fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
mercoledì 23 dicembre 2015
Commento al Vangelo della notte di Natale 2015
Il Divinamente Piccolo
TESTO ( Lc 2,1-14 )
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
COMMENTO
Lo sfondo storico è quello di un censimento voluto da Cesare Augusto. La più grande dimostrazione di potere del dominio imperiale di Roma ( il censimento serviva per reclutare soldati e organizzare tributi ) si incrocia con la più grande dimostrazione dell’umiltà di Dio: Dio stesso è umiltà e il suo verbo, il Figlio, Cristo Gesù “ … pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini … ( cfr Fil 2,6-11 ).
Ecco un primo messaggio: abbiamo l’impressione di essere impotenti di fronte al potere dei colossi della finanza, alle trame di ideologie false, ma sappiamo che anche oggi, proprio qui, si rivelerà la semplicità e la piccolezza con cui Dio sa entrare nella storia. Non dobbiamo temere la prepotenza e l’arroganza dei forti perché il regno di Dio è come un granello di senape, dice Gesù: è piccolissimo ma cresce in modo sorprendente.
La nascita del Messia sembra essere in balia delle decisioni politiche di un imperatore, sembra essere condizionata dalla storia dell’uomo e dalle sue decisioni più soggettive e discutibili. In realtà è sempre la storia di Dio che avanza, si incarna e prende in mano le redini della storia del mondo, perché a Betlemme di fatto il Messia atteso da Israele doveva nascere 4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, [Erode] s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: ( Mt 2,4-6)
Secondo messaggio: la salvezza di Cristo approda nel tuo cuore nonostante qualsiasi situazione avversa e apparentemente non favorevole. In ogni “oggi” della nostra vita il Signore ci può rivolgere una parola di salvezza, e noi a nostra volta possiamo essere strumento dell’incontro di un fratello con la salvezza di Cristo. Quante volte il Signore ci rivolge richiami per la nostra salvezza che noi lasciamo cadere senza attenzione!
Nelle fonti francescane si dice che San Francesco “Meditava continuamente le sue parole [di Gesù] e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro. (FF 466).
L’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione sono come i due pilastri dell’esperienza del Cristo. Certamente è la croce che ci salva. Nella vita di Gesù di Nazareth è il mistero pasquale che ci salva (la sua passione morte e risurrezione) e al centro di questo la sua morte in croce come sacrificio di espiazione. Tuttavia la “carità della passione” è preparata “dall’umiltà dell’incarnazione”. Dio prende un corpo umano per donarlo in sacrificio per noi. Il suo abbassamento nella grotta di Betlemme prepara l’innalzamento della croce.
Terzo messaggio; Anche per noi si pone lo stesso itinerario: senza la pratica dell’umiltà del cuore, senza la capacità di abbassarci alle cose semplici e piccole di ogni giorno, non vivremo mai la carità di Dio. Non sono stati forse i pastori i primi a muoversi verso Betlemme? Non come Erode che ha mandato altri ad informarsi. Se il cuore non è umile e penitente come potrà riempirsi e scaldarsi d’amor di Dio?
La mangiatoia su cui è adagiato Gesù annuncia che lui si farà cibo per la nostra vita. L’umiliazione di Gesù non terminerà sulla croce ma prosegue ogni volta che l’Eucaristia viene consacrata sull’altare, da mani sicuramente indegne. Il Signore Gesù continua il suo percorso di incarnazione ogni giorno, perché ogni giorno si rende cibo per nutrire la pochezza della nostra fede.
Quarto messaggio. La nascita di Betlemme è un evento irreversibile. Cristo è sempre presente nella sua Chiesa che è il suo corpo, da lui inseparabile e agisce tramite il suo corpo; e in modo particolare ogni giorno lui soffre in chi soffre, piange in chi piange.
La sua presenza che in noi si rinnova di giorno in giorno ci aiuti a crescere nel prenderci cura della altre membra più malate e sofferenti. Più ci addentriamo in questo corpo mistico (cioè spirituale) , che è un vero corpo, più non potremo fare a meno di scorgere le necessità delle membra doloranti.
giovedì 17 dicembre 2015
Commento al Vangelo della IV Domenica di Avvento anno C; 20 dicembre 2015
Beati perché benedetti
TESTO ( Lc 1, 39 – 45 )
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
COMMENTO
La fretta con cui Maria raggiunge Elisabetta ( forse Ain Karim, ad appena 6 km da Gerusalemme ) non è la nostra ansia, ma la sollecitudine di una missione di gioia da compiere. Come l’angelo Gabriele invita Maria a rallegrarsi (Lc 1,26) così ora lei porta il saluto ad Elisabetta e fa sussultare il bimbo nel suo grembo. La gioia è diffusiva e non sopporta lentezze, la gioia si comunica dalle viscere, dal grembo di Maria a quello di Elisabetta.
Dice Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono libera¬ti dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (EG 1)
Le parole di Elisabetta saranno fissate per sempre nella seconda frase della prima parte dell’Ave Maria: “Benedetto tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno”. Benedetta perché? Perché su di lei è scesa la scelta gratuita del Signore. Ma Maria è beata, cioè felice, perché ha creduto “nell’adempimento delle parole del Signore”. La chiamata di Dio cerca sempre una risposta, la benevolenza divina attende sempre l’accoglienza della fede. Maria è beata perché ha creduto che Dio salva proprio facendosi carne nel suo figlio Gesù. Noi siamo beati, cioè felici se almeno accettiamo come possibilità la presenza di Dio nel mondo attraverso la venuta di Gesù nel mondo.
Nell’esclamazione di Elisabetta “ a che debbo che la madre del Signore venga a me” c’è tutto lo stupore per il dono immeritato. Come dire: A che debbo tutto questo? “non so cosa ho fatto per meritarmi tutto questo”. La salvezza di Cristo è gratis. Dio ci salva gratis in Cristo Gesù (cfr CCC 2008) e il nostro merito è accogliere la sua chiamata alla salvezza. Dio ci salva gratis ma, attenzione, non per forza!
giovedì 10 dicembre 2015
Commento al Vangelo della III Domenica di Avvento; 13 dicembre 2015
La Buona Notizia che comincia da me
TESTO ( Lc 3, 10-18 )
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo:
«Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi
non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero:
«Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete
nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo
fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a
nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si
domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a
tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte
di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi
battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la
sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la
paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
COMMENTO
Giovanni Battista è un profeta perché ha accolto con animo limpido e onesto la Parola di Dio che è scesa su di lui e per questo è in grado di riconoscere i segni dei tempi; ricordiamo invece l’ammonimento severo che Gesù farà alle folle che vivono nell’ipocrisia.
“56 Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?
57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? ( Lc 12, 56 - 57)
Giovanni percepisce imminente l’arrivo di colui che porterà la giustizia finale e allora chiede a tutti di raccordarsi già da subito ad essa, di eliminare tutto quello che impedirebbe di gioire, di godere, di beneficiare di questa nuova realtà. Allora chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha neppure una. Chi ha da mangiare in abbondanza si faccia carico di chi ha fame. Il pubblico funzionario e il militare si accontentino della loro paga e non estorcano il di più. Giovanni non esige di lasciare quelle professioni che spesso inducevano alla disonestà e al crimine, ma chiede di trovare in esse una via di giustizia.
Questo ci deve far capire, primo, che in qualsiasi situazione della vita si può vivere il Vangelo; non ci sono dei contesti sociali e di lavoro che a priori mi impediranno di vivere il Vangelo. Non dobbiamo dire che siccome faccio un certo lavoro allora non posso essere cristiano.
Secondariamente dobbiamo capire che la preparazione delle vie del Signore, il riempire i burroni e lo spianare i colli e i monti delle ingiustizie deve iniziare da me, dalla mia vita; quanto è facile scagliarsi contro gli scandali degli altri, contro le incoerenze di alcuni uomini di chiesa, senza però preoccuparsi minimamente della sobrietà della propria vita, della capacità di condividere il proprio di più di risorse materiali e di tempo con chi non ne ha. San Francesco ha chiesto anzitutto per sé la povertà di Cristo prima di proporla al mondo! La prima denuncia è l’annuncio della vita.
Un desiderio sincerità di verità allora spianerà la via alla venuta di Cristo, il vero e unico sposo dell’umanità che ci permette fin dal giorno del Battesimo di gridare in verità “Abbà Padre!”. Cristo ci dona lo Spirito, quel fuoco vivo che purifica i nostri cuori
La fede cristiana è anzitutto esperienza di un Amore divino che irrompe nella vita e al cui calore tutto diviene vile e inconsistente; è esperienza di Cristo, un incontro possibile in ogni istante della nostra vita. Senza questo stupore la fede rischia il moralismo e ricerca di una salvezza “fai-da-te”.
giovedì 3 dicembre 2015
Commento al Vangelo della II Domenica di Avvento anno C; 6 dicembre 2015
Gli eventi che incalzano
TESTO ( Lc 3,1-6 )
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».
COMMENTO
L’evangelista Luca non risparmia particolari storici, consapevole com’è di non raccontare fatti mitologici , aneddoti o favole a scopo didattico: si tratta di fatti accaduti, storia vera, di un qualcosa che accade in un luogo preciso, in un tempo preciso e in un contesto politico, fra l’altro piuttosto turbolento, tanto che in Giudea uno dei quattro tetrarchi era stato sostituito da Ponzio Pilato, inviato dall’Italia dal potere imperiale romano. ( Come se adesso un’amministrazione locale venisse commissariata per motivi di ordine pubblico ).
“ La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto “.
Nessuna epoca è stata o sarà mai priva della parola di Dio. In quel tempo la parola di Dio viene su Giovanni nel deserto. Certamente la Parola di Dio era scesa prima tante altre volte su altri uomini, ma aveva trovato la porta chiusa. Giovanni risponde, forse perché lui vive nel deserto, lontano dai richiami e dal frastuono dei grandi giochi politici, degli affari economici, delle elites religiose. Lui è uomo da deserto dove i richiami del cuore non subiscono interferenze o interruzioni di linea.
Come tutti gli uomini che sanno fare silenzio ha un pre-sentimento: lui sente prima, intuisce che i tempi sono maturi per la venuta del Messia, il salvatore che Israele attende sempre più impazientemente ormai da secoli. E siccome nel deserto la voce di Dio si sente forte e chiara, altrettanto forte e chiaro è l’annuncio: “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Questo annuncio dal deserto della Giudea ha percorso milioni di Km di strade e millenni di storia e ora raggiunge anche noi. Lo ripetiamo “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.
Gesù di Nazareth che di lì a poco entrerà in scena in Giudea verrà a certificare con i suoi gesti e le sue parole e alla fine con la sua morte e risurrezione che proprio lui è il Salvatore atteso, per spianare le asperità della nostra vita, riscaldare la freddezza delle nostre relazioni, per colmare le lacune delle nostre vite, e perdonare ogni nostro ritardo agli appuntamenti della sua misericordia.
venerdì 27 novembre 2015
Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento; 29 novembre 2015
ALLA FINE
OGNI COSA A SUO POSTO
TESTO ( Lc 21,25-28.34-36 )
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
COMMENTO
Il linguaggio usato a Gesù è tipico di quegli ambienti spirituali del suo tempo in cui ormai non si attendeva più un Messia-Re restauratore dell’antico regno giudaico, ma piuttosto un Messia giudice degli ultimi tempi, simile a Figlio d’uomo, secondo la profezia di Daniele ( “ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno simile ad un figlio di uomo …” Dan 7,13 ).
Non vale la pena tentare accostamenti e riferimenti storici ai singoli segni annunciati da Gesù.
Il senso del messaggio è tuttavia chiaro e degno di fede, come ogni parola del Signore: questo mondo è destinato ad essere sconvolto e ricomposto in un nuovo ordine, stavolta definitivo, eterno e perfettamente corrispondente alla giustizia divina che nel frattempo è stata violata dalle scelte degli uomini. Immaginate una stanza dove il disordine è arrivato ad un livello tale che l’unica cosa possibile sembra proprio svuotarla completamente e pian piano rimettere ogni cosa al proprio posto dopo averla pulita.
A voler vedere in effetti, in ogni epoca della storia ci sono stati segni molto impressionanti che sebbene non sono stati seguiti dalla fine del mondo dicono che questo mondo è fragile, passeggero, temporaneo.
Dobbiamo rammentare l’immagine della casa costruita sulla roccia. Chi ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica ha costruito la sua vita su stabili fondamenta, e anche se ci saranno sconvolgimenti, la sua casa non crollerà: il travaglio del passaggio da questo mondo al nuovo non sarà distruttivo ma anzi metterà ancora più in luce il peso e la consistenza di una vita solida, impostata sulla verità della Parola del Signore. Non così per coloro che non avranno edificato la propria esistenza sul messaggio di amore e misericordia portato da Gesù di Nazareth.
Nell’attesa la nostra vita dovrà essere, ci dice il Vangelo, sobria e semplice, cioè non appesantita da preoccupazioni inutili, o addormentata da false e temporanee consolazioni.
Santa Chiara d’Assisi, in una sua lettera alla Beata Agnese di Praga, scrive che “l’uomo coperto di vestiti non può pretendere di lottare con uno ignudo, perché è più presto gettato a terra chi offre una presa all’avversario”.
È una bella immagine della sobrietà.
Nell’attesa del ritorno del Signore la nostra vita è una lotta tra il bene e il male dove essere nudi significa spogliarsi di tutto quello che non serve ed è superfluo, per non offrire alcuna pretesto al nemico.
Affrontiamo il cammino dell’Avvento e del nuovo anno liturgico custodendo nel cuore questa prospettiva di eternità, per avere il cuore più leggero e rimettere ogni problema nella giusta prospettiva.
mercoledì 18 novembre 2015
Stupende parole tratte da un discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia
...
"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.
In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita.
Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un "No".
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.
Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.
Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"
Commento al Vangelo della Solennità di Cristo re; 22 novembre 2015
Re … sponsabili
TESTO ( Gv 18,33b-37 )
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
COMMENTO
Gesù vorrebbe che Pilato si ponesse nella stessa ottica di Pietro, nella presa di coscienza di cosa gli altri dicono di lui, ma poi finalmente anche nella decisione di quale opinione personale assumere nell'enigma di quest’uomo venuto dalla Galilea.
Pietro fu onesto: “Tu sei il Cristo” anche se poi la paura non resse l’urto della passione e dell’apparente sconfitta. Pilato invece evita, “non sono un Giudeo”, non si sente interpellato a dare risposte, ad assumere una posizione. Giustamente spesso si usa l’aggettivo “pilatesco” in riferimento a scelte che non sono scelte, a decisioni che evitano assunzioni di responsabilità. Pilato opera una scelta, certo, ma in lui c’è tutta quella umanità complice che non si occupa , né si preoccupa della verità e di ciò che è bene, e di fatto collabora al dilagare del male.
Difficilmente i cultori del potere terreno, del potere di quaggiù si pongono il problema della verità, perché per mantenere il potere si deve esercitare il compromesso, il non schierarsi mai nettamente da una delle parti. Chi vuole affermarsi sugli altri ha bisogno di mistificare la realtà, di riportarla sempre a modo suo, di sacrificare le persone sull’altare del consenso popolare, per appoggiarsi sulle mutevoli correnti delle maggioranze.
Gesù invece che viene dalla verità entra con potenza nella sua gloria e afferma la sua regalità subendo l’umiliazione da parte del popolo e dei sommi sacerdoti perché nel suo regno il primo posto appartiene a chi pur di annunziare il vero bene che è l’amore di Dio accetta l’incredulità, la derisione e la violenza. Lui non finge, non si nasconde, Lui regna perché accettando la violazione degli uomini, sa che la verità dell’amore che è venuto ad annunciare è più forte della morte dell’odio menzognero.
Il popolo di Dio certamente è un popolo strutturato gerarchicamente ma la punta della piramide è sotto a tutti perché deve portare il peso di tutti. Sembrano parole teoriche e di circostanza ma non lo sono state per il nostro re, Gesù il Cristo, che per guidarci nella verità dell’amore di Dio, sfonda con la croce le tenebre della morte e dell’odio a beneficio di tutti noi. Non lo sono per i tanti pastori che nella chiesa lungo questi 20 secoli hanno dato la vita pur di mantenere integro il patrimonio della fede trasmesso dagli apostoli, spesso fino al prezzo del proprio sangue.
Quanto numerosi invece i tanti re o reucci di questo mondo che cercano di mettersi la corona di re sulla testa, cercano posizioni di prestigio, ma senza la volontà di assumere le connesse responsabilità legate all’autorità!
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