giovedì 12 novembre 2015

Commento al Vangelo della XXXIII Dom TO, anno B; 15 nov 2015



LA FINE DEL MONDO … FINALMENTE!


TESTO  (Mc 13,24-32)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».


COMMENTO

Gesù prende le future disastrose vicende della città di Gerusalemme come segno dell’imminente giudizio da parte del figlio dell’uomo, che è lui stesso. Gesù sovente usa questa espressione per indicare la sua persona, proprio per affermare , da una parte che lui è un figlio di uomo, un uomo in tutto e per tutto come noi, ma per affermare  dall’altra che lui corrisponde alla profezia dell’AT  in cui si dice che il giudizio della storia sarà affidato “a uno simile ad un figlio d’uomo” ( Dn 7,13 ).

Quindi gli sconvolgimenti politici e sociali che Gesù preannuncia imminenti ( e infatti nel 70 d.C. Gerusalemme fu saccheggiata e il tempio distrutto ) sono solo l’inizio della fine di un mondo, questo in cui viviamo, segnato dal dolore , dalla precarietà e dalla sofferenza e che apre a quello nuovo, definitivo, non a caso denominato nel libro dell’Apocalisse con il nome di Gerusalemme celeste, in cui Dio 
“ … tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate». ( Ap 21 )

La generazione di Gesù non finirà prima che avvenga la sua morte in croce, prima che avvenga la distruzione di Gerusalemme, prima che si realizzino tutti quegli eventi, quali essi siano, storici, politici o metereologici, che dovrebbero far capire ai suoi uditori e a noi che leggiamo, che questo mondo non ha certezze, che non c’è nulla nel contesto in cui viviamo che possa dirsi veramente stabile, duraturo, permanente, tranne appunto la parola del Signore.

 Anche noi, al verificarsi di eventi disastrosi o di sciagure naturali, usiamo lo stesso linguaggio forte e iperbolico di Gesù e diciamo che è “proprio la fine del mondo”, oppure che “ci si è fatto il mondo nero”, o che si è spenta la stella di quel dato personaggio molto celebre. 

Anche noi facciamo l’esperienza del mondo che passa, di un mondo fragile, di una creazione in stato di via, la cui perfezione non è ancora compiuta, che geme nelle doglie del parto, direbbe San Paolo; facciamo l’esperienza di un’umanità che da sola non dà e non può dare certezze e riferimenti sicuri. 

Oggi generazione, anche la nostra, deve saper riconoscere che l’unica certezza è la parola di Gesù, il salvatore che ha già inaugurato e che verrà a completare la sua opera di misericordia, “a giudicare i vivi e i morti”,  per donare a chi gli ha creduto la sua stessa eredità della vita eterna.

venerdì 6 novembre 2015

Commento al Vangelo della XXXII Dom TO anno B; 8 novembre 2015




SERVIRE È AMARE SENZA MEZZE MISURE



TESTO ( Mc 12,38-44 )

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».



COMMENTO

A grandi poteri devono corrispondere grandi responsabilità. Chi erano questi scribi così duramente apostrofati da Gesù? Essi erano gli interpreti ufficiali della legge di Mosè, i conoscitori più accreditati delle sacre scritture, e i continuatori ideali della missione dei profeti dell’AT assenti dalla vita di Israele da circa tre secoli. 
A causa delle loro conoscenze e del loro prestigio erano molto onorati come ci fa capire Gesù ma spesso anche molto, troppo, attaccati al loro status, alla loro fama, fino al punto di perdere la dimensione del servizio; ecco che in luogo di vivere la loro missione per il bene spirituale e morale dei loro fratelli ebrei , l’attaccamento al ruolo li portava, ulteriore perversione, allo sfruttamento delle persone loro affidate per l’arricchimento personale. 

Tutto questo sembra essere ancora oggi, e in ogni campo, il triste epilogo di chi non concepisce la propria posizione come servizio all’altro ma come occasione di potere e guadagno personale. 
Non potrebbe essere diversamente, essendo il cuore dell’uomo orientato inevitabilmente o all’amore egoistico di sé stesso o all’amore di Dio e quindi del prossimo. 

Totale è anche il gesto della povera vedova che non sceglie di dimezzare la misura della propria generosità ma si affida totalmente a Dio e dona tutte e due le monetine.  Potrebbe essere una generosità eccessiva, ma Gesù non dice se ha fatto bene o ha fatto male; riconosce piuttosto il fatto che ha dato tutto quello che aveva, loda il suo cuore totalmente orientato a Dio, a dispetto dell’irrisorietà della cifra. 

Quanto spesso invece quello che noi diamo agli altri o anche nel nostro rapporto di fede al Signore, come tempo, risorse, affetto è semplicemente un avanzo, uno scarto, un qualcosa che tocca solo marginalmente il nostro cuore! Il Signore non si lascerà battere in generosità da chi come la vedova saprà percorrere la via della totalità e anzi la stessa l’esperienza di  fede ha senso solo se essa coinvolge tutta la vita, tutti gli ambiti della nostra esistenza, e tutte le corde della nostra affettività.

lunedì 2 novembre 2015

Bellissima testimonianza di un medico sul senso della morte

...
Qualche settimana fa appena entrata di turno per la guardia della notte vado a visitare un paziente che sapevo essere terminale, qualche parola, un po’ di conforto e un antidolorifico. Dopo pochi minuti gli infermieri mi chiamano perché il paziente sta morendo, i familiari si allontanano dal letto angosciati e spaventati, noi ci affaccendiamo nel nostro meccanico via vai di cateteri, tubi e ossigeno, ma lui stava veramente esalando gli ultimi respiri ormai incosciente.

Allora ho tolto tutto, flebo, ossigeno e l’ho solo semplicemente accarezzato fino all’ultimo.
Ho capito che il Signore mi ha permesso di rimanere vicino a quell’uomo in un momento unico della sua vita.
Ho capito che mi ha dato il privilegio di accarezzare con le mie mani Gesù morente sulla croce.

Ho capito che i familiari sono fuggiti proprio come gli amici di Gesù perché non è facile stare ai piedi della Croce.
Ho capito il turbamento che provò Gesù quando vide Lazzaro morto, perché dopo tanti anni la morte ha qualcosa che davvero ancora mi turba…Ho capito che il nostro corpo, senza vita, non è altro che un insieme di carne, ossa, secrezioni e piaghe e non avrebbe senso senza lo Spirito Santo.

Ho capito che per quanto possa avere studiato, essere un bravo medico, avere il potere di lenire il dolore fisico delle persone in quel momento Gesù mi diceva ” vedi che senza di me non puoi nulla, io sono il Signore della vita e della morte, il tuo compito finisce qui, devi stargli solo vicino, adesso a lui penso io”.
… è che quando mi libero un po’ della mia piccolezza umana capisco chiaramente quello che Lui vuole dirmi e finora non ho mai frainteso.

Come diceva Chiara Corbella Petrillo :”Dio mette la verità dentro di noi, non è possibile fraintendere”, adesso capisco perché. 

lettera firmata

giovedì 29 ottobre 2015

Commento al Vangelo della Festa di Tutti i Santi; 1 novembr 2015




FELICI COME I SANTI


TESTO  ( Mt 5,1-12 )

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


COMMENTO

Potremmo partire da queste ultime parole di Gesù: per causa mia! Le parole appena ascoltate sono la sintesi del messaggio , della buona notizia del Messia Gesù, il compimento, non l’annullamento si badi bene, della legge antica; il programma di vita e della missione di Colui che per primo le proclama. La chiave di comprensione è esattamente la sua persona e quel “per causa mia” significa che i nove atteggiamenti elencati e ritenuti fonte di gioia lo sono se vissuti nella relazione viva con Lui: Cristo Gesù risorto e vivo.

D’altra parte la povertà da sola non salva, né le lacrime da sole danno gioia. Perché mai uno che piange dovrebbe essere felice al di fuori di una motivazione ben precisa e solida? Tantomeno la mitezza e l’essere vittima di ingiustizia sono da sole fattori di auto redenzione e di gaudio. E perché mai ancora il fatto di essere insultati dovrebbe essere fonte di beatitudine, cioè di felicità? Ci sono tanti motivi che possono spingere una persona a non vendicarsi, a non reagire contro una persona violenta, a dare il proprio perdono. 
Il punto è che questi atteggiamenti , interpretati nel miglior modo possibile dall’uomo storico Gesù di Nazareth, sono motivo di felicità vera, duratura e profonda, cioè eterna, se vissuti nell’accoglienza della sua presenza di uomo-Dio crocifisso e risorto.

Egli non è venuto a proclamare la bellezza della povertà, dell’ingiustizia, del dolore; Egli è venuto piuttosto a condividere le sorti degli uomini diseredati e abbandonati perché questi nella sua parola e nella comunione con Lui possano trovare la vera ricchezza che non passa. Egli è venuto a piangere con chi è nel dolore, perché chi piange possa, in Lui, dare un senso alle proprie lacrime. Egli è venuto a farsi compagno di cammino di tutti i poveri in spirito, consapevoli di non poter bastare a sé stessi, perché in Lui trovino salvezza; e più ancora Gesù è venuto a rivelare la misericordia di Dio Padre perché in Lui tutti gli offesi trovino la forza e la gioia del perdono e della riconciliazione; perché tutti gli uomini accogliendo il farsi prossimo di Gesù possano condividere anche il suo stesso destino di Gloria dopo la croce, di vita dopo la morte, di esaltazione dopo l’umiliazione.

mercoledì 21 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXX Domenica del TO; 25 ottobre 2015



Vedere  per credere !



TESTO (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.



COMMENTO

C’è un cambiamento vertiginoso nell’esistenza di Bartimèo. La sua cecità lo paralizzava alla dipendenza da altri, al passaggio di Gesù egli era a terra mendicando lungo una strada che evidentemente non lo conduceva in alcuna direzione. 
Al contrario dopo l’incontro con Gesù tutto cambia e la sua vita si rimette in movimento: Bartimeo torna a vedere, ora può rialzarsi da terra, può autonomamente camminare, e così la sua strada acquista una direzione ben precisa che è quella di seguire Gesù. 

La sua vita cambia a partire dall’esperienza di una persona, Gesù di Nazareth, e in questo incontro il fatto cruciale è il tornare a vedere.
Tutto ovviamente ha un grande significato simbolico: se non diveniamo capaci di vedere la realtà del mondo e della vita nella sua verità, perdiamo tutte le coordinate, diveniamo schiavi o comunque dipendenti dalle masse, dalle mode, da quello che dicono gli altri; soprattutto rimaniamo a terra a mendicare qualche spicciolo di gratificazione che il mondo ci può dare.

L’incontro con Gesù cambia tutto. Non a caso il giorno del Battesimo viene consegnata una candela accesa al cero pasquale simbolo di Cristo risorto e viene detto al bambino tramite i suoi genitori: 
“ Ricevi la luce di Cristo “.
E’ proprio quella luce che ci permetterà di vedere bene, non fermandoci alle apparenze. Solo quella luce ci permetterà di ricevere la dignità di figli di Dio, di stare in piedi di fronte agli uomini, di poter fare un nostro percorso libero alla ricerca della verità e di chi veramente ci può salvare dal male.

Nulla è mai perduto del tutto. Come questo cieco si aggrappa a Gesù proprio mentre stava uscendo ormai da Gerico, anche noi non dobbiamo mai sentirci battuti né abbattuti, perché anche un istante, un’apparente ultima occasione può diventare l’incontro della vita.

Pace e Bene

venerdì 9 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXIX Dom del TO anno B; 18 ottobre 2015




SIATE EGOISTI, … FATEVI SERVI DI TUTTI!



TESTO  (  Mc 10,35-45 )

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».


COMMENTO

Recentemente la più grande mensa dei poveri della città di Milano gestita dai frati cappuccini, ha lanciato questo simpatico slogan: “siate egoisti, fate del bene!” . In questa frase è racchiusa effettivamente la paradossalità del messaggio evangelico, dello stile di vita che Cristo assume e che propone ai suoi discepoli.  

I due fratelli Giovanni e Giacomo dovevano essere due personaggi molto energici, erano detti non a caso Boanerghes, (figli del tuono) e sembrano sicuri di poter aspirare ai due seggi di onore, alla destra e alla sinistra del loro maestro quando regnerà definitivamente.
Gesù non assicura nulla se non la condivisione del suo calice amaro di passione e morte, perché chi lo vuole seguire dovrà anch’egli battezzarsi cioè immergersi nel suo stesso destino di dono totale di sé.

Il paradosso è proprio qui e Gesù lo sottolinea: se si vuole primeggiare e diventare grandi bisogna scendere in basso, al servizio degli altri, dedicarsi alla costruzione del bene degli altri uomini. Anche il fondatore dello scautismo Baden Powel diceva che il modo migliore per essere felici e far felici gli altri. Se si vuole condividere la gloria di Gesù quindi occorre condividere anche il suo destino di offerta totale, di donazione, di gratuità nel servizio di Dio e degli uomini. Con una notazione precisa, che nelle parole di Gesù servire ha proprio il senso di arrivare anche a dare la propria vita. 

Gesù non solo annuncia il paradosso ma lo vive concretamente nella sua vita. Gesù entra nel mondo, nella storia dell’umanità e di ogni uomo per la “porta di servizio”. In ogni grande residenza o albergo o palazzo di prestigio ci sono almeno due entrate: quella principale che è quella ufficiale dove entrano gli aventi diritto e gli ospiti  e poi c’è la porta di servizio, una porta secondaria, nascosta alla vista pubblica dove entra il personale appunto “di servizio”.

Il grande ed essenziale servizio che il Signore ci rende è quello di pagare il debito del nostro peccato, di assumersi le conseguenze e di riscattare tutto il male del mondo, e per un suo benevolo disegno ha permesso di associare la nostra vita alla sua, non semplicemente di dare un assenso intellettuale ma un assenso esistenziale facendo della nostra vita un’offerta per la gioia e il bene dei fratelli e per testimoniare la fedeltà alla misericordia di Dio. 
Pensiamo in questo momento ai tanti fratelli cristiani perseguitati a causa della fede in Siria e in tutto il medio oriente, a quelle comunità cristiane che dopo due mila anni di storia sono state spazzate via, e di cui nessuno parla. Il loro dolore, il loro lutto si cambierà in gioia, ma nel frattempo tutti noi siamo interpellati alla stessa fedeltà e allo stesso coraggio, e ad una testimonianza di fede un po’ più consistente .

martedì 6 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del TO, anno B; 11 ottobre 2015



Ogni bene, tutto il bene, il sommo bene !



TESTO ( Mc 10,17-30 ) 

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».



COMMENTO

Questo tale pone il problema della vita eterna sul fare qualcosa di buono. La risposta di Gesù pone una premessa fondante: : «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo!” Prima di porre il problema del fare occorre risolvere il problema di “chi” o “cosa” è buono. Gesù è alquanto categorico: “perché mi chiami buono? Dio solo è buono”. A distanza di un millennio  gli fa eco il patrono della nostra Italia San Francesco d’Assisi che nelle lodi di Dio Altissimo dice “ Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene”.

 Ciò vuol dire che non sarà mai possibile fare realmente qualcosa di buono se non entriamo nella sfera d’azione di Dio. Dirà infatti San Paolo nella lettera ai Filippesi … “È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni. ( Fil 2,13 ). Ma un ateo allora potrà fare del bene? Potrà addirittura entrare nella vita eterna? Tutto questo sarà possibile ma sempre per un intervento misterioso e per la presenza di Dio, a volte ignota allo stesso uomo che compie ciò che è buono agli occhi di Dio, ciò che è scritto nei comandamenti ribaditi da Gesù e che sappiamo soprattutto essere incisi col fuoco dello Spirito Santo nel profondo delle nostre coscienze. 

E anche quando Gesù propone la via alta del discepolato , cioè la forma radicale della sequela che consiste nello spogliarsi di tutto per seguire Gesù povero casto e obbediente, anche qui la forza per fare a meno delle ricchezze del mondo e abbandonarsi totalmente alla radicalità del Vangelo sarà sempre Dio a poterla donare, perché “nulla è impossibile a Dio”. Lui che per i suoi apostoli e per tutti quelli che lo hanno seguito nella via stretta della speciale consacrazione saprà moltiplicare già qui in terra la gioia e le magre gratificazioni dei beni di questo mondo a cui hanno rinunciato.

Nel prossimo anno giubilare intitolato “Misericordiosi come il Padre” sentiremo molto parlare delle opere di misericordia corporale e spirituale, ma non dimentichiamoci che il termine di riferimento è sempre l’amore, la misericordia del Padre. Cosa mai potrà fare l’uomo da solo per entrare nella vita eterna, se non fosse che Dio per primo ci ha amato a dato il suo figlio per noi? Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. (1 Gv 4,19)