mercoledì 24 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me

  

Commento al Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 28 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

Commento

Siamo arrivati al termine del secondo dei cinque discorsi di Gesù, raccontati dall’evangelista Matteo: esso è rivolto, dicevamo, agli apostoli, e a questi il Maestro chiede una scelta chiara e netta che rispetto al legame con lui, metta in secondo piano qualsiasi altra cosa, compresi i rapporti familiari, per definizione i più sacri. 
Beni terreni e relazioni umane, tutto è dono di Dio e di lui sono riflesso e memoria permanente; ma può accadere che un dono viene vissuto e goduto senza più alcuna relazione con il Donatore, e allora anche la cosa più bella, una relazione madre–figlio, ad esempio, si svilisce perché perde il suo profumo di eternità, il suo rimando alla paternità-maternità di Dio. 
La gratitudine per tutto ciò che il Signore ci ha donato non è anzitutto un dovere morale, pena un castigo da sopportare, ma la condizione per godere pienamente di esso, potendo gioire anche dell’amicizia di chi ce lo ha dato.

Ma la vita non offre solo cose piacevoli, ma spesso anche situazioni dolorose. Anche in questo caso il discepolo sarà chiamato ad accettare e a vivere tale situazione nella fiducia della presenza del Padre che Gesù ci offre. Ogni tentativo di organizzarsi una vita senza la sua amicizia è come staccare la spina della corrente e camminare al buio, e senza alcun calore interiore. Il dolore infatti è neutro, esiste – dove più dove meno - per tutti, a prescindere dal credo religioso, certamente, ma il cristiano saprà vedere in questa situazione l’occasione di stringersi maggiormente al suo Signore, a Colui che nel dolore lo ha salvato, purificandolo da ogni conseguenza di peccato.

L’apostolo sarà un valente missionario cominciando lui per primo a vivere una relazione viva, autentica con il suo Signore, e di conseguenza accadrà che chi lo avrà accolto, potrà condividere e godere anch’egli i benefici di chi gli si è fatto tramite, e ne avrà la stessa ricompensa: vivere alla e della sua presenza.