giovedì 19 marzo 2026

C’è risurrezione e risurrezione

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A – 22 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

 Non tutte le risurrezioni sono uguali. Quella di Lazzaro narrata dal vangelo di Giovanni non lo sarebbe in senso stretto, o in ogni caso non è quella per cui Gesù è venuto tra noi. Lazzaro tornò alla vita normale, alla sua vita terrena. Ma ben diversa fu la risurrezione di Gesù, che dopo la sepoltura si ripresentò ai discepoli e a numerosi testimoni in un corpo trasfigurato, segnato, sì dalle ferite, ma comunque in una materia che non era più soggetta ai limiti spazio-temporali. Questa è la risurrezione che ci interessa veramente! Nascere alla vita eterna.

 Il brano inoltre apre una luce anche sull’oggi della nostra esistenza, non solo sul dopo. Se due domeniche fa l’acqua del pozzo di Samaria era richiamo all’acqua viva della grazia che Gesù può dare, e Domenica scorsa la luce che ha ravvivato gli occhi del cieco nato era richiamo alla luce della conoscenza di Dio in Gesù e tramite Gesù, la vita restituita al defunto Lazzaro ci richiama sì alla vita dopo la morte, ma anche alla vita eterna intesa come vita in pienezza che, appunto, essendo eterna, abbraccia passato, presente, e futuro.
Grazie alla fede in Cristo Gesù il credente ha la possibilità di sperimentare una vita ricca di senso e di interesse nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza feriale.

 Per entrare nella vita eterna non bisogna morire fisicamente, ma occorre morire da subito alle false ispirazioni, a quelle ispirazioni, cioè, che vorrebbero il “tutto e subito”, che vorrebbero collocare al centro il “proprio Io”, e che vorrebbero Dio facesse sempre quello che dico io e come lo dico io. Entrare nell’eternità di Dio significa guardare con gratitudine il passato, perché crediamo come dice Gesù a Marta, che anche la malattia è per la gloria di Dio (cf 11,4); significa guardare con fiducia il presente perché “ora” il Signore mi sta tirando fuori dalla morte del cuore, e infatti Gesù dice che chi crede a colui che lo ha mandato ha la vita eterna, non va incontro al giudizio ma è passato dalla morte alla vita (11,24); e significa guardare con speranza il futuro perché l’ultima parola sulla mia storia e su quella del mondo sarà la sua parola di misericordia. Anche a noi, oggi, Gesù dice: “Vieni fuori!”. Cioè: esci dai tuoi luoghi di morte, esci dal tua nulla, esci dalla tua stanchezza di vivere, e accogli colui che vieni a rialzarti. 

mercoledì 11 marzo 2026

“Chi impara a vedere bene si avvicina all’invisibile” – P. Celan

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno A – 15 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Commento

Mi sembra che la figura migliore la faccia proprio questo mendicante nato cieco, ma con un cuore pulito, puro, uno di quegli uomini di cui Gesù disse nelle Beatitudini “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Infatti, la sua guarigione fisica assume, nel dinamismo dell’episodio, il significato di una guarigione anche spirituale, grazie alla quale riconosce il Figlio dell’uomo, cioè il Signore Dio. Non Aveva alcuna responsabilità su quella infermità, e Gesù dice: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.

 Il punto è che ogni uomo dovrà rinascere da acqua e da spirito, dovrà rinascere dall’Alto, dall’incontro con il Signore, cioè dovrà passare attraverso una seconda creazione, significata da quel gesto di Gesù di spalmare del fango fatto di saliva e terra sugli occhi di quell’uomo. C’è un evidente richiamo all’episodio della Genesi dove Dio plasma l’uomo con polvere del suolo (cf. Gen 2,7). 
La salvezza di quest’uomo si gioca nella sua capacità di stare ai fatti, di leggere la realtà per quello che gli si presenta, senza il pregiudizio dei farisei che erano preoccupati che nessuno riconoscesse Gesù come il Cristo, e quindi si attaccano all’osservanza del sabato, e senza la paura dei genitori che non arrivano a dare un giudizio completo su quella vicenda per paura di essere esclusi dalla sinagoga.

 No, il mendicante nato cieco, in tutta questa vicenda non ha proprio nulla da perdere, la sua vita dipende da chi ha gesti di compassione nei suoi confronti. La sua storia lo ha reso umile, ma allo stesso tempo molto autentico, semplice, pulito. 
Il Signore non gioca certamente a nascondino con noi, ma se non siamo capaci di semplicità, di onestà di fronte alla realtà, o se addirittura ci barrichiamo nei nostri pregiudizi ideologici, resteremo nella condizione di quei farisei di cui Gesù dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».



giovedì 5 marzo 2026

"Mio Dio, mio tutto"

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima, anno A – 8 marzo 2026                                            


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Commento

Questa donna non era certamente apatica, né nei confronti della vita, e nemmeno nei confronti di Dio. Ci fa sorridere o forse ci fa pensare qualcosa di male il fatto che avesse avuto cinque mariti e che la relazione in corso fosse con il marito di un’altra, o comunque non con il proprio. Mi piace sottolineare tuttavia la voglia di rinascere, di riprendersi la propria esistenza. Non lo so, potrei sbagliare, ma una donna normale, al secondo terzo marito, avrebbe detto: “eh no, adesso sto da sola, non me ne va bene una! Meglio sola che male accompagnata!” Certamente nel mondo ebraico di quel tempo molto difficilmente una donna poteva restare sola, ma c’è una sete di compimento nell’esistenza di questa persona.

 Inoltre, questa, appena capisce di trovarsi di fronte ad un profeta, chiede quale sia il luogo per adorare Dio; è interessata a vivere correttamente il suo culto a Dio. Anche questo dettaglio mi sembra interessante: non ha perso la speranza di poter vivere una relazione vera con Dio; ha mantenuto nel suo cuore la sete di assoluto, anzi dichiara a Gesù la sua attesa del Messia, senza sapere di averlo davanti agli occhi.

Se il vangelo di Giovanni ci aveva poco prima presentato Gesù alle nozze di Cana cambiare l’acqua in vino, portando gioia e pienezza nella relazione coniugale uomo-donna, qui, sotto il simbolo dell’acqua, si dichiara in fondo di essere lui stesso il vero sposo della nostra umanità, colui che compie le nostre attese, la nostra sete di verità, di senso, di pienezza.

Il messaggio che ne riceviamo in questa III Domenica di Quaresima è bellissimo. In Gesù, nella sua persona, che in quanto risorta è viva e quindi presente spiritualmente e concretamente, noi troviamo il “Tutto” come diceva San Francesco (Mio Dio mio tutto). Egli si fa mendicante del nostro tempo, della nostra attenzione, soprattutto attraverso i più disperati e sofferenti, ma per darci tanto di più, per darci un’acqua che disseta, da ora e per l’eternità, per il Paradiso.

giovedì 26 febbraio 2026

Bello come il sole

 

 Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima, anno A – 1 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Commento

La II Domenica di Quaresima è sempre la Domenica della trasfigurazione di Gesù. Se la 1° ci presenta Gesù nel deserto in lotta contro le tentazioni del maligno, la 2° ci offre un’anteprima della sua gloria; e non solo della sua gloria, ma anche della nostra, di quella cioè di tutto il genere umano. Dicevamo domenica scorsa, sulla scia di Sant’Agostino, che Gesù prende da noi la nostra debolezza per trasmetterci la sua forza, da noi la nostra mortalità per darci la sua beata eternità. Ecco, dunque la visione in anteprima per i tre apostoli di cosa sarà l’approdo al termine del pellegrinaggio terreno: una festa di luce, in compagnia dei santi, di cui Elia e Mosé sono solo una rappresentanza.

Nel Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, è detto a proposito di fratello Sole che egli  è “bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.” L’evangelista Matteo è l’unico dei tre sinottici (oltre Matteo e Luca) a riferirci il dettaglio che il volto di Gesù brillò come il sole.

 Probabilmente l’evangelista non aveva elemento naturale più sublime per poter rendere l’idea dell’esperienza vissuta dai tre compagni di Gesù. Ma per quanto sublime, essa corrispondeva alla verità della persona di Gesù più di tutte le altre esperienze ordinarie vissute col maestro, almeno fino alla risurrezione. Questo fa bene ricordarlo, e proprio durante il cammino quaresimale: la gloria di Gesù, lo splendore del suo amore, dall’incarnazione in poi, sono depositati nella storia della nostra esistenza, sono uniti ad ognuna delle nostre esperienze, anche quelle di apparente sconfitta, di dolore o di morte. Gesù è la luce del mondo. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta.

giovedì 19 febbraio 2026

Per far emergere ciò che di più vero è nell'uomo

 

 Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima, anno A – 22 febbraio 2026
 

 

Dal Vangelo di Matteo (4,1-11)

 In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

Commento

 Dopo quaranta giorni di digiuno anche noi avremmo avuto molta fame, e anche reclamando da Dio una qualche ricompensa per il notevole sforzo compiuto.
Gesù in questo deserto, una vera e propria quarantena, entra nella nostra fragile umanità, nei nostri meccanismi religiosi troppo semplicistici e umani. Se si dice che è più facile regalare una camicia ad un povero piuttosto che vestire la camicia di un povero, Gesù dopo aver assunto una vera natura umana, si lascia condurre dallo Spirito nel deserto per rivestire fino in fondo tutti gli atteggiamenti più malati della nostra natura, anche – e direi soprattutto – nel vivere la relazione con Dio.

 Gesù ebbe bisogno di quel silenzio, di quella sua quaresima, per trovare presa e contatto con la presenza del Padre, certamente a lui connaturale, ma pur sempre mantenuto distante dall’assunzione di una veste, quella nostra, macchiata da tanto male e da tanta indifferenza. Gesù entra in realtà nel nostro deserto, nelle nostre sconfitte, negli abissi delle nostre chiusure per consegnarci la sua vittoria, perché essa, da dopo la Pasqua diventi anche la nostra.Così noi, a maggior ragione, abbiamo bisogno di questi quaranta giorni quaresimali per assumere la sua vittoria, per far si che di fronte alla tentazione di esigere un Dio che risolva tutto e subito, di un Dio che soddisfi il desiderio di gloria personale e di auto affermazione, emerga piuttosto una vera filialità rispetto a Dio, un atteggiamento di fiducia in Lui, grazie all’ascolto della sua Parola, e allo sforzo di tenere in disparte tutto quello che ce ne allontanerebbe.

giovedì 12 febbraio 2026

Ama e fa' ciò che vuoi

 

Commento al Vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario/A – 15 febbraio 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».


Commento

 Il migliore commento e spiegazione della Bibbia è la Bibbia. Questo principio appare validissimo anche per il testo di oggi. Cosa vuol dire questa parola di Gesù, così intransigente e severa? “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”? Lo possiamo capire andando al capitolo 7 del vangelo di Marco (e non solo qui), in cui Gesù rimprovera gli scribi e farisei di far passare come legge divina i loro precetti umani, e le loro tradizioni. Ecco perché, nonostante lo scandalo di tali difensori delle antiche tradizioni, i discepoli di Gesù prendevano cibo senza aver fatto i prescritti riti di purificazione. Si fa fatica a pensare che si fossero dimenticati di lavarsi le mani, ma il problema era la non corretta osservanza di quei riti di abluzione (letteralmente: purificazione) che andavano fatti in un certo modo. In quel contesto Gesù scomodò un ammonimento del grande Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, (attenzione qui!) insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Is 29,13). E poi Gesù aggiunse: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini” (Mc 7,8).

La libertà di Gesù rispetto alle indicazioni di scribi e farisei non è quindi trasgressione della legge di Dio, ma capacità di discernimento tra ciò che è solo tradizione umana e ciò che è esigenza della suprema legge della carità. Esattamente questa Gesù è venuto a riportare al centro dell’attenzione dell’uomo, perché Dio è amore, comunione, carità; ma per far ciò occorre da una parte, come già detto, far decadere quel che viene solo dall’uomo, e dall’altra andare al cuore della legge di Dio (trasmessa a Mosé) e non fermarsi ad una osservanza esteriore. Potremmo anzi dire che questa seconda cosa ci permetterà di realizzare la prima; vale a dire: se sapremo cogliere l’essenza del comandamento dell’amore sapremo sfrondare e liberare la nostra vita da tanti apparati di pura esteriorità e ritualità, inutili e fuorvianti.

 Non basta “non uccidere” occorre essere capaci di essere a servizio, di far fiorire la vita dei fratelli/sorelle che il Signore mi ha donato. Non basta non tradire con il corpo, ma occorre che il cuore rimanga sempre orientato a Dio e a chi, in suo nome, ho deciso di legare la mia vita.

 Quando si fosse capito cosa è la liturgia e la Santa Eucaristia, è possibile che i cristiani si dividano sulla modalità celebrative e sulla lingua da adottare? Quando si fosse capito il mistero della divina maternità di Maria, è possibile che diventi così fondamentale affermare l’autenticità di certe apparizioni mariane, o presunte tali? Quando si fosse capito l’importanza della persona di Gesù, è possibile trascurare la meditazione attenta del suo vangelo, magari a favore di devozioni pur importanti ma non ugualmente essenziali? Se ci fosse chiaro cosa significa per Gesù la parola “amore”, e come lui l’ha incarnata fino al dono totale di sé, potremmo tranquillamente dire come Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”.


lunedì 2 febbraio 2026

Chi impara a vedere bene si avvicina all’invisibile

 

Commento al Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 8 febbraio 2026

  
+ Dal Vangelo secondo Matteo (5,13-16)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

 Mi sembra che questa sia la sola volta che Gesù dice ai suoi discepoli e alle folle che lo avevano seguito, “Voi siete la luce…” Più frequentemente essere luce viene riferito da Gesù alla sua stessa persona.  Pensiamo al Vangelo di Giovanni. Nel Prologo si dice di lui che “veniva nel mondo la luce vera” (1,9), oppure: Al capitolo 8 viene riportata la sua lapidaria affermazione: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12) oppure, sempre nel Vangelo di Giovanni, dopo la guarigione del cieco nato, egli ribadisce: “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,5). Queste cose possono stare, quindi, insieme? Certo; questa compatibilità è spiegata molto bene da un famoso documento del Concilio Vaticano II, che si chiama – guarda caso – “Luce delle genti” (nell’originale latino: Lumen Gentium).
Al suo inizio, proprio nelle primissime parole di apertura, i padri conciliari affermano: “La luce delle genti è Cristo; e questo santo sinodo, riunito nello Spirito Santo, desidera ardentemente illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul volto della Chiesa.” (LG 1).

Bene: abbiamo così capito, penso, che l’affermazione di Gesù è temeraria, ma non arbitraria: in qualche modo quelle folle erano già il primo seme di una nascente Chiesa, che diventa luce per il solo merito di riflettere una luce che, attenzione, non è sua, non gli appartiene in proprio, ma la può solo accogliere e manifestare. Proprio così: quegli uomini, affamati di giustizia, di misericordia, più in generale di senso della vita, erano irradiati dalla luce del mondo, che è Gesù, per il solo fatto di essere lì in ascolto di lui.

 Cosa dovremmo fare, allora? Anzitutto, cosa non dovremmo fare! Non distogliere lo sguardo del cuore da Colui che ci parla in mille modi: nel creato, nel fratello e nella sorella che ci passa più vicino, cioè il ‘prossimo’, nelle parole sante del Vangelo e della Scrittura, nel fondo della coscienza. Dovremmo evitare di mettere le toppe agli occhi del cuore, e semplicemente guardare con onestà e calma quello che ci accade ogni giorno. Il poeta Paul Celan diceva: “Chi impara a vedere bene, si avvicina all’invisibile”.