nello stesso tempo alla gloria finale del paradiso. 

venerdì 10 aprile 2015

Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua, 12 aprile '15




LA CURIOSITÀ CHE SALVA



TESTO ( Gv 20,19-31 )

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


COMMENTO

“Quello cha abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi” ( 1 Gv 1,3 ) sono le parole dello stesso evangelista Giovanni che troviamo in un altro testo, sempre del NT: la Prima lettera di San Giovanni. La nostra fede nasce e poggia sulla testimonianza degli apostoli e la loro testimonianza a sua volta è frutto di un’esperienza diretta, personale e concreta come quella di Tommaso Didimo che abbiamo appena ascoltato. Anche lui ha veduto, ha udito, forse ha anche toccato (il Vangelo non ce lo dice in realtà); di certo dopo aver a lungo conosciuto Gesù di Nazaret, ha percepito il vuoto lasciato dalla sua morte violenta, e alla fine ha trovato esaudita la sua affannosa ricerca.

Ci chiediamo perché Tommaso non era con gli altri discepoli mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano […] per timore dei Giudei. Forse lui fu l’unico che non avendo paura dei giudei, si era gettato alla ricerca del corpo di Gesù, o di qualsiasi informazione che avesse potuto saziare la sua sete di verità. O forse era l’unico che sperava di poterlo ritrovare vivo da qualche parte. Ogni ipotesi è possibile; di certo è rimarchevole la sua caparbietà nell’esigere di vedere e di toccare, la sua risolutezza nel volere un appoggio oggettivo e constatabile al suo atto di fede. Tommaso Didimo passerà alla storia come il “tipo” del miscredente, di colui che non crede se non a quel che tocca, il che sarebbe una contraddizione, perché l’atto di fede non è necessario quando basta una semplice presa d’atto di un fatto. 

In realtà Tommaso è il primo a compiere in modo chiaro ed esplicito il salto di fede dalla visione di Gesù risorto al suo riconoscimento come Signore e Dio, e le parole di Gesù non sono da prendere necessariamente come un rimprovero. Tommaso ha creduto alla divinità di Gesù perché ha visto il suo corpo risuscitato, e nello stesso tempo sono beati quelli che crederanno la stessa cosa, pur non vedendo ciò che Tommaso e gli altri hanno visto.

Gli apostoli hanno avuto la Grazia di un’esperienza diretta e l’onere di testimoniare, noi dopo di loro abbiamo la grazia della beatitudine e l’onere di coltivare e fare quotidianamente l’esperienza della fede che come dice Papa Francesco, consiste nel “toccare con il cuore”. 

mercoledì 1 aprile 2015

Commento al Vangelo della Veglia di Pasqua 2015 (4-5 aprile '15)




Radicati nella fede 



TESTO ( Mc 16,1-7 )

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. 

Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. 

Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"».


COMMENTO

Il racconto della risurrezione di Gesù fatto da Marco è molto sommesso, quasi discreto: non si descrive la presenza di angeli che rotolano la pietra dal sepolcro, né si accenna a nessun terremoto, e neppure le vesti di questo giovane sono descritte come sfolgoranti ma semplicemente di colore bianco. L’evangelista sembra tutto concentrato sull’essenziale, su ciò che è semplicemente il nucleo della fede apostolica, cioè la risurrezione di Gesù di Nazareth. Un nucleo che getta luce su tutta la vicenda umana del nazzareno perché fino a quel momento le affermazioni di Gesù sulla propria natura e sulla propria missione, come ad esempio: “io e il Padre siamo una cosa sola” o “prima che Abramo fosse io sono”, e la morte redentrice in croce, potevano essere affermazioni e interpretazioni non verificabili. 

La risurrezione invece no! Questa costituisce un fatto verificato e narrato, al quale ovviamente si può credere o non credere, e che esige una presa di posizione rispetto a tutto quello che Gesù ha detto e fatto. 
Il sepolcro vuoto insieme alle apparizioni di Gesù, queste ultime non raccontate in questo brano ma nei versetti successivi, sono due elementi storici che gli apostoli testimoniano e tramandano.

La nostra fede non può fare  a meno dell’interpretazione degli apostoli, nostri padri nella fede, perché sempre un fatto storico è compreso e raccontato a partire dal proprio sguardo e dalla propria lettura. Tuttavia gli apostoli sono tali perché testimoni e non il contrario, cioè la loro fede e il loro ardore missionario non hanno creato l’evento risurrezione ma al contrario partono da un’esperienza diretta della persona del Signore che culmina nell’esperienza di Cristo risorto.

Questo è l’itinerario che dovremmo fare anche noi. Radicati nella fede e nella testimonianza degli apostoli, resi contemporanei agli eventi dalle loro parole, dovremmo poter toccare con il cuore la persona di Gesù, fare un’esperienza diretta di lui e dei suoi gesti di salvezza resi presenti dai sacramenti, per poi vivere l’esperienza del tempo come il grande pellegrinaggio “finché egli venga”.