Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Or., anno A – 18 ott 2026
Dal Vangelo di Matteo ( 22,15-22 )
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Commento
A seguito della domanda di Gesù: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”, quei discepoli dei farisei e quei partigiani del re Erode risposero correttamente, cioè che in quella moneta c’era l’immagine e l’iscrizione di Cesare; di qui l’esortazione di Gesù a rendere a Cesare ciò che era suo ma a fare altrettanto con Dio.
Così facendo Gesù risponde a una domanda che ancora i suoi interlocutori non si erano posta e che potrebbe suonare così: Se la moneta del tributo che portava l’immagine di Cesare significa un doveroso rispetto della sua autorità, cosa può significare che ogni uomo, Cesare compreso, porta in se stesso, l’immagine di Dio creatore? Cosa se ne potrà dedurre?
A Cesare era giusto riconoscere un tributo, perché in un modo o in un altro organizzava la convivenza civile di quella comunità umana; ma per la stessa ragione non sarà tenuto l’uomo che porta in sé l’immagine di Dio creatore, a riconoscere un tributo, in questo caso non in denaro di cui non ha bisogno, ma di lode e di riconoscenza?
Certo, neanche di queste Dio ha bisogno, ma in una preghiera eucaristica la liturgia fa dire al sacerdote che “i nostri inni di benedizione non aumentano la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”. Cesare, e ogni autorità umana vanno rispettate per quello che sono, ma la paternità di Dio ritrovata grazie alla salvezza dello stesso Figlio Gesù, deve essere onorata e custodita non come fosse un debito da pagare, ma come il risultato di una gratitudine talmente eccedente che per se stessa dovrà esprimersi nella lode, nella benedizione a Dio, da una parte, e nella premurosa cura dei fratelli dall’altra, ricordando bene ciò che dice San Paolo ai Galati: “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso.” (Gal 5,14).
L’amore quando è tale, cioè gratuito, si ripaga solo con altrettanto amore e gratuità, e quando è necessario, dato che l’amore è Dio stesso, ci può anche chiedere di oltrepassare le leggi uno stato, o addirittura di opporsi ad esse.
La risposta di Gesù è molto innocua, all’apparenza, ma è veramente rivoluzionaria: in qualsiasi ambito di vita civile, il comandamento della carità deve essere messo al di sopra di tutto, e di tutti, anche dell’uomo più potente della terra, o che – peggio – pretenda di esserlo.