giovedì 9 aprile 2026

Attraversando le chiusure del nostro cuore


 Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua – 12 aprile 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Commento

In questi giorni di Pasqua la mia attenzione è attratta dall’antica icona dell’Anastasis, conosciuta anche come icona della “discesa agli inferi” di Cristo. Anastasis è parola greca che significa “risurrezione”. Nelle varie versioni di essa l’immagine centrale è il Cristo risorto che afferra per le braccia un uomo e una donna sollevandoli da una fossa. Ovviamente questa coppia è Adamo ed Eva, i nostri progenitori. Il senso è che tutto quello che Gesù ha fatto, detto e compiuto è finalizzato a restituire a noi uomini la vita perduta, la vita vera, quella che dura, non tanto e non solo la vita biologica. Questo cuore della missione di Cristo è stato ovviamente colto dagli apostoli e quindi dagli evangelisti che tra tutte le cose che avrebbero potuto raccontare, hanno selezionato ciò che maggiormente poteva servirci per credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo” abbiamo la vita nel suo nome.

Infatti notiamo l’attenzione con cui tutti e quattro gli evangelisti – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – riportano le circostanze della passione, morte e risurrezione di Gesù, perché in effetti questo è il cuore della nostra salvezza. Da sola l’incarnazione non sarebbe bastata (affermazione ardita ma vera); occorreva proprio che questo Dio ci amasse fino alla fine, e fino al fine, la nostra liberazione. L’annuncio di pace portato da Gesù risorto nel cenacolo non è un semplice augurio, è una comunicazione, una messa a conoscenza di un fatto ormai avvenuto. 

Emblematico che Gesù, essendo in un corpo glorificato, possa entrare anche a porte chiuse, come l’evangelista San Giovanni fa notare. Ma il fatto ha anche un valore simbolico: Cristo entra anche dove c’è la porta chiusa dal nostro male, dalla nostra fragilità, dal nostro passato. Il suo messaggio di pace entra nelle ristrettezze delle nostre piccole – grandi guerre in cui ci perdiamo e ci roviniamo. L’unica porta che non attraversa e che tantomeno non sfonda, è quella della nostra libertà. Chiede solo la fede, la fiducia in lui. Anche la fede di Tommaso è contemplabile, perché egli si interroga, vuole andare a fondo, non si ferma al sensazionale, ma chiede – per quanto possibile – una conferma, prima di poter investire tutta la sua vita nel nome di Gesù, come poi di fatto farà. Imitiamo l’ardire di questo apostolo. Lasciamoci toccare dall’annuncio di pace di Cristo salvatore, e chiediamo certamente a Cristo Signore di confermare la nostra fede, di rafforzarla, di accrescerla. Egli non mancherà di attraversare le nostre chiusure mentali o morali per incontrarci “cuore a cuore”. Ma, è la domanda di quest’oggi, gli sapremo aprire la porta della nostra libertà? 

giovedì 2 aprile 2026

Inizia la vita nuova

 

 Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua – 5 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Non è questione di chi arriva prima al sepolcro, ma di chi si lascia prima raggiungere dallo sguardo di Gesù. Maria di Magdala è passata alla storia per essere la prima persona ad aver visto il Signore di persona, ma il vangelo di Giovanni ci riporta tre volte (in questo brano appena ascoltato una volta sola ) la sua convinzione che qualcuno aveva portato via il corpo di Gesù: “hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. Il primo a credere alla risurrezione di Gesù è invece l’altro discepolo, oltre Pietro, quello, specifica il racconto, “che Gesù amava”. 
Dal resto del vangelo, non solo da questa frase, si deduce che verso di lui Gesù aveva una tenerezza particolare, che era stata certamente accolta e contraccambiata. Qui si gioca la svolta della fede. Pietro entra per primo nel sepolcro, poi entra l’altro “e vide e credette”. Pensiamo e speriamo che siano delle prove evidenti, scientifiche a suscitare la fede. Invece è l’accoglienza umile e disponibile di uno sguardo d’amore che permette di andare oltre l’apparenza fisica e di vedere l’invisibile. Il discepolo che Gesù amava, che secondo la tradizione sembra essere lo stesso evangelista che scrive, “vide e credette”.

 Alla fine, possiamo dire la stessa cosa anche per Maddalena: anche lei vede il Signore, ma lo vede veramente dopo aver sentito pronunciare il suo nome: “Maria!”. Fino a quel momento aveva creduto di vedere solamente il custode del giardino, per altro sospettato di aver trafugato il cadavere
Ora ci siamo noi, e anche per noi vale la stessa dinamica: se non ci sentiamo interpellati di persona dalla presenza del Signore, noi continueremo a fare cose, forse anche vivendo dei riti, ma che resteranno vuoti; anche i segni e i miracoli più straordinari rimarranno muti. Solo la possibilità di sentirci chiamati per nome dal Signore, ci potrà aprire gli occhi del cuore.

 Resta un ultimo passo da compiere: dove possiamo sentire scandire il nostro nome da Gesù risorto? Dove possiamo incrociare il suo sguardo? Anzitutto nei Vangeli. Questi testi hanno risvegliato e illuminato la fede di uomini come Sant’Antonio abate, san Francesco d’Assisi – di cui si celebra l’ottavo centenario della morte – e tanti altri che hanno cercato sinceramente di fare la volontà del Signore. Quel Dio che ha creato il mondo pronunciando parole di amore, ora, fatto uomo per noi, risorto dalla morte, le pronuncia per ciascuno di noi, per farci risorgere a una nuova vita 

giovedì 26 marzo 2026

Alla fine: Gesù

 

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme (Mt 26,14-27,66) - 29 marzo 2026


[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. […]


Commento

 Altro che motore immobile! Dio è tutt’altro che un motore immobile che muove e non è mosso. Egli invece si muove, e si commuove come abbiamo appreso dal vangelo di Domenica scorsa in cui quell’unico versetto del capitolo 11 del vangelo di Giovanni dice: “Gesù scoppiò in lacrime”. Gesù patisce e com-patisce. Mi vorrei appunto fermare sui pochi versetti che raccontano l’oltraggio subito da Gesù; mi sembrano molto significativi essendo letti a pochi giorni dalla solennità dell’Annunciazione (il 25 marzo scorso).

 Chi non comprende, infatti, la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio non può che rimanere scandalizzato dal disprezzo, dal dolore e dalla morte subiti da Gesù, e insieme a quei capi ebrei, e a tutti quelli che erano sotto la croce, continuerà anch’egli a gridare: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».

 Invece il nostro salvatore, Cristo Gesù, non ha rivestito come fosse un soprabito la nostra debolezza umana, ma l’ha assunta in tutto e per tutto; e proprio per non aver assunto il nostro peccato – causa di ogni divisione e rottura di relazioni - la comunione con noi è stata ed è perfetta. Almeno da parte sua. Nella persona di Gesù, Dio ha realmente sofferto l’ingiustizia, l’odio, la malvagità degli uomini, e ancora peggio li ha subiti nel loro travestimento da zelo religioso.
Nei vangeli non troveremo spiegazioni delle cause del male, o della ingiustizia, ma solamente la presenza di quest’uomo nel quale Dio ha “imparato” a sentire con cuore umano, perché noi imparassimo a sentire le sue stesse divine consolazioni. 

Quando anche per la nostra esistenza si realizza la solitudine, l’abbandono o, peggio ancora, il discredito da parte di coloro dai quali maggiormente ci aspetteremmo comprensione, il transito pasquale di Gesù rappresenta la nostra vera via d’uscita, l’unica possibilità di ancorare le nostre strettoie alle sue, per condividere anche la vittoria finale. Le prossime celebrazioni pasquali, la partecipazione sacramentale ai misteri della passione-morte-resurrezione di Cristo saranno una nuova occasione per abbeverarci alla fonte di un’acqua che disseta per l’eternità, simbolicamente rappresentata dal costato di Cristo. Laddove avremo ceduto alla disperazione potremo riportare e ritrovare una luce di nuova e più fondata speranza. 


giovedì 19 marzo 2026

C’è risurrezione e risurrezione

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A – 22 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

 Non tutte le risurrezioni sono uguali. Quella di Lazzaro narrata dal vangelo di Giovanni non lo sarebbe in senso stretto, o in ogni caso non è quella per cui Gesù è venuto tra noi. Lazzaro tornò alla vita normale, alla sua vita terrena. Ma ben diversa fu la risurrezione di Gesù, che dopo la sepoltura si ripresentò ai discepoli e a numerosi testimoni in un corpo trasfigurato, segnato, sì dalle ferite, ma comunque in una materia che non era più soggetta ai limiti spazio-temporali. Questa è la risurrezione che ci interessa veramente! Nascere alla vita eterna.

 Il brano inoltre apre una luce anche sull’oggi della nostra esistenza, non solo sul dopo. Se due domeniche fa l’acqua del pozzo di Samaria era richiamo all’acqua viva della grazia che Gesù può dare, e Domenica scorsa la luce che ha ravvivato gli occhi del cieco nato era richiamo alla luce della conoscenza di Dio in Gesù e tramite Gesù, la vita restituita al defunto Lazzaro ci richiama sì alla vita dopo la morte, ma anche alla vita eterna intesa come vita in pienezza che, appunto, essendo eterna, abbraccia passato, presente, e futuro.
Grazie alla fede in Cristo Gesù il credente ha la possibilità di sperimentare una vita ricca di senso e di interesse nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza feriale.

 Per entrare nella vita eterna non bisogna morire fisicamente, ma occorre morire da subito alle false ispirazioni, a quelle ispirazioni, cioè, che vorrebbero il “tutto e subito”, che vorrebbero collocare al centro il “proprio Io”, e che vorrebbero Dio facesse sempre quello che dico io e come lo dico io. Entrare nell’eternità di Dio significa guardare con gratitudine il passato, perché crediamo come dice Gesù a Marta, che anche la malattia è per la gloria di Dio (cf 11,4); significa guardare con fiducia il presente perché “ora” il Signore mi sta tirando fuori dalla morte del cuore, e infatti Gesù dice che chi crede a colui che lo ha mandato ha la vita eterna, non va incontro al giudizio ma è passato dalla morte alla vita (11,24); e significa guardare con speranza il futuro perché l’ultima parola sulla mia storia e su quella del mondo sarà la sua parola di misericordia. Anche a noi, oggi, Gesù dice: “Vieni fuori!”. Cioè: esci dai tuoi luoghi di morte, esci dal tua nulla, esci dalla tua stanchezza di vivere, e accogli colui che vieni a rialzarti. 

mercoledì 11 marzo 2026

“Chi impara a vedere bene si avvicina all’invisibile” – P. Celan

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno A – 15 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Commento

Mi sembra che la figura migliore la faccia proprio questo mendicante nato cieco, ma con un cuore pulito, puro, uno di quegli uomini di cui Gesù disse nelle Beatitudini “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Infatti, la sua guarigione fisica assume, nel dinamismo dell’episodio, il significato di una guarigione anche spirituale, grazie alla quale riconosce il Figlio dell’uomo, cioè il Signore Dio. Non Aveva alcuna responsabilità su quella infermità, e Gesù dice: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.

 Il punto è che ogni uomo dovrà rinascere da acqua e da spirito, dovrà rinascere dall’Alto, dall’incontro con il Signore, cioè dovrà passare attraverso una seconda creazione, significata da quel gesto di Gesù di spalmare del fango fatto di saliva e terra sugli occhi di quell’uomo. C’è un evidente richiamo all’episodio della Genesi dove Dio plasma l’uomo con polvere del suolo (cf. Gen 2,7). 
La salvezza di quest’uomo si gioca nella sua capacità di stare ai fatti, di leggere la realtà per quello che gli si presenta, senza il pregiudizio dei farisei che erano preoccupati che nessuno riconoscesse Gesù come il Cristo, e quindi si attaccano all’osservanza del sabato, e senza la paura dei genitori che non arrivano a dare un giudizio completo su quella vicenda per paura di essere esclusi dalla sinagoga.

 No, il mendicante nato cieco, in tutta questa vicenda non ha proprio nulla da perdere, la sua vita dipende da chi ha gesti di compassione nei suoi confronti. La sua storia lo ha reso umile, ma allo stesso tempo molto autentico, semplice, pulito. 
Il Signore non gioca certamente a nascondino con noi, ma se non siamo capaci di semplicità, di onestà di fronte alla realtà, o se addirittura ci barrichiamo nei nostri pregiudizi ideologici, resteremo nella condizione di quei farisei di cui Gesù dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».



giovedì 5 marzo 2026

"Mio Dio, mio tutto"

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima, anno A – 8 marzo 2026                                            


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

 

Commento

Questa donna non era certamente apatica, né nei confronti della vita, e nemmeno nei confronti di Dio. Ci fa sorridere o forse ci fa pensare qualcosa di male il fatto che avesse avuto cinque mariti e che la relazione in corso fosse con il marito di un’altra, o comunque non con il proprio. Mi piace sottolineare tuttavia la voglia di rinascere, di riprendersi la propria esistenza. Non lo so, potrei sbagliare, ma una donna normale, al secondo terzo marito, avrebbe detto: “eh no, adesso sto da sola, non me ne va bene una! Meglio sola che male accompagnata!” Certamente nel mondo ebraico di quel tempo molto difficilmente una donna poteva restare sola, ma c’è una sete di compimento nell’esistenza di questa persona.

 Inoltre, questa, appena capisce di trovarsi di fronte ad un profeta, chiede quale sia il luogo per adorare Dio; è interessata a vivere correttamente il suo culto a Dio. Anche questo dettaglio mi sembra interessante: non ha perso la speranza di poter vivere una relazione vera con Dio; ha mantenuto nel suo cuore la sete di assoluto, anzi dichiara a Gesù la sua attesa del Messia, senza sapere di averlo davanti agli occhi.

Se il vangelo di Giovanni ci aveva poco prima presentato Gesù alle nozze di Cana cambiare l’acqua in vino, portando gioia e pienezza nella relazione coniugale uomo-donna, qui, sotto il simbolo dell’acqua, si dichiara in fondo di essere lui stesso il vero sposo della nostra umanità, colui che compie le nostre attese, la nostra sete di verità, di senso, di pienezza.

Il messaggio che ne riceviamo in questa III Domenica di Quaresima è bellissimo. In Gesù, nella sua persona, che in quanto risorta è viva e quindi presente spiritualmente e concretamente, noi troviamo il “Tutto” come diceva San Francesco (Mio Dio mio tutto). Egli si fa mendicante del nostro tempo, della nostra attenzione, soprattutto attraverso i più disperati e sofferenti, ma per darci tanto di più, per darci un’acqua che disseta, da ora e per l’eternità, per il Paradiso.

giovedì 26 febbraio 2026

Bello come il sole

 

 Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima, anno A – 1 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Commento

La II Domenica di Quaresima è sempre la Domenica della trasfigurazione di Gesù. Se la 1° ci presenta Gesù nel deserto in lotta contro le tentazioni del maligno, la 2° ci offre un’anteprima della sua gloria; e non solo della sua gloria, ma anche della nostra, di quella cioè di tutto il genere umano. Dicevamo domenica scorsa, sulla scia di Sant’Agostino, che Gesù prende da noi la nostra debolezza per trasmetterci la sua forza, da noi la nostra mortalità per darci la sua beata eternità. Ecco, dunque la visione in anteprima per i tre apostoli di cosa sarà l’approdo al termine del pellegrinaggio terreno: una festa di luce, in compagnia dei santi, di cui Elia e Mosé sono solo una rappresentanza.

Nel Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, è detto a proposito di fratello Sole che egli  è “bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione.” L’evangelista Matteo è l’unico dei tre sinottici (oltre Matteo e Luca) a riferirci il dettaglio che il volto di Gesù brillò come il sole.

 Probabilmente l’evangelista non aveva elemento naturale più sublime per poter rendere l’idea dell’esperienza vissuta dai tre compagni di Gesù. Ma per quanto sublime, essa corrispondeva alla verità della persona di Gesù più di tutte le altre esperienze ordinarie vissute col maestro, almeno fino alla risurrezione. Questo fa bene ricordarlo, e proprio durante il cammino quaresimale: la gloria di Gesù, lo splendore del suo amore, dall’incarnazione in poi, sono depositati nella storia della nostra esistenza, sono uniti ad ognuna delle nostre esperienze, anche quelle di apparente sconfitta, di dolore o di morte. Gesù è la luce del mondo. La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno vinta.

giovedì 19 febbraio 2026

Per far emergere ciò che di più vero è nell'uomo

 

 Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima, anno A – 22 febbraio 2026
 

 

Dal Vangelo di Matteo (4,1-11)

 In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

Commento

 Dopo quaranta giorni di digiuno anche noi avremmo avuto molta fame, e anche reclamando da Dio una qualche ricompensa per il notevole sforzo compiuto.
Gesù in questo deserto, una vera e propria quarantena, entra nella nostra fragile umanità, nei nostri meccanismi religiosi troppo semplicistici e umani. Se si dice che è più facile regalare una camicia ad un povero piuttosto che vestire la camicia di un povero, Gesù dopo aver assunto una vera natura umana, si lascia condurre dallo Spirito nel deserto per rivestire fino in fondo tutti gli atteggiamenti più malati della nostra natura, anche – e direi soprattutto – nel vivere la relazione con Dio.

 Gesù ebbe bisogno di quel silenzio, di quella sua quaresima, per trovare presa e contatto con la presenza del Padre, certamente a lui connaturale, ma pur sempre mantenuto distante dall’assunzione di una veste, quella nostra, macchiata da tanto male e da tanta indifferenza. Gesù entra in realtà nel nostro deserto, nelle nostre sconfitte, negli abissi delle nostre chiusure per consegnarci la sua vittoria, perché essa, da dopo la Pasqua diventi anche la nostra.Così noi, a maggior ragione, abbiamo bisogno di questi quaranta giorni quaresimali per assumere la sua vittoria, per far si che di fronte alla tentazione di esigere un Dio che risolva tutto e subito, di un Dio che soddisfi il desiderio di gloria personale e di auto affermazione, emerga piuttosto una vera filialità rispetto a Dio, un atteggiamento di fiducia in Lui, grazie all’ascolto della sua Parola, e allo sforzo di tenere in disparte tutto quello che ce ne allontanerebbe.

giovedì 12 febbraio 2026

Ama e fa' ciò che vuoi

 

Commento al Vangelo della VI Domenica del Tempo Ordinario/A – 15 febbraio 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».


Commento

 Il migliore commento e spiegazione della Bibbia è la Bibbia. Questo principio appare validissimo anche per il testo di oggi. Cosa vuol dire questa parola di Gesù, così intransigente e severa? “finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”? Lo possiamo capire andando al capitolo 7 del vangelo di Marco (e non solo qui), in cui Gesù rimprovera gli scribi e farisei di far passare come legge divina i loro precetti umani, e le loro tradizioni. Ecco perché, nonostante lo scandalo di tali difensori delle antiche tradizioni, i discepoli di Gesù prendevano cibo senza aver fatto i prescritti riti di purificazione. Si fa fatica a pensare che si fossero dimenticati di lavarsi le mani, ma il problema era la non corretta osservanza di quei riti di abluzione (letteralmente: purificazione) che andavano fatti in un certo modo. In quel contesto Gesù scomodò un ammonimento del grande Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, (attenzione qui!) insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Is 29,13). E poi Gesù aggiunse: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini” (Mc 7,8).

La libertà di Gesù rispetto alle indicazioni di scribi e farisei non è quindi trasgressione della legge di Dio, ma capacità di discernimento tra ciò che è solo tradizione umana e ciò che è esigenza della suprema legge della carità. Esattamente questa Gesù è venuto a riportare al centro dell’attenzione dell’uomo, perché Dio è amore, comunione, carità; ma per far ciò occorre da una parte, come già detto, far decadere quel che viene solo dall’uomo, e dall’altra andare al cuore della legge di Dio (trasmessa a Mosé) e non fermarsi ad una osservanza esteriore. Potremmo anzi dire che questa seconda cosa ci permetterà di realizzare la prima; vale a dire: se sapremo cogliere l’essenza del comandamento dell’amore sapremo sfrondare e liberare la nostra vita da tanti apparati di pura esteriorità e ritualità, inutili e fuorvianti.

 Non basta “non uccidere” occorre essere capaci di essere a servizio, di far fiorire la vita dei fratelli/sorelle che il Signore mi ha donato. Non basta non tradire con il corpo, ma occorre che il cuore rimanga sempre orientato a Dio e a chi, in suo nome, ho deciso di legare la mia vita.

 Quando si fosse capito cosa è la liturgia e la Santa Eucaristia, è possibile che i cristiani si dividano sulla modalità celebrative e sulla lingua da adottare? Quando si fosse capito il mistero della divina maternità di Maria, è possibile che diventi così fondamentale affermare l’autenticità di certe apparizioni mariane, o presunte tali? Quando si fosse capito l’importanza della persona di Gesù, è possibile trascurare la meditazione attenta del suo vangelo, magari a favore di devozioni pur importanti ma non ugualmente essenziali? Se ci fosse chiaro cosa significa per Gesù la parola “amore”, e come lui l’ha incarnata fino al dono totale di sé, potremmo tranquillamente dire come Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”.


lunedì 2 febbraio 2026

Chi impara a vedere bene si avvicina all’invisibile

 

Commento al Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 8 febbraio 2026

  
+ Dal Vangelo secondo Matteo (5,13-16)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

 Mi sembra che questa sia la sola volta che Gesù dice ai suoi discepoli e alle folle che lo avevano seguito, “Voi siete la luce…” Più frequentemente essere luce viene riferito da Gesù alla sua stessa persona.  Pensiamo al Vangelo di Giovanni. Nel Prologo si dice di lui che “veniva nel mondo la luce vera” (1,9), oppure: Al capitolo 8 viene riportata la sua lapidaria affermazione: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12) oppure, sempre nel Vangelo di Giovanni, dopo la guarigione del cieco nato, egli ribadisce: “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,5). Queste cose possono stare, quindi, insieme? Certo; questa compatibilità è spiegata molto bene da un famoso documento del Concilio Vaticano II, che si chiama – guarda caso – “Luce delle genti” (nell’originale latino: Lumen Gentium).
Al suo inizio, proprio nelle primissime parole di apertura, i padri conciliari affermano: “La luce delle genti è Cristo; e questo santo sinodo, riunito nello Spirito Santo, desidera ardentemente illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul volto della Chiesa.” (LG 1).

Bene: abbiamo così capito, penso, che l’affermazione di Gesù è temeraria, ma non arbitraria: in qualche modo quelle folle erano già il primo seme di una nascente Chiesa, che diventa luce per il solo merito di riflettere una luce che, attenzione, non è sua, non gli appartiene in proprio, ma la può solo accogliere e manifestare. Proprio così: quegli uomini, affamati di giustizia, di misericordia, più in generale di senso della vita, erano irradiati dalla luce del mondo, che è Gesù, per il solo fatto di essere lì in ascolto di lui.

 Cosa dovremmo fare, allora? Anzitutto, cosa non dovremmo fare! Non distogliere lo sguardo del cuore da Colui che ci parla in mille modi: nel creato, nel fratello e nella sorella che ci passa più vicino, cioè il ‘prossimo’, nelle parole sante del Vangelo e della Scrittura, nel fondo della coscienza. Dovremmo evitare di mettere le toppe agli occhi del cuore, e semplicemente guardare con onestà e calma quello che ci accade ogni giorno. Il poeta Paul Celan diceva: “Chi impara a vedere bene, si avvicina all’invisibile”.

mercoledì 28 gennaio 2026

Convertire la moneta vecchia

  

Commento al Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 1 febbraio 2026 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Commento

 La Chiesa di Cristo, nel nome del suo capo e fondatore, ha sempre lottato per alleviare le sofferenze, le ingiustizie e le miserie degli uomini di tutte le generazioni; certamente a volte con poca efficacia e altre con scarsa coerenza. Eppure proprio lui, Gesù proclamò all’inizio del famoso discorso della montagna che occupa ben 3 capitoli del vangelo di Matteo, la felicità per chi soffre ingiustizia e persecuzione, la felicità per coloro che sono afflitti, oltre alla felicità per chi sarà stato capace di tradurre il messaggio dell’amore di Dio nella mitezza, nella misericordia e nella purezza dei pensieri e delle parole.
Gesù ha davanti a se delle folle e mentre parla ai discepoli prende coscienza delle situazioni di dolore, di prova, di oppressione in cui molti di quelle persone si trovavano. Gesù non fa una teoria sulla bellezza del dolore e del subire ingiustizia, ma, avendo davanti a sé dei volti concreti, annuncia la certezza che con la sua persona e nella sua presenza, Dio Padre ha inaugurato un nuovo ordine di valori, e ha messo fuori corso i valori del vecchio mondo: la prepotenza, l’arrivismo, l’affermazione di sé a tutti i costi.

 Proviamo a ricordare quando poco più di 20 anni fa fu introdotto l’euro: per un certo periodo Lira e Euro poterono circolare insieme, ma poi da un certo momento in poi le lire sono divenute carta straccia, o al massimo roba da collezione. L’esempio forse è debole, ma voglio dire: ancora per poco le valute mondane quali, ricchezza, prestigio, potere hanno libero corso e convivono con il messaggio evangelico.

 Ma attenzione! Da quando Gesù nel suo atto d’amore supremo della croce ha introdotto nel cuore dell’umanità la forza dirompente della misericordia divina, quelle cose hanno i giorni e le ore contate: chi ha investito energie, tempo e fatica per accumularle si troverà a non possedere nulla. Beati quelli, invece, che soccorrendo chi è prostrato nel dolore, e in ogni possibile afflizione, sono capaci di affermare nei fatti la vicinanza del regno dei cieli, vale a dire l’amore di Dio che sta diventando criterio unico per vivere nel mondo nuovo, quel mondo di cui per ora abbiamo solo qualche anticipo.    

giovedì 22 gennaio 2026

Le tenebre non fermano la luce vera

 

 Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 25 gennaio 2026 


+ Dal Vangelo secondo Matteo (4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

Commento    

Nelle liturgie del Natale abbiamo ascoltato più volte nel Prologo del Vangelo di Giovanni questa frase: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.”, riferita ovviamente a Gesù, luce del mondo, che non è stato riconosciuto dai suoi. 
Il Vangelo di oggi ci racconta i contorni storici dell’entrata nel mondo di questa luce divina che ha assunto la concretezza di una natura e di un volto umani: Cristo Gesù. Proprio lui – ci racconta l’evangelista – dopo l’infanzia e la giovinezza di Nazaret, è andato a installarsi in un villaggio della Galilea, Cafarnao, in una zona caratterizzata dalla presenza di una notevole varietà di etnie (Galilea delle genti!) e qui “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”. Ma, attenzione, non si tratta più della stella cometa. Non è più necessaria. La stella serviva a guidare verso il sole, ma ora la profezia di Zaccaria, padre del Battista si è avverata: “…verrà visitarci dall’alto un sole che sorge”. Gesù è il sole inestinguibile della nostra umanità, per cui non ci sarà più notte se non per chi sceglierà di nascondersi al suo splendore, e non ci sarà più ombra di morte se non per chi resterà chiuso al suo soffio vitale.

 “Il regno dei cieli è vicino” questo proclama Gesù. E continua a farsi vicino ogni giorno tramite la prossimità degli uomini che Gesù ha chiamato, e che continua a chiamare ai nostri giorni. La luce di Dio che libera dalle tenebre e dall’ombra di morte, passa necessariamente di mano in mano, come una fiaccola olimpica che prima o poi giungerà a destinazione per illuminare lo stadio intero. Il Signore chiama anche noi a trasmettere vita, a trasmettere gioia, ad essere fecondi. Egli continua a dirci “Voi siete la luce del mondo, non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,14). In fondo non dobbiamo inventare noi qualcosa di nuovo, ma casomai liberarci dagli ostacoli che eclissano, per noi e per gli altri, la Luce di Cristo Signore e salvatore.

martedì 13 gennaio 2026

Inizia la vita nuova

  

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 18 gennaio 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

Commento

 Questo brano prosegue il racconto del Battesimo di Gesù di cui l’evangelista Matteo ci ha parlato domenica scorsa. In questo caso Giovanni ci offre ulteriori sottolineature. La prima è la ragione, il motivo per cui Gesù si presenta da Giovanni, in fila con tanti altri israeliti. Il Battista dice: “sono venuto a battezzare perché egli fosse manifestato a Israele”. Con tale affermazione abbiamo la conferma che Gesù, in quanto Figlio di Dio (e quindi della sua stessa natura divina) non aveva bisogno di alcuna purificazione; piuttosto era necessario che fosse manifestato che la sua missione era sì legata all’espiazione del peccato, ma non il suo personale, quanto quello del mondo, cioè quello di tutti gli uomini: passati, presenti e futuri. Egli, come il servo annunciato dal profeta Isaia dovrà caricarsi, espiare tramite la sua sofferenza le scelte di male operate dagli uomini.

Una seconda sottolineatura riguarda la modalità con cui Gesù opererà tutto questo: tramite un battesimo, cioè – tradotto letteralmente – l’immersione degli uomini nello Spirito Santo, che egli compie anche ai nostri giorni tramite la sua Chiesa, nel rito sacramentale dell’acqua battesimale.

 Il Battista vide discendere e rimanere la presenza dello Spirito Santo su Gesù, e per questo poté attestare che egli è il Figlio di Dio. Anche chi accetterà il Battesimo di Gesù avrà la stessa certezza che ebbe il Battista. Quell’acqua sacramentale trasmette lo Spirito di Dio, dona la certezza interiore che Gesù è Figlio di Dio, che Gesù è Dio, l’unico che può fare di noi persone nuove, liberate dal potere del male. 

giovedì 8 gennaio 2026

Riemerge la nuova umanità

 

Commento al Vangelo della Domenica del Battesimo del Signore – 11 gennaio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
 

Commento

Il patriarca Noè capì che le acque del diluvio si erano ritirate quando facendo uscire dall’arca una colomba, essa ritornò verso sera con un ramoscello di ulivo nel becco (cf. Gen 8,11). Anche nella scena del vangelo odierno lo Spirito di Dio assume le sembianze di una colomba, o qualcosa che le doveva assomigliare molto (in ogni caso sicuramente non era la stessa dei tempi di Noè!), che scende su un “lembo di terra emersa dal diluvio” e questa primizia della nuova creazione o, meglio, della nuova umanità, è proprio Gesù. 

Gesù, nella sua duplice natura, divina  oltreché umana, non aveva certo bisogno di alcuna purificazione, ma il gesto che compie realizza ogni giustizia per il fatto che in lui e tramite lui è la nostra umanità ad essere purificata e ad essere santificata, e a riemergere dalle acque del diluvio del peccato, o – se volete - dalle acque del Mar Rosso della schiavitù, simboleggiate dalle acque di quel fiume (il Giordano) che, non a caso, è uno dei corsi di acqua del nostro piante che scorre più in basso, fino a sfociare in un mare chiamato “Mar morto”.

 Era giusto che noi tutti facessimo qualcosa per riaprire il cielo del nostro cuore a Dio. Ebbene Gesù, il Figlio di Dio lo ha fatto per tutti noi, e a favore di tutti noi. Così Dio Padre si compiace di lui e quei cieli che si aprano su Gesù e quello Spirito che scende in “forma di colomba” stanno lì a dirci che in Gesù è riaperta la via d’accesso al cuore di Dio Padre. Non che Lui l’avesse mai chiusa nei nostri confronti, lo ripetiamo, ma l’uomo si era reso indegno di così tanto amore, e finalmente il nostro Messia a partire da questo gesto percorre l’itinerario del vero amore, quello di un figlio che si riconosce amato, e che non desidera altro che ricambiare, cioè donare altrettanto amore al Padre, manifestando e donando la sua misericordia a ciascuno di noi, suoi fratelli d’adozione. Ma noi, ci faremo trovare accoglienti difronte a così abbondante diluvio della sua misericordia?