giovedì 2 aprile 2026

Inizia la vita nuova

 

 Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua – 5 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Non è questione di chi arriva prima al sepolcro, ma di chi si lascia prima raggiungere dallo sguardo di Gesù. Maria di Magdala è passata alla storia per essere la prima persona ad aver visto il Signore di persona, ma il vangelo di Giovanni ci riporta tre volte (in questo brano appena ascoltato una volta sola ) la sua convinzione che qualcuno aveva portato via il corpo di Gesù: “hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. Il primo a credere alla risurrezione di Gesù è invece l’altro discepolo, oltre Pietro, quello, specifica il racconto, “che Gesù amava”. 
Dal resto del vangelo, non solo da questa frase, si deduce che verso di lui Gesù aveva una tenerezza particolare, che era stata certamente accolta e contraccambiata. Qui si gioca la svolta della fede. Pietro entra per primo nel sepolcro, poi entra l’altro “e vide e credette”. Pensiamo e speriamo che siano delle prove evidenti, scientifiche a suscitare la fede. Invece è l’accoglienza umile e disponibile di uno sguardo d’amore che permette di andare oltre l’apparenza fisica e di vedere l’invisibile. Il discepolo che Gesù amava, che secondo la tradizione sembra essere lo stesso evangelista che scrive, “vide e credette”.

 Alla fine, possiamo dire la stessa cosa anche per Maddalena: anche lei vede il Signore, ma lo vede veramente dopo aver sentito pronunciare il suo nome: “Maria!”. Fino a quel momento aveva creduto di vedere solamente il custode del giardino, per altro sospettato di aver trafugato il cadavere
Ora ci siamo noi, e anche per noi vale la stessa dinamica: se non ci sentiamo interpellati di persona dalla presenza del Signore, noi continueremo a fare cose, forse anche vivendo dei riti, ma che resteranno vuoti; anche i segni e i miracoli più straordinari rimarranno muti. Solo la possibilità di sentirci chiamati per nome dal Signore, ci potrà aprire gli occhi del cuore.

 Resta un ultimo passo da compiere: dove possiamo sentire scandire il nostro nome da Gesù risorto? Dove possiamo incrociare il suo sguardo? Anzitutto nei Vangeli. Questi testi hanno risvegliato e illuminato la fede di uomini come Sant’Antonio abate, san Francesco d’Assisi – di cui si celebra l’ottavo centenario della morte – e tanti altri che hanno cercato sinceramente di fare la volontà del Signore. Quel Dio che ha creato il mondo pronunciando parole di amore, ora, fatto uomo per noi, risorto dalla morte, le pronuncia per ciascuno di noi, per farci risorgere a una nuova vita 

giovedì 26 marzo 2026

Alla fine: Gesù

 

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme (Mt 26,14-27,66) - 29 marzo 2026


[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. […]


Commento

 Altro che motore immobile! Dio è tutt’altro che un motore immobile che muove e non è mosso. Egli invece si muove, e si commuove come abbiamo appreso dal vangelo di Domenica scorsa in cui quell’unico versetto del capitolo 11 del vangelo di Giovanni dice: “Gesù scoppiò in lacrime”. Gesù patisce e com-patisce. Mi vorrei appunto fermare sui pochi versetti che raccontano l’oltraggio subito da Gesù; mi sembrano molto significativi essendo letti a pochi giorni dalla solennità dell’Annunciazione (il 25 marzo scorso).

 Chi non comprende, infatti, la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio non può che rimanere scandalizzato dal disprezzo, dal dolore e dalla morte subiti da Gesù, e insieme a quei capi ebrei, e a tutti quelli che erano sotto la croce, continuerà anch’egli a gridare: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».

 Invece il nostro salvatore, Cristo Gesù, non ha rivestito come fosse un soprabito la nostra debolezza umana, ma l’ha assunta in tutto e per tutto; e proprio per non aver assunto il nostro peccato – causa di ogni divisione e rottura di relazioni - la comunione con noi è stata ed è perfetta. Almeno da parte sua. Nella persona di Gesù, Dio ha realmente sofferto l’ingiustizia, l’odio, la malvagità degli uomini, e ancora peggio li ha subiti nel loro travestimento da zelo religioso.
Nei vangeli non troveremo spiegazioni delle cause del male, o della ingiustizia, ma solamente la presenza di quest’uomo nel quale Dio ha “imparato” a sentire con cuore umano, perché noi imparassimo a sentire le sue stesse divine consolazioni. 

Quando anche per la nostra esistenza si realizza la solitudine, l’abbandono o, peggio ancora, il discredito da parte di coloro dai quali maggiormente ci aspetteremmo comprensione, il transito pasquale di Gesù rappresenta la nostra vera via d’uscita, l’unica possibilità di ancorare le nostre strettoie alle sue, per condividere anche la vittoria finale. Le prossime celebrazioni pasquali, la partecipazione sacramentale ai misteri della passione-morte-resurrezione di Cristo saranno una nuova occasione per abbeverarci alla fonte di un’acqua che disseta per l’eternità, simbolicamente rappresentata dal costato di Cristo. Laddove avremo ceduto alla disperazione potremo riportare e ritrovare una luce di nuova e più fondata speranza. 


giovedì 19 marzo 2026

C’è risurrezione e risurrezione

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A – 22 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

 Non tutte le risurrezioni sono uguali. Quella di Lazzaro narrata dal vangelo di Giovanni non lo sarebbe in senso stretto, o in ogni caso non è quella per cui Gesù è venuto tra noi. Lazzaro tornò alla vita normale, alla sua vita terrena. Ma ben diversa fu la risurrezione di Gesù, che dopo la sepoltura si ripresentò ai discepoli e a numerosi testimoni in un corpo trasfigurato, segnato, sì dalle ferite, ma comunque in una materia che non era più soggetta ai limiti spazio-temporali. Questa è la risurrezione che ci interessa veramente! Nascere alla vita eterna.

 Il brano inoltre apre una luce anche sull’oggi della nostra esistenza, non solo sul dopo. Se due domeniche fa l’acqua del pozzo di Samaria era richiamo all’acqua viva della grazia che Gesù può dare, e Domenica scorsa la luce che ha ravvivato gli occhi del cieco nato era richiamo alla luce della conoscenza di Dio in Gesù e tramite Gesù, la vita restituita al defunto Lazzaro ci richiama sì alla vita dopo la morte, ma anche alla vita eterna intesa come vita in pienezza che, appunto, essendo eterna, abbraccia passato, presente, e futuro.
Grazie alla fede in Cristo Gesù il credente ha la possibilità di sperimentare una vita ricca di senso e di interesse nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza feriale.

 Per entrare nella vita eterna non bisogna morire fisicamente, ma occorre morire da subito alle false ispirazioni, a quelle ispirazioni, cioè, che vorrebbero il “tutto e subito”, che vorrebbero collocare al centro il “proprio Io”, e che vorrebbero Dio facesse sempre quello che dico io e come lo dico io. Entrare nell’eternità di Dio significa guardare con gratitudine il passato, perché crediamo come dice Gesù a Marta, che anche la malattia è per la gloria di Dio (cf 11,4); significa guardare con fiducia il presente perché “ora” il Signore mi sta tirando fuori dalla morte del cuore, e infatti Gesù dice che chi crede a colui che lo ha mandato ha la vita eterna, non va incontro al giudizio ma è passato dalla morte alla vita (11,24); e significa guardare con speranza il futuro perché l’ultima parola sulla mia storia e su quella del mondo sarà la sua parola di misericordia. Anche a noi, oggi, Gesù dice: “Vieni fuori!”. Cioè: esci dai tuoi luoghi di morte, esci dal tua nulla, esci dalla tua stanchezza di vivere, e accogli colui che vieni a rialzarti. 

mercoledì 11 marzo 2026

“Chi impara a vedere bene si avvicina all’invisibile” – P. Celan

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno A – 15 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Commento

Mi sembra che la figura migliore la faccia proprio questo mendicante nato cieco, ma con un cuore pulito, puro, uno di quegli uomini di cui Gesù disse nelle Beatitudini “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Infatti, la sua guarigione fisica assume, nel dinamismo dell’episodio, il significato di una guarigione anche spirituale, grazie alla quale riconosce il Figlio dell’uomo, cioè il Signore Dio. Non Aveva alcuna responsabilità su quella infermità, e Gesù dice: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.

 Il punto è che ogni uomo dovrà rinascere da acqua e da spirito, dovrà rinascere dall’Alto, dall’incontro con il Signore, cioè dovrà passare attraverso una seconda creazione, significata da quel gesto di Gesù di spalmare del fango fatto di saliva e terra sugli occhi di quell’uomo. C’è un evidente richiamo all’episodio della Genesi dove Dio plasma l’uomo con polvere del suolo (cf. Gen 2,7). 
La salvezza di quest’uomo si gioca nella sua capacità di stare ai fatti, di leggere la realtà per quello che gli si presenta, senza il pregiudizio dei farisei che erano preoccupati che nessuno riconoscesse Gesù come il Cristo, e quindi si attaccano all’osservanza del sabato, e senza la paura dei genitori che non arrivano a dare un giudizio completo su quella vicenda per paura di essere esclusi dalla sinagoga.

 No, il mendicante nato cieco, in tutta questa vicenda non ha proprio nulla da perdere, la sua vita dipende da chi ha gesti di compassione nei suoi confronti. La sua storia lo ha reso umile, ma allo stesso tempo molto autentico, semplice, pulito. 
Il Signore non gioca certamente a nascondino con noi, ma se non siamo capaci di semplicità, di onestà di fronte alla realtà, o se addirittura ci barrichiamo nei nostri pregiudizi ideologici, resteremo nella condizione di quei farisei di cui Gesù dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».



giovedì 5 marzo 2026

"Mio Dio, mio tutto"

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima, anno A – 8 marzo 2026                                            


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Commento

Questa donna non era certamente apatica, né nei confronti della vita, e nemmeno nei confronti di Dio. Ci fa sorridere o forse ci fa pensare qualcosa di male il fatto che avesse avuto cinque mariti e che la relazione in corso fosse con il marito di un’altra, o comunque non con il proprio. Mi piace sottolineare tuttavia la voglia di rinascere, di riprendersi la propria esistenza. Non lo so, potrei sbagliare, ma una donna normale, al secondo terzo marito, avrebbe detto: “eh no, adesso sto da sola, non me ne va bene una! Meglio sola che male accompagnata!” Certamente nel mondo ebraico di quel tempo molto difficilmente una donna poteva restare sola, ma c’è una sete di compimento nell’esistenza di questa persona.

 Inoltre, questa, appena capisce di trovarsi di fronte ad un profeta, chiede quale sia il luogo per adorare Dio; è interessata a vivere correttamente il suo culto a Dio. Anche questo dettaglio mi sembra interessante: non ha perso la speranza di poter vivere una relazione vera con Dio; ha mantenuto nel suo cuore la sete di assoluto, anzi dichiara a Gesù la sua attesa del Messia, senza sapere di averlo davanti agli occhi.

Se il vangelo di Giovanni ci aveva poco prima presentato Gesù alle nozze di Cana cambiare l’acqua in vino, portando gioia e pienezza nella relazione coniugale uomo-donna, qui, sotto il simbolo dell’acqua, si dichiara in fondo di essere lui stesso il vero sposo della nostra umanità, colui che compie le nostre attese, la nostra sete di verità, di senso, di pienezza.

Il messaggio che ne riceviamo in questa III Domenica di Quaresima è bellissimo. In Gesù, nella sua persona, che in quanto risorta è viva e quindi presente spiritualmente e concretamente, noi troviamo il “Tutto” come diceva San Francesco (Mio Dio mio tutto). Egli si fa mendicante del nostro tempo, della nostra attenzione, soprattutto attraverso i più disperati e sofferenti, ma per darci tanto di più, per darci un’acqua che disseta, da ora e per l’eternità, per il Paradiso.

giovedì 26 febbraio 2026

Bello come il sole

 

 Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima, anno A – 1 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Commento

La II Domenica di Quaresima è sempre la Domenica della trasfigurazione di Gesù. Se la 1° ci presenta Gesù nel deserto in lotta contro le tentazioni del maligno, la 2° ci offre un’anteprima della sua gloria; e non solo della sua gloria, ma anche della nostra, di quella cioè di tutto il genere umano. Dicevamo domenica scorsa, sulla scia di Sant’Agostino, che Gesù prende da noi la nostra debolezza per trasmetterci la sua forza, da noi la nostra mortalità per darci la sua beata eternità. Ecco, dunque la visione in anteprima per i tre apostoli di cosa sarà l’approdo al termine del pellegrinaggio terreno: una festa di luce, in compagnia dei santi, di cui Elia e Mosé sono solo una rappresentanza.

Nel Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, è detto a proposito di fratello Sole che egli  è “bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.” L’evangelista Matteo è l’unico dei tre sinottici (oltre Matteo e Luca) a riferirci il dettaglio che il volto di Gesù brillò come il sole.

 Probabilmente l’evangelista non aveva elemento naturale più sublime per poter rendere l’idea dell’esperienza vissuta dai tre compagni di Gesù. Ma per quanto sublime, essa corrispondeva alla verità della persona di Gesù più di tutte le altre esperienze ordinarie vissute col maestro, almeno fino alla risurrezione. Questo fa bene ricordarlo, e proprio durante il cammino quaresimale: la gloria di Gesù, lo splendore del suo amore, dall’incarnazione in poi, sono depositati nella storia della nostra esistenza, sono uniti ad ognuna delle nostre esperienze, anche quelle di apparente sconfitta, di dolore o di morte. Gesù è la luce del mondo. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta.

giovedì 19 febbraio 2026

Per far emergere ciò che di più vero è nell'uomo

 

 Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima, anno A – 22 febbraio 2026
 

 

Dal Vangelo di Matteo (4,1-11)

 In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

Commento

 Dopo quaranta giorni di digiuno anche noi avremmo avuto molta fame, e anche reclamando da Dio una qualche ricompensa per il notevole sforzo compiuto.
Gesù in questo deserto, una vera e propria quarantena, entra nella nostra fragile umanità, nei nostri meccanismi religiosi troppo semplicistici e umani. Se si dice che è più facile regalare una camicia ad un povero piuttosto che vestire la camicia di un povero, Gesù dopo aver assunto una vera natura umana, si lascia condurre dallo Spirito nel deserto per rivestire fino in fondo tutti gli atteggiamenti più malati della nostra natura, anche – e direi soprattutto – nel vivere la relazione con Dio.

 Gesù ebbe bisogno di quel silenzio, di quella sua quaresima, per trovare presa e contatto con la presenza del Padre, certamente a lui connaturale, ma pur sempre mantenuto distante dall’assunzione di una veste, quella nostra, macchiata da tanto male e da tanta indifferenza. Gesù entra in realtà nel nostro deserto, nelle nostre sconfitte, negli abissi delle nostre chiusure per consegnarci la sua vittoria, perché essa, da dopo la Pasqua diventi anche la nostra.Così noi, a maggior ragione, abbiamo bisogno di questi quaranta giorni quaresimali per assumere la sua vittoria, per far si che di fronte alla tentazione di esigere un Dio che risolva tutto e subito, di un Dio che soddisfi il desiderio di gloria personale e di auto affermazione, emerga piuttosto una vera filialità rispetto a Dio, un atteggiamento di fiducia in Lui, grazie all’ascolto della sua Parola, e allo sforzo di tenere in disparte tutto quello che ce ne allontanerebbe.