mercoledì 28 gennaio 2026

Convertire la moneta vecchia

  

Commento al Vangelo della IV Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 1 febbraio 2026 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Commento

 La Chiesa di Cristo, nel nome del suo capo e fondatore, ha sempre lottato per alleviare le sofferenze, le ingiustizie e le miserie degli uomini di tutte le generazioni; certamente a volte con poca efficacia e altre con scarsa coerenza. Eppure proprio lui, Gesù proclamò all’inizio del famoso discorso della montagna che occupa ben 3 capitoli del vangelo di Matteo, la felicità per chi soffre ingiustizia e persecuzione, la felicità per coloro che sono afflitti, oltre alla felicità per chi sarà stato capace di tradurre il messaggio dell’amore di Dio nella mitezza, nella misericordia e nella purezza dei pensieri e delle parole.
Gesù ha davanti a se delle folle e mentre parla ai discepoli prende coscienza delle situazioni di dolore, di prova, di oppressione in cui molti di quelle persone si trovavano. Gesù non fa una teoria sulla bellezza del dolore e del subire ingiustizia, ma, avendo davanti a sé dei volti concreti, annuncia la certezza che con la sua persona e nella sua presenza, Dio Padre ha inaugurato un nuovo ordine di valori, e ha messo fuori corso i valori del vecchio mondo: la prepotenza, l’arrivismo, l’affermazione di sé a tutti i costi.

 Proviamo a ricordare quando poco più di 20 anni fa fu introdotto l’euro: per un certo periodo Lira e Euro poterono circolare insieme, ma poi da un certo momento in poi le lire sono divenute carta straccia, o al massimo roba da collezione. L’esempio forse è debole, ma voglio dire: ancora per poco le valute mondane quali, ricchezza, prestigio, potere hanno libero corso e convivono con il messaggio evangelico.

 Ma attenzione! Da quando Gesù nel suo atto d’amore supremo della croce ha introdotto nel cuore dell’umanità la forza dirompente della misericordia divina, quelle cose hanno i giorni e le ore contate: chi ha investito energie, tempo e fatica per accumularle si troverà a non possedere nulla. Beati quelli, invece, che soccorrendo chi è prostrato nel dolore, e in ogni possibile afflizione, sono capaci di affermare nei fatti la vicinanza del regno dei cieli, vale a dire l’amore di Dio che sta diventando criterio unico per vivere nel mondo nuovo, quel mondo di cui per ora abbiamo solo qualche anticipo.    

giovedì 22 gennaio 2026

Le tenebre non fermano la luce vera

 

 Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 25 gennaio 2026 


+ Dal Vangelo secondo Matteo (4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

Commento    

Nelle liturgie del Natale abbiamo ascoltato più volte nel Prologo del Vangelo di Giovanni questa frase: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.”, riferita ovviamente a Gesù, luce del mondo, che non è stato riconosciuto dai suoi. 
Il Vangelo di oggi ci racconta i contorni storici dell’entrata nel mondo di questa luce divina che ha assunto la concretezza di una natura e di un volto umani: Cristo Gesù. Proprio lui – ci racconta l’evangelista – dopo l’infanzia e la giovinezza di Nazaret, è andato a installarsi in un villaggio della Galilea, Cafarnao, in una zona caratterizzata dalla presenza di una notevole varietà di etnie (Galilea delle genti!) e qui “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”. Ma, attenzione, non si tratta più della stella cometa. Non è più necessaria. La stella serviva a guidare verso il sole, ma ora la profezia di Zaccaria, padre del Battista si è avverata: “…verrà visitarci dall’alto un sole che sorge”. Gesù è il sole inestinguibile della nostra umanità, per cui non ci sarà più notte se non per chi sceglierà di nascondersi al suo splendore, e non ci sarà più ombra di morte se non per chi resterà chiuso al suo soffio vitale.

 “Il regno dei cieli è vicino” questo proclama Gesù. E continua a farsi vicino ogni giorno tramite la prossimità degli uomini che Gesù ha chiamato, e che continua a chiamare ai nostri giorni. La luce di Dio che libera dalle tenebre e dall’ombra di morte, passa necessariamente di mano in mano, come una fiaccola olimpica che prima o poi giungerà a destinazione per illuminare lo stadio intero. Il Signore chiama anche noi a trasmettere vita, a trasmettere gioia, ad essere fecondi. Egli continua a dirci “Voi siete la luce del mondo, non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,14). In fondo non dobbiamo inventare noi qualcosa di nuovo, ma casomai liberarci dagli ostacoli che eclissano, per noi e per gli altri, la Luce di Cristo Signore e salvatore.

martedì 13 gennaio 2026

Inizia la vita nuova

  

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 18 gennaio 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 

Commento

 Questo brano prosegue il racconto del Battesimo di Gesù di cui l’evangelista Matteo ci ha parlato domenica scorsa. In questo caso Giovanni ci offre ulteriori sottolineature. La prima è la ragione, il motivo per cui Gesù si presenta da Giovanni, in fila con tanti altri israeliti. Il Battista dice: “sono venuto a battezzare perché egli fosse manifestato a Israele”. Con tale affermazione abbiamo la conferma che Gesù, in quanto Figlio di Dio (e quindi della sua stessa natura divina) non aveva bisogno di alcuna purificazione; piuttosto era necessario che fosse manifestato che la sua missione era sì legata all’espiazione del peccato, ma non il suo personale, quanto quello del mondo, cioè quello di tutti gli uomini: passati, presenti e futuri. Egli, come il servo annunciato dal profeta Isaia dovrà caricarsi, espiare tramite la sua sofferenza le scelte di male operate dagli uomini.

Una seconda sottolineatura riguarda la modalità con cui Gesù opererà tutto questo: tramite un battesimo, cioè – tradotto letteralmente – l’immersione degli uomini nello Spirito Santo, che egli compie anche ai nostri giorni tramite la sua Chiesa, nel rito sacramentale dell’acqua battesimale.

 Il Battista vide discendere e rimanere la presenza dello Spirito Santo su Gesù, e per questo poté attestare che egli è il Figlio di Dio. Anche chi accetterà il Battesimo di Gesù avrà la stessa certezza che ebbe il Battista. Quell’acqua sacramentale trasmette lo Spirito di Dio, dona la certezza interiore che Gesù è Figlio di Dio, che Gesù è Dio, l’unico che può fare di noi persone nuove, liberate dal potere del male. 

giovedì 8 gennaio 2026

Riemerge la nuova umanità

 

Commento al Vangelo della Domenica del Battesimo del Signore – 11 gennaio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. 
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
 

Commento

Il patriarca Noè capì che le acque del diluvio si erano ritirate quando facendo uscire dall’arca una colomba, essa ritornò verso sera con un ramoscello di ulivo nel becco (cf. Gen 8,11). Anche nella scena del vangelo odierno lo Spirito di Dio assume le sembianze di una colomba, o qualcosa che le doveva assomigliare molto (in ogni caso sicuramente non era la stessa dei tempi di Noè!), che scende su un “lembo di terra emersa dal diluvio” e questa primizia della nuova creazione o, meglio, della nuova umanità, è proprio Gesù. 

Gesù, nella sua duplice natura, divina  oltreché umana, non aveva certo bisogno di alcuna purificazione, ma il gesto che compie realizza ogni giustizia per il fatto che in lui e tramite lui è la nostra umanità ad essere purificata e ad essere santificata, e a riemergere dalle acque del diluvio del peccato, o – se volete - dalle acque del Mar Rosso della schiavitù, simboleggiate dalle acque di quel fiume (il Giordano) che, non a caso, è uno dei corsi di acqua del nostro piante che scorre più in basso, fino a sfociare in un mare chiamato “Mar morto”.

 Era giusto che noi tutti facessimo qualcosa per riaprire il cielo del nostro cuore a Dio. Ebbene Gesù, il Figlio di Dio lo ha fatto per tutti noi, e a favore di tutti noi. Così Dio Padre si compiace di lui e quei cieli che si aprano su Gesù e quello Spirito che scende in “forma di colomba” stanno lì a dirci che in Gesù è riaperta la via d’accesso al cuore di Dio Padre. Non che Lui l’avesse mai chiusa nei nostri confronti, lo ripetiamo, ma l’uomo si era reso indegno di così tanto amore, e finalmente il nostro Messia a partire da questo gesto percorre l’itinerario del vero amore, quello di un figlio che si riconosce amato, e che non desidera altro che ricambiare, cioè donare altrettanto amore al Padre, manifestando e donando la sua misericordia a ciascuno di noi, suoi fratelli d’adozione. Ma noi, ci faremo trovare accoglienti difronte a così abbondante diluvio della sua misericordia?