Non Sempre L’evasione Fiscale È Peccato
TESTO
( Mt 22, 15 – 22)
Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.
COMMENTO
La domanda dei discepoli dei farisei e degli erodiani è veramente attuale: “ siamo obbligati a pagare le tasse? ”. Non conosciamo precisamente il livello di pressione fiscale dell’impero romano del tempo, ma sicuramente il pagamento delle imposte era cosa odiosa non meno di adesso, e non meno di adesso ognuno cercava e riusciva a evadere il fisco.
Per di più Gesù si trova davanti come interlocutori i rappresentanti di due opposte tendenze del mondo giudaico: i farisei, che si reclamavano ad un’austera purezza libera da ogni contagio e contatto col potere politico romano pagano, e gli erodiani che al contrario erano collaborazionisti con l’autorità imperiale.
Gesù tuttavia non si lascia intimorire perché, in base alle stesse parole di chi lo interpella, è veritiero, insegna la via di Dio secondo verità e non ha soggezione di nessuno, perché non guarda in faccia ad alcuno. Ma questo non è segno di disprezzo degli uomini ma piuttosto sintomo del suo essere totalmente rivolto al volto del Padre, della sua totale disposizione a fare, anzitutto, la volontà di Dio. Proprio questa sua capacità di porsi di fronte a Dio nella verità lo rende pienamente libero di fronte agli uomini. La storia di questi 20 secoli di cristianesimo d’altronde ce lo conferma: chi sa stare in ginocchio davanti a Dio è capace di restare sempre in piedi di fronte agli uomini.
Come è diverso l’atteggiamento di quegli scribi che, interrogati sulla loro opinione riguardo l’autorità di Giovanni Battista, cominciarono a fare i conti con le possibili reazioni della folla e di Gesù ; talmente preoccupati delle critiche di chi li ascoltava che preferirono tacere. Questa per altro è proprio l’ipocrisia di chi cerca prima la gloria e il consenso degli uomini e non la Verità con la “V” maiuscola. Gesù da uomo veramente libero non può disprezzare la concreta espressione dell’autorità politica, in quanto essa è la logica conseguenza del naturale tentativo dell’uomo di associarsi, di collaborare e di vivere insieme, ma antepone a tutto questo il rispetto dell’autorità di Dio.
Dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare significa proprio tenere le cose al loro posto e secondo il loro ordine. Sganciare una qualsiasi autorità umana dal riferimento divino può portare all’idolatria e all’odio: alla totale anarchia e rifiuto di ogni regola civile da una parte, o al contrario all’impropria identificazione tra autorità divina e civile, come di fatto avveniva a quel tempo e che tante persecuzioni portò ai primi cristiani.
La convivenza umana esige l'esercizio da parte di qualcuno dell’autorità politica ma il cittadino cristiano vi resta obbligato entro i limiti del rispetto della dignità dell’uomo che Dio gli ha dato. Pagare le tasse dunque è e resta un dovere morale, a condizione però che non metta a rischio la sopravvivenza dell’uomo, della famiglia, delle sue minimali esigenze di coprirsi, di un tetto e di alimentarsi. Prima l’autorità e il rispetto della legge di Dio e poi quella degli uomini.
Il paradiso non è solo per i buoni
TESTO ( Mt 22, 1-14 )
Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l'abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz'abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
COMMENTO
Siamo usciti dalla vigna ed entriamo ora nella sala da pranzo. Lo scenario delle parabole di Gesù, dopo tre domeniche incentrate sulla vigna, diventa quello di una festa di nozze: una festa con un notevole e perfino esagerato coinvolgimento emotivo, tanto che gli invitati, oltre a rifiutare l’invito, arrivano ad uccidere i servi del re a loro inviati. Il re poi non è da meno, facendo uccidere a sua volta quegli invitati insensibili e snobbatori di così abbondante grazia.
La posta in palio è molto più alta della semplice partecipazione ad una festa, qui ci si gioca veramente la vita!
La partecipazione allora a questo banchetto è questione di vita o di morte, dove non esiste una mezza misura tra una partecipazione festosa ad un evento gioioso e una “non esistenza”. O la vita è partecipazione e condivisione di una festa, oppure è un suicidio. Questo è un primo messaggio.
Ma la cosa ancor più interessante a mio parere arriva dopo, quando questo re decide di far partecipare al banchetto tutte le persone incontrate per strada dai servi. Cattivi e buoni. Molto interessante e intrigante: cattivi e buoni.
Gesù ci disorienta, mostra un atteggiamento molto meno moralista del senso religioso comune. Il problema della festa della vita non è essere buoni per meritare il premio, ma rivestirsi di un nuovo abito, o meglio di un nuovo “habitus”, cioè di un nuovo atteggiamento, quello dell’uomo nuovo, quello interpretato e incarnato dallo stesso uomo-Gesù di Nazareth. Ciò che conta è assumere il suo stesso stile di vita. San Paolo ci dice ben a proposito di rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Ogni uomo riceve in Cristo una reale possibilità di rivestirsi di una nuova vita, di una nuova esistenza, tutta di Cristo, e al tempo stesso tutta propria.
E’ la Grazia di Gesù che cambia la vita. Chi potrà mai dire di essere buono o cattivo? Il criterio di discriminazione non ha un punto di appoggio se non è centrato sull’unico elemento umanamente più vero: l’uomo nuovo Cristo Gesù. Tutto è buono o cattivo solo in riferimento a Lui, dato che nessun uomo potrà mai vantare una sua bontà autonoma e personale sganciata da quella sua ‘veste’ di Amore gratuito e di misericordia infinita che solo lui ci può cucire addosso.
Rivestire la veste nuziale significa allora rivestirsi delle vesti scomode e sporche dei fratelli più deboli, fragili, disagiati e sofferenti; mettersi nei panni di chi le tante situazioni della vita hanno lasciato a piedi e camminare accanto a lui, come avrebbe fatto Gesù, come avrebbe fatto Francesco d’Assisi che nella scelta di spogliarsi delle vesti lussuose del Padre e di rivestirsi di una semplice tonaca trovò accesso alla festa della vita, la festa di chi ha capito che la gioia non sta nel possedere e nell’avere sempre di più ma nel dare, nel donare e nell’aprire il cuore alla necessità di chi piange.
I NEMICI DELLA CROCE
( Mt 21,33-45 )
TESTO
Ascoltate un'altra parabola: C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. Quando fu il tempo dei frutti, mandò i suoi servi da quei vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono. Di nuovo mandò altri servi più numerosi dei primi, ma quelli si comportarono nello stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E, presolo, lo cacciarono fuori della vigna e l'uccisero. Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?». Gli rispondono: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri?
Perciò io vi dico: vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.
COMMENTO
Ancora una parabola disegnata sullo sfondo di una vigna, realtà fortemente radicata nella vita sociale della Palestina. Si tratta questa volta di alcuni affittuari talmente disonesti e delinquenti da arrivare ad uccidere il figlio del padrone. Elemento a dir poco strano è che il padrone decida di inviare a regolare una questione così pericolosa e con degli uomini così assassini addirittura il proprio figlio. Proprio su questo Gesù vuol far riflettere: Dio Padre adotta un comportamento fuori da una logica di ordinario buon senso, non ha paura di mandare suo figlio, non risparmia la cosa più preziosa che ha, osa giocare il tutto per tutto, spera fino all’ultimo nel ravvedimento degli israeliti, destinatari della sua Alleanza.
Tanti i modi per uccidere il Figlio del Padrone della vigna-Regno di Dio e per appropriarsi del potere di quest’ultimo.
Nella storia del pensiero occidentale qualcuno ha iniziato ad affermare che Dio è un’affermazione della nostra mente, che tutta la realtà e quindi anche Dio non esistono in se stessi ma esistono solo se c’è qualcuno come l’uomo che li pensa; per poi arrivare a decretare, come qualcuno ha fatto, che “Dio è morto”. Purtroppo viviamo in un contesto dove veramente Dio sembra proprio scomparso.
Diversamente molti non osano mettere in dubbio l’esistenza di Dio, tutt’altro, ma il problema è che lo si stiracchia, lo si adatta, lo si adegua a mille esigenze: conoscere il futuro, proteggersi dal malocchio, conquistare l’amore di qualcuno, ottenere guarigioni, facilitare il proprio successo economico e così via. Ci si vuole appropriare della potenza di Dio, della sua “vigna” eliminando il Figlio e lo scandalo della croce, proprio come i vignaioli omicidi.
L’uccisione del Figlio avviene attraverso la negazione del Cristo, e del Cristo obbediente fino alla morte di croce. La sofferenza deve scomparire a tutti i costi; la sofferenza non è più luogo di incontro con il mistero della redenzione e occasione di co-redenzione, ma solamente una maledizione o peggio una condanna.
Su ogni tentativo di estromissione del piano del Signore regna la croce di Cristo. Ciò avviene negli umili credenti e nei piccoli di ogni tempo e cultura, in coloro che sanno trasmettere l’ardente passione di Cristo per l’umanità, che sanno farsi carico delle proprie e altrui avversità con la stessa sua tenerezza e abbandono nell’amore del Padre.
Un giorno, in Africa, dopo la celebrazione di una Messa domenicale, una signora con un sorriso e un volto solare mi ha chiesto di pregare per lei. Da 14 anni suo marito era paralizzato in casa , e da 14 anni lei continuava a restargli accanto per assisterlo. Ecco i nuovi vignaioli che nel silenzio stanno facendo fruttificare la Vigna e che saranno sasso di inciampo per i mille adùlteri della leggerezza, della banalità e del nulla.
NON TUTTI I PUBBLICANI E LE PROSTITUTE SONO UGUALI
( Mt 21, 28-32 )
TESTO
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, và oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Dicono: «L'ultimo». E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. E' venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli.
COMMENTO
Un discorso , quello di Gesù appena ascoltato, corto ma tagliente.
Non tutti i modi di prostituirsi sono uguali: c’è quello palese di chi ha riconosciuto il suo vuoto totale, il fatto cioè di essersi venduti totalmente, corpo e anima, al Dio denaro. I pubblicani, che erano gli esattori delle tasse per conto dei romani e che vi rubavano abbondantemente comprendono la via della giustizia predicata da Giovanni Battista, quella giustizia che dista mille miglia dal loro atto di prostituzione al dio denaro.
Anche molte prostitute hanno riconosciuto che la loro vita era tutta fuorviata e malata, e hanno avuto l’umiltà di ammettere l’evidenza.
Ma c’è anche un altro modo di vendersi, molto peggiore, molto più subdolo: quello di chi mentendo a sé stesso, cioè alla propria coscienza, si cela dietro un’apparenza di falsa religiosità.
Gesù sta parlando ai sommi sacerdoti e agli anziani, cioè ai leaders religiosi del tempo e parole non meno dure avrà anche per i farisei da cui provenivano molti di questi.
“Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; essi che divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior condanna». ( Mc 12,38-40 )
Questi uomini falsi religiosi, amavano la gloria degli uomini più che quella di Dio, e siccome il loro ruolo religioso dava loro autorità, erano più interessati al potere ( e al denaro ) che alla causa a cui doveva servire quella autorità. E’ la prostituzione della coscienza: incredibile ma è così. Sembrerà una contraddizione ma nessun pretesto come quello religioso rende così facile offendere gravemente la volontà di Dio e arrecare assurde violenze agli uomini.
Guardiamoci intorno e guardiamoci dietro senza spostarci dall’ambito della nostra società: in tempi recenti la religione è servita per ottenere potere politico, ingannando la buona fede della gente.
Nei tempi attuali, l’appartenenza a gruppi o a associazioni religiose serve spesso per acquisire posizioni dominanti in ambito economico, o per affermare semplicemente la propria mania di ‘liderismo’, avendo un alibi da usare per non coinvolgersi nelle necessità più vere della chiesa.
Ognuno trovi la propria collocazione e agisca di conseguenza !
Padrone assoluto
(Cf Mt 20, 1-16)
TESTO
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».
COMMENTO
Incredibile a dirsi e ad ammettersi: nella parabola di Gesù gli operai impiegati dalle prime luci dell’alba ricevono la stessa paga di quelli assunti alle cinque del pomeriggio e che quindi faranno appena in tempo a versare poche gocce di sudore.
Due cose tuttavia sfuggono agli operai dell’alba nella stranezza, voluta, di questo racconto: la prima è che la generosità del loro datore di lavoro non toglie niente alla loro paga, che corrisponde a quanto era stato pattuito. La seconda è che il padrone della vigna è appunto il padrone assoluto e non deve chiedere il permesso di ciò che fa.
Il ragionamento degli operai dell’alba è il ragionamento dell’uomo del mondo che dista dal pensare di Dio come la terra dal cielo (ci dice Isaia nella prima lettura).
Nella ristrettezza delle cose umane è ragionevole temere che l’abbondanza data all'altro tolga qualcosa a me; avrei tutto il diritto di lamentarmi se il mio datore di lavoro largheggiasse troppo con i miei colleghi, perché nel lungo termine questa eccessiva generosità impoverirà l’azienda e potrà compromettere i miei futuri stipendi.
Inoltre l’azienda del mio padrone, benché giuridicamente resti del mio padrone, è anche mia in quanto io vi lavoro e il suo prosperare e produrre reddito dipende anche da me. Il comportamento di questo padrone insomma, non solo è anti-sindacale ma è anche palesemente anti-economico.
Nelle dinamiche umane di questo mondo, non a caso viene definito “economico” qualsiasi bene che in natura è scarso.
Ma nella grandezza delle cose di Dio alla Grazia non esiste limite né restrizione: la sovrabbondanza elargita al fratello non toglie niente a me. Se il mio fratello è stato ricolmato di doni dall'alto o se riceve molto di più rispetto a quanto si merita, questo non impedisce che anche io possa ricevere abbondantemente dalle mani del Signore.
Secondariamente la Grazia di Dio è tutta di Dio. L’uomo non vi entra in nessuno modo. La Grazia che ci salva viene tutta dal Signore Dio; l’uomo non ne è com-proprietario nemmeno in minima parte: può solo accoglierla o rifiutarla.
Ecco perché la gelosia non ha ragione di essere. Dobbiamo solo rallegrarci della generosità smisurata di Dio perché, detto per inciso, non si sa mai: noi, operai dell’alba, potremmo ritrovarci ad essere operai del crepuscolo.
Come una bandiera
TESTO (Gv 3, 13-17)
13 Nessuno è salito in cielo, se non colui che è disceso dal cielo: il Figlio dell'uomo. 14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
COMMENTO
Momento culminante di ogni premiazione di una competizione sportiva di livello mondiale è l’innalzamento della bandiera del paese del vincitore con l’esecuzione dell’inno nazionale. In quella bandiera che sale sul pennone più alto non è solo simboleggiata la vittoria di un atleta o di una squadra, ma vi si ritrova il sano orgoglio e senso di appartenenza di un’ intera collettività nazionale.
Ciascun connazionale del vincitore, pur non avendo fatto niente per vincere quella medaglia, si sentirà felice di ascoltare il proprio inno nazionale e vedere, al culmine della cerimonia, i colori del proprio paese innalzati al centro della scena. Tutto ciò avviene secondo un certo senso di transfert emotivo e di auto-riconoscimento in colui che nella nazionalità condivide una parte importante dei propri sentimenti.
In questo splendido colloquio notturno, Gesù annuncia a Nicodémo che “… come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Anche qui si parla di una vittoria, e direi di una vittoria più decisiva, quanto meno più definitiva: quella dell’amore sull’odio, del perdono sul rancore, del dono sull’auto-possesso. La vittoria della croce sulla morte.
La partecipazione alla vittoria del Figlio di Dio è ben più di uno shock emotivo, è la partecipazione reale ai suoi frutti, ai suoi benefici. Incredibile a dirsi ma è proprio così: la vittoria sugli avversari, fondamentalmente sulla morte e sul suo atleta-campione che è il peccato, è stata riportata da Gesù ma il premio è per tutti quelli che credono in Lui.
Credere in lui non potrà certo significare solamente guardare un crocifisso e contemplare la sua morte. Nel contesto evangelico credere significa sempre anche coinvolgersi, aderire con la propria vita alle sorti del Maestro, seguire le sue tracce, prendere la propria croce e seguirlo, cioè vivere atti di accoglienza e di misericordia, di semplice carità, di perdono verso l’offensore, di accettazione delle avversità pur nella lotta: gesti questi, che da soli non potrebbero mai valere ad aprirci le porte della vita eterna, ma che vissuti in comunione con Cristo diventano segni della nostra fede che salva.
Il solo titolo di merito di noi cristiani, la nostra bandiera, il nostro vanto è la croce di Gesù, perché “Dio non ha mandato Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.
La forza della comunione
(cf Mt 18, 15 – 20)
TESTO
Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
COMMENTO
Il Signore si fida enormemente dei suoi discepoli e si affida alla loro mediazione a tal punto da legare le cose del Cielo a quelle della terra. Mentre Gesù ci fa pregare dicendo “sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra” ( … cioè che la storia umana possa coincidere con i progetti di Dio), Lui da parte sua assicura che le decisioni disciplinari della comunità dei suoi discepoli quaggiù, saranno sempre ratificate tali e quali nella Comunità divina di lassù.
Come possa fidarsi e affidarsi così tanto a una comunità di uomini è spiegabile solo a partire dalla presenza di Cristo risorto in mezzo a questa comunità. La Chiesa non verrà mai meno fino alla fine del mondo proprio perché essa è il corpo di Cristo (vivo) presente nella storia del mondo di ogni tempo.
Spesso mi capita di porre delle domande un po’ trabocchetto ai ragazzi del catechismo. Dopo averli interpellati sul nome dei capi di stato più famosi e menzionati dalla televisione, chiedo loro chi è il capo della Chiesa cattolica. Normalmente i ragazzi rispondono che questi è il Papa, senza ricordare che egli è solo il Vicario e che il capo della Chiesa è Cristo risorto. Proprio Lui continua a essere presente nello spirito in una comunità e anche in un singolo fedele che con senso di responsabilità si prendono la briga di correggere la colpa del fratello. Proprio Lui si rende presente quando due si mettono d’accordo per domandare qualcosa al Padre celeste e infatti l’unico a cui Dio non può rifiutare niente è proprio suo Figlio.
Sebbene l’apostolo Pietro è la pietra su cui Cristo ha edificato la sua comunità, da questo brano risulta evidente che ogni membro di questo corpo spirituale è chiamato ad essere una pietra viva. Ognuno di noi cioè, nella comunione con Pietro, per vocazione deve essere testimone coerente e quindi pietra di paragone per il fratello, ma per la potenza della comunione dei discepoli di Cristo, ognuno di noi dovrebbe anche sentire sempre “il fiato divino” sul collo nella responsabilità verso tanti fratelli che si perdono. Possiamo esserne certi: quando nella Chiesa vengono alla luce gravi scandali, ovviamente qualcuno ha sbagliato ma ci sono almeno altri dieci fratelli che hanno taciuto, e che invece di essere state pietre vive sono state solo fango.
Non da ultimo va detto che l’invito alla correzione fraterna va inserito nella passione di quel pastore di cui ai versetti immediatamente precedenti: un pastore che non calcola rapporti di costi/benefici ma che desidera la vita della pecora perduta, perché è disposto a dare la propria vita per essa. La correzione fraterna richiede una grande passione per il bene del fratello, una carità che fiorisce nel campo dell’umiltà.