domenica 21 giugno 2026

Voi valete più di molti passeri

 

 Commento al Vangelo della XII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 21 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».


Commento

 Una volta ci si affidava solo ai sondaggi di opinione, attualmente hanno molta importanza i “like” che si ricevono; i cosiddetti ‘influencer’ sono tanto più quotati quanti più seguaci o ‘followers” riescono ad avere. La preoccupazione e il centro dell’attenzione è comunque quello che pensano gli altri, il livello di gradimento da parte della gente.

Gesù, in questo capitolo 10 del vangelo di Matteo esorta i suoi apostoli a liberarsi da questo tipo di preoccupazione, perché sa benissimo che se hanno dato dell’indemoniato a lui, avverrà più o meno la stessa cosa anche a loro. 
Fortunatamente ci sono due ulteriori aspetti da considerare. Il primo e più ovvio è che l’ultima parola sulla nostra vita non sarà quella dell’opinione pubblica, ma di colui che ha in mano le sorti della storia e del mondo.

Secondo: il Signore non possiede le nostre vite come un burattinaio che fa muovere in modo meccanico i suoi personaggi. Gesù prende possesso delle nostre vite e dei nostri destini lasciandoci liberi da una parte e, dall’altra, sanando con la sua misericordia le disastrose conseguenze della nostra scelta di staccarci dall’amore di Dio Padre. E sappiamo che questa definitiva sanatoria, che potremmo definire un “condono tombale”, è avvenuta sul Golgota, nella sua crocifissione, passando per il suo sepolcro e la sua resurrezione. 
Anche il Male può avere un certo potere sulle anime e sui corpi, ma se l’uomo rimane fedele all’amore di Cristo, e se ne è testimone – anzitutto con i gesti ed eventualmente anche con le parole – sarà lui pure riconosciuto nel corpo glorioso di Cristo, come figlio del Padre celeste e sarà introdotto nell’eterno Paradiso.

giovedì 11 giugno 2026

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

 

 Commento al Vangelo della XI Domenica del TO, anno A – 14 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (9,36 – 10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».


Commento

 “Partiamo dalle pulizie di casa!”, si potrebbe dire. Gesù non ha sicuramente in mente di escludere nessuno pagano e tanto meno i Samaritani dal suo piano di salvezza, ma anzitutto sente necessario che il popolo eletto, prescelto da Dio per portare la salvezza a tutti gli altri, lui per primo, accolga il messaggio del Regno di Dio, si renda degno di questa gratuita predilezione. Allora per questo egli dice: “Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”. 
Anche i cristiani di oggi, hanno bisogno di riscoprire il dono del Vangelo, di questo annuncio della possibilità di una vita piena e realizzata nella fede e nell’amore di Cristo Signore. Altrimenti anch’essi diventeranno persone “… stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”, e tanto meno saranno capaci di essere segno di speranza per il mondo.

Gesù, vero Dio che assunto la nostra vera natura umana, continua ad essere presente in mezzo a noi fino alla fine dei tempi (cf Mt 28,20) tramite l’umanità dei suoi discepoli. L’elenco dei suoi primi 12 collaboratori dice la concretezza del volto della Chiesa, e così dovrà continuare ad essere fino alla fine dei tempi: finché Gesù non verrà a ricapitolare la storia come giudice di misericordia, ci saranno sempre anime smarrite, stanche e sfinite dalla mancanza di significato della vita, e ci saranno sempre uomini concreti, in carne e ossa, chiamati dal Signore ad essere nella sua Chiesa, nel suo corpo storico, strumento di salvezza per tutti;…ammesso che rispondano alla chiamata.

Ci congediamo, quindi, con l’auspicio che anche oggi trovi accoglienza l’accorato appello di Gesù: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». E soprattutto trovino accoglienza le ultime parole del vangelo di oggi: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!”, per non rimanere ingabbiati nella preoccupazione del “dovere”, dell’obbligo, della sola osservanza esteriore del precetto religioso.

mercoledì 6 maggio 2026

La vera consolazione, Cristo in noi

 

 VI Domenica di Pasqua, anno A – 10 maggio 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Commento

 Il mondo non può ricevere il Paràclito – tradotto in italiano corrente: il Consolatore - cioè lo Spirito di Dio, perché non conosce Cristo, nel senso che lo conosce solo nel suo essere uomo ma non è capace, o meglio, non è disposto a vedere in lui l’opera e la presenza del Padre. Gesù sta continuando in questo capitolo 14 del vangelo di Giovanni il suo lungo discorso incentrato, in questo tratto, sulla relazione che egli ha con Dio Padre. Siamo nel momento culminante dell’esperienza terrena di Gesù, nel corso dell’ultima cena. 

L’atmosfera doveva essere molto carica di emozione, di apprensione, tutti erano probabilmente consapevoli di essere prossimi ad una svolta nella vicenda del loro Maestro, in un senso o in un altro. 
Gesù promette loro un altro consolatore: Lui lo è stato per un breve arco di tempo, i circa tre anni della sua vita pubblica, ma questa consolazione è ben poca cosa rispetto a quella definitiva che egli vuole dare ai suoi discepoli attraverso il dono del suo Spirito d’Amore, quello stesso Spirito che lo lega al Padre.

 Grazie al passaggio pasquale, cioè al passaggio attraverso passione, morte e resurrezione, Gesù porta alla gloria non solo la sua umanità ma quella di tutti gli uomini: riporta tutti gli uomini nella comunione di Dio Padre; lo fa entrando nel nostro cuore, nel profondo della nostra vita. Ecco il grande guadagno che rende la nostra situazione preferibile a quella di chi lo vide solo con gli occhi del corpo. Lo Spirito della verità, dice Gesù, “rimane presso di voi e sarà in voi”. Nella vicinanza fisica di Gesù la consolazione di Dio era “presso”, vicino ai discepoli; dalla Pentecoste in poi la consolazione di Dio è “dentro” la vita di chi crede in lui.

Lo Spirito di Gesù è in noi, è al centro della nostra esistenza personale. Gesù è presente nel più intimo della nostra persona; San Paolo aggiungerebbe che egli continua a gridare in noi: “Abbà, Padre”. Questa è la più grande consolazione che il Signore poteva darci: decidere di venire ad abitare nel centro della nostra esistenza, quello che con linguaggio biblico si può chiamare il “cuore”.

giovedì 30 aprile 2026

E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui…

 

 Commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, anno A – 3 maggio 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Commento

Scrive San Francesco al capitolo XXII della sua Regola non bollata: “E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo“ (FF 60). I fratelli del Santo di Assisi, e tutti noi potenziali ammiratori della sua santità possiamo obbedire a questo invito perché Gesù per primo si è fatto dimora per noi, luogo di incontro con l’Altissimo padre del Cielo. Allora, quando Gesù parla della “casa del padre mio” nella quale vi sono molte dimore, sta parlando della sua vita, del suo cuore, del suo abbraccio nel quale c’è spazio per ciascuno di noi, e attraverso il quale ci conduce a sperimentare la paterna misericordia di Dio.

In questi versetti Gesù svela l’itinerario del cammino pasquale che si prepara a compiere. Ci troviamo al capitolo 14, nel corso dell’ultima cena. Gesù è consapevole che dovrà preparare questa dimora di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio, riportando la natura umana alla perfetta obbedienza al volere di Dio. In lui e per lui questo sarà possibile. Grazie alla sua passione-morte-resurrezione, la natura umana torna ad essere un luogo abitabile, un luogo in cui è possibile vivere e incontrare il mistero di Dio, cioè la presenza di Dio tramite e a partire dall’incontro con i fratelli, nello Spirito del Cristo. 
Gesù dice che deve ‘andare’ a preparare il posto per noi: questo posto è il suo corpo: non era sufficiente la sua presenza fisica tra gli uomini, ma era necessario, e fu di fatto per noi causa di salvezza,  che il suo corpo, attraverso l’itinerario pasquale diventasse un corpo risorto, glorioso, un corpo mistico ( o spirituale ) nel quale tutti gli uomini potranno dimorare fin dal giorno del loro battesimo, ingresso pieno nella Chiesa-corpo spirituale di Cristo.

Certamente lui è il primo uomo a risorgere dalla morte, ma lui non ha vissuto questa esperienza per se stesso, ma per trascinare tutti noi fuori dalla condizione mortale, verso la vita senza fine che è in Dio Padre. In lui e grazie a lui, già fin d’ora, scrive san Paolo, possiamo gridare “Abbà Padre!”, anche se solo alla fine dei tempi potremo godere della perfetta visione di Dio, così come egli è (cf. 1 Gv 3,1ss).

mercoledì 22 aprile 2026

Gli ingombri che non ci fanno passare per la porta giusta

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A – 26 aprile 2026


 

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Commento

 Gesù si autodefinisce la porta delle pecore. Le pecore dovremmo essere noi, e lui, la sua persona, ma potremmo dire il suo modo di vivere la natura umana è il modello esemplare di come relazionarsi all’altro: il dono di sé. Gesù dirà in un altro passaggio: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) Nessun altro uomo nella storia dell’universo potrà farlo meglio di come lo ha fatto lui. Questi è venuto per darci la vita, perché tutti noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Potremmo aggiungere senza alcuna forzatura alle parole di Gesù, perché abbiamo la vita in eterno. Gesù, dunque è la porta di servizio, e la la porta di servizio non è la porta principale di una casa; negli appartamenti di un certo livello è la porta dove entrano quelli di casa, le persone intime, quelle di cui riconosciamo la voce, il rumore dei passi. Nei luoghi pubblici, ad esempio un ristorante o un albergo è la porta dove entra il personale, appunto, di servizio.

 Ma noi sappiamo che Gesù realizza tutto questo tramite l’offerta della propria esistenza, tramite il suo portare a termine la sua missione di annuncio della misericordia del Padre, fino ad accettare il disprezzo, a anche il supplizio della croce. 
Da qui possiamo comprendere che chi non viene con gratuità incontro all’uomo non viene certamente in nome di Gesù, e viceversa: chi non va incontro all’altro, al suo prossimo nel nome di Gesù, quantomeno con gli stessi suoi atteggiamenti, sicuramente viene per sfruttare, per rubare e per ottenere vantaggi personali.

Questo vangelo ci aiuta a togliere la maschera a tanta apparenza di ‘filantropia’, di ‘aiuto umanitario’, che spesso nascondono tentativi di ritorni in termini di immagine, di fama pubblica, o di popolarità. Invece il nostro cuore, la nostra anima, creata da Dio, saprà sempre riconoscere la voce di chi viene da Dio, di colui che venendo con lo stesso stile di servizio del suo figlio Gesù, sarà capace di saziare la nostra fame di verità e di eternità.

giovedì 16 aprile 2026

L’anticamera della salvezza

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, anno A – 19 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Commento

Due cose hanno salvato questi due discepoli di Emmaus dalla disperazione totale. La prima è stata di lamentarsi insieme. La loro tristezza non aveva fondamento: lo diciamo noi a distanza di due millenni con quella fede – più o meno salda – nella effettiva e concreta risurrezione di Cristo. Ma Cleopa e l’altro anonimo compagno (che potremmo essere ciascuno di noi) scelsero di andarsene insieme, di sfogare insieme tutta la loro delusione, rabbia, amarezza, e chissà quanti altri sentimenti. Dicevo: questa fu la loro scialuppa di pre-salvataggio. Quando anche noi siamo capaci di non rinchiuderci in noi stessi in pensieri di auto-commiserazione o di accusa al mondo intero – visto che normalmente delle nostre sofferenze riteniamo sempre colpevoli gli altri – una luce passa sempre. Nella relazione con l’altro c’è sempre un affacciarsi della presenza di Cristo risorto.

Ma ci fu una seconda cosa che determinò l’inversione di rotta di quella giornata che era iniziata molto male. Il vangelo racconta che alla domanda provocatoria di Gesù sul contenuto dei loro discorsi, i due “si fermarono”. La capacità di fermarsi. Un altro atteggiamento che potrebbe far svoltare tante situazioni apparentemente irrisolvibili. Clèopa e il suo amico si fermarono. Sostarono su quella domanda di Gesù. Significa un’apertura, una seppur labile disponibilità all’ascolto, ad accogliere un pensiero estraneo. E così di fatto avvenne: Gesù in quel piccolo varco di accoglienza poté entrare con la sua tenerezza, la sua docilità, nel sepolcro di tristezza e delusione di quei due discepoli. C’è tanto da imparare da questo episodio: la maggior parte di voi sta ascoltando probabilmente questo vangelo in un luogo pubblico. Provate a pensare quanto ci farebbe bene, se non fisicamente, fermare un attimo almeno i nostri pensieri, sostare sulle parole di Gesù, e poi tornati a casa, lasciare che nelle scritture Gesù continui a parlarci di tutto ciò che lo riguarda: potrebbe essere anche per noi un cambio di direzione epocale. Buona fermata!   

giovedì 9 aprile 2026

Attraversando le chiusure del nostro cuore


 Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua – 12 aprile 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Commento

In questi giorni di Pasqua la mia attenzione è attratta dall’antica icona dell’Anastasis, conosciuta anche come icona della “discesa agli inferi” di Cristo. Anastasis è parola greca che significa “risurrezione”. Nelle varie versioni di essa l’immagine centrale è il Cristo risorto che afferra per le braccia un uomo e una donna sollevandoli da una fossa. Ovviamente questa coppia è Adamo ed Eva, i nostri progenitori. Il senso è che tutto quello che Gesù ha fatto, detto e compiuto è finalizzato a restituire a noi uomini la vita perduta, la vita vera, quella che dura, non tanto e non solo la vita biologica. Questo cuore della missione di Cristo è stato ovviamente colto dagli apostoli e quindi dagli evangelisti che tra tutte le cose che avrebbero potuto raccontare, hanno selezionato ciò che maggiormente poteva servirci per credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo” abbiamo la vita nel suo nome.

Infatti notiamo l’attenzione con cui tutti e quattro gli evangelisti – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – riportano le circostanze della passione, morte e risurrezione di Gesù, perché in effetti questo è il cuore della nostra salvezza. Da sola l’incarnazione non sarebbe bastata (affermazione ardita ma vera); occorreva proprio che questo Dio ci amasse fino alla fine, e fino al fine, la nostra liberazione. L’annuncio di pace portato da Gesù risorto nel cenacolo non è un semplice augurio, è una comunicazione, una messa a conoscenza di un fatto ormai avvenuto. 

Emblematico che Gesù, essendo in un corpo glorificato, possa entrare anche a porte chiuse, come l’evangelista San Giovanni fa notare. Ma il fatto ha anche un valore simbolico: Cristo entra anche dove c’è la porta chiusa dal nostro male, dalla nostra fragilità, dal nostro passato. Il suo messaggio di pace entra nelle ristrettezze delle nostre piccole – grandi guerre in cui ci perdiamo e ci roviniamo. L’unica porta che non attraversa e che tantomeno non sfonda, è quella della nostra libertà. Chiede solo la fede, la fiducia in lui. Anche la fede di Tommaso è contemplabile, perché egli si interroga, vuole andare a fondo, non si ferma al sensazionale, ma chiede – per quanto possibile – una conferma, prima di poter investire tutta la sua vita nel nome di Gesù, come poi di fatto farà. Imitiamo l’ardire di questo apostolo. Lasciamoci toccare dall’annuncio di pace di Cristo salvatore, e chiediamo certamente a Cristo Signore di confermare la nostra fede, di rafforzarla, di accrescerla. Egli non mancherà di attraversare le nostre chiusure mentali o morali per incontrarci “cuore a cuore”. Ma, è la domanda di quest’oggi, gli sapremo aprire la porta della nostra libertà?