venerdì 30 ottobre 2026

Il cristiano non è un’ottimista

 

Commento al Vangelo del 1 novembre 2026, Tutti i santi, XXXI Dom TO

                        

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Commento

Il cristiano non è un’ottimista. Le beatitudini che abbiamo appena ascoltato ci parlano di felicità, di beatitudine, di un regno dei cieli, e quindi di una vittoria definitiva di Dio su tutti i regni e poteri umani, ma tutto questo nasce e germoglia in questa nostra realtà segnata da tanti mali, o comunque da tante fragilità. 

Gesù sta trasmettendo ai discepoli molto di più di un antidoto alla povertà, alla prevaricazione, alle offese, alla violenza, che comunque dureranno finché durerà questo mondo di quaggiù: egli sta predicando la possibilità, a causa del suo nome, cioè grazie alla sua presenza, di vivere in esse una forza di attrazione più grande e definitiva, quella del suo amore, rivelazione e manifestazione dell’amore del Padre.

Come Gesù attraverserà la passione e la morte per giungere alla gloria della resurrezione, nello stesso modo, e - ripetiamo – grazie alla fede in Lui che lo rende presente e operante in mezzo a noi, anche i suoi discepoli potranno attraversare tutti i generi di tribolazione per giungere alla gloria del paradiso. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo” – esclama San Giovanni – “la nostra fede”. (1 Gv 5,4). 

L’ottimismo umano, quello che porta a pensare che andrà tutto bene, è troppo poco. Perché non tiene conto della tragicità del male. E anche perché spesso… non ci prende. Nel febbraio del 2020, all’insorgere della pandemia del Covid molti sventolarono lenzuola dai balconi, o ripetevano sui social lo slogan: “Andrà tutto bene!”. Purtroppo non sono stati buoni profeti. A distanza di qualche anno possiamo riconoscere che non è andato tutto bene. Basterebbe andare a chiederlo alla gente di Codogno o di Bergamo e mettersi in ascolto del loro dolore di vedere morire amici, genitori, spesso senza nemmeno poter celebrare esequie, o poter esser loro vicini nel momento del trapasso. Sofferenze con cui si impara a convivere ma che non si cancellano. 

La speranza cristiana, la speranza dei santi, di tutti i santi, anche quelli non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa – che sono la maggior parte – e di cui celebriamo oggi la solenne memoria, è aggrappata alla croce di Cristo, alla sua umanità, e per mezzo degli atteggiamenti del suo cuore, che ci vengono infusi nei Sacramenti della Chiesa, impariamo a vivere fin d’ora nella visione del completamento finale, di cui ora, però, abbiamo solo una caparra. Come in un cammino che giungerà prima o poi a destinazione.  

venerdì 23 ottobre 2026

Di quale amore viviamo

 

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 25 ottobre 2026


Dal Vangelo secondo Matteo, 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Commento

Due comandamenti che si legano l’un l’altro e sono l’uno il banco di prova dell’altro. L’amore del prossimo è una evidente verifica dell’effettivo amore che noi abbiamo, o pensiamo di avere, nei confronti di Dio. Già San Giovanni ammonisce nella sua prima lettera: Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. (1 Gv 4,20). In effetti il Signore si è tanto realmente incarnato e immedesimato nella nostra natura umana che ci è impossibile sfuggire a questa strettoia: se volessimo sinceramente capire quanta dedizione e quanto affetto abbiamo nei confronti del Signore, ci basterebbe verificare la qualità delle nostre relazioni inter-personali. Nelle invocazioni delle lodi del Mercoledì della I settimana del Salterio diciamo: “Insegnaci a riconoscerti in tutti gli uomini, e soprattutto nei poveri e nei sofferenti”. Inoltre il documento conciliare Gaudium et Spes 22, afferma che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”.

Ma, dicevo, c’è anche una verifica nella direzione opposta: l’amore a Dio verifica l’amore del prossimo. Lo verifica nel senso stretto del termine, perché lo rende vero, autentico, completo. Amare il prossimo come se stesso non è liberante se verso gli altri ho la stessa visione egoistica e individualista che ho verso di me. Se nell’abbraccio di Dio ci si sente figli nel Figlio Gesù, allora potremo amare anche gli altri come fratelli. Ma se, diversamente, si custodisce una visione molto ristretta e chiusa del proprio “io” come un’isola a se stante, molto difficile sarà riuscire ad amare colui che è al di fuori di me, senza alcun secondo fine o interesse personale. Allora riprendendo la precedente affermazione di San Giovanni potremmo analogamente dire che chi non ama Dio che non vede non può amare il fratello che vede, o comunque non in modo veramente gratuito. 

Perché l’amore non si inventa, non si crea dal nulla, perché l’amore viene da Dio, e anzi è Dio stesso. Ancora San Giovanni scrive “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.” (1 Gv 4,10).


giovedì 15 ottobre 2026

La domanda mancante

 

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Or., anno A – 18 ott 2026



Dal Vangelo di Matteo ( 22,15-22 )

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


Commento

A seguito della domanda di Gesù: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”, quei discepoli dei farisei e quei partigiani del re Erode risposero correttamente, cioè che in quella moneta c’era l’immagine e l’iscrizione di Cesare; di qui l’esortazione di Gesù a rendere a Cesare ciò che era suo ma a fare altrettanto con Dio.

Così facendo Gesù risponde a una domanda che ancora i suoi interlocutori non si erano posta e che potrebbe suonare così: Se la moneta del tributo che portava l’immagine di Cesare significa un doveroso rispetto della sua autorità, cosa può significare che ogni uomo, Cesare compreso, porta in se stesso, l’immagine di Dio creatore? Cosa se ne potrà dedurre?

A Cesare era giusto riconoscere un tributo, perché in un modo o in un altro organizzava la convivenza civile di quella comunità umana; ma per la stessa ragione non sarà tenuto l’uomo che porta in sé l’immagine di Dio creatore, a riconoscere un tributo, in questo caso non in denaro di cui non ha bisogno, ma di lode e di riconoscenza?

 Certo, neanche di queste Dio ha bisogno, ma in una preghiera eucaristica la liturgia fa dire al sacerdote che “i nostri inni di benedizione non aumentano la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”. Cesare, e ogni autorità umana vanno rispettate per quello che sono, ma la paternità di Dio ritrovata grazie alla salvezza dello stesso Figlio Gesù, deve essere onorata e custodita non come fosse un debito da pagare, ma come il risultato di una gratitudine talmente eccedente che per se stessa dovrà esprimersi nella lode, nella benedizione a Dio, da una parte, e nella premurosa cura dei fratelli dall’altra, ricordando bene ciò che dice San Paolo ai Galati: “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso.” (Gal 5,14).

L’amore quando è tale, cioè gratuito, si ripaga solo con altrettanto amore e gratuità, e quando è necessario, dato che l’amore è Dio stesso, ci può anche chiedere di oltrepassare le leggi uno stato, o addirittura di opporsi ad esse. 

La risposta di Gesù è molto innocua, all’apparenza, ma è veramente rivoluzionaria: in qualsiasi ambito di vita civile, il comandamento della carità deve essere messo al di sopra di tutto, e di tutti, anche dell’uomo più potente della terra, o che – peggio – pretenda di esserlo. 

venerdì 9 ottobre 2026

L'abito non fa il monaco però ....

 

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 11 ott 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Commento

Due modi per perderci la grande festa di nozze senza fine che il Signore ci prepara in questo mondo e più ancora in quello a venire; due modi descritti nella parabola raccontata da Gesù nel vangelo di questa domenica. 

Primo modo: quelli che la festa se la vogliono fare da soli. Gli invitati a nozze che disdegnano l’invito sono quegli uomini (Gesù aveva in mente i figli di Israele) che sottovalutano alla grande la bellezza della chiamata del Signore. La prendono sul serio, ma fino ad un certo punto. Come dire? “Questa festa alla quale mi inviti, ha poco di speciale e me la posso organizzare anche da solo, senza bisogno di scomodarmi per venire a casa tua. 

Secondo modo: quelli che a la festa ci vanno, anche perché non hanno niente da perdere, ma la festa se la vogliono gestire da soli. Quelli che vanno al ristorante col pranzo al sacco, o quelli che pretenderebbero di mangiarsi i piccioni ripieni a un ristorante vegano. Quell’abito nuziale cos’è in fondo? Richiama le vesti di lino della della Chiesa-sposa dell’Agnello (Cristo Signore) di cui si parla nel libro dell’Apocalisse, e questa veste, continua il testo, sono “le opere giuste dei santi” ( Ap 19,8). Badate bene che secondo l’uso del tempo, tale veste nuziale era una sorta di soprabito che veniva dato a tutti gli invitati prima di entrare alla festa. Il fatto che qualcuno non l’avesse addosso era sintomo quindi di un rifiuto, di un disprezzo di uno stile, di un dress-code (si direbbe adesso) che il padre dello sposo voleva dare. E lo stile, la veste che ci viene chiesto di indossare è costituita da tutti gli atteggiamenti di un figlio che riconosce l’immensa bontà di un Padre, sono gli atteggiamenti di Gesù. In lui riceviamo quella veste, battezzandoci in Lui. 

Dopo il rifiuto degli invitati, tutti sono chiamati alla festa – interessante – “buoni e cattivi”, ma viene chiesto loro solo di accettare il dono, di vivere conformemente a quel dono, sentendosi anche di conseguenza, in comunione con gli altri. Si, il Signore ci fa proprio un invito a nozze, a una vita bella, piena, degna di questo nome, come quella che si vive nell’amicizia di Gesù; ma che peccato lasciarsela sfuggire, magari pensando di potersela organizzare da soli o a modo proprio!

mercoledì 30 settembre 2026

L’amore non si inventa


 Commento al Vangelo della XXVII Domenica del TO, anno A – 4 ottobre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».


Commento

Come potremmo definire il Regno di Dio, il Regno dell’amore di Dio, la signoria dell’amore di Dio su tutte le realtà del mondo? Gesù in questa parabola lo paragona ad una vigna, offerta a dei vignaioli perché ne producano frutto, perché ne godano loro e ne facciano godere tanti altri. Ma quei vignaioli sono cialtroni, non capiscono il dono; è vero – si potrebbe notare – che la vigna è stata data in affitto e non regalata, ma quel terreno è talmente ricco e ben corredato di recinto, torre e torchio, che ci saranno frutti abbondanti per tutti. Ma quei vignaioli non si accontentano; sembrano quasi irritati dal dover dipendere da un altro, vogliono l’esclusiva di un qualcosa che sembra essere totalmente al di fuori delle loro possibilità di realizzazione.

Il popolo di Israele non ha capito l’amore di predilezione che il Signore ha avuto nei loro confronti: piuttosto che accoglierlo e condividerlo tra loro e con gli altri uomini, hanno preferito farsene un vanto contro gli altri, farsene un titolo di supremazia sugli altri. Il nuovo Israele di Dio, il nuovo popolo eletto, i cristiani, non possono e non devono incorrere nello stesso errore: non si può mercanteggiare con i doni di Dio a proprio uso e consumo, quasi se ne avesse la proprietà esclusiva. Il regno di Dio è la forza inesauribile dell’amore del Padre rivelato da Gesù nell’offerta totale della sua vita per noi. E l’amore non si può ingabbiare, monopolizzare, privatizzare.

L’amore è l’unica realtà che si gode donandola. Pensiamoci. Ci si dà da fare per acquisire i beni essenziali per la sopravvivenza, ma anche per possedere tante cose da cui ricavare un ben-essere, lecito e a volte esagerato. Ma l’amore rende felici solo coloro che lo fanno circolare, che lo accolgono e lo donano, o meglio che lo accolgono donandolo. Nessuno uomo può presumere di diventare padrone dell’amore, e tanto meno di generarlo da sé, perché sarà schiacciato dalla sua stessa folle pretesa, e sarà la rovina sua … e di chi gli starà vicino. Le cronache di questi tempi, purtroppo, ce lo confermano. 


domenica 27 settembre 2026

Attenzione ai sorpassi!


Commento al Vangelo della XXVI Domenica del TO, anno A – 27 settembre 2026


 Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Commento

Gesù sta parlando nel tempio di Gerusalemme ai sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè alle guide del popolo eletto, prescelto da Dio. Si intuisce subito pertanto la finalità educativa della parabola, il punto al quale vuole arrivare, come svelato da lui stesso. “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Un’affermazione pesantissima, tenuto conto del disprezzo, dello stigma sociale che gravava su queste due categorie di persone: i pubblicani facevano commercio della vita del proprio popolo riscuotendo tasse per i romani e arricchendosi a loro volta. Le prostitute facevano commercio della propria dignità. 

Gesù non sta parlando di tutti i pubblicani e di tutte le prostitute, ma di quelli che si sono posti in ascolto della parola profetica di Giovanni Battista, credendogli. Cosa predicava Giovanni? Forse vale la pena ricordarlo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.  Questo diceva!

Nell’imminenza del regno di Dio occorre cambiare passo, cambiare moneta. Non vale più cosa possiedo, chi sono per gli altri, secondo un indice di gradimento sociale. Ma ora è il Signore che prende in possesso la storia, e allora conta cosa sono capace di donare e chi sono davanti a Dio. Ricordiamo quel che diceva San Francesco “Quanto vale un uomo davanti a Dio, tanto vale e nulla più”

Ma quei sommi sacerdoti e quegli anziani a cui Gesù sta parlando, a loro volta fanno commercio: commerciano la loro fede, ne fanno moneta per essere qualcuno, per avere uno status. Hanno detto di “sì” al Signore con la bocca, ma il loro cuore è lontano da Dio, come dice il profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13). E poi le scelte quotidiane dicono dove sta effettivamente il cuore, e forse ancora di più lo dicono il modo con cui svolgiamo le cose quotidiane; dicono in quale vigna abbiamo effettivamente scelto di lavorare Buona Domenica! Il Signore vi dia pace.


venerdì 18 settembre 2026

Sei invidioso?

 

Commento al Vangelo della XXV domenica del TO, anno A – 20 settembre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Commento

Gli ultimi saranno primi perché privi di ogni aspettativa, privi di ogni pretesa per il loro lavoro, così esiguo, così limitato; e così si sentiranno molto più gratificati e graziati degli altri. I primi ad andare a lavorare invece, quelli usciti all’alba, che si erano accordati per un denaro, si sentiranno scontenti per veder retribuiti con la stessa paga quelli che hanno lavorato molto meno di loro. Questa si chiama la trappola della meritocrazia, che davanti alla giustizia divina non funziona. O meglio non funziona come penseremmo noi, con i criteri umani che distano da quelli divini , come ci ricorda la prima lettura di oggi, “quanto il cielo sovrasta la terra” (Is 55,9).

La bontà immensa del Signore non elimina la giustizia, ma la supera, la oltrepassa. Se un normale datore di lavoro avesse fatto la stessa cosa, una qualche contestazione sarebbe stata lecita, perché la sua generosità deve tenere conto anche delle sue limitate risorse economiche. Sciupare denaro regalando indiscriminatamente a tutti potrebbe ridurre la sua possibilità di ricompensare il lavoro dei suoi collaboratori. La ricchezza personale di un uomo è sempre un dono da amministrare e non un diritto assoluto, cioè sciolto da qualsiasi responsabilità verso Chi ti ha concesso buona sorte e talento per averla. Invece il Signore ha risorse di bontà illimitate per tutti. La sua generosità “eccessiva” per qualcuno non priverà nessuno. Allora la stranezza di questa parabola sta proprio nel farci riflettere che certamente il Signore promette cieli nuovi, terra nuova, il centuplo a chi lo segue, ma tale ricompensa non dovrà mai essere considerata un merito nostro, un diritto conquistato, ma al contrario, solo e semplicemente un dono ricevuto, e accolto.

Ben a proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che in senso stretto l’uomo difronte a Dio non ha alcun merito, e se ne ha, è solo perché il Signore, nella sua benevolenza, ha deciso di “associare l’uomo all’opera della sua grazia” (CCC 2008). Occorrerà quindi sempre partire dalla Grazia, dalla bontà fontale di Dio. A quegli operai dell’alba si potrebbe, allora, far presente che non è scontato avere la salute per lavorare, e avere avuto la possibilità di lavorare certi della promessa di una paga per il loro lavoro.