venerdì 9 ottobre 2026

L'abito non fa il monaco però ....

 

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 11 ott 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Commento

Due modi per perderci la grande festa di nozze senza fine che il Signore ci prepara in questo mondo e più ancora in quello a venire; due modi descritti nella parabola raccontata da Gesù nel vangelo di questa domenica. 

Primo modo: quelli che la festa se la vogliono fare da soli. Gli invitati a nozze che disdegnano l’invito sono quegli uomini (Gesù aveva in mente i figli di Israele) che sottovalutano alla grande la bellezza della chiamata del Signore. La prendono sul serio, ma fino ad un certo punto. Come dire? “Questa festa alla quale mi inviti, ha poco di speciale e me la posso organizzare anche da solo, senza bisogno di scomodarmi per venire a casa tua. 

Secondo modo: quelli che a la festa ci vanno, anche perché non hanno niente da perdere, ma la festa se la vogliono gestire da soli. Quelli che vanno al ristorante col pranzo al sacco, o quelli che pretenderebbero di mangiarsi i piccioni ripieni a un ristorante vegano. Quell’abito nuziale cos’è in fondo? Richiama le vesti di lino della della Chiesa-sposa dell’Agnello (Cristo Signore) di cui si parla nel libro dell’Apocalisse, e questa veste, continua il testo, sono “le opere giuste dei santi” ( Ap 19,8). Badate bene che secondo l’uso del tempo, tale veste nuziale era una sorta di soprabito che veniva dato a tutti gli invitati prima di entrare alla festa. Il fatto che qualcuno non l’avesse addosso era sintomo quindi di un rifiuto, di un disprezzo di uno stile, di un dress-code (si direbbe adesso) che il padre dello sposo voleva dare. E lo stile, la veste che ci viene chiesto di indossare è costituita da tutti gli atteggiamenti di un figlio che riconosce l’immensa bontà di un Padre, sono gli atteggiamenti di Gesù. In lui riceviamo quella veste, battezzandoci in Lui. 

Dopo il rifiuto degli invitati, tutti sono chiamati alla festa – interessante – “buoni e cattivi”, ma viene chiesto loro solo di accettare il dono, di vivere conformemente a quel dono, sentendosi anche di conseguenza, in comunione con gli altri. Si, il Signore ci fa proprio un invito a nozze, a una vita bella, piena, degna di questo nome, come quella che si vive nell’amicizia di Gesù; ma che peccato lasciarsela sfuggire, magari pensando di potersela organizzare da soli o a modo proprio!

mercoledì 30 settembre 2026

L’amore non si inventa


 Commento al Vangelo della XXVII Domenica del TO, anno A – 4 ottobre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».


Commento

Come potremmo definire il Regno di Dio, il Regno dell’amore di Dio, la signoria dell’amore di Dio su tutte le realtà del mondo? Gesù in questa parabola lo paragona ad una vigna, offerta a dei vignaioli perché ne producano frutto, perché ne godano loro e ne facciano godere tanti altri. Ma quei vignaioli sono cialtroni, non capiscono il dono; è vero – si potrebbe notare – che la vigna è stata data in affitto e non regalata, ma quel terreno è talmente ricco e ben corredato di recinto, torre e torchio, che ci saranno frutti abbondanti per tutti. Ma quei vignaioli non si accontentano; sembrano quasi irritati dal dover dipendere da un altro, vogliono l’esclusiva di un qualcosa che sembra essere totalmente al di fuori delle loro possibilità di realizzazione.

Il popolo di Israele non ha capito l’amore di predilezione che il Signore ha avuto nei loro confronti: piuttosto che accoglierlo e condividerlo tra loro e con gli altri uomini, hanno preferito farsene un vanto contro gli altri, farsene un titolo di supremazia sugli altri. Il nuovo Israele di Dio, il nuovo popolo eletto, i cristiani, non possono e non devono incorrere nello stesso errore: non si può mercanteggiare con i doni di Dio a proprio uso e consumo, quasi se ne avesse la proprietà esclusiva. Il regno di Dio è la forza inesauribile dell’amore del Padre rivelato da Gesù nell’offerta totale della sua vita per noi. E l’amore non si può ingabbiare, monopolizzare, privatizzare.

L’amore è l’unica realtà che si gode donandola. Pensiamoci. Ci si dà da fare per acquisire i beni essenziali per la sopravvivenza, ma anche per possedere tante cose da cui ricavare un ben-essere, lecito e a volte esagerato. Ma l’amore rende felici solo coloro che lo fanno circolare, che lo accolgono e lo donano, o meglio che lo accolgono donandolo. Nessuno uomo può presumere di diventare padrone dell’amore, e tanto meno di generarlo da sé, perché sarà schiacciato dalla sua stessa folle pretesa, e sarà la rovina sua … e di chi gli starà vicino. Le cronache di questi tempi, purtroppo, ce lo confermano. 


domenica 27 settembre 2026

Attenzione ai sorpassi!


Commento al Vangelo della XXVI Domenica del TO, anno A – 27 settembre 2026


 Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Commento

Gesù sta parlando nel tempio di Gerusalemme ai sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè alle guide del popolo eletto, prescelto da Dio. Si intuisce subito pertanto la finalità educativa della parabola, il punto al quale vuole arrivare, come svelato da lui stesso. “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Un’affermazione pesantissima, tenuto conto del disprezzo, dello stigma sociale che gravava su queste due categorie di persone: i pubblicani facevano commercio della vita del proprio popolo riscuotendo tasse per i romani e arricchendosi a loro volta. Le prostitute facevano commercio della propria dignità. 

Gesù non sta parlando di tutti i pubblicani e di tutte le prostitute, ma di quelli che si sono posti in ascolto della parola profetica di Giovanni Battista, credendogli. Cosa predicava Giovanni? Forse vale la pena ricordarlo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.  Questo diceva!

Nell’imminenza del regno di Dio occorre cambiare passo, cambiare moneta. Non vale più cosa possiedo, chi sono per gli altri, secondo un indice di gradimento sociale. Ma ora è il Signore che prende in possesso la storia, e allora conta cosa sono capace di donare e chi sono davanti a Dio. Ricordiamo quel che diceva San Francesco “Quanto vale un uomo davanti a Dio, tanto vale e nulla più”

Ma quei sommi sacerdoti e quegli anziani a cui Gesù sta parlando, a loro volta fanno commercio: commerciano la loro fede, ne fanno moneta per essere qualcuno, per avere uno status. Hanno detto di “sì” al Signore con la bocca, ma il loro cuore è lontano da Dio, come dice il profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13). E poi le scelte quotidiane dicono dove sta effettivamente il cuore, e forse ancora di più lo dicono il modo con cui svolgiamo le cose quotidiane; dicono in quale vigna abbiamo effettivamente scelto di lavorare Buona Domenica! Il Signore vi dia pace.


venerdì 18 settembre 2026

Sei invidioso?

 

Commento al Vangelo della XXV domenica del TO, anno A – 20 settembre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Commento

Gli ultimi saranno primi perché privi di ogni aspettativa, privi di ogni pretesa per il loro lavoro, così esiguo, così limitato; e così si sentiranno molto più gratificati e graziati degli altri. I primi ad andare a lavorare invece, quelli usciti all’alba, che si erano accordati per un denaro, si sentiranno scontenti per veder retribuiti con la stessa paga quelli che hanno lavorato molto meno di loro. Questa si chiama la trappola della meritocrazia, che davanti alla giustizia divina non funziona. O meglio non funziona come penseremmo noi, con i criteri umani che distano da quelli divini , come ci ricorda la prima lettura di oggi, “quanto il cielo sovrasta la terra” (Is 55,9).

La bontà immensa del Signore non elimina la giustizia, ma la supera, la oltrepassa. Se un normale datore di lavoro avesse fatto la stessa cosa, una qualche contestazione sarebbe stata lecita, perché la sua generosità deve tenere conto anche delle sue limitate risorse economiche. Sciupare denaro regalando indiscriminatamente a tutti potrebbe ridurre la sua possibilità di ricompensare il lavoro dei suoi collaboratori. La ricchezza personale di un uomo è sempre un dono da amministrare e non un diritto assoluto, cioè sciolto da qualsiasi responsabilità verso Chi ti ha concesso buona sorte e talento per averla. Invece il Signore ha risorse di bontà illimitate per tutti. La sua generosità “eccessiva” per qualcuno non priverà nessuno. Allora la stranezza di questa parabola sta proprio nel farci riflettere che certamente il Signore promette cieli nuovi, terra nuova, il centuplo a chi lo segue, ma tale ricompensa non dovrà mai essere considerata un merito nostro, un diritto conquistato, ma al contrario, solo e semplicemente un dono ricevuto, e accolto.

Ben a proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che in senso stretto l’uomo difronte a Dio non ha alcun merito, e se ne ha, è solo perché il Signore, nella sua benevolenza, ha deciso di “associare l’uomo all’opera della sua grazia” (CCC 2008). Occorrerà quindi sempre partire dalla Grazia, dalla bontà fontale di Dio. A quegli operai dell’alba si potrebbe, allora, far presente che non è scontato avere la salute per lavorare, e avere avuto la possibilità di lavorare certi della promessa di una paga per il loro lavoro.

venerdì 11 settembre 2026

Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi...

 

Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ord., anno A – 13 sett 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


Commento

Dove troveremo la forza di perdonare 490 volte il fratello che commette colpa contro di me? La domanda è provocatoria perché è facile intuire che per Gesù 70 volte 7 significa: “sempre”. E siccome la domanda diventa ancora più stringente, Gesù si inventa una delle sue parabole, come fa tutte le volte che deve comunicare qualcosa che è molto al di sopra della capacità umana.

E se c’è una cosa riferibile a Dio che sicuramente sfuggirà sempre alla misura delle nostre considerazioni, questa è proprio la misericordia. Il senso della risposta del Maestro al discepolo Pietro è che per quanto ci costerà condonare qualcosa a un fratello che ci offende, 550 mila volte di più – questa è la proporzione tra 10 mila talenti e 100 denari – il Signore ha già condonato a noi. 

Certo: nessuno di noi probabilmente si sente così peccatore da aver bisogno di vedersi condonato peccati per una quantità esorbitante come sono 10 mila talenti, ma il fine della proporzione iperbolica, volutamente smisurata, sta lì a dirci che il Signore ci fa tanta Grazia, ha talmente tanta tenerezza nei nostri confronti che non dovremmo in nessun modo preoccuparci di non riuscire a perdonare chicchessia. Anzi dobbiamo riconoscere una contemporaneità tra il perdono ricevuto e il perdono dato. Se Gesù ci ha insegnato a dire: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” significa che i 10 mila talenti mi accorgo di averli quando mi tocca sborsare, forse a fatica quei benedetti 100 denari. 

Dico “benedetti” non solo così per dire, ma perché quando ci accorgiamo di essere allo stretto nel cuore verso qualcuno siamo obbligati – se dotati di un minimo di umiltà – a guardare in Alto e ricorrere a colui per il quale nulla è impossibile. In fondo, se Gesù, dall’alto della croce, ha sentito il bisogno di ricorrere alla forza del perdono del Padre – “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” – perché non dovremmo farlo anche noi quando ci sembra impossibile perdonare? Perché non potremmo dire anche noi: “Padre, questo qui perdonalo tu che io non ce la faccio!” Vi assicuro che quei 10 mila talenti ricevuti saranno sempre più che sufficienti. 


venerdì 4 settembre 2026

L’uomo non è un’isola


 Commento al Vangelo della XXIII Domenica del TO, anno A – 6 settembre 2026



+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


Commento

Un proverbio abbastanza conosciuto dice che “vox populi, vox Dei”, (= la voce del popolo è la voce di Dio). Qualcosa di vero c’è. Ma per chi si mette alla scuola del Vangelo di Cristo Signore, non basta pensare che l’opinione della maggioranza corrisponda più o meno alla verità (cosa non sempre verificata) ma avere consapevolezza che Gesù ha scelto di rendersi presente in modo intensivo nella comunità dei suoi amici, al di là dei limiti geografici o temporali.

Tutti quegli uomini che riconoscono i sette sacramenti, il Credo e l’autorità dei Pastori (i Vescovi) della Chiesa, uniti col Vescovo di Roma, questi costituiscono la comunità di Cristo, la Chiesa alla quale Gesù si è affidato, sia prima della sua Pasqua (come nel brano di oggi), sia nelle sue apparizioni post-resurrezione.

Alla domanda: “Chi è il Capo della Chiesa?”, noi continueremo a rispondere - almeno noi cattolici - "Cristo Gesù", senza tentennamenti, né esitazioni. Gesù è vivo, è risorto…o almeno così dovremmo credere. Ma il vangelo di oggi ci ricorda che la sua presenza avviene in modo velato, in modo da non abbagliare la nostra libertà. Gesù ce lo ha ripetuto: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

La mediazione della Chiesa avviene anche quando un Consiglio pastorale di una Parrocchia riflette sul cammino da fare, ma anche quando una comunità religiosa è riunita per occuparsi del disagio di un suo membro. Poi un’assemblea cristiana si può sbagliare nelle sue scelte pratiche. Anche un Vescovo, o un pontefice possono sbagliare nel trattare una questione disciplinare, o nell’affidare un incarico a qualcuno. Anche i cardinali riuniti in Conclave, potrebbero sbagliare nell’eleggere un papa, ma noi crediamo che il Signore passerà comunque anche attraverso quella decisione malsana. Spesso, probabilmente, i cristiani hanno ritardato il cammino del Regno di Dio nella storia, ma quegli uomini che, pur dovendo sopportare le conseguenze di scelte errate, hanno custodito la comunione fraterna, comunque vivranno l’azione dello Spirito di Dio nella vita personale. Veramente, è impressionante quanto i cristiani, a iniziare da noi pastori, sottovalutano il valore e il potenziale di evangelizzazione della comunione fraterna. E allora concludo con un altro proverbio, che invece è senz’ altro sempre verificato e verificabile. “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano vai con i fratelli”.

sabato 29 agosto 2026

...che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

 




Commento al Vangelo della XXII Domenica del TO, anno A – 30 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Commento

I pensieri e la mentalità degli uomini sono veramente molto distanti da quelli di Dio. Il profeta Isaia arriva a dire, a nome del Signore che “…quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9).

Ma proprio per questo l’Unigenito Figlio di Dio, lo ripete ogni Domenica nel Credo chi si reca alla Messa, “si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo”.

Quella distanza abissale, di cui sopra, viene colmata e riempita nella persona di Gesù di Nazaret che nel suo essere Dio riacciuffa quell’uomo perduto nei suoi egoismi, e nel nulla del sua nulla; e lo fa nella sua stessa persona in cui la volontà umana si affida a quella di Dio Padre.

L’uomo dovrà, quindi, lasciarsi acciuffare dalla mano salvatrice del Signore, dovrà rinunciare alla sua pretesa di sfuggire con le sue sole forze o con i suoi soli meriti alla morte, o di negare la malattia del suo cuore.

Questo significa anzitutto rinnegare se stessi: riconoscersi non auto-sufficienti. E poi di seguito a questo, chi vuol seguire Gesù, dovrà quotidianamente allargare e condividere i frutti della vita nuova ricevuta in Cristo ai fratelli e alle sorelle. Non potrà che uscire dalla centratura su se stesso, sui propri bisogni che lo portano a ragionare, appunto, secondo la logica del mondo: “prima ci sono io….poi eventualmente, se avanza qualcosa, ci sono anche gli altri”. Chi si scopre veramente amato e graziato come potrà non desiderare la stessa cosa per i suoi simili? Se così non fosse, ci sarebbe da dubitare sull’autenticità dell’incontro con Cristo Signore, rivelazione dell’amore infinito di Dio Padre. 


domenica 23 agosto 2026

Voi, chi dite che io sia?

 

Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ord. A – 23 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo


Commento

I medici raccomandano di tenere sotto controllo la salute almeno facendo  periodicamente gli esami del sangue: si dice all’incirca una volta all’anno. Cosa molto opportuna per chi -  come colui che vi parla - ha superato abbondantemente la cinquantina.

Non sarebbe male, però, fare qualcosa di simile anche per testare la nostra salute spirituale, ovviamente lo dico per quegl’ascoltatori che – eventualmente – avessero un qualche desiderio di vita cristiana. E il primo esame della fede secondo il cuore di Cristo dovrebbe consistere proprio sulla domanda rivolta da Gesù ai suoi: “Ma voi, chi dite che io sia?” 

Dovremmo cioè, di tanto in tanto, tornare a porre al centro della nostra coscienza – ripeto: eventualmente cristiana – la questione dell’identità di Gesù di Nazaret. Se Gesù era un grande profeta, un grande saggio e nulla più, e la sua resurrezione un dato puramente allegorico, privo di verità storica, Cristo rimarrebbe ancorato nel passato; solo un grande uomo, come tanti o poco meglio. Pur avendo lasciato degli esempi di vita straordinari, Egli non toccherebbe realmente e personalmente la nostra vita, qui e ora. Se viceversa Gesù era si il Figlio di Dio senza essere però quel Cristo atteso da secoli, quel Messia salvatore, appunto unto da Dio per salvare Israele e l’umanità dalla condanna della morte, ebbene la sua divinità non guarirebbe la nostra umanità. Lui lassù e noi quaggiù, senza alcun vantaggio per noi.

 La risposta di Pietro è quindi la risposta di una comunità che da due mila anni professa la sua fiducia in Cristo Gesù, salvatore, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Una risposta non teorica ma che tocca la vita, tutto quello che facciamo, vediamo e pensiamo. Ma se questo primo test della fede non sembrasse sufficiente ce n’è un secondo ancor più definitivo, perché verificabile: il test della carità. Se veramente le nostre parole sono rivelazione di ciò che il Padre ci ha messo nel cuore, e non solo parole di circostanza, allora esse saranno confermate da gesti di carità. E questo esame , vi assicuro, è difficilmente falsificabile dalla propria coscienza.

giovedì 13 agosto 2026

Avvenga per te come desideri

 


Commento al Vangelo della XX Domenica del TO, anno A - 16 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Commento

“La Bibbia si spiega con la Bibbia”; questo vecchio adagio è quanto mai vero in questo caso, e necessario, per cogliere meglio il senso di questo episodio che ad un primo impatto può suonare strano. San Paolo scrive a Timoteo che Dio vuole che “tutti gli uomini siano salvati” (1 Tim 2,4) e ancora san Pietro nella casa di Cornelio proclama che “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). 

Allora l’atteggiamento inizialmente freddo, quasi sdegnoso, nei confronti della donna non ebrea, nasce forse dal desiderio di Gesù di rispettare l’elezione che Dio Padre ha rivolto a Israele. Seppur tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, Dio vuole salvare l’uomo tramite l’uomo, e nella fattispecie attraverso la primaria collaborazione di questa piccola nazione da lui prescelta: Israele. In altra occasione Gesù inviando i suoi discepoli li aveva così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele»». (Mt 10,5-6).

Il punto è che la fede di questa cananea è talmente grande che obbliga Gesù ad una drastica scorciatoia, ( e non sarà la sola volta ) e a manifestare subito in lei la sua potenza guaritrice, che è sempre rimando alla sua potenza di salvezza eterna. 

Oltre alla potenza della fede che muove e com-muove profondamente il cuore di Gesù, si comprende anche il nuovo principio su cui si basa l’appartenenza al popolo eletto. Meglio si potrebbe dire che il nuovo Israele, il vero Israele, il vero popolo eletto, non è più identificabile da una appartenenza etnica o religiosa, ma dalla fede nella persona di Gesù, Messia, rivelazione ultima definitiva della infinita misericordia del Padre. Per questo San Paolo così scrisse ai cristiani della Galazia: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù” (Gal 3,26). E la fede sia alimentata dalla preghiera ma, nello stesso tempo, la fede sfoci nella preghiera con la stessa intensità mostrata dalla donna cananea che impressionò lo stesso Gesù. Diceva bene San Giovanni Crisostomo: “Chi prega ha le mani sul timone della storia!”.

giovedì 6 agosto 2026

Davvero tu sei Figlio di Dio!

 

Commento al Vangelo della XIX Domenica del T Ordinario, anno A – 9 agosto 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Commento

Gesù sale sul monte e i discepoli vanno per mare, ma è ben di più che l’organizzazione delle vacanze. Gesù vuole oltrepassare il momento di entusiasmo della folla vissuto dopo la moltiplicazione dei pani/pesci, e pretende con fermezza che facciano altrettanto anche i suoi discepoli – il testo dice: “costrinse i discepoli a salire sulla barca” – che ovviamente erano molto più sensibili a quello straordinario entusiasmo della gente. Gesù va alla ricerca di una sempre maggiore intimità col Padre. I discepoli invece hanno bisogno di riprendere il cammino, perché saranno chiamati ad approfondire in altro modo la loro fede. 

In una precedente situazione – raccontata sempre dall’evangelista Matteo al capitolo 8,23-27 -  Gesù aveva calmato una tempesta; ora per certi aspetti Gesù realizza qualcosa di ancor più straordinario: permette a Pietro di camminare sopra e nonostante quella iniziale tempesta di vento, facendolo ovviamente lui per primo. Ma Pietro dubita e comincia ad affondare. 

Tutte le vicende vissute dai dodici con il loro Maestro gettano una luce sulla vita attuale di tutti i discepoli di Cristo, di ogni epoca. Ricordiamoci che Cristo è vivo e, realmente, cammina con tutti gli uomini. Tutti gli uomini fanno esperienza delle tempeste della vita, ma chi si rivolge a Cristo, chi lo accoglie nel proprio cuore, farà esperienza della sua forza. A volte le tempeste si placheranno e scompariranno. Altre volte, come nell’episodio narrato oggi, le tempeste saranno oltrepassate, e anzi attraverso di esse il Signore insegnerà a fidarsi sempre più di lui, prendendoci per mano, e a riconoscerlo come l’inviato di Dio Padre. “Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».”.

Istintivamente preferiamo che ogni turbamento ci venga risparmiato, ma sperimentare la stretta del Signore di mezzo la tempesta potrebbe giovarci molto di più e portarci ad una fiducia in Dio ben più decisiva. Per tale ragione concludo con una citazione di C.S. Lewis: “Le difficoltà spesso preparano le persone normali ad un destino straordinario”.

giovedì 30 luglio 2026

Cinque pani e due pesci


 Commento al Vangelo della XVIII Domenica del T. Ordinario, anno A – 2 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.

Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.


Commento

Quasi impossibile pensare, da parte di Dio, di un atto di compassione più grande, rispetto a quello di decidere di farsi uomo e di venire a mischiarsi con le conseguenze delle malefatte di tutta la storia umana. Abbiamo detto, sia chiaro, con le conseguenze e non con il male in sé e per sé. 

Il suo atto di compassione colma una distanza vertiginosa, quella che c’è tra Dio e l’uomo. I gesti come quello raccontato nel vangelo di oggi sono una luce proiettata su questo immenso cuore di Dio Padre che nella persona di Gesù, in cui si manifesta, batte e soffre con un palpito umano, a noi comprensibile seppur inarrivabile nella sua divina scintilla.

Gesù ci fa conoscere un Dio che non si interessa solo di insegnare agli uomini la via per andare in Paradiso, che si preoccupa solamente della loro sorte eterna, ma che li accompagna anche negli angusti percorsi della loro storia feriale, e della loro fame di cibo.

Quella sete di verità, quel desiderio di assoluto annidato nel cuore di ciascuno di noi aveva spinto quella folla di 5 mila uomini con relativi bambini e mamme a inoltrarsi nel deserto. Le parole di Gesù non erano come quelle dei loro scribi, dovevano avere un altro sapore; per questo essi corrono il rischio di spingersi oltre il limite della prudenza umana e delle loro provviste di cibo. 

Se mai anche noi un giorno potessimo essere così tanto afferrati dal fascino della Parola di Dio, e sapessimo limitare, anche per un breve intervallo di tempo, le nostre esigenze di “cose”, pur essenziali, penso che faremmo la stessa esperienza: il Signore sarebbe capace di rispondere alla nostra generosità, allo slancio del nostro cuore con sovrabbondanza e non facendoci mancare nulla di tutto quello che magari ci siamo lasciati per strada.

La sovrabbondanza di cibo di quella folla non fu semplicemente il premio per il coraggio e per la perseverante ricerca della presenza di Gesù, quanto un’ulteriore dimostrazione della meravigliosa tenerezza divina che potranno sperimentare coloro che aprono il cuore e accolgono la parola di vita del Signore. Pensiamo allo slancio di Francesco d’Assisi e dei suoi compagni che non temettero fame, indigenza e povertà, pur di non perdere l’incontro con il Dio fatto uomo. Non furono semplicemente anime pronte per il paradiso, ma anche uomini compiuti, realizzati, forse incompresi, ma sicuramente compiuti.

mercoledì 22 luglio 2026

Una perla di grande valore

 

Commento al vangelo della XVII Domenica del TO, anno A – 26 luglio 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Commento

Anche la nostra affettività ha risorse limitate: non può amare tutto, non può avere molteplici oggetti su cui spendersi. L’uomo che trova un tesoro nel campo, non può comprare quel campo senza dover prima rinunciare a ciò che già aveva. Il commerciante di perle non ha una ricchezza illimitata, tale per cui possa comprare una quantità smisurata di perle preziose.

Siamo fatti così anche noi: il nostro cuore ha bisogno di fare delle scelte. La nostra umanità è chiamata per sua natura a fare delle scelte, a discernere ciò che è buono rispetto a ciò che buono non è; e dopo questo a preferire, tra tante cose buone, ciò che è meglio per lei.

Se nelle parabole delle scorse domeniche, Gesù aveva sottolineato l’aspetto dell’accoglienza, dicendoci che occorre essere un terreno fertile, capace di far scendere in profondità il seme della Parola, e aggiungendo anche che occorre avere pazienza di sopportare qualche erbaccia seminata intorno a noi, avendo fiducia che il bene comunque prevarrà, nelle immagini di oggi Egli ci invita all’atteggiamento complementare della sollecitudine, della intraprendenza. L’uomo e il commerciante non stanno fermi, vanno, si mettono in movimento, trafficano i loro beni, perché hanno capito di aver trovato il Tutto, ciò che veramente vale, e ad esso aderiscono con gioia.

Nel regno dei Cieli un cristiano trova la persona stessa di Cristo Signore, trova il suo “tutto”, perché da questa relazione, e a partire da questa relazione può vivere nel giusto modo ogni altro aspetto della vita. Nel suo amore, nel suo sguardo, ogni cosa creata diventa via per contemplare il Creatore, ogni persona diventa un fratello che ci riporta all’amore di un Padre comune. 

La tristezza di ritrovarsi orfani alla fine della vita, senza aver gustato la bellezza e la bontà di una relazione filiale con Dio padre è solo vagamente paragonabile ad un pianto e al digrignarsi di un volto contorto dal rammarico.

venerdì 17 luglio 2026

Da dove viene la zizzania?

 

Commento al Vangelo della XVI Domenica del TO, anno A – 19 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (Forma breve: Mt 13,24-30):

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».


Commento

Se c’è un rimprovero che gli uomini hanno più o meno sempre rivolto a Dio, o che addirittura li ha spesso portati a dubitare della sua esistenza, è proprio la realtà dal male: sia fisico che morale.

 In questa parabola i servi di fatto rivolgono al loro padrone una drammatica constatazione: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove la zizzania?” Sarebbe a dire: ‘da dove viene il male? Se Dio è buono e semina abbondantemente la sua parola nel cuore egli uomini, come abbiamo ascoltato nella parabola di Domenica scorsa, anche se la fecondità dipende dalla bontà del terreno in cui cade, perché la zizzania? O detto altrimenti: perché ci sono le spine che possono soffocare il seme nella sua crescita? Perché ci sono i sassi che possono impedire la crescita duratura del frutto del seme? O perché esiste la strada, dove il seme non viene minimamente accolto? E infine, perché anche nel terreno buono può crescere erba cattiva?

Il punto della parabola di oggi è proprio questo: esiste un nemico; e il nemico di Dio è colui che si è ribellato al suo invito alla gioia, alla comunione con Lui. Il libro della Sapienza , scritto qualche decennio prima della nascita di Gesù già aveva avvertito: “Dia ha creato l’uomo per l’immortalità…la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap 2,23-24).

 Il male è sinonimo di morte, perché solo il bene, solo l’amore oltrepassano la soglia della morte. Solo ciò che è vissuto nell’amore entra per la porta dell’eternità, e noi sappiamo che questa porta ha un volto e un nome ben preciso: Gesù di Nazareth.

La sua vittoria pasquale costituisce per noi uomini la garanzia più sicura del buon frutto che la sua Parola porterà nel terreno del nostro cuore, reso dissodato e fertile dalla sua misericordia. Certo il male ci accompagnerà lungo tutto il cammino della vita ma la parabola ci sorprende ancora facendoci capire che il male non vincerà, non soffocherà il bene; in quel fatidico giorno in cui Gesù investì l’apostolo Pietro dell’incarico di essere pietra di riferimento della sua Chiesa, aggiunse: ‘le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli’.

Non dobbiamo avere noi la presunzione di strappare la zizzania dal mondo, faremmo operazioni sommarie e con conseguenze ben peggiori di quelle attese. Cerchiamo piuttosto di custodire il bene seminato nella nostra vita, perché  - dice Gesù - “a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza” (Mt 25,29) .

venerdì 10 luglio 2026

Chi ha orecchi ascolti

 

Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 12 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (forma breve: 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».


Commento

Quando viene disputata una partita di calcio a scopi benefici si è soliti definirla “la partita del cuore”. L’accoglienza o meno della Parola del Signore potremmo definirla invece “la partita nel cuore”. Nel profondo della nostra persona, proprio lì – nel cuore - , si gioca infatti la questione decisiva della scelta del terreno che vogliamo essere rispetto all’abbondante semina della Parola di Dio. 

Gesù ammonisce: “chi ha orecchi, ascolti”. Credo che sia facilmente intuibile che mediamente tutti gli uomini hanno due orecchie, ma non sono le orecchie del nostro capo quelle a cui Gesù si riferisce, ma evidentemente a quelle della nostra coscienza. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si dice (al numero 2563) che il cuore – cito testualmente - “è la dimora dove sto, dove abito. È il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro…”.

Tutti gli uomini hanno un cuore, e tutti gli uomini ricevono questa abbonante semina della Parola di Dio, anche se molti la ricevono solo sotto forma di segreta ispirazione o attraverso la contemplazione delle cose create. Molti di noi che hanno ricevuto l’annuncio della venuta del Signore nel mondo hanno ricevuto una grazia molto più abbondante, tanto che Gesù dice: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!”.

Giochiamoci bene questa partita: abbiamo tutti i mezzi di grazia per viverla nella gioia, pur nell’indiscutibile fatica della lotta contro chi ci vuole allontanare dall’amore del Padre, ma soprattutto abbiamo tutti i mezzi di grazia per essere terreno buono, per portare abbondante frutto, e quindi, per vincerla.  

giovedì 2 luglio 2026

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi...

 

Commento al Vangelo della XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno A - 5 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-36)

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Commento

Diciamo subito che normalmente una persona che dice di essere umile offre già un elemento per pensare che non lo sia affatto. L’umiltà di Gesù è tuttavia ben di più di una virtù: essa è una situazione esistenziale dovuta al fatto che egli è l’unico Dio che si è talmente abbassato da farsi uomo come noi. L’umiltà di Gesù non è frutto di un impegno morale, ma anzitutto una condizione di vita. 

Grazie a questo egli è la porta di accesso alla conoscenza di Dio. Cosa potremmo dire noi di Dio se egli stesso non si fosse auto-tradotto nel nostro linguaggio umano, nella nostra stessa natura. Per tale ragione San Giovanni nel suo prologo, nel primo capitolo del suo omonimo vangelo proclama: “Dio nessuno lo ha mai visto; il figlio unigenito che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (1,18). Nel linguaggio teologico coloro che spiegano la Bibbia si chiamano “esegeti”; bene, in questo passo l’evangelista Giovanni dice proprio che Gesù ha fatto l’esegesi del Padre.

La notizia ancora più bella è ancora un’altra: a questa conoscenza non si giunge attraverso degli studi accademici o itinerari di iniziazione complicati, ma anzitutto accettando di vivere ogni cosa in comunione con Gesù, con il suo stesso Spirito, con la sua stessa dedizione di amore al Padre e ai fratelli, in una parola: con il suo stesso cuore. 

Chi parla il linguaggio di Gesù – in sintesi: il linguaggio dell’amore – è capace di intuire i misteri più profondi e più alti di Dio e del senso della vita. Chi accetta anche nella fatica e nel sacrificio, o – Dio non voglia – nel dolore, di invocare sulla sua vicenda la presenza del Signore, potrà fare esperienza di consolazioni e di una forza che lo spirito del mondo – del possesso, dell’auto affermazione, della ricerca del piacere come unico fine – non potrà MAI offrire. 


mercoledì 24 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me

  

Commento al Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 28 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

Commento

Siamo arrivati al termine del secondo dei cinque discorsi di Gesù, raccontati dall’evangelista Matteo: esso è rivolto, dicevamo, agli apostoli, e a questi il Maestro chiede una scelta chiara e netta che rispetto al legame con lui, metta in secondo piano qualsiasi altra cosa, compresi i rapporti familiari, per definizione i più sacri. 
Beni terreni e relazioni umane, tutto è dono di Dio e di lui sono riflesso e memoria permanente; ma può accadere che un dono viene vissuto e goduto senza più alcuna relazione con il Donatore, e allora anche la cosa più bella, una relazione madre–figlio, ad esempio, si svilisce perché perde il suo profumo di eternità, il suo rimando alla paternità-maternità di Dio. 
La gratitudine per tutto ciò che il Signore ci ha donato non è anzitutto un dovere morale, pena un castigo da sopportare, ma la condizione per godere pienamente di esso, potendo gioire anche dell’amicizia di chi ce lo ha dato.

Ma la vita non offre solo cose piacevoli, ma spesso anche situazioni dolorose. Anche in questo caso il discepolo sarà chiamato ad accettare e a vivere tale situazione nella fiducia della presenza del Padre che Gesù ci offre. Ogni tentativo di organizzarsi una vita senza la sua amicizia è come staccare la spina della corrente e camminare al buio, e senza alcun calore interiore. Il dolore infatti è neutro, esiste – dove più dove meno - per tutti, a prescindere dal credo religioso, certamente, ma il cristiano saprà vedere in questa situazione l’occasione di stringersi maggiormente al suo Signore, a Colui che nel dolore lo ha salvato, purificandolo da ogni conseguenza di peccato.

L’apostolo sarà un valente missionario cominciando lui per primo a vivere una relazione viva, autentica con il suo Signore, e di conseguenza accadrà che chi lo avrà accolto, potrà condividere e godere anch’egli i benefici di chi gli si è fatto tramite, e ne avrà la stessa ricompensa: vivere alla e della sua presenza.  

domenica 21 giugno 2026

Voi valete più di molti passeri

 

 Commento al Vangelo della XII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 21 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».


Commento

 Una volta ci si affidava solo ai sondaggi di opinione, attualmente hanno molta importanza i “like” che si ricevono; i cosiddetti ‘influencer’ sono tanto più quotati quanti più seguaci o ‘followers” riescono ad avere. La preoccupazione e il centro dell’attenzione è comunque quello che pensano gli altri, il livello di gradimento da parte della gente.

Gesù, in questo capitolo 10 del vangelo di Matteo esorta i suoi apostoli a liberarsi da questo tipo di preoccupazione, perché sa benissimo che se hanno dato dell’indemoniato a lui, avverrà più o meno la stessa cosa anche a loro. 
Fortunatamente ci sono due ulteriori aspetti da considerare. Il primo e più ovvio è che l’ultima parola sulla nostra vita non sarà quella dell’opinione pubblica, ma di colui che ha in mano le sorti della storia e del mondo.

Secondo: il Signore non possiede le nostre vite come un burattinaio che fa muovere in modo meccanico i suoi personaggi. Gesù prende possesso delle nostre vite e dei nostri destini lasciandoci liberi da una parte e, dall’altra, sanando con la sua misericordia le disastrose conseguenze della nostra scelta di staccarci dall’amore di Dio Padre. E sappiamo che questa definitiva sanatoria, che potremmo definire un “condono tombale”, è avvenuta sul Golgota, nella sua crocifissione, passando per il suo sepolcro e la sua resurrezione. 
Anche il Male può avere un certo potere sulle anime e sui corpi, ma se l’uomo rimane fedele all’amore di Cristo, e se ne è testimone – anzitutto con i gesti ed eventualmente anche con le parole – sarà lui pure riconosciuto nel corpo glorioso di Cristo, come figlio del Padre celeste e sarà introdotto nell’eterno Paradiso.

giovedì 11 giugno 2026

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

 

 Commento al Vangelo della XI Domenica del TO, anno A – 14 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (9,36 – 10,8)

In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».


Commento

 “Partiamo dalle pulizie di casa!”, si potrebbe dire. Gesù non ha sicuramente in mente di escludere nessuno pagano e tanto meno i Samaritani dal suo piano di salvezza, ma anzitutto sente necessario che il popolo eletto, prescelto da Dio per portare la salvezza a tutti gli altri, lui per primo, accolga il messaggio del Regno di Dio, si renda degno di questa gratuita predilezione. Allora per questo egli dice: “Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”. 
Anche i cristiani di oggi, hanno bisogno di riscoprire il dono del Vangelo, di questo annuncio della possibilità di una vita piena e realizzata nella fede e nell’amore di Cristo Signore. Altrimenti anch’essi diventeranno persone “… stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”, e tanto meno saranno capaci di essere segno di speranza per il mondo.

Gesù, vero Dio che assunto la nostra vera natura umana, continua ad essere presente in mezzo a noi fino alla fine dei tempi (cf Mt 28,20) tramite l’umanità dei suoi discepoli. L’elenco dei suoi primi 12 collaboratori dice la concretezza del volto della Chiesa, e così dovrà continuare ad essere fino alla fine dei tempi: finché Gesù non verrà a ricapitolare la storia come giudice di misericordia, ci saranno sempre anime smarrite, stanche e sfinite dalla mancanza di significato della vita, e ci saranno sempre uomini concreti, in carne e ossa, chiamati dal Signore ad essere nella sua Chiesa, nel suo corpo storico, strumento di salvezza per tutti;…ammesso che rispondano alla chiamata.

Ci congediamo, quindi, con l’auspicio che anche oggi trovi accoglienza l’accorato appello di Gesù: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!». E soprattutto trovino accoglienza le ultime parole del vangelo di oggi: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!”, per non rimanere ingabbiati nella preoccupazione del “dovere”, dell’obbligo, della sola osservanza esteriore del precetto religioso.

mercoledì 6 maggio 2026

La vera consolazione, Cristo in noi

 

 VI Domenica di Pasqua, anno A – 10 maggio 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Commento

 Il mondo non può ricevere il Paràclito – tradotto in italiano corrente: il Consolatore - cioè lo Spirito di Dio, perché non conosce Cristo, nel senso che lo conosce solo nel suo essere uomo ma non è capace, o meglio, non è disposto a vedere in lui l’opera e la presenza del Padre. Gesù sta continuando in questo capitolo 14 del vangelo di Giovanni il suo lungo discorso incentrato, in questo tratto, sulla relazione che egli ha con Dio Padre. Siamo nel momento culminante dell’esperienza terrena di Gesù, nel corso dell’ultima cena. 

L’atmosfera doveva essere molto carica di emozione, di apprensione, tutti erano probabilmente consapevoli di essere prossimi ad una svolta nella vicenda del loro Maestro, in un senso o in un altro. 
Gesù promette loro un altro consolatore: Lui lo è stato per un breve arco di tempo, i circa tre anni della sua vita pubblica, ma questa consolazione è ben poca cosa rispetto a quella definitiva che egli vuole dare ai suoi discepoli attraverso il dono del suo Spirito d’Amore, quello stesso Spirito che lo lega al Padre.

 Grazie al passaggio pasquale, cioè al passaggio attraverso passione, morte e resurrezione, Gesù porta alla gloria non solo la sua umanità ma quella di tutti gli uomini: riporta tutti gli uomini nella comunione di Dio Padre; lo fa entrando nel nostro cuore, nel profondo della nostra vita. Ecco il grande guadagno che rende la nostra situazione preferibile a quella di chi lo vide solo con gli occhi del corpo. Lo Spirito della verità, dice Gesù, “rimane presso di voi e sarà in voi”. Nella vicinanza fisica di Gesù la consolazione di Dio era “presso”, vicino ai discepoli; dalla Pentecoste in poi la consolazione di Dio è “dentro” la vita di chi crede in lui.

Lo Spirito di Gesù è in noi, è al centro della nostra esistenza personale. Gesù è presente nel più intimo della nostra persona; San Paolo aggiungerebbe che egli continua a gridare in noi: “Abbà, Padre”. Questa è la più grande consolazione che il Signore poteva darci: decidere di venire ad abitare nel centro della nostra esistenza, quello che con linguaggio biblico si può chiamare il “cuore”.

giovedì 30 aprile 2026

E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui…

 

 Commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, anno A – 3 maggio 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Commento

Scrive San Francesco al capitolo XXII della sua Regola non bollata: “E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo“ (FF 60). I fratelli del Santo di Assisi, e tutti noi potenziali ammiratori della sua santità possiamo obbedire a questo invito perché Gesù per primo si è fatto dimora per noi, luogo di incontro con l’Altissimo padre del Cielo. Allora, quando Gesù parla della “casa del padre mio” nella quale vi sono molte dimore, sta parlando della sua vita, del suo cuore, del suo abbraccio nel quale c’è spazio per ciascuno di noi, e attraverso il quale ci conduce a sperimentare la paterna misericordia di Dio.

In questi versetti Gesù svela l’itinerario del cammino pasquale che si prepara a compiere. Ci troviamo al capitolo 14, nel corso dell’ultima cena. Gesù è consapevole che dovrà preparare questa dimora di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio, riportando la natura umana alla perfetta obbedienza al volere di Dio. In lui e per lui questo sarà possibile. Grazie alla sua passione-morte-resurrezione, la natura umana torna ad essere un luogo abitabile, un luogo in cui è possibile vivere e incontrare il mistero di Dio, cioè la presenza di Dio tramite e a partire dall’incontro con i fratelli, nello Spirito del Cristo. 
Gesù dice che deve ‘andare’ a preparare il posto per noi: questo posto è il suo corpo: non era sufficiente la sua presenza fisica tra gli uomini, ma era necessario, e fu di fatto per noi causa di salvezza,  che il suo corpo, attraverso l’itinerario pasquale diventasse un corpo risorto, glorioso, un corpo mistico ( o spirituale ) nel quale tutti gli uomini potranno dimorare fin dal giorno del loro battesimo, ingresso pieno nella Chiesa-corpo spirituale di Cristo.

Certamente lui è il primo uomo a risorgere dalla morte, ma lui non ha vissuto questa esperienza per se stesso, ma per trascinare tutti noi fuori dalla condizione mortale, verso la vita senza fine che è in Dio Padre. In lui e grazie a lui, già fin d’ora, scrive san Paolo, possiamo gridare “Abbà Padre!”, anche se solo alla fine dei tempi potremo godere della perfetta visione di Dio, così come egli è (cf. 1 Gv 3,1ss).

mercoledì 22 aprile 2026

Gli ingombri che non ci fanno passare per la porta giusta

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A – 26 aprile 2026


 

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Commento

 Gesù si autodefinisce la porta delle pecore. Le pecore dovremmo essere noi, e lui, la sua persona, ma potremmo dire il suo modo di vivere la natura umana è il modello esemplare di come relazionarsi all’altro: il dono di sé. Gesù dirà in un altro passaggio: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) Nessun altro uomo nella storia dell’universo potrà farlo meglio di come lo ha fatto lui. Questi è venuto per darci la vita, perché tutti noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Potremmo aggiungere senza alcuna forzatura alle parole di Gesù, perché abbiamo la vita in eterno. Gesù, dunque è la porta di servizio, e la la porta di servizio non è la porta principale di una casa; negli appartamenti di un certo livello è la porta dove entrano quelli di casa, le persone intime, quelle di cui riconosciamo la voce, il rumore dei passi. Nei luoghi pubblici, ad esempio un ristorante o un albergo è la porta dove entra il personale, appunto, di servizio.

 Ma noi sappiamo che Gesù realizza tutto questo tramite l’offerta della propria esistenza, tramite il suo portare a termine la sua missione di annuncio della misericordia del Padre, fino ad accettare il disprezzo, a anche il supplizio della croce. 
Da qui possiamo comprendere che chi non viene con gratuità incontro all’uomo non viene certamente in nome di Gesù, e viceversa: chi non va incontro all’altro, al suo prossimo nel nome di Gesù, quantomeno con gli stessi suoi atteggiamenti, sicuramente viene per sfruttare, per rubare e per ottenere vantaggi personali.

Questo vangelo ci aiuta a togliere la maschera a tanta apparenza di ‘filantropia’, di ‘aiuto umanitario’, che spesso nascondono tentativi di ritorni in termini di immagine, di fama pubblica, o di popolarità. Invece il nostro cuore, la nostra anima, creata da Dio, saprà sempre riconoscere la voce di chi viene da Dio, di colui che venendo con lo stesso stile di servizio del suo figlio Gesù, sarà capace di saziare la nostra fame di verità e di eternità.

giovedì 16 aprile 2026

L’anticamera della salvezza

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, anno A – 19 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Commento

Due cose hanno salvato questi due discepoli di Emmaus dalla disperazione totale. La prima è stata di lamentarsi insieme. La loro tristezza non aveva fondamento: lo diciamo noi a distanza di due millenni con quella fede – più o meno salda – nella effettiva e concreta risurrezione di Cristo. Ma Cleopa e l’altro anonimo compagno (che potremmo essere ciascuno di noi) scelsero di andarsene insieme, di sfogare insieme tutta la loro delusione, rabbia, amarezza, e chissà quanti altri sentimenti. Dicevo: questa fu la loro scialuppa di pre-salvataggio. Quando anche noi siamo capaci di non rinchiuderci in noi stessi in pensieri di auto-commiserazione o di accusa al mondo intero – visto che normalmente delle nostre sofferenze riteniamo sempre colpevoli gli altri – una luce passa sempre. Nella relazione con l’altro c’è sempre un affacciarsi della presenza di Cristo risorto.

Ma ci fu una seconda cosa che determinò l’inversione di rotta di quella giornata che era iniziata molto male. Il vangelo racconta che alla domanda provocatoria di Gesù sul contenuto dei loro discorsi, i due “si fermarono”. La capacità di fermarsi. Un altro atteggiamento che potrebbe far svoltare tante situazioni apparentemente irrisolvibili. Clèopa e il suo amico si fermarono. Sostarono su quella domanda di Gesù. Significa un’apertura, una seppur labile disponibilità all’ascolto, ad accogliere un pensiero estraneo. E così di fatto avvenne: Gesù in quel piccolo varco di accoglienza poté entrare con la sua tenerezza, la sua docilità, nel sepolcro di tristezza e delusione di quei due discepoli. C’è tanto da imparare da questo episodio: la maggior parte di voi sta ascoltando probabilmente questo vangelo in un luogo pubblico. Provate a pensare quanto ci farebbe bene, se non fisicamente, fermare un attimo almeno i nostri pensieri, sostare sulle parole di Gesù, e poi tornati a casa, lasciare che nelle scritture Gesù continui a parlarci di tutto ciò che lo riguarda: potrebbe essere anche per noi un cambio di direzione epocale. Buona fermata!   

giovedì 9 aprile 2026

Attraversando le chiusure del nostro cuore


 Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua – 12 aprile 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Commento

In questi giorni di Pasqua la mia attenzione è attratta dall’antica icona dell’Anastasis, conosciuta anche come icona della “discesa agli inferi” di Cristo. Anastasis è parola greca che significa “risurrezione”. Nelle varie versioni di essa l’immagine centrale è il Cristo risorto che afferra per le braccia un uomo e una donna sollevandoli da una fossa. Ovviamente questa coppia è Adamo ed Eva, i nostri progenitori. Il senso è che tutto quello che Gesù ha fatto, detto e compiuto è finalizzato a restituire a noi uomini la vita perduta, la vita vera, quella che dura, non tanto e non solo la vita biologica. Questo cuore della missione di Cristo è stato ovviamente colto dagli apostoli e quindi dagli evangelisti che tra tutte le cose che avrebbero potuto raccontare, hanno selezionato ciò che maggiormente poteva servirci per credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo” abbiamo la vita nel suo nome.

Infatti notiamo l’attenzione con cui tutti e quattro gli evangelisti – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – riportano le circostanze della passione, morte e risurrezione di Gesù, perché in effetti questo è il cuore della nostra salvezza. Da sola l’incarnazione non sarebbe bastata (affermazione ardita ma vera); occorreva proprio che questo Dio ci amasse fino alla fine, e fino al fine, la nostra liberazione. L’annuncio di pace portato da Gesù risorto nel cenacolo non è un semplice augurio, è una comunicazione, una messa a conoscenza di un fatto ormai avvenuto. 

Emblematico che Gesù, essendo in un corpo glorificato, possa entrare anche a porte chiuse, come l’evangelista San Giovanni fa notare. Ma il fatto ha anche un valore simbolico: Cristo entra anche dove c’è la porta chiusa dal nostro male, dalla nostra fragilità, dal nostro passato. Il suo messaggio di pace entra nelle ristrettezze delle nostre piccole – grandi guerre in cui ci perdiamo e ci roviniamo. L’unica porta che non attraversa e che tantomeno non sfonda, è quella della nostra libertà. Chiede solo la fede, la fiducia in lui. Anche la fede di Tommaso è contemplabile, perché egli si interroga, vuole andare a fondo, non si ferma al sensazionale, ma chiede – per quanto possibile – una conferma, prima di poter investire tutta la sua vita nel nome di Gesù, come poi di fatto farà. Imitiamo l’ardire di questo apostolo. Lasciamoci toccare dall’annuncio di pace di Cristo salvatore, e chiediamo certamente a Cristo Signore di confermare la nostra fede, di rafforzarla, di accrescerla. Egli non mancherà di attraversare le nostre chiusure mentali o morali per incontrarci “cuore a cuore”. Ma, è la domanda di quest’oggi, gli sapremo aprire la porta della nostra libertà? 

giovedì 2 aprile 2026

Inizia la vita nuova

 

 Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua – 5 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Non è questione di chi arriva prima al sepolcro, ma di chi si lascia prima raggiungere dallo sguardo di Gesù. Maria di Magdala è passata alla storia per essere la prima persona ad aver visto il Signore di persona, ma il vangelo di Giovanni ci riporta tre volte (in questo brano appena ascoltato una volta sola ) la sua convinzione che qualcuno aveva portato via il corpo di Gesù: “hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. Il primo a credere alla risurrezione di Gesù è invece l’altro discepolo, oltre Pietro, quello, specifica il racconto, “che Gesù amava”. 
Dal resto del vangelo, non solo da questa frase, si deduce che verso di lui Gesù aveva una tenerezza particolare, che era stata certamente accolta e contraccambiata. Qui si gioca la svolta della fede. Pietro entra per primo nel sepolcro, poi entra l’altro “e vide e credette”. Pensiamo e speriamo che siano delle prove evidenti, scientifiche a suscitare la fede. Invece è l’accoglienza umile e disponibile di uno sguardo d’amore che permette di andare oltre l’apparenza fisica e di vedere l’invisibile. Il discepolo che Gesù amava, che secondo la tradizione sembra essere lo stesso evangelista che scrive, “vide e credette”.

 Alla fine, possiamo dire la stessa cosa anche per Maddalena: anche lei vede il Signore, ma lo vede veramente dopo aver sentito pronunciare il suo nome: “Maria!”. Fino a quel momento aveva creduto di vedere solamente il custode del giardino, per altro sospettato di aver trafugato il cadavere
Ora ci siamo noi, e anche per noi vale la stessa dinamica: se non ci sentiamo interpellati di persona dalla presenza del Signore, noi continueremo a fare cose, forse anche vivendo dei riti, ma che resteranno vuoti; anche i segni e i miracoli più straordinari rimarranno muti. Solo la possibilità di sentirci chiamati per nome dal Signore, ci potrà aprire gli occhi del cuore.

 Resta un ultimo passo da compiere: dove possiamo sentire scandire il nostro nome da Gesù risorto? Dove possiamo incrociare il suo sguardo? Anzitutto nei Vangeli. Questi testi hanno risvegliato e illuminato la fede di uomini come Sant’Antonio abate, san Francesco d’Assisi – di cui si celebra l’ottavo centenario della morte – e tanti altri che hanno cercato sinceramente di fare la volontà del Signore. Quel Dio che ha creato il mondo pronunciando parole di amore, ora, fatto uomo per noi, risorto dalla morte, le pronuncia per ciascuno di noi, per farci risorgere a una nuova vita 

giovedì 26 marzo 2026

Alla fine: Gesù

 

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme (Mt 26,14-27,66) - 29 marzo 2026


[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. […]


Commento

 Altro che motore immobile! Dio è tutt’altro che un motore immobile che muove e non è mosso. Egli invece si muove, e si commuove come abbiamo appreso dal vangelo di Domenica scorsa in cui quell’unico versetto del capitolo 11 del vangelo di Giovanni dice: “Gesù scoppiò in lacrime”. Gesù patisce e com-patisce. Mi vorrei appunto fermare sui pochi versetti che raccontano l’oltraggio subito da Gesù; mi sembrano molto significativi essendo letti a pochi giorni dalla solennità dell’Annunciazione (il 25 marzo scorso).

 Chi non comprende, infatti, la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio non può che rimanere scandalizzato dal disprezzo, dal dolore e dalla morte subiti da Gesù, e insieme a quei capi ebrei, e a tutti quelli che erano sotto la croce, continuerà anch’egli a gridare: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».

 Invece il nostro salvatore, Cristo Gesù, non ha rivestito come fosse un soprabito la nostra debolezza umana, ma l’ha assunta in tutto e per tutto; e proprio per non aver assunto il nostro peccato – causa di ogni divisione e rottura di relazioni - la comunione con noi è stata ed è perfetta. Almeno da parte sua. Nella persona di Gesù, Dio ha realmente sofferto l’ingiustizia, l’odio, la malvagità degli uomini, e ancora peggio li ha subiti nel loro travestimento da zelo religioso.
Nei vangeli non troveremo spiegazioni delle cause del male, o della ingiustizia, ma solamente la presenza di quest’uomo nel quale Dio ha “imparato” a sentire con cuore umano, perché noi imparassimo a sentire le sue stesse divine consolazioni. 

Quando anche per la nostra esistenza si realizza la solitudine, l’abbandono o, peggio ancora, il discredito da parte di coloro dai quali maggiormente ci aspetteremmo comprensione, il transito pasquale di Gesù rappresenta la nostra vera via d’uscita, l’unica possibilità di ancorare le nostre strettoie alle sue, per condividere anche la vittoria finale. Le prossime celebrazioni pasquali, la partecipazione sacramentale ai misteri della passione-morte-resurrezione di Cristo saranno una nuova occasione per abbeverarci alla fonte di un’acqua che disseta per l’eternità, simbolicamente rappresentata dal costato di Cristo. Laddove avremo ceduto alla disperazione potremo riportare e ritrovare una luce di nuova e più fondata speranza. 


giovedì 19 marzo 2026

C’è risurrezione e risurrezione

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A – 22 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

 Non tutte le risurrezioni sono uguali. Quella di Lazzaro narrata dal vangelo di Giovanni non lo sarebbe in senso stretto, o in ogni caso non è quella per cui Gesù è venuto tra noi. Lazzaro tornò alla vita normale, alla sua vita terrena. Ma ben diversa fu la risurrezione di Gesù, che dopo la sepoltura si ripresentò ai discepoli e a numerosi testimoni in un corpo trasfigurato, segnato, sì dalle ferite, ma comunque in una materia che non era più soggetta ai limiti spazio-temporali. Questa è la risurrezione che ci interessa veramente! Nascere alla vita eterna.

 Il brano inoltre apre una luce anche sull’oggi della nostra esistenza, non solo sul dopo. Se due domeniche fa l’acqua del pozzo di Samaria era richiamo all’acqua viva della grazia che Gesù può dare, e Domenica scorsa la luce che ha ravvivato gli occhi del cieco nato era richiamo alla luce della conoscenza di Dio in Gesù e tramite Gesù, la vita restituita al defunto Lazzaro ci richiama sì alla vita dopo la morte, ma anche alla vita eterna intesa come vita in pienezza che, appunto, essendo eterna, abbraccia passato, presente, e futuro.
Grazie alla fede in Cristo Gesù il credente ha la possibilità di sperimentare una vita ricca di senso e di interesse nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza feriale.

 Per entrare nella vita eterna non bisogna morire fisicamente, ma occorre morire da subito alle false ispirazioni, a quelle ispirazioni, cioè, che vorrebbero il “tutto e subito”, che vorrebbero collocare al centro il “proprio Io”, e che vorrebbero Dio facesse sempre quello che dico io e come lo dico io. Entrare nell’eternità di Dio significa guardare con gratitudine il passato, perché crediamo come dice Gesù a Marta, che anche la malattia è per la gloria di Dio (cf 11,4); significa guardare con fiducia il presente perché “ora” il Signore mi sta tirando fuori dalla morte del cuore, e infatti Gesù dice che chi crede a colui che lo ha mandato ha la vita eterna, non va incontro al giudizio ma è passato dalla morte alla vita (11,24); e significa guardare con speranza il futuro perché l’ultima parola sulla mia storia e su quella del mondo sarà la sua parola di misericordia. Anche a noi, oggi, Gesù dice: “Vieni fuori!”. Cioè: esci dai tuoi luoghi di morte, esci dal tua nulla, esci dalla tua stanchezza di vivere, e accogli colui che vieni a rialzarti.