venerdì 8 aprile 2016

15 aprile Festa di San Damiano di Molokai, esempio di vero missionario.


San Damiano di Molokai 

Damiano de Veuster (Tremelo, 3 gennaio 1840 – Molokai, 15 aprile 1889) fu un missionario fiammingo appartenente alla Congregazione dei Sacri Cuori (Picpus), conosciuto anche come Padre Damien. Missionario nell’isola di Molokai, nelle Hawaii, si dedicò particolarmente alla cura dei malati di lebbra: nel 1995 è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Benedetto XVI l’11 ottobre 2009..

Biografia 

Figlio di contadini fiamminghi, dopo la scuola primaria nel suo paese, Damiano fu inviato a Braine-le-Comte per imparare la lingua francese. Seguendo le orme di uno dei suoi fratelli, entrò nel noviziato della Congregazione dei Sacri Cuori a Lovanio assumendo il nome di Damiano: dopo gli studi teologici e filosofici a Parigi, emise i voti perpetui il 7 ottobre 1860: suo fratello non poté realizzare il sogno di viaggiare attivamente come missionario all’estero e Damiano fece suo il sogno di suo fratello. 


Missionario alle Hawaii 

Il 19 marzo 1864, padre Damiano sbarcò nel porto di Honolulu, dove rimase a svolgere la sua missione: fu ordinato sacerdote il 24 maggio 1864 presso la Cattedrale di Nostra Signora della Pace (Honolulu), una chiesa fondata dal suo ordine religioso. 
Prestò servizio pastorale presso diverse parrocchie sull’isola di Oahu proprio nel periodo in cui il regno delle Hawaii stava affrontando un periodo particolarmente difficile dal punto di vista sanitario: i commercianti stranieri ed i marinai avevano introdotto nell’arcipelago numerose nuove malattie che la popolazione locale non era in grado di affrontare. Migliaia di persone morirono a causa di mali come l’influenza e la sifilide, ma anche a causa di una grave epidemia di lebbra. Re Kamehameha IV relegò i lebbrosi del regno in alcune colonie situate nel nord dell’isola di Molokai. 
Padre Damiano nel 1865 fu assegnato alla Missione cattolica del nord Kohala, ma chiese al vicario apostolico, monsignor Luigi Maigret, il permesso per andare a Molokai. 

Nel 1870 padre Damiano assunse il suo ruolo di prete e medico dei lebbrosi nelle colonie: il 10 maggio 1873 arrivò presso la colonia di Kalaupapa. 
Il primo impatto con la realtà di Molokai fu terrificante: non esisteva nessuna legge, donne e bambini erano costretti alla prostituzione, i malati venivano abbandonati senza cure in una specie di ospedale dove i medici erano lebbrosi a loro volta, i morti erano lasciati insepolti. 
Il vescovo Maigret presentò Damiano ai coloni come un padre, e aggiunse, che li avrebbe amati a tal punto che non avrebbe esitato a divenire uno di loro: «vivere e morire con loro». I lebbrosi che vivevano nella colonia di Kalaupapa erano oltre 600. La prima cosa che fece Damiano fu di costruire una chiesa e di stabilire la parrocchia di Santa Filomena. Passava per i villaggi battezzando e promuovendo il culto al SS.mo Sacramento, del quale diceva: «Senza la presenza costante del nostro Divino Maestro nella mia povera cappella, io non avrei mai potuto perseverare, condividendo la mia sorte con quella dei lebbrosi di Molokai». 

Non fu solo un sacerdote; svolse bene anche il ruolo di dottore: curò ulcere, costruì case e letti, costruì bare e scavò tombe. Quella di Kalaupapa è stata definita una «colonia di morte», dove molte persone furono costrette a lottare per sopravvivere, dimenticate dal governo: l’arrivo di Damiano fu considerato una svolta per la comunità. 
Sotto la sua direzione, la comunità si dotò di leggi che regolassero la vita comune, costruì capanne e case decorose anche esteticamente, eresse scuole e creò fattorie, costruì cappelle, un orfanotrofio, refettori e dormitori..

Morte

Nel dicembre del 1884 Damiano, mettendo a bagno i suoi piedi nell’acqua calda, non poté sentirne il calore: si accorse così di aver contratto la lebbra. Nonostante la scoperta continuò a lavorare attivamente per portare a fine i suoi progetti fino alla morte: fu raggiunto comunque da quattro collaboratori: il sacerdote Luigi Lambert Conrardy, madre Marianna Cope, superiora delle suore francescane di Syracuse, Giuseppe Dutton, soldato americano in congedo, ritiratosi a causa di un matrimonio fallito per alcolismo e James Sinnett, infermiera di Chicago. 
Padre Damiano morì di lebbra nel 1889, all’età di 48 anni: fu prima seppellito a Molokai. Nel 1936 il suo corpo fu trasferito a Lovanio (Belgio) vicino al villaggio in cui nacque

giovedì 7 aprile 2016

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua; 10 aprile 2016




Ma la rete non si spezzò



TESTO  ( Gv 21,1-19 )

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.

Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». 
La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.

Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di cento cinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

COMMENTO

La notte era normalmente nel lago di Galilea  il momento più propizio per riuscire a pescare, “ ma quella notte non presero nulla” racconta l’evangelista. Dice il testo di un canto assai noto: “ e mentre il cielo s’imbianca già, tu guardi le tue reti vuote”. 

Proprio all’alba di un nuovo giorno, tuttavia Gesù indica dove gettare la rete, perché i sette facciano esperienza dell’autorevolezza di quella parola e capiscano che quella parola dice e realizza. I sette discepoli fanno il pieno: 153 grossi pesci. Sant’Agostino sostiene che al tempo di Gesù era il numero delle specie di pesci conosciute cosicché il numero richiama alla universalità della futura missione degli apostoli. 

La cosa più evidente è che l’evangelista vuole sottolineare la verità storica dell’episodio spingendosi a specificare anche il numero dei pesci;  inoltre se può sembrare strano la scelta della parte destra da parte di Gesù, dall’altra essa richiama la “destra dell’Altissimo” dove Gesù siede nella sua Gloria (“Oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra” – sal 110 - ). 

Allora gettare le reti a destra non ha alcuna simbologia politica, evidentemente, ma significa gettare le reti nel nome del Signore Gesù, obbedendo alla sua parola e scegliendo di immergersi nella sua persona, lui che siede alla destra del Padre. E la rete non si spezzò, perché il nome, la persona che ha chiamato a gettarla è forte, autorevole, più resistente della forza delle acque e dei pesci. Nulla sarà più impossibile a quella parola nella fede di chi saprà accoglierla. 

Il successo della missione dei discepoli di Cristo non dipenderà tanto dalle condizioni ambientali ed esterne in generale, ma soprattutto dalla fede di questi, da quanto peso sapranno dare alla parola del Maestro. Fare l’esperienza di questo cammino, come quello dei due in cammino verso Emmaus, permette di intuire il volto del Signore, di decifrare la sua presenza nella storia delle nostre relazioni umane. Infatti dopo la pesca straordinaria … “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!»

sabato 2 aprile 2016

Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua; Festa della divina Misericordia. 3 aprile 2016



La Pace di Cristo e la pace del mondo


TESTO  ( Gv 20,19-31 )

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


COMMENTO

“Pace a voi”: Ecco il saluto di Cristo risorto ai suoi discepoli. Le prime parole dopo essere sfuggito alla forza della morte sono giustamente parole di pace, perché sappiamo che solo perdonando come lui ha fatto sulla croce si può sfuggire al veleno del peccato e alle sue conseguenze inevitabili : la morte del cuore, la morte totale.

Gesù ci invita a saper perseverare nel cammino dell’amore, della fiducia in Lui, che con la sua Grazia vince le forze delle tenebre, del male, del rancore. Con la preghiera e per la forza del suo Spirito questa vittoria è sempre possibile, è sempre alla nostra portata, è sempre portatrice di gioia.
Ecco perché in questa Domenica celebriamo anche la festa della Divina misericordia: perché la misericordia di Dio manifestata a noi dal Signore Gesù vince tutto, anche la morte, l’unico nemico che sembra imbattibile anche dalla tecnica e dalla scienza più avanzata. 

A noi è chiesto però di saper sostare e pazientare con Cristo, con la sua stessa passione e fiducia in Dio Padre, di saper pazientare in quel lasso di tempo che intercorre tra il calvario e la luce della Risurrezione, tra il venerdì santo e la vita nuova della Domenica. Se noi perseveriamo nella fede per noi potrà essere sempre Domenica.
Ci aiutino le bellissime parole di Papa Francesco pronunciate una settimana fa nell’omelia della Veglia Pasquale.

Il Consolatore non fa apparire tutto bello, non elimina il male con la bacchetta magica, ma infonde la vera forza della vita, che non è l’assenza di problemi, ma la certezza di essere amati e perdonati sempre da Cristo, che per noi ha vinto il peccato, ha vinto la morte, ha vinto la paura”.

martedì 22 marzo 2016

Commento al Vangelo della Pasqua di risurrezione; 27 marzo 2016



Risurrezione: il duello tra ragione e fede


TESTO  (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 


Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 


Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.



COMMENTO

Si può credere o non credere alla testimonianza di chi dice di aver visto, di chi ha poi raccontato e di chi, alla fine ha messo per scritto. La cosa affascinante è che il racconto dell’evangelista Giovanni, come quello degli altri tre,  non sia stato mai smentito da nessun personaggio autorevole contemporaneo e che comunque ci sia pervenuto integro dal 90 – 100 d.C. fino ai nostri giorni.

La pietra rotolata dal sepolcro è un particolare scomodo che fa pensare piuttosto ad un furto. Anzi ci viene detto che la stessa Maddalena disse agli apostoli,  «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Ma l’evangelista ce lo racconta ugualmente.

E poi i teli posati, come di qualcuno che è stato spogliato della sua veste di morte, non certo trafugato, perché chi ruba un cadavere perché mai dovrebbe preoccuparsi di spogliarlo!

Infine il sudario; quel sudario che serviva per arrotolare la testa e per non far spalancare la bocca al cadavere; viene trovato ancora arrotolato, come se il volto che conteneva si fosse sfilato da dentro, lasciandolo però  nella sua forma.

I tre personaggi sono come una serie di “ondate” successive di un’umanità che è obbligata ad avvicinarsi al Mistero, al fatto oggettivo di una tomba vuota che interpella la ragione e la curiosità umana .

 La comprensione è comunitaria quasi corale: prima Maddalena offre un tentativo di spiegazione, poi il coraggio di addentrarsi nei fatti da parte dei due, e poi un atto di fede che illumina e rende conto di tutto quello che essi avevano visto, udito e vissuto. Questo siamo chiamati a fare anche noi: a non avere paura di percorrere l’arduo cammino del Mistero, di fatti che ci superano, ci interrogano e ci chiedono uno sguardo nuovo, contemplativo, disincantato della realtà.

venerdì 18 marzo 2016

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme, anno C; 20 marzo 2016



  Entriamo nell'oggi di Gesù ! 


TESTO  ( Lc 23,39-46 )

[…] Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.[…]


COMMENTO

La parabola del figlio sprecone ascoltata due domeniche fa’ rimane aperta sul futuro di quel figlio tornato a casa. Nel racconto Gesù è interessato a dirci che il Padre lo accoglie, lo risuscita come figlio e poi il figlio, chissà cosa farà. Domenica scorsa un frangente di vita vera, con una donna (e un uomo) che hanno tradito i loro affetti: la donna viene liberata da Gesù, ma anche qui non ci viene detto cosa farà questa donna poi; e fra l’altro, in questo caso, neppure qualcosa del suo desiderio o meno di cambiar vita. 

Qui sulla croce invece la partita si conclude in maniera chiara e definitiva. Il ladro condannato, si perdoni il termine, alla fine ruba anche il paradiso (“oggi sarai con me in Paradiso”).  Perché il suo pentimento arriva fino a riconoscere non solo di aver sbagliato ma anche che quell’uomo, ingiustamente condannato accanto a Lui, può riservagli un posto nel suo Regno.

Dopo tanti inviti alla penitenza e alla conversione dei vangeli delle domeniche precedenti, le ultime parole di Gesù in croce appena ascoltate sono come il gran finale di una maestosa opera musicale. 

Gesù non rigetta nulla di quanto l’uomo è disposto ad offrirgli, e questo fino all’ultimo momento, anche se alcuni potrebbero discutere la sincerità della fede di chi ormai non aveva nulla da perdere e che poteva rivolgersi a Gesù più per disperazione che per una vera speranza come noi la intendiamo. Ma Gesù non rigetta neppure una fede così risicata, così strappata all’ultimo minuto, perché comunque vera, libera, laddove l’altro ladrone invece lo insultava e anzi, ci dice il testo originale, lo bestemmiava. 

Il Signore dia a tutti noi il coraggio e l’umiltà di accogliere la sua salvezza e di entrare nel suo ”oggi”.  

mercoledì 9 marzo 2016

Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno C; 13 marzo 2016



COSI’ BELLO DA NON SEMBRARE VERO


TESTO  ( Gv 8,1-11 )

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 


COMMENTO

Pensate: in questo episodio tanta è l’indulgenza di Gesù verso l’adultera che a molti antichi biblisti sembrò non fosse autentico, che fosse stato inserito nel Vangelo di Giovanni, almeno in alcuni manoscritti, in tempi successivi. 

Invece noi sappiamo, e la Chiesa ce ne dà conferma , che il fatto è autentico e anzi annuncia in modo bellissimo e chiaro l’atteggiamento di Dio , e quindi di Gesù, verso chi sbaglia.

Gesù non smentisce la legge antica: l’adulterio era e resta peccato, ma salva il peccatore, in questo caso la donna adultera, ( lasciandoci il dubbio di dove sia andato a finire l’adultero, cioè l’uomo con cui ha commesso peccato, dato che nella legge ebraica anche’egli era meritevole della stessa pena ).

Gesù di fatto invita però a non condannare e lo fa chiedendo di eseguire la sentenza a coloro che non hanno peccato. Gli anziani per primi lasciano a terra le loro pietre … perché più umili? Perché hanno avuto più tempo per accumulare più peccati? Sta di fatto che Gesù con quella frase disinnesca la miccia di un’esecuzione ormai certa e a tutti noi uditori dei secoli che sono seguiti agli avvenimenti narrati,ricorda che l’esecuzione spetta al solo Giusto , Dio stesso. 

Ci sarà pur certo un giudizio in fondo alla nostra storia personale, ma nel frattempo, fino all'ultimo istante della nostra vita il Signore continua a indicarci la via del bene: “d’ora in poi non peccare più” e ad assolverci dalle nostre colpe: “neanche io ti condanno”. 
Per quella donna di cui niente è detto e per ognuno di noi il Signore continua a sperare la conversione. All'evangelista Giovanni non interessa raccontarci il pentimento di quell'adultera (che forse non avvenne); a lui sta a cuore raccontarci che Gesù non è venuto a condannare ma a salvare, fin tanto che noi abbiamo tempo e vita per accogliere la sua Grazia .

sabato 5 marzo 2016

Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno C; 6 marzo 2016.


 
 
IL PERDONO CHE CI ATTENDE DA
LONTANO

 
TESTO  ( Lc 15,1-3.11-32 ) 

 In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

 Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

COMMENTO

I ragazzi di catechismo e tanti giovani più in generale chiedono spesso: “perché confessare i miei peccati ad un sacerdote? Il Signore non mi può perdonare anche senza andare al confessionale ?”

Questa parabola di Gesù ci racconta di un figlio separato che nonostante tutto è atteso a casa, tanto che il padre “quando ancora era lontano gli corse incontro” , ovviamente non potendo sapere nemmeno il motivo del suo ritorno a casa. Ma il padre aspettava , ed il suo cuore era già proteso verso quel figlio lontano. Quanto al padre la prodigalità di quel secondo figlio era già perdonata, dimenticata: al centro del suo cuore non vi era la parte di patrimonio che se ne era andata col figlio, ma il figlio stesso.  

Il figlio “ritornò in sé”. Prima di ritornare a casa egli ritorna nel suo cuore, riconsidera i suoi passi , opera un bilancio delle conseguenze positive e negative delle sue scelte di vita, e poi si mette in cammino. Solamente nell’incontro col padre ritroverà il calore umano di un abbraccio, la salvezza dalla fame e dalla nudità nella mensa festosa imbandita per lui, e in quella veste di festa lasciata da parte, in attesa di essere indossata.

Il perdono di Dio Padre viene da lontano; dall’alto della croce ci attende da ormai due mila anni. Le braccia di Gesù crocifisso sono come le braccia di questo padre della parabola che da lontano aspettava scrutando l’orizzonte. L’amore misericordioso di Dio, rivelato e donato nel sacrificio della croce, è uno sguardo di luce che scruta gli orizzonti della storia e del cuore di ogni uomo. Dio in Cristo, ha compassione di ogni vicenda e di ogni miseria umana e pazientemente attende il ritorno.

Beati però sono quegli uomini che si metteranno in cammino, che decideranno “ nel loro cuore il santo viaggio ” del ritorno dall’esilio, per tornare a gustare i frutti buoni della terra promessa. Dio ci salva e ci ama gratis , ma evidentemente non ci obbliga ad accogliere il suo amore. Chi tornerà a lui, chi tornerà nella casa del Padre la cui porta è Cristo nella sua perenne presenza storica e incarnata della Chiesa, troverà allora “cibo in abbondanza”, vivrà del calore della sua casa paterna, sperimenterà una nuova vita. " Se uno è in Cristo è una creatura nuova ". Solo in Cristo si diventa veramente creature nuove.

 L’anno giubilare in corso ci offre la possibilità di riflettere e di vivere il percorso di ritorno verso l’abbraccio del Padre, in Cristo Gesù, la porta del suo cuore misericordioso; e questo avviene in ogni tempo nei sacramenti, segni efficaci della sua Grazia, e nelle ferite di tanta umanità sofferente, eco e traccia della sua passione redentrice.