giovedì 27 marzo 2025

Il padre prodigo di misericordia

 

 Commento al vangelo della IV domenica di Quaresima, anno C – 30 marzo 2025



+ Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».



Commento

Ci troviamo di fronte ad uno dei capolavori delle narrazioni di Gesù di Nazaret, forse la parabola più citata, con quell’immagine del “figlio prodigo” sulla via del ritorno che viene spesso ripresa per descrivere drammatiche situazioni di ripensamenti e di marce indietro della vita.
Ultimamente è stata ribattezzata: la parabola del padre misericordioso, spostando così l’attenzione sull’atteggiamento di colui che, secondo l’intenzione di Gesù, rappresenta il modo di agire di Dio Padre. Ma potremmo anche definirla la parabola del “padre prodigo di misericordia”.
C’è, infatti, un padre generosissimo, ben più prodigo del suo proverbiale figlio che lo sollecita a dargli la parte che gli spetta; e benché ancora vivo egli addirittura divide tutto i suoi averi tra i due fratelli, come a dire che mette tutta la sua vita nelle loro mani. Ma il piccolo di casa ha ormai il cuore sordo a qualsiasi gesto di delicatezza, perché si sente schiavo, si sente privo di vita, come se il padre non gliela avesse ancora donata del tutto. Egli è l’immagine delle tante persone che vivono la relazione con Dio in modo servile, oppressivo, come se questi fosse geloso della nostra felicità.
Il figlio grande, saltando all’altro estremo del racconto, è poco meglio, o se volete poco peggio del fratello. Egli invece è l’immagine di chi vive la relazione con Dio come se questo fosse un datore di lavoro: ‘faccio quello che mi comanda, ma dopo mi deve dare la paga’, altrimenti scatta la rivendicazione sindacale. Una vita obbediente, ma senza cuore, senza mai sentirsi veramente a casa propria.
A questo punto ci domandiamo: dove sta il figlio che sa vivere da figlio, Secondo il cuore di Dio? Ecco: è proprio colui che sta raccontando la parabola. Gesù è il figlio vero, quello che nella casa di suo padre non si sente né schiavo né commerciante, ma semplicemente figlio. Gesù in effetti è la manifestazione, la rivelazione, o se volete l’incarnazione di quell’amore totale di Dio padre che dona tutto se stesso purché i suoi figli abbiano vita e l’abbiano in abbondanza; anche a costo di correre il rischio di vedere sprecati i suoi doni. Ma a lui va bene così, purché ai figli non venga risparmiato neanche una minima frazione del suo amore, e perché la sua misericordia, comunque, è di una abbondanza inesauribile. A questo punto sta a noi decidere dove abitare, e quale modello seguire nella relazione con Dio: schiavo, commerciante o figlio?


venerdì 21 marzo 2025

Grazie e dis-grazie

 

Commento al vangelo della III domenica di Quaresima/C – 23 marzo 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


Commento

 Sarà forse una coincidenza, ma nella giornata di oggi è già il terzo decesso che mi viene comunicato. Si muore, questa è una evidenza; ma ce ne è una ancora peggiore di quella che sperimentiamo biologicamente, ed è la seconda morte, quella di cui parla l’Apocalisse alla fine del testo (capitolo 20,14): “… lo stagno di fuoco”, con l’aggravante dell’eternità. 

Allora Gesù provocatoriamente conduce i suoi interlocutori a non fermare l’attenzione alla vicende terrene, benché a volte possano essere costellate di eventi tragici e molto dolorosi. Quei galilei che subirono l’offesa sacrilega del proprio sangue mescolato a quello dei sacrifici, o quei poveri gerosolimitani che morirono schiacciati dal crollo di una torre non hanno subito una punizione divina, perché non in questa epoca del mondo avviene il giudizio sull’uomo da parte di Dio, ma alla fine di tutto, quando il Signore tornerà a giudicare i vivi e i morti. Di questo bisogna invece preoccuparsi perché, se non accoglieremo la grazia della misericordia di Dio, se non ci convertiamo, periremo allo stesso modo di quegli uomini di cui sopra. Anzi, se posso aggiungere, di una morte peggiore proprio perché definitiva.

Cosa possiamo dire allora delle tante disgrazie che vediamo attorno? Ci servano solo di monito per prendere coscienza della brevità e della fragilità della nostra vita, senza cadere nella tentazione di vedervi un castigo divino, cosa purtroppo ancora assai diffusa tra i cristiani del nostro tempo. Quella che noi consideriamo una dis-grazia potrebbe invece trasformarsi in un momento di “grazia”, di verità, di presa di coscienza della propria precarietà e richiamarci a ciò che invece resta per la vita eterna: l’amore di Dio. Cristo Signore è il divino vignaiolo che con pazienza attende che l’albero della nostra vita porti frutti di giustizia e di bontà.
Concludo con una citazione letteraria tratta dalle ultime righe de I Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Egli dice che la sintesi della storia che ha raccontato è che i guai “… la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”.


giovedì 13 marzo 2025

Ascoltatelo!

 

Commento al vangelo della II domenica di Quaresima, anno C – 16 marzo 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Commento

 “Restò Gesù solo”. Al termine di un’esperienza tra lo straordinario e l’incredibile resta solo la presenza di Gesù. Nella sua persona, nelle sue parole, e nella sua promessa di restare sempre con noi, c’è veramente tutto.
Nel racconto dell’Anticristo di Solov’ev c’è un immaginario dialogo tra un nemico della fede e una guida dei cristiani, e a questo viene chiesto: “che cosa vi è più caro nel cristianesimo?” La risposta della guida spirituale non si fa attendere: “Quel che abbiamo di più caro nel cristianesimo è lo stesso Cristo, Lui stesso e tutto quello che da lui proviene, poiché sappiamo che in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”, (citando la Col 2,9)
La Trasfigurazione, seconda tappa domenicale del cammino quaresimale di ogni anno, ci pone davanti un anticipo dell’umanità gloriosa di Cristo, dopo aver celebrato domenica scorsa, la sua umanità sofferente e in lotta contro lo spirito del male. Quel corpo che per quaranta giorni ha digiunato e ha sopportato la tentazione del diavolo è ora rivestito di gloria sfolgorante, e avvolto da una nube nella quale risuona la voce di Dio padre.
In Gesù la natura umana riporta vittoria contro le seduzioni del male, e in Gesù ogni uomo può vivere un anticipo della gloria futura ed eterna. Il centro di tutta la nostra fede e della nostra speranza di vita eterna rimane sempre e solo Gesù. L’itinerario quaresimale potrebbe essere ispirato dal silenzio dei tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – che “in quei giorni – ci dice l’evangelista - non riferirono a nessuno ciò che avevano visto”, forse perché quando un’esperienza oltrepassa le soglie dell’umano ha bisogno di essere meditata e rivissuta a lungo nel cuore. La presenza di Cristo Signore è ora definitivamente nella gloria di Dio ma abita anche stabilmente nella sua Chiesa e nella nostra anima e per questo la voce del Padre ora giunge anche a noi, in ogni istante della vita: “questi è il mio figlio, l’eletto: ascoltatelo!”  


venerdì 7 marzo 2025

Nei deserti di senso

 

 Commento al vangelo della I domenica di Quaresima/C – 9 marzo 2025


 Dal Vangelo secondo Luca (4,1-13)

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.


Commento

 Gesù è sospinto dallo Spirito Santo a fronteggiare fin da subito il nemico numero uno del genere umano, colui che per definizione è “divisore”, che vuole creare lontananza tra noi e da Dio. L’evangelista Luca lo chiama appunto diavolo. Tre sono gli ambiti relazionali in cui noi uomini ci muoviamo: rispetto a Dio, agli uomini, e alle cose, e proprio qui il tentatore cerca di portare fuori strada Gesù. 

«Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Ma Gesù subordina il suo bisogno di cibo (pur dopo quaranta giorni di digiuno) all’accettazione del disegno di Dio, quale esso sia. Poteva non essere sicuro di trovare altro cibo disponibile rispetto ai quei potenziali pani, ma si è fidato della volontà del Padre. Ricordiamo che nell’orto degli ulivi, all’altro capo del Vangelo, analogamente Gesù si affidò al Padre dicendo: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Ma in quel caso la volontà del Padre lo portò alla morte di croce, sebbene sappiamo che fu solo un passaggio temporaneo.
Mostrandogli tutti i regni della terra il diavolo disse ancora a Gesù «…Se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Ma Gesù non vuole conquistare gli uomini con la forza, servendosi del male, ma piuttosto con la sua misericordia ad oltranza e con la sua umiltà, fino ad essere confuso con un malfattore.

Da ultimo il diavolo gli propone di mettere alla prova Dio stesso “Se tu sei il Figlio di Dio…”. Qui forse ci fu la tentazione più dura da superare per Gesù, perché lui in effetti era figlio di Dio. Anche mentre moriva in croce i capi lo derisero dicendo: “Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23,35). Ma Cristo ha voluto vincere il male non da Dio, ma da uomo, accettando fino all’ultimo di vivere da figlio obbediente. E Gesù ha vinto anche per noi, per noi che rimproveriamo a Dio di non saper intervenire nei nostri mali e nelle nostre fatiche; per noi che diciamo: “se Dio è buono e ci ama, perché permette questa sofferenza?” 

Gesù ci offre un esempio ma soprattutto in lui, nella sua persona vivente, che ha attraversato la morte, ci offre la forza per fidarci ad oltranza del Padre, come ha fatto lui. In un film-commedia del 2003 intitolato “Una settimana da Dio” ad un uomo viene data la possibilità di mettersi al posto di Dio, da lui rimproverato di non essere all’altezza dei problemi del mondo. Nella storia molto fantasiosa la cosa interessante è che comunque alla fine della settimana il protagonista preferisce ritornare al “mestiere” di prima, e di lasciare a Dio il suo. Questo per dire che nelle apparenti contraddizioni della vita, nei deserti di senso e di prospettive che si creano anche nelle nostre vicissitudini non saremo mai soli e il Signore stesso, a suo modo e a suo tempo, ci svelerà tutto quello che ora non possiamo capire e le straordinarie vie attraverso le quali tutto si compirà.

venerdì 28 febbraio 2025

Per non diventare allergici alla paglia!

 

Commento al vangelo della VIII domenica del Tempo Ordinario/C – 2 marzo 2025

 

+ Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

 
Commento

 Preoccupante o consolante, a seconda dei casi: prima o poi gli atteggiamenti, i gesti e le parole della nostra vita riveleranno ciò di cui ci siamo nutriti, i maestri che abbiamo ascoltato, le scuole di pensiero che abbiamo frequentato. Non si può tener nascosto il contenuto del nostro cuore, ci dice Gesù. Ma allora sarà necessario, per chi fosse interessato alla pratica del bene – speriamo tutti – avvicinarsi alla sorgente del bene, ricordando l’episodio del giovane ricco quando il Signore viene interpellato su ciò che di buono occorre fare per avere la vita eterna (cf. Mt 19,16-17): “Buono è uno solo”. O nella versione dell’evangelista Luca: “Nessuno è buono se non Dio solo” (Lc 18,19).

La nostra esistenza può essere piena di difetti, (chi non li ha?), ma la cosa decisiva, molto consolante dal mio punto di vista, è che alla fine, nelle relazioni con le persone, e da ultimo nell’incontro faccia a faccia col volto del Signore, emergerà il desiderio di lui, cioè di bene e di verità che ci ha accompagnato lungo la vita. Troppo spesso si valuta la propria esperienza di fede solo sulla base della capacità di essere vincenti su tale o tal altra debolezza, ma ciò che veramente conta è custodire nel cuore la sua presenza e il Signore, anche se dovesse trovare chiusa una porta, speriamo possa trovarne aperta un’altra. Facciamo dunque nostra la raccomandazione di San Francesco: “e sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui” (FF 61). Sarà il miglior antidoto per eventuali allergie a paglia o pagliuzze!

 

mercoledì 19 febbraio 2025

Amarsi un po’…aiuta a non morire

 

Commento al vangelo della VII domenica del Tempo Ordinario, anno C – 23 febbraio 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (6,27-38)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

 

 Commento

Ci troviamo ai vertici della paradossalità degli insegnamenti di Gesù: il perdono dei nemici, l’amore dei nemici, dare e donarsi senza aspettarsi nulla in cambio. Cose impossibili e fuori dell’umano se non fosse che chi parla, colui che le sta proponendo a noi ascoltatori la ha vissute lui per primo. Non sono cose fuori dell’umano perché tutta la vita di Gesù è la vita divina tradotta nel linguaggio umano, è la vita del figlio unigenito dell’Altissimo che nella sua volontà (sottolineo: umana!) accetta fino alla fine di vivere come Dio propone.

Forse proprio questo ci sfugge e ci trasmette l’idea di una strutturale impraticabilità dei suoi insegnamenti: Gesù era così compiutamente uomo, oltre ad essere vero Dio, da avere anche una libera volontà umana. Lo sto dicendo in pochi secondi e con poche parole ma la questione fu dibattuta vivacemente nei primi secoli del cristianesimo, a tal punto da richiedere la convocazione di un Concilio ecumenico, cioè generale, di tutti i vescovi della Chiesa. Alcuni che a fatica avevano accettato l’idea che Gesù fosse anche un vero uomo, affermavano però che tale umanità fosse incompleta e che in lui ci fosse solo una volontà divina.

Invece no: Gesù aveva anche una volontà umana, con la quale si sottomise al volere del Padre. Ricorderete Gesù nell’orto degli ulivi: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. (Lc 22,42).

Non solo quindi è possibile vivere lo stile dell’amore evangelico, ma ne abbiamo anche la possibilità, perché abbiamo Gesù che intercede continuamente a nostro favore. (cf. Eb. 7,25) lui che continua a donarci la sua forza e il suo amore gratuitamente. Ora è chiaro che se l’uomo cerca la ricompensa umana, il beneficio e il contraccambio per i suoi atti decade dal regime della Grazia. Se il nostro bene si rivolge a chi già ce ne fa, o a chi abbiamo la speranza che ce lo renda, non siamo più nell’atteggiamento di chi sa di aver già ricevuto tanto. L’uomo del vangelo invece non compie gesti d’amore per avere contropartite ma perché si sente lui per primo, proprio perché imperfetto, oggetto di un amore infinito, e chiamato a ricambiare tale amore attraverso gesti di gratuità ai fratelli, buoni o malvagi che siano.

giovedì 13 febbraio 2025

Le presunte utopie, e quelle vere

 

Commento al vangelo della VI domenica del Tempo Ordinario, anno C – 16 febbraio 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (6,17.20-26)

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».


Commento

 Davanti Gesù c’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente ma Gesù proclama queste beatitudini accompagnate da altrettanti guai – ci dice l’evangelista - alzati gli occhi verso i suoi discepoli. Non a tutta la folla ma ai suoi discepoli, quasi ad operare un’ulteriore chiara distinzione tra chi lo potrà seguire e chi non è nelle condizioni idonee. Gesù è il più povero tra i poveri per essere disceso dalla sua condizione divina ed avere assunto la fragilità della condizione umana: molto significativo che per rivolgersi ai suoi debba alzare lo sguardo per guardarli dal basso verso l’alto.
Questa è la cattedra del maestro Gesù: la sua umiltà infinita. Infinita come infinita è la Maestà dalla quale egli discese per riportare la nostra umanità ferita alla gloria originaria nella comunione di Dio padre.

Per questo può valer la pena sopportare la povertà, la fame, le lacrime e la riprovazione degli uomini (ammesso che non sia a rischio la sopravvivenza immediata) piuttosto che ricorrere alla violenza, alla rivendicazione minacciosa, alla strategia dell’odio, perché alla fine sarà il Signore a darci la ricchezza quella vera, insieme al pane quotidiano. 

Viviamo nell’oblio più totale degli insegnamenti della storia che è veramente maestra di vita, ma che ha sempre meno discepoli. Le guerre più ‘giuste’ e ‘sacrosante’, hanno mai prodotto qualche effetto positivo di lunga durata? La lotta non violenta di Gandi, i decenni passati in carcere di Nelson Mandela che ha lottato con successo contro l’apartheid, le strategie vincenti di pace di Martin Luther King non ci hanno insegnato nulla?
Le beatitudini proclamate da Gesù, siatene certi, non sono utopiche. Sono molto più utopiche le idee di chi progetta villaggi turistici su terre ferite da migliaia di morti e di deportati.