venerdì 30 ottobre 2026

Il cristiano non è un’ottimista

 

Commento al Vangelo del 1 novembre 2026, Tutti i santi, XXXI Dom TO

                        

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Commento

Il cristiano non è un’ottimista. Le beatitudini che abbiamo appena ascoltato ci parlano di felicità, di beatitudine, di un regno dei cieli, e quindi di una vittoria definitiva di Dio su tutti i regni e poteri umani, ma tutto questo nasce e germoglia in questa nostra realtà segnata da tanti mali, o comunque da tante fragilità. 

Gesù sta trasmettendo ai discepoli molto di più di un antidoto alla povertà, alla prevaricazione, alle offese, alla violenza, che comunque dureranno finché durerà questo mondo di quaggiù: egli sta predicando la possibilità, a causa del suo nome, cioè grazie alla sua presenza, di vivere in esse una forza di attrazione più grande e definitiva, quella del suo amore, rivelazione e manifestazione dell’amore del Padre.

Come Gesù attraverserà la passione e la morte per giungere alla gloria della resurrezione, nello stesso modo, e - ripetiamo – grazie alla fede in Lui che lo rende presente e operante in mezzo a noi, anche i suoi discepoli potranno attraversare tutti i generi di tribolazione per giungere alla gloria del paradiso. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo” – esclama San Giovanni – “la nostra fede”. (1 Gv 5,4). 

L’ottimismo umano, quello che porta a pensare che andrà tutto bene, è troppo poco. Perché non tiene conto della tragicità del male. E anche perché spesso… non ci prende. Nel febbraio del 2020, all’insorgere della pandemia del Covid molti sventolarono lenzuola dai balconi, o ripetevano sui social lo slogan: “Andrà tutto bene!”. Purtroppo non sono stati buoni profeti. A distanza di qualche anno possiamo riconoscere che non è andato tutto bene. Basterebbe andare a chiederlo alla gente di Codogno o di Bergamo e mettersi in ascolto del loro dolore di vedere morire amici, genitori, spesso senza nemmeno poter celebrare esequie, o poter esser loro vicini nel momento del trapasso. Sofferenze con cui si impara a convivere ma che non si cancellano. 

La speranza cristiana, la speranza dei santi, di tutti i santi, anche quelli non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa – che sono la maggior parte – e di cui celebriamo oggi la solenne memoria, è aggrappata alla croce di Cristo, alla sua umanità, e per mezzo degli atteggiamenti del suo cuore, che ci vengono infusi nei Sacramenti della Chiesa, impariamo a vivere fin d’ora nella visione del completamento finale, di cui ora, però, abbiamo solo una caparra. Come in un cammino che giungerà prima o poi a destinazione.