venerdì 18 settembre 2026

Sei invidioso?

 

Commento al Vangelo della XXV domenica del TO, anno A – 20 settembre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Commento

Gli ultimi saranno primi perché privi di ogni aspettativa, privi di ogni pretesa per il loro lavoro, così esiguo, così limitato; e così si sentiranno molto più gratificati e graziati degli altri. I primi ad andare a lavorare invece, quelli usciti all’alba, che si erano accordati per un denaro, si sentiranno scontenti per veder retribuiti con la stessa paga quelli che hanno lavorato molto meno di loro. Questa si chiama la trappola della meritocrazia, che davanti alla giustizia divina non funziona. O meglio non funziona come penseremmo noi, con i criteri umani che distano da quelli divini , come ci ricorda la prima lettura di oggi, “quanto il cielo sovrasta la terra” (Is 55,9).

La bontà immensa del Signore non elimina la giustizia, ma la supera, la oltrepassa. Se un normale datore di lavoro avesse fatto la stessa cosa, una qualche contestazione sarebbe stata lecita, perché la sua generosità deve tenere conto anche delle sue limitate risorse economiche. Sciupare denaro regalando indiscriminatamente a tutti potrebbe ridurre la sua possibilità di ricompensare il lavoro dei suoi collaboratori. La ricchezza personale di un uomo è sempre un dono da amministrare e non un diritto assoluto, cioè sciolto da qualsiasi responsabilità verso Chi ti ha concesso buona sorte e talento per averla. Invece il Signore ha risorse di bontà illimitate per tutti. La sua generosità “eccessiva” per qualcuno non priverà nessuno. Allora la stranezza di questa parabola sta proprio nel farci riflettere che certamente il Signore promette cieli nuovi, terra nuova, il centuplo a chi lo segue, ma tale ricompensa non dovrà mai essere considerata un merito nostro, un diritto conquistato, ma al contrario, solo e semplicemente un dono ricevuto, e accolto.

Ben a proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che in senso stretto l’uomo difronte a Dio non ha alcun merito, e se ne ha, è solo perché il Signore, nella sua benevolenza, ha deciso di “associare l’uomo all’opera della sua grazia” (CCC 2008). Occorrerà quindi sempre partire dalla Grazia, dalla bontà fontale di Dio. A quegli operai dell’alba si potrebbe, allora, far presente che non è scontato avere la salute per lavorare, e avere avuto la possibilità di lavorare certi della promessa di una paga per il loro lavoro.

venerdì 11 settembre 2026

Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi...

 

Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ord., anno A – 13 sett 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


Commento

Dove troveremo la forza di perdonare 490 volte il fratello che commette colpa contro di me? La domanda è provocatoria perché è facile intuire che per Gesù 70 volte 7 significa: “sempre”. E siccome la domanda diventa ancora più stringente, Gesù si inventa una delle sue parabole, come fa tutte le volte che deve comunicare qualcosa che è molto al di sopra della capacità umana.

E se c’è una cosa riferibile a Dio che sicuramente sfuggirà sempre alla misura delle nostre considerazioni, questa è proprio la misericordia. Il senso della risposta del Maestro al discepolo Pietro è che per quanto ci costerà condonare qualcosa a un fratello che ci offende, 550 mila volte di più – questa è la proporzione tra 10 mila talenti e 100 denari – il Signore ha già condonato a noi. 

Certo: nessuno di noi probabilmente si sente così peccatore da aver bisogno di vedersi condonato peccati per una quantità esorbitante come sono 10 mila talenti, ma il fine della proporzione iperbolica, volutamente smisurata, sta lì a dirci che il Signore ci fa tanta Grazia, ha talmente tanta tenerezza nei nostri confronti che non dovremmo in nessun modo preoccuparci di non riuscire a perdonare chicchessia. Anzi dobbiamo riconoscere una contemporaneità tra il perdono ricevuto e il perdono dato. Se Gesù ci ha insegnato a dire: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” significa che i 10 mila talenti mi accorgo di averli quando mi tocca sborsare, forse a fatica quei benedetti 100 denari. 

Dico “benedetti” non solo così per dire, ma perché quando ci accorgiamo di essere allo stretto nel cuore verso qualcuno siamo obbligati – se dotati di un minimo di umiltà – a guardare in Alto e ricorrere a colui per il quale nulla è impossibile. In fondo, se Gesù, dall’alto della croce, ha sentito il bisogno di ricorrere alla forza del perdono del Padre – “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” – perché non dovremmo farlo anche noi quando ci sembra impossibile perdonare? Perché non potremmo dire anche noi: “Padre, questo qui perdonalo tu che io non ce la faccio!” Vi assicuro che quei 10 mila talenti ricevuti saranno sempre più che sufficienti. 


venerdì 4 settembre 2026

L’uomo non è un’isola


 Commento al Vangelo della XXIII Domenica del TO, anno A – 6 settembre 2026



+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


Commento

Un proverbio abbastanza conosciuto dice che “vox populi, vox Dei”, (= la voce del popolo è la voce di Dio). Qualcosa di vero c’è. Ma per chi si mette alla scuola del Vangelo di Cristo Signore, non basta pensare che l’opinione della maggioranza corrisponda più o meno alla verità (cosa non sempre verificata) ma avere consapevolezza che Gesù ha scelto di rendersi presente in modo intensivo nella comunità dei suoi amici, al di là dei limiti geografici o temporali.

Tutti quegli uomini che riconoscono i sette sacramenti, il Credo e l’autorità dei Pastori (i Vescovi) della Chiesa, uniti col Vescovo di Roma, questi costituiscono la comunità di Cristo, la Chiesa alla quale Gesù si è affidato, sia prima della sua Pasqua (come nel brano di oggi), sia nelle sue apparizioni post-resurrezione.

Alla domanda: “Chi è il Capo della Chiesa?”, noi continueremo a rispondere - almeno noi cattolici - "Cristo Gesù", senza tentennamenti, né esitazioni. Gesù è vivo, è risorto…o almeno così dovremmo credere. Ma il vangelo di oggi ci ricorda che la sua presenza avviene in modo velato, in modo da non abbagliare la nostra libertà. Gesù ce lo ha ripetuto: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

La mediazione della Chiesa avviene anche quando un Consiglio pastorale di una Parrocchia riflette sul cammino da fare, ma anche quando una comunità religiosa è riunita per occuparsi del disagio di un suo membro. Poi un’assemblea cristiana si può sbagliare nelle sue scelte pratiche. Anche un Vescovo, o un pontefice possono sbagliare nel trattare una questione disciplinare, o nell’affidare un incarico a qualcuno. Anche i cardinali riuniti in Conclave, potrebbero sbagliare nell’eleggere un papa, ma noi crediamo che il Signore passerà comunque anche attraverso quella decisione malsana. Spesso, probabilmente, i cristiani hanno ritardato il cammino del Regno di Dio nella storia, ma quegli uomini che, pur dovendo sopportare le conseguenze di scelte errate, hanno custodito la comunione fraterna, comunque vivranno l’azione dello Spirito di Dio nella vita personale. Veramente, è impressionante quanto i cristiani, a iniziare da noi pastori, sottovalutano il valore e il potenziale di evangelizzazione della comunione fraterna. E allora concludo con un altro proverbio, che invece è senz’ altro sempre verificato e verificabile. “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano vai con i fratelli”.

sabato 29 agosto 2026

...che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

 




Commento al Vangelo della XXII Domenica del TO, anno A – 30 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Commento

I pensieri e la mentalità degli uomini sono veramente molto distanti da quelli di Dio. Il profeta Isaia arriva a dire, a nome del Signore che “…quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9).

Ma proprio per questo l’Unigenito Figlio di Dio, lo ripete ogni Domenica nel Credo chi si reca alla Messa, “si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo”.

Quella distanza abissale, di cui sopra, viene colmata e riempita nella persona di Gesù di Nazaret che nel suo essere Dio riacciuffa quell’uomo perduto nei suoi egoismi, e nel nulla del sua nulla; e lo fa nella sua stessa persona in cui la volontà umana si affida a quella di Dio Padre.

L’uomo dovrà, quindi, lasciarsi acciuffare dalla mano salvatrice del Signore, dovrà rinunciare alla sua pretesa di sfuggire con le sue sole forze o con i suoi soli meriti alla morte, o di negare la malattia del suo cuore.

Questo significa anzitutto rinnegare se stessi: riconoscersi non auto-sufficienti. E poi di seguito a questo, chi vuol seguire Gesù, dovrà quotidianamente allargare e condividere i frutti della vita nuova ricevuta in Cristo ai fratelli e alle sorelle. Non potrà che uscire dalla centratura su se stesso, sui propri bisogni che lo portano a ragionare, appunto, secondo la logica del mondo: “prima ci sono io….poi eventualmente, se avanza qualcosa, ci sono anche gli altri”. Chi si scopre veramente amato e graziato come potrà non desiderare la stessa cosa per i suoi simili? Se così non fosse, ci sarebbe da dubitare sull’autenticità dell’incontro con Cristo Signore, rivelazione dell’amore infinito di Dio Padre. 


domenica 23 agosto 2026

Voi, chi dite che io sia?

 

Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ord. A – 23 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo


Commento

I medici raccomandano di tenere sotto controllo la salute almeno facendo  periodicamente gli esami del sangue: si dice all’incirca una volta all’anno. Cosa molto opportuna per chi -  come colui che vi parla - ha superato abbondantemente la cinquantina.

Non sarebbe male, però, fare qualcosa di simile anche per testare la nostra salute spirituale, ovviamente lo dico per quegl’ascoltatori che – eventualmente – avessero un qualche desiderio di vita cristiana. E il primo esame della fede secondo il cuore di Cristo dovrebbe consistere proprio sulla domanda rivolta da Gesù ai suoi: “Ma voi, chi dite che io sia?” 

Dovremmo cioè, di tanto in tanto, tornare a porre al centro della nostra coscienza – ripeto: eventualmente cristiana – la questione dell’identità di Gesù di Nazaret. Se Gesù era un grande profeta, un grande saggio e nulla più, e la sua resurrezione un dato puramente allegorico, privo di verità storica, Cristo rimarrebbe ancorato nel passato; solo un grande uomo, come tanti o poco meglio. Pur avendo lasciato degli esempi di vita straordinari, Egli non toccherebbe realmente e personalmente la nostra vita, qui e ora. Se viceversa Gesù era si il Figlio di Dio senza essere però quel Cristo atteso da secoli, quel Messia salvatore, appunto unto da Dio per salvare Israele e l’umanità dalla condanna della morte, ebbene la sua divinità non guarirebbe la nostra umanità. Lui lassù e noi quaggiù, senza alcun vantaggio per noi.

 La risposta di Pietro è quindi la risposta di una comunità che da due mila anni professa la sua fiducia in Cristo Gesù, salvatore, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Una risposta non teorica ma che tocca la vita, tutto quello che facciamo, vediamo e pensiamo. Ma se questo primo test della fede non sembrasse sufficiente ce n’è un secondo ancor più definitivo, perché verificabile: il test della carità. Se veramente le nostre parole sono rivelazione di ciò che il Padre ci ha messo nel cuore, e non solo parole di circostanza, allora esse saranno confermate da gesti di carità. E questo esame , vi assicuro, è difficilmente falsificabile dalla propria coscienza.

giovedì 13 agosto 2026

Avvenga per te come desideri

 


Commento al Vangelo della XX Domenica del TO, anno A - 16 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Commento

“La Bibbia si spiega con la Bibbia”; questo vecchio adagio è quanto mai vero in questo caso, e necessario, per cogliere meglio il senso di questo episodio che ad un primo impatto può suonare strano. San Paolo scrive a Timoteo che Dio vuole che “tutti gli uomini siano salvati” (1 Tim 2,4) e ancora san Pietro nella casa di Cornelio proclama che “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). 

Allora l’atteggiamento inizialmente freddo, quasi sdegnoso, nei confronti della donna non ebrea, nasce forse dal desiderio di Gesù di rispettare l’elezione che Dio Padre ha rivolto a Israele. Seppur tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, Dio vuole salvare l’uomo tramite l’uomo, e nella fattispecie attraverso la primaria collaborazione di questa piccola nazione da lui prescelta: Israele. In altra occasione Gesù inviando i suoi discepoli li aveva così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele»». (Mt 10,5-6).

Il punto è che la fede di questa cananea è talmente grande che obbliga Gesù ad una drastica scorciatoia, ( e non sarà la sola volta ) e a manifestare subito in lei la sua potenza guaritrice, che è sempre rimando alla sua potenza di salvezza eterna. 

Oltre alla potenza della fede che muove e com-muove profondamente il cuore di Gesù, si comprende anche il nuovo principio su cui si basa l’appartenenza al popolo eletto. Meglio si potrebbe dire che il nuovo Israele, il vero Israele, il vero popolo eletto, non è più identificabile da una appartenenza etnica o religiosa, ma dalla fede nella persona di Gesù, Messia, rivelazione ultima definitiva della infinita misericordia del Padre. Per questo San Paolo così scrisse ai cristiani della Galazia: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù” (Gal 3,26). E la fede sia alimentata dalla preghiera ma, nello stesso tempo, la fede sfoci nella preghiera con la stessa intensità mostrata dalla donna cananea che impressionò lo stesso Gesù. Diceva bene San Giovanni Crisostomo: “Chi prega ha le mani sul timone della storia!”.

giovedì 6 agosto 2026

Davvero tu sei Figlio di Dio!

 

Commento al Vangelo della XIX Domenica del T Ordinario, anno A – 9 agosto 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Commento

Gesù sale sul monte e i discepoli vanno per mare, ma è ben di più che l’organizzazione delle vacanze. Gesù vuole oltrepassare il momento di entusiasmo della folla vissuto dopo la moltiplicazione dei pani/pesci, e pretende con fermezza che facciano altrettanto anche i suoi discepoli – il testo dice: “costrinse i discepoli a salire sulla barca” – che ovviamente erano molto più sensibili a quello straordinario entusiasmo della gente. Gesù va alla ricerca di una sempre maggiore intimità col Padre. I discepoli invece hanno bisogno di riprendere il cammino, perché saranno chiamati ad approfondire in altro modo la loro fede. 

In una precedente situazione – raccontata sempre dall’evangelista Matteo al capitolo 8,23-27 -  Gesù aveva calmato una tempesta; ora per certi aspetti Gesù realizza qualcosa di ancor più straordinario: permette a Pietro di camminare sopra e nonostante quella iniziale tempesta di vento, facendolo ovviamente lui per primo. Ma Pietro dubita e comincia ad affondare. 

Tutte le vicende vissute dai dodici con il loro Maestro gettano una luce sulla vita attuale di tutti i discepoli di Cristo, di ogni epoca. Ricordiamoci che Cristo è vivo e, realmente, cammina con tutti gli uomini. Tutti gli uomini fanno esperienza delle tempeste della vita, ma chi si rivolge a Cristo, chi lo accoglie nel proprio cuore, farà esperienza della sua forza. A volte le tempeste si placheranno e scompariranno. Altre volte, come nell’episodio narrato oggi, le tempeste saranno oltrepassate, e anzi attraverso di esse il Signore insegnerà a fidarsi sempre più di lui, prendendoci per mano, e a riconoscerlo come l’inviato di Dio Padre. “Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».”.

Istintivamente preferiamo che ogni turbamento ci venga risparmiato, ma sperimentare la stretta del Signore di mezzo la tempesta potrebbe giovarci molto di più e portarci ad una fiducia in Dio ben più decisiva. Per tale ragione concludo con una citazione di C.S. Lewis: “Le difficoltà spesso preparano le persone normali ad un destino straordinario”.