venerdì 6 novembre 2026

Vivere l’attesa per non perdere il presente

 

Commento al Vangelo della XXXII Domenica del TO, anno A – 8 novembre 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.

A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.

Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.

Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».


Commento

Nella tradizione cristiana le dieci vergini rappresentano la Chiesa che attende il ritorno nella gloria di Gesù salvatore; Lui che al termine di questa storia terrena verrà a completare e a concludere la festa di nozze con l’umanità - inaugurata con l’incarnazione - per restituirle la piena e definitiva partecipazione alla comunione con Dio Padre. La Chiesa, infatti, in molto passi biblici, è prefigurata e raffigurata come la sposa del Cristo, destinata a diventarle talmente intima da divenire suo corpo, e il numero dieci rappresenta appunto la collettività dei suoi membri che sono chiamati alla vigilanza, non all’insonnia, ma alla vigilanza della fede, della speranza e della carità di cui l’olio sembra essere il simbolo.

Notare che tutto s’assopiscono, perché la fatica dell’attesa è la stessa per tutti, ma la saggezza consiste nel custodire il dono della fede e gli altri doni di Grazia che, attraverso i Sacramenti si ricevono nella Chiesa. La stoltezza invece è vivere l’attesa senza disporsi alla pazienza, alla perseveranza; il vivere la relazione con il Signore nell’atteggiamento del “tutto e subito”. 

Peggio ancora le cinque vergini sagge pensano di ‘comprare’ al mercato del “last minute” ciò che necessita per alimentare la loro vita che ormai si spegne. Tentazione fortissima per i credenti del nostro mondo che vorrebbe essere sempre più ‘meritocratico’, e pensano di potersi comprare anche l’accesso al regno di Dio, non tanto con il denaro ma con i loro personali, presunti o veri, meriti di opere caritative e azioni sagge. Invece nell’attesa dello Sposo occorre prendere fin da subito “l’olio in piccoli vasi”, cioè cogliere le tante occasioni, non eclatanti, ma appunto piccole, in cui possiamo alimentare e tener viva la fiamma della nostra fede e della nostra speranza, incontrando già da ora Gesù sotto il velo dei suoi segni sacramentali o nel  nostro prossimo, soprattutto quello più fragile. Tuttavia senza l’olio, senza l’alimento dell’amicizia del Signore, si perde la prospettiva, ci si appiattisce sul presente. Così, in questi nostri tempi così sollecitati e distratti da tanta abbondanza di messaggi, spot, e break-news, potrebbe risultare sempre più attuale il richiamo del filosofo Kirkegaard (1813-1855): “State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani”.

venerdì 30 ottobre 2026

Il cristiano non è un’ottimista

 

Commento al Vangelo del 1 novembre 2026, Tutti i santi, XXXI Dom TO

                        

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. 

Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,

perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


Commento

Il cristiano non è un’ottimista. Le beatitudini che abbiamo appena ascoltato ci parlano di felicità, di beatitudine, di un regno dei cieli, e quindi di una vittoria definitiva di Dio su tutti i regni e poteri umani, ma tutto questo nasce e germoglia in questa nostra realtà segnata da tanti mali, o comunque da tante fragilità. 

Gesù sta trasmettendo ai discepoli molto di più di un antidoto alla povertà, alla prevaricazione, alle offese, alla violenza, che comunque dureranno finché durerà questo mondo di quaggiù: egli sta predicando la possibilità, a causa del suo nome, cioè grazie alla sua presenza, di vivere in esse una forza di attrazione più grande e definitiva, quella del suo amore, rivelazione e manifestazione dell’amore del Padre.

Come Gesù attraverserà la passione e la morte per giungere alla gloria della resurrezione, nello stesso modo, e - ripetiamo – grazie alla fede in Lui che lo rende presente e operante in mezzo a noi, anche i suoi discepoli potranno attraversare tutti i generi di tribolazione per giungere alla gloria del paradiso. “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo” – esclama San Giovanni – “la nostra fede”. (1 Gv 5,4). 

L’ottimismo umano, quello che porta a pensare che andrà tutto bene, è troppo poco. Perché non tiene conto della tragicità del male. E anche perché spesso… non ci prende. Nel febbraio del 2020, all’insorgere della pandemia del Covid molti sventolarono lenzuola dai balconi, o ripetevano sui social lo slogan: “Andrà tutto bene!”. Purtroppo non sono stati buoni profeti. A distanza di qualche anno possiamo riconoscere che non è andato tutto bene. Basterebbe andare a chiederlo alla gente di Codogno o di Bergamo e mettersi in ascolto del loro dolore di vedere morire amici, genitori, spesso senza nemmeno poter celebrare esequie, o poter esser loro vicini nel momento del trapasso. Sofferenze con cui si impara a convivere ma che non si cancellano. 

La speranza cristiana, la speranza dei santi, di tutti i santi, anche quelli non riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa – che sono la maggior parte – e di cui celebriamo oggi la solenne memoria, è aggrappata alla croce di Cristo, alla sua umanità, e per mezzo degli atteggiamenti del suo cuore, che ci vengono infusi nei Sacramenti della Chiesa, impariamo a vivere fin d’ora nella visione del completamento finale, di cui ora, però, abbiamo solo una caparra. Come in un cammino che giungerà prima o poi a destinazione.  

venerdì 23 ottobre 2026

Di quale amore viviamo

 

Commento al Vangelo della XXX Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 25 ottobre 2026


Dal Vangelo secondo Matteo, 22,34-40

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Commento

Due comandamenti che si legano l’un l’altro e sono l’uno il banco di prova dell’altro. L’amore del prossimo è una evidente verifica dell’effettivo amore che noi abbiamo, o pensiamo di avere, nei confronti di Dio. Già San Giovanni ammonisce nella sua prima lettera: Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. (1 Gv 4,20). In effetti il Signore si è tanto realmente incarnato e immedesimato nella nostra natura umana che ci è impossibile sfuggire a questa strettoia: se volessimo sinceramente capire quanta dedizione e quanto affetto abbiamo nei confronti del Signore, ci basterebbe verificare la qualità delle nostre relazioni inter-personali. Nelle invocazioni delle lodi del Mercoledì della I settimana del Salterio diciamo: “Insegnaci a riconoscerti in tutti gli uomini, e soprattutto nei poveri e nei sofferenti”. Inoltre il documento conciliare Gaudium et Spes 22, afferma che “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”.

Ma, dicevo, c’è anche una verifica nella direzione opposta: l’amore a Dio verifica l’amore del prossimo. Lo verifica nel senso stretto del termine, perché lo rende vero, autentico, completo. Amare il prossimo come se stesso non è liberante se verso gli altri ho la stessa visione egoistica e individualista che ho verso di me. Se nell’abbraccio di Dio ci si sente figli nel Figlio Gesù, allora potremo amare anche gli altri come fratelli. Ma se, diversamente, si custodisce una visione molto ristretta e chiusa del proprio “io” come un’isola a se stante, molto difficile sarà riuscire ad amare colui che è al di fuori di me, senza alcun secondo fine o interesse personale. Allora riprendendo la precedente affermazione di San Giovanni potremmo analogamente dire che chi non ama Dio che non vede non può amare il fratello che vede, o comunque non in modo veramente gratuito. 

Perché l’amore non si inventa, non si crea dal nulla, perché l’amore viene da Dio, e anzi è Dio stesso. Ancora San Giovanni scrive “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.” (1 Gv 4,10).


giovedì 15 ottobre 2026

La domanda mancante

 

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Or., anno A – 18 ott 2026



Dal Vangelo di Matteo ( 22,15-22 )

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


Commento

A seguito della domanda di Gesù: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”, quei discepoli dei farisei e quei partigiani del re Erode risposero correttamente, cioè che in quella moneta c’era l’immagine e l’iscrizione di Cesare; di qui l’esortazione di Gesù a rendere a Cesare ciò che era suo ma a fare altrettanto con Dio.

Così facendo Gesù risponde a una domanda che ancora i suoi interlocutori non si erano posta e che potrebbe suonare così: Se la moneta del tributo che portava l’immagine di Cesare significa un doveroso rispetto della sua autorità, cosa può significare che ogni uomo, Cesare compreso, porta in se stesso, l’immagine di Dio creatore? Cosa se ne potrà dedurre?

A Cesare era giusto riconoscere un tributo, perché in un modo o in un altro organizzava la convivenza civile di quella comunità umana; ma per la stessa ragione non sarà tenuto l’uomo che porta in sé l’immagine di Dio creatore, a riconoscere un tributo, in questo caso non in denaro di cui non ha bisogno, ma di lode e di riconoscenza?

 Certo, neanche di queste Dio ha bisogno, ma in una preghiera eucaristica la liturgia fa dire al sacerdote che “i nostri inni di benedizione non aumentano la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”. Cesare, e ogni autorità umana vanno rispettate per quello che sono, ma la paternità di Dio ritrovata grazie alla salvezza dello stesso Figlio Gesù, deve essere onorata e custodita non come fosse un debito da pagare, ma come il risultato di una gratitudine talmente eccedente che per se stessa dovrà esprimersi nella lode, nella benedizione a Dio, da una parte, e nella premurosa cura dei fratelli dall’altra, ricordando bene ciò che dice San Paolo ai Galati: “Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso.” (Gal 5,14).

L’amore quando è tale, cioè gratuito, si ripaga solo con altrettanto amore e gratuità, e quando è necessario, dato che l’amore è Dio stesso, ci può anche chiedere di oltrepassare le leggi uno stato, o addirittura di opporsi ad esse. 

La risposta di Gesù è molto innocua, all’apparenza, ma è veramente rivoluzionaria: in qualsiasi ambito di vita civile, il comandamento della carità deve essere messo al di sopra di tutto, e di tutti, anche dell’uomo più potente della terra, o che – peggio – pretenda di esserlo. 

venerdì 9 ottobre 2026

L'abito non fa il monaco però ....

 

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 11 ott 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Commento

Due modi per perderci la grande festa di nozze senza fine che il Signore ci prepara in questo mondo e più ancora in quello a venire; due modi descritti nella parabola raccontata da Gesù nel vangelo di questa domenica. 

Primo modo: quelli che la festa se la vogliono fare da soli. Gli invitati a nozze che disdegnano l’invito sono quegli uomini (Gesù aveva in mente i figli di Israele) che sottovalutano alla grande la bellezza della chiamata del Signore. La prendono sul serio, ma fino ad un certo punto. Come dire? “Questa festa alla quale mi inviti, ha poco di speciale e me la posso organizzare anche da solo, senza bisogno di scomodarmi per venire a casa tua. 

Secondo modo: quelli che a la festa ci vanno, anche perché non hanno niente da perdere, ma la festa se la vogliono gestire da soli. Quelli che vanno al ristorante col pranzo al sacco, o quelli che pretenderebbero di mangiarsi i piccioni ripieni a un ristorante vegano. Quell’abito nuziale cos’è in fondo? Richiama le vesti di lino della della Chiesa-sposa dell’Agnello (Cristo Signore) di cui si parla nel libro dell’Apocalisse, e questa veste, continua il testo, sono “le opere giuste dei santi” ( Ap 19,8). Badate bene che secondo l’uso del tempo, tale veste nuziale era una sorta di soprabito che veniva dato a tutti gli invitati prima di entrare alla festa. Il fatto che qualcuno non l’avesse addosso era sintomo quindi di un rifiuto, di un disprezzo di uno stile, di un dress-code (si direbbe adesso) che il padre dello sposo voleva dare. E lo stile, la veste che ci viene chiesto di indossare è costituita da tutti gli atteggiamenti di un figlio che riconosce l’immensa bontà di un Padre, sono gli atteggiamenti di Gesù. In lui riceviamo quella veste, battezzandoci in Lui. 

Dopo il rifiuto degli invitati, tutti sono chiamati alla festa – interessante – “buoni e cattivi”, ma viene chiesto loro solo di accettare il dono, di vivere conformemente a quel dono, sentendosi anche di conseguenza, in comunione con gli altri. Si, il Signore ci fa proprio un invito a nozze, a una vita bella, piena, degna di questo nome, come quella che si vive nell’amicizia di Gesù; ma che peccato lasciarsela sfuggire, magari pensando di potersela organizzare da soli o a modo proprio!

mercoledì 30 settembre 2026

L’amore non si inventa


 Commento al Vangelo della XXVII Domenica del TO, anno A – 4 ottobre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».


Commento

Come potremmo definire il Regno di Dio, il Regno dell’amore di Dio, la signoria dell’amore di Dio su tutte le realtà del mondo? Gesù in questa parabola lo paragona ad una vigna, offerta a dei vignaioli perché ne producano frutto, perché ne godano loro e ne facciano godere tanti altri. Ma quei vignaioli sono cialtroni, non capiscono il dono; è vero – si potrebbe notare – che la vigna è stata data in affitto e non regalata, ma quel terreno è talmente ricco e ben corredato di recinto, torre e torchio, che ci saranno frutti abbondanti per tutti. Ma quei vignaioli non si accontentano; sembrano quasi irritati dal dover dipendere da un altro, vogliono l’esclusiva di un qualcosa che sembra essere totalmente al di fuori delle loro possibilità di realizzazione.

Il popolo di Israele non ha capito l’amore di predilezione che il Signore ha avuto nei loro confronti: piuttosto che accoglierlo e condividerlo tra loro e con gli altri uomini, hanno preferito farsene un vanto contro gli altri, farsene un titolo di supremazia sugli altri. Il nuovo Israele di Dio, il nuovo popolo eletto, i cristiani, non possono e non devono incorrere nello stesso errore: non si può mercanteggiare con i doni di Dio a proprio uso e consumo, quasi se ne avesse la proprietà esclusiva. Il regno di Dio è la forza inesauribile dell’amore del Padre rivelato da Gesù nell’offerta totale della sua vita per noi. E l’amore non si può ingabbiare, monopolizzare, privatizzare.

L’amore è l’unica realtà che si gode donandola. Pensiamoci. Ci si dà da fare per acquisire i beni essenziali per la sopravvivenza, ma anche per possedere tante cose da cui ricavare un ben-essere, lecito e a volte esagerato. Ma l’amore rende felici solo coloro che lo fanno circolare, che lo accolgono e lo donano, o meglio che lo accolgono donandolo. Nessuno uomo può presumere di diventare padrone dell’amore, e tanto meno di generarlo da sé, perché sarà schiacciato dalla sua stessa folle pretesa, e sarà la rovina sua … e di chi gli starà vicino. Le cronache di questi tempi, purtroppo, ce lo confermano. 


domenica 27 settembre 2026

Attenzione ai sorpassi!


Commento al Vangelo della XXVI Domenica del TO, anno A – 27 settembre 2026


 Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


Commento

Gesù sta parlando nel tempio di Gerusalemme ai sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè alle guide del popolo eletto, prescelto da Dio. Si intuisce subito pertanto la finalità educativa della parabola, il punto al quale vuole arrivare, come svelato da lui stesso. “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. Un’affermazione pesantissima, tenuto conto del disprezzo, dello stigma sociale che gravava su queste due categorie di persone: i pubblicani facevano commercio della vita del proprio popolo riscuotendo tasse per i romani e arricchendosi a loro volta. Le prostitute facevano commercio della propria dignità. 

Gesù non sta parlando di tutti i pubblicani e di tutte le prostitute, ma di quelli che si sono posti in ascolto della parola profetica di Giovanni Battista, credendogli. Cosa predicava Giovanni? Forse vale la pena ricordarlo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.  Questo diceva!

Nell’imminenza del regno di Dio occorre cambiare passo, cambiare moneta. Non vale più cosa possiedo, chi sono per gli altri, secondo un indice di gradimento sociale. Ma ora è il Signore che prende in possesso la storia, e allora conta cosa sono capace di donare e chi sono davanti a Dio. Ricordiamo quel che diceva San Francesco “Quanto vale un uomo davanti a Dio, tanto vale e nulla più”

Ma quei sommi sacerdoti e quegli anziani a cui Gesù sta parlando, a loro volta fanno commercio: commerciano la loro fede, ne fanno moneta per essere qualcuno, per avere uno status. Hanno detto di “sì” al Signore con la bocca, ma il loro cuore è lontano da Dio, come dice il profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13). E poi le scelte quotidiane dicono dove sta effettivamente il cuore, e forse ancora di più lo dicono il modo con cui svolgiamo le cose quotidiane; dicono in quale vigna abbiamo effettivamente scelto di lavorare Buona Domenica! Il Signore vi dia pace.


venerdì 18 settembre 2026

Sei invidioso?

 

Commento al Vangelo della XXV domenica del TO, anno A – 20 settembre 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


Commento

Gli ultimi saranno primi perché privi di ogni aspettativa, privi di ogni pretesa per il loro lavoro, così esiguo, così limitato; e così si sentiranno molto più gratificati e graziati degli altri. I primi ad andare a lavorare invece, quelli usciti all’alba, che si erano accordati per un denaro, si sentiranno scontenti per veder retribuiti con la stessa paga quelli che hanno lavorato molto meno di loro. Questa si chiama la trappola della meritocrazia, che davanti alla giustizia divina non funziona. O meglio non funziona come penseremmo noi, con i criteri umani che distano da quelli divini , come ci ricorda la prima lettura di oggi, “quanto il cielo sovrasta la terra” (Is 55,9).

La bontà immensa del Signore non elimina la giustizia, ma la supera, la oltrepassa. Se un normale datore di lavoro avesse fatto la stessa cosa, una qualche contestazione sarebbe stata lecita, perché la sua generosità deve tenere conto anche delle sue limitate risorse economiche. Sciupare denaro regalando indiscriminatamente a tutti potrebbe ridurre la sua possibilità di ricompensare il lavoro dei suoi collaboratori. La ricchezza personale di un uomo è sempre un dono da amministrare e non un diritto assoluto, cioè sciolto da qualsiasi responsabilità verso Chi ti ha concesso buona sorte e talento per averla. Invece il Signore ha risorse di bontà illimitate per tutti. La sua generosità “eccessiva” per qualcuno non priverà nessuno. Allora la stranezza di questa parabola sta proprio nel farci riflettere che certamente il Signore promette cieli nuovi, terra nuova, il centuplo a chi lo segue, ma tale ricompensa non dovrà mai essere considerata un merito nostro, un diritto conquistato, ma al contrario, solo e semplicemente un dono ricevuto, e accolto.

Ben a proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che in senso stretto l’uomo difronte a Dio non ha alcun merito, e se ne ha, è solo perché il Signore, nella sua benevolenza, ha deciso di “associare l’uomo all’opera della sua grazia” (CCC 2008). Occorrerà quindi sempre partire dalla Grazia, dalla bontà fontale di Dio. A quegli operai dell’alba si potrebbe, allora, far presente che non è scontato avere la salute per lavorare, e avere avuto la possibilità di lavorare certi della promessa di una paga per il loro lavoro.

venerdì 11 settembre 2026

Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi...

 

Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ord., anno A – 13 sett 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.

Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


Commento

Dove troveremo la forza di perdonare 490 volte il fratello che commette colpa contro di me? La domanda è provocatoria perché è facile intuire che per Gesù 70 volte 7 significa: “sempre”. E siccome la domanda diventa ancora più stringente, Gesù si inventa una delle sue parabole, come fa tutte le volte che deve comunicare qualcosa che è molto al di sopra della capacità umana.

E se c’è una cosa riferibile a Dio che sicuramente sfuggirà sempre alla misura delle nostre considerazioni, questa è proprio la misericordia. Il senso della risposta del Maestro al discepolo Pietro è che per quanto ci costerà condonare qualcosa a un fratello che ci offende, 550 mila volte di più – questa è la proporzione tra 10 mila talenti e 100 denari – il Signore ha già condonato a noi. 

Certo: nessuno di noi probabilmente si sente così peccatore da aver bisogno di vedersi condonato peccati per una quantità esorbitante come sono 10 mila talenti, ma il fine della proporzione iperbolica, volutamente smisurata, sta lì a dirci che il Signore ci fa tanta Grazia, ha talmente tanta tenerezza nei nostri confronti che non dovremmo in nessun modo preoccuparci di non riuscire a perdonare chicchessia. Anzi dobbiamo riconoscere una contemporaneità tra il perdono ricevuto e il perdono dato. Se Gesù ci ha insegnato a dire: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” significa che i 10 mila talenti mi accorgo di averli quando mi tocca sborsare, forse a fatica quei benedetti 100 denari. 

Dico “benedetti” non solo così per dire, ma perché quando ci accorgiamo di essere allo stretto nel cuore verso qualcuno siamo obbligati – se dotati di un minimo di umiltà – a guardare in Alto e ricorrere a colui per il quale nulla è impossibile. In fondo, se Gesù, dall’alto della croce, ha sentito il bisogno di ricorrere alla forza del perdono del Padre – “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” – perché non dovremmo farlo anche noi quando ci sembra impossibile perdonare? Perché non potremmo dire anche noi: “Padre, questo qui perdonalo tu che io non ce la faccio!” Vi assicuro che quei 10 mila talenti ricevuti saranno sempre più che sufficienti. 


venerdì 4 settembre 2026

L’uomo non è un’isola


 Commento al Vangelo della XXIII Domenica del TO, anno A – 6 settembre 2026



+ Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.

In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.

In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».


Commento

Un proverbio abbastanza conosciuto dice che “vox populi, vox Dei”, (= la voce del popolo è la voce di Dio). Qualcosa di vero c’è. Ma per chi si mette alla scuola del Vangelo di Cristo Signore, non basta pensare che l’opinione della maggioranza corrisponda più o meno alla verità (cosa non sempre verificata) ma avere consapevolezza che Gesù ha scelto di rendersi presente in modo intensivo nella comunità dei suoi amici, al di là dei limiti geografici o temporali.

Tutti quegli uomini che riconoscono i sette sacramenti, il Credo e l’autorità dei Pastori (i Vescovi) della Chiesa, uniti col Vescovo di Roma, questi costituiscono la comunità di Cristo, la Chiesa alla quale Gesù si è affidato, sia prima della sua Pasqua (come nel brano di oggi), sia nelle sue apparizioni post-resurrezione.

Alla domanda: “Chi è il Capo della Chiesa?”, noi continueremo a rispondere - almeno noi cattolici - "Cristo Gesù", senza tentennamenti, né esitazioni. Gesù è vivo, è risorto…o almeno così dovremmo credere. Ma il vangelo di oggi ci ricorda che la sua presenza avviene in modo velato, in modo da non abbagliare la nostra libertà. Gesù ce lo ha ripetuto: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

La mediazione della Chiesa avviene anche quando un Consiglio pastorale di una Parrocchia riflette sul cammino da fare, ma anche quando una comunità religiosa è riunita per occuparsi del disagio di un suo membro. Poi un’assemblea cristiana si può sbagliare nelle sue scelte pratiche. Anche un Vescovo, o un pontefice possono sbagliare nel trattare una questione disciplinare, o nell’affidare un incarico a qualcuno. Anche i cardinali riuniti in Conclave, potrebbero sbagliare nell’eleggere un papa, ma noi crediamo che il Signore passerà comunque anche attraverso quella decisione malsana. Spesso, probabilmente, i cristiani hanno ritardato il cammino del Regno di Dio nella storia, ma quegli uomini che, pur dovendo sopportare le conseguenze di scelte errate, hanno custodito la comunione fraterna, comunque vivranno l’azione dello Spirito di Dio nella vita personale. Veramente, è impressionante quanto i cristiani, a iniziare da noi pastori, sottovalutano il valore e il potenziale di evangelizzazione della comunione fraterna. E allora concludo con un altro proverbio, che invece è senz’ altro sempre verificato e verificabile. “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano vai con i fratelli”.

sabato 29 agosto 2026

...che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

 




Commento al Vangelo della XXII Domenica del TO, anno A – 30 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.

Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?

Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».


Commento

I pensieri e la mentalità degli uomini sono veramente molto distanti da quelli di Dio. Il profeta Isaia arriva a dire, a nome del Signore che “…quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9).

Ma proprio per questo l’Unigenito Figlio di Dio, lo ripete ogni Domenica nel Credo chi si reca alla Messa, “si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo”.

Quella distanza abissale, di cui sopra, viene colmata e riempita nella persona di Gesù di Nazaret che nel suo essere Dio riacciuffa quell’uomo perduto nei suoi egoismi, e nel nulla del sua nulla; e lo fa nella sua stessa persona in cui la volontà umana si affida a quella di Dio Padre.

L’uomo dovrà, quindi, lasciarsi acciuffare dalla mano salvatrice del Signore, dovrà rinunciare alla sua pretesa di sfuggire con le sue sole forze o con i suoi soli meriti alla morte, o di negare la malattia del suo cuore.

Questo significa anzitutto rinnegare se stessi: riconoscersi non auto-sufficienti. E poi di seguito a questo, chi vuol seguire Gesù, dovrà quotidianamente allargare e condividere i frutti della vita nuova ricevuta in Cristo ai fratelli e alle sorelle. Non potrà che uscire dalla centratura su se stesso, sui propri bisogni che lo portano a ragionare, appunto, secondo la logica del mondo: “prima ci sono io….poi eventualmente, se avanza qualcosa, ci sono anche gli altri”. Chi si scopre veramente amato e graziato come potrà non desiderare la stessa cosa per i suoi simili? Se così non fosse, ci sarebbe da dubitare sull’autenticità dell’incontro con Cristo Signore, rivelazione dell’amore infinito di Dio Padre. 


domenica 23 agosto 2026

Voi, chi dite che io sia?

 

Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ord. A – 23 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».

Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo


Commento

I medici raccomandano di tenere sotto controllo la salute almeno facendo  periodicamente gli esami del sangue: si dice all’incirca una volta all’anno. Cosa molto opportuna per chi -  come colui che vi parla - ha superato abbondantemente la cinquantina.

Non sarebbe male, però, fare qualcosa di simile anche per testare la nostra salute spirituale, ovviamente lo dico per quegl’ascoltatori che – eventualmente – avessero un qualche desiderio di vita cristiana. E il primo esame della fede secondo il cuore di Cristo dovrebbe consistere proprio sulla domanda rivolta da Gesù ai suoi: “Ma voi, chi dite che io sia?” 

Dovremmo cioè, di tanto in tanto, tornare a porre al centro della nostra coscienza – ripeto: eventualmente cristiana – la questione dell’identità di Gesù di Nazaret. Se Gesù era un grande profeta, un grande saggio e nulla più, e la sua resurrezione un dato puramente allegorico, privo di verità storica, Cristo rimarrebbe ancorato nel passato; solo un grande uomo, come tanti o poco meglio. Pur avendo lasciato degli esempi di vita straordinari, Egli non toccherebbe realmente e personalmente la nostra vita, qui e ora. Se viceversa Gesù era si il Figlio di Dio senza essere però quel Cristo atteso da secoli, quel Messia salvatore, appunto unto da Dio per salvare Israele e l’umanità dalla condanna della morte, ebbene la sua divinità non guarirebbe la nostra umanità. Lui lassù e noi quaggiù, senza alcun vantaggio per noi.

 La risposta di Pietro è quindi la risposta di una comunità che da due mila anni professa la sua fiducia in Cristo Gesù, salvatore, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Una risposta non teorica ma che tocca la vita, tutto quello che facciamo, vediamo e pensiamo. Ma se questo primo test della fede non sembrasse sufficiente ce n’è un secondo ancor più definitivo, perché verificabile: il test della carità. Se veramente le nostre parole sono rivelazione di ciò che il Padre ci ha messo nel cuore, e non solo parole di circostanza, allora esse saranno confermate da gesti di carità. E questo esame , vi assicuro, è difficilmente falsificabile dalla propria coscienza.

giovedì 13 agosto 2026

Avvenga per te come desideri

 


Commento al Vangelo della XX Domenica del TO, anno A - 16 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».

Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».

Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.


Commento

“La Bibbia si spiega con la Bibbia”; questo vecchio adagio è quanto mai vero in questo caso, e necessario, per cogliere meglio il senso di questo episodio che ad un primo impatto può suonare strano. San Paolo scrive a Timoteo che Dio vuole che “tutti gli uomini siano salvati” (1 Tim 2,4) e ancora san Pietro nella casa di Cornelio proclama che “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34). 

Allora l’atteggiamento inizialmente freddo, quasi sdegnoso, nei confronti della donna non ebrea, nasce forse dal desiderio di Gesù di rispettare l’elezione che Dio Padre ha rivolto a Israele. Seppur tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, Dio vuole salvare l’uomo tramite l’uomo, e nella fattispecie attraverso la primaria collaborazione di questa piccola nazione da lui prescelta: Israele. In altra occasione Gesù inviando i suoi discepoli li aveva così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele»». (Mt 10,5-6).

Il punto è che la fede di questa cananea è talmente grande che obbliga Gesù ad una drastica scorciatoia, ( e non sarà la sola volta ) e a manifestare subito in lei la sua potenza guaritrice, che è sempre rimando alla sua potenza di salvezza eterna. 

Oltre alla potenza della fede che muove e com-muove profondamente il cuore di Gesù, si comprende anche il nuovo principio su cui si basa l’appartenenza al popolo eletto. Meglio si potrebbe dire che il nuovo Israele, il vero Israele, il vero popolo eletto, non è più identificabile da una appartenenza etnica o religiosa, ma dalla fede nella persona di Gesù, Messia, rivelazione ultima definitiva della infinita misericordia del Padre. Per questo San Paolo così scrisse ai cristiani della Galazia: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù” (Gal 3,26). E la fede sia alimentata dalla preghiera ma, nello stesso tempo, la fede sfoci nella preghiera con la stessa intensità mostrata dalla donna cananea che impressionò lo stesso Gesù. Diceva bene San Giovanni Crisostomo: “Chi prega ha le mani sul timone della storia!”.

giovedì 6 agosto 2026

Davvero tu sei Figlio di Dio!

 

Commento al Vangelo della XIX Domenica del T Ordinario, anno A – 9 agosto 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.

La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Commento

Gesù sale sul monte e i discepoli vanno per mare, ma è ben di più che l’organizzazione delle vacanze. Gesù vuole oltrepassare il momento di entusiasmo della folla vissuto dopo la moltiplicazione dei pani/pesci, e pretende con fermezza che facciano altrettanto anche i suoi discepoli – il testo dice: “costrinse i discepoli a salire sulla barca” – che ovviamente erano molto più sensibili a quello straordinario entusiasmo della gente. Gesù va alla ricerca di una sempre maggiore intimità col Padre. I discepoli invece hanno bisogno di riprendere il cammino, perché saranno chiamati ad approfondire in altro modo la loro fede. 

In una precedente situazione – raccontata sempre dall’evangelista Matteo al capitolo 8,23-27 -  Gesù aveva calmato una tempesta; ora per certi aspetti Gesù realizza qualcosa di ancor più straordinario: permette a Pietro di camminare sopra e nonostante quella iniziale tempesta di vento, facendolo ovviamente lui per primo. Ma Pietro dubita e comincia ad affondare. 

Tutte le vicende vissute dai dodici con il loro Maestro gettano una luce sulla vita attuale di tutti i discepoli di Cristo, di ogni epoca. Ricordiamoci che Cristo è vivo e, realmente, cammina con tutti gli uomini. Tutti gli uomini fanno esperienza delle tempeste della vita, ma chi si rivolge a Cristo, chi lo accoglie nel proprio cuore, farà esperienza della sua forza. A volte le tempeste si placheranno e scompariranno. Altre volte, come nell’episodio narrato oggi, le tempeste saranno oltrepassate, e anzi attraverso di esse il Signore insegnerà a fidarsi sempre più di lui, prendendoci per mano, e a riconoscerlo come l’inviato di Dio Padre. “Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».”.

Istintivamente preferiamo che ogni turbamento ci venga risparmiato, ma sperimentare la stretta del Signore di mezzo la tempesta potrebbe giovarci molto di più e portarci ad una fiducia in Dio ben più decisiva. Per tale ragione concludo con una citazione di C.S. Lewis: “Le difficoltà spesso preparano le persone normali ad un destino straordinario”.

giovedì 30 luglio 2026

Cinque pani e due pesci


 Commento al Vangelo della XVIII Domenica del T. Ordinario, anno A – 2 agosto 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.

Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.

Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».

E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.


Commento

Quasi impossibile pensare, da parte di Dio, di un atto di compassione più grande, rispetto a quello di decidere di farsi uomo e di venire a mischiarsi con le conseguenze delle malefatte di tutta la storia umana. Abbiamo detto, sia chiaro, con le conseguenze e non con il male in sé e per sé. 

Il suo atto di compassione colma una distanza vertiginosa, quella che c’è tra Dio e l’uomo. I gesti come quello raccontato nel vangelo di oggi sono una luce proiettata su questo immenso cuore di Dio Padre che nella persona di Gesù, in cui si manifesta, batte e soffre con un palpito umano, a noi comprensibile seppur inarrivabile nella sua divina scintilla.

Gesù ci fa conoscere un Dio che non si interessa solo di insegnare agli uomini la via per andare in Paradiso, che si preoccupa solamente della loro sorte eterna, ma che li accompagna anche negli angusti percorsi della loro storia feriale, e della loro fame di cibo.

Quella sete di verità, quel desiderio di assoluto annidato nel cuore di ciascuno di noi aveva spinto quella folla di 5 mila uomini con relativi bambini e mamme a inoltrarsi nel deserto. Le parole di Gesù non erano come quelle dei loro scribi, dovevano avere un altro sapore; per questo essi corrono il rischio di spingersi oltre il limite della prudenza umana e delle loro provviste di cibo. 

Se mai anche noi un giorno potessimo essere così tanto afferrati dal fascino della Parola di Dio, e sapessimo limitare, anche per un breve intervallo di tempo, le nostre esigenze di “cose”, pur essenziali, penso che faremmo la stessa esperienza: il Signore sarebbe capace di rispondere alla nostra generosità, allo slancio del nostro cuore con sovrabbondanza e non facendoci mancare nulla di tutto quello che magari ci siamo lasciati per strada.

La sovrabbondanza di cibo di quella folla non fu semplicemente il premio per il coraggio e per la perseverante ricerca della presenza di Gesù, quanto un’ulteriore dimostrazione della meravigliosa tenerezza divina che potranno sperimentare coloro che aprono il cuore e accolgono la parola di vita del Signore. Pensiamo allo slancio di Francesco d’Assisi e dei suoi compagni che non temettero fame, indigenza e povertà, pur di non perdere l’incontro con il Dio fatto uomo. Non furono semplicemente anime pronte per il paradiso, ma anche uomini compiuti, realizzati, forse incompresi, ma sicuramente compiuti.

mercoledì 22 luglio 2026

Una perla di grande valore

 

Commento al vangelo della XVII Domenica del TO, anno A – 26 luglio 2026


+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».


Commento

Anche la nostra affettività ha risorse limitate: non può amare tutto, non può avere molteplici oggetti su cui spendersi. L’uomo che trova un tesoro nel campo, non può comprare quel campo senza dover prima rinunciare a ciò che già aveva. Il commerciante di perle non ha una ricchezza illimitata, tale per cui possa comprare una quantità smisurata di perle preziose.

Siamo fatti così anche noi: il nostro cuore ha bisogno di fare delle scelte. La nostra umanità è chiamata per sua natura a fare delle scelte, a discernere ciò che è buono rispetto a ciò che buono non è; e dopo questo a preferire, tra tante cose buone, ciò che è meglio per lei.

Se nelle parabole delle scorse domeniche, Gesù aveva sottolineato l’aspetto dell’accoglienza, dicendoci che occorre essere un terreno fertile, capace di far scendere in profondità il seme della Parola, e aggiungendo anche che occorre avere pazienza di sopportare qualche erbaccia seminata intorno a noi, avendo fiducia che il bene comunque prevarrà, nelle immagini di oggi Egli ci invita all’atteggiamento complementare della sollecitudine, della intraprendenza. L’uomo e il commerciante non stanno fermi, vanno, si mettono in movimento, trafficano i loro beni, perché hanno capito di aver trovato il Tutto, ciò che veramente vale, e ad esso aderiscono con gioia.

Nel regno dei Cieli un cristiano trova la persona stessa di Cristo Signore, trova il suo “tutto”, perché da questa relazione, e a partire da questa relazione può vivere nel giusto modo ogni altro aspetto della vita. Nel suo amore, nel suo sguardo, ogni cosa creata diventa via per contemplare il Creatore, ogni persona diventa un fratello che ci riporta all’amore di un Padre comune. 

La tristezza di ritrovarsi orfani alla fine della vita, senza aver gustato la bellezza e la bontà di una relazione filiale con Dio padre è solo vagamente paragonabile ad un pianto e al digrignarsi di un volto contorto dal rammarico.

venerdì 17 luglio 2026

Da dove viene la zizzania?

 

Commento al Vangelo della XVI Domenica del TO, anno A – 19 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (Forma breve: Mt 13,24-30):

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».


Commento

Se c’è un rimprovero che gli uomini hanno più o meno sempre rivolto a Dio, o che addirittura li ha spesso portati a dubitare della sua esistenza, è proprio la realtà dal male: sia fisico che morale.

 In questa parabola i servi di fatto rivolgono al loro padrone una drammatica constatazione: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove la zizzania?” Sarebbe a dire: ‘da dove viene il male? Se Dio è buono e semina abbondantemente la sua parola nel cuore egli uomini, come abbiamo ascoltato nella parabola di Domenica scorsa, anche se la fecondità dipende dalla bontà del terreno in cui cade, perché la zizzania? O detto altrimenti: perché ci sono le spine che possono soffocare il seme nella sua crescita? Perché ci sono i sassi che possono impedire la crescita duratura del frutto del seme? O perché esiste la strada, dove il seme non viene minimamente accolto? E infine, perché anche nel terreno buono può crescere erba cattiva?

Il punto della parabola di oggi è proprio questo: esiste un nemico; e il nemico di Dio è colui che si è ribellato al suo invito alla gioia, alla comunione con Lui. Il libro della Sapienza , scritto qualche decennio prima della nascita di Gesù già aveva avvertito: “Dia ha creato l’uomo per l’immortalità…la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sap 2,23-24).

 Il male è sinonimo di morte, perché solo il bene, solo l’amore oltrepassano la soglia della morte. Solo ciò che è vissuto nell’amore entra per la porta dell’eternità, e noi sappiamo che questa porta ha un volto e un nome ben preciso: Gesù di Nazareth.

La sua vittoria pasquale costituisce per noi uomini la garanzia più sicura del buon frutto che la sua Parola porterà nel terreno del nostro cuore, reso dissodato e fertile dalla sua misericordia. Certo il male ci accompagnerà lungo tutto il cammino della vita ma la parabola ci sorprende ancora facendoci capire che il male non vincerà, non soffocherà il bene; in quel fatidico giorno in cui Gesù investì l’apostolo Pietro dell’incarico di essere pietra di riferimento della sua Chiesa, aggiunse: ‘le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa, cioè la comunità dei fedeli’.

Non dobbiamo avere noi la presunzione di strappare la zizzania dal mondo, faremmo operazioni sommarie e con conseguenze ben peggiori di quelle attese. Cerchiamo piuttosto di custodire il bene seminato nella nostra vita, perché  - dice Gesù - “a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza” (Mt 25,29) .

venerdì 10 luglio 2026

Chi ha orecchi ascolti

 

Commento al Vangelo della XV Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 12 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (forma breve: 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».


Commento

Quando viene disputata una partita di calcio a scopi benefici si è soliti definirla “la partita del cuore”. L’accoglienza o meno della Parola del Signore potremmo definirla invece “la partita nel cuore”. Nel profondo della nostra persona, proprio lì – nel cuore - , si gioca infatti la questione decisiva della scelta del terreno che vogliamo essere rispetto all’abbondante semina della Parola di Dio. 

Gesù ammonisce: “chi ha orecchi, ascolti”. Credo che sia facilmente intuibile che mediamente tutti gli uomini hanno due orecchie, ma non sono le orecchie del nostro capo quelle a cui Gesù si riferisce, ma evidentemente a quelle della nostra coscienza. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica si dice (al numero 2563) che il cuore – cito testualmente - “è la dimora dove sto, dove abito. È il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro…”.

Tutti gli uomini hanno un cuore, e tutti gli uomini ricevono questa abbonante semina della Parola di Dio, anche se molti la ricevono solo sotto forma di segreta ispirazione o attraverso la contemplazione delle cose create. Molti di noi che hanno ricevuto l’annuncio della venuta del Signore nel mondo hanno ricevuto una grazia molto più abbondante, tanto che Gesù dice: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!”.

Giochiamoci bene questa partita: abbiamo tutti i mezzi di grazia per viverla nella gioia, pur nell’indiscutibile fatica della lotta contro chi ci vuole allontanare dall’amore del Padre, ma soprattutto abbiamo tutti i mezzi di grazia per essere terreno buono, per portare abbondante frutto, e quindi, per vincerla.  

giovedì 2 luglio 2026

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi...

 

Commento al Vangelo della XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno A - 5 luglio 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-36)

In quel tempo Gesù disse:

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Commento

Diciamo subito che normalmente una persona che dice di essere umile offre già un elemento per pensare che non lo sia affatto. L’umiltà di Gesù è tuttavia ben di più di una virtù: essa è una situazione esistenziale dovuta al fatto che egli è l’unico Dio che si è talmente abbassato da farsi uomo come noi. L’umiltà di Gesù non è frutto di un impegno morale, ma anzitutto una condizione di vita. 

Grazie a questo egli è la porta di accesso alla conoscenza di Dio. Cosa potremmo dire noi di Dio se egli stesso non si fosse auto-tradotto nel nostro linguaggio umano, nella nostra stessa natura. Per tale ragione San Giovanni nel suo prologo, nel primo capitolo del suo omonimo vangelo proclama: “Dio nessuno lo ha mai visto; il figlio unigenito che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (1,18). Nel linguaggio teologico coloro che spiegano la Bibbia si chiamano “esegeti”; bene, in questo passo l’evangelista Giovanni dice proprio che Gesù ha fatto l’esegesi del Padre.

La notizia ancora più bella è ancora un’altra: a questa conoscenza non si giunge attraverso degli studi accademici o itinerari di iniziazione complicati, ma anzitutto accettando di vivere ogni cosa in comunione con Gesù, con il suo stesso Spirito, con la sua stessa dedizione di amore al Padre e ai fratelli, in una parola: con il suo stesso cuore. 

Chi parla il linguaggio di Gesù – in sintesi: il linguaggio dell’amore – è capace di intuire i misteri più profondi e più alti di Dio e del senso della vita. Chi accetta anche nella fatica e nel sacrificio, o – Dio non voglia – nel dolore, di invocare sulla sua vicenda la presenza del Signore, potrà fare esperienza di consolazioni e di una forza che lo spirito del mondo – del possesso, dell’auto affermazione, della ricerca del piacere come unico fine – non potrà MAI offrire. 


mercoledì 24 giugno 2026

Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me

  

Commento al Vangelo della XIII Domenica del Tempo Ordinario, anno A – 28 giugno 2026


Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

 

Commento

Siamo arrivati al termine del secondo dei cinque discorsi di Gesù, raccontati dall’evangelista Matteo: esso è rivolto, dicevamo, agli apostoli, e a questi il Maestro chiede una scelta chiara e netta che rispetto al legame con lui, metta in secondo piano qualsiasi altra cosa, compresi i rapporti familiari, per definizione i più sacri. 
Beni terreni e relazioni umane, tutto è dono di Dio e di lui sono riflesso e memoria permanente; ma può accadere che un dono viene vissuto e goduto senza più alcuna relazione con il Donatore, e allora anche la cosa più bella, una relazione madre–figlio, ad esempio, si svilisce perché perde il suo profumo di eternità, il suo rimando alla paternità-maternità di Dio. 
La gratitudine per tutto ciò che il Signore ci ha donato non è anzitutto un dovere morale, pena un castigo da sopportare, ma la condizione per godere pienamente di esso, potendo gioire anche dell’amicizia di chi ce lo ha dato.

Ma la vita non offre solo cose piacevoli, ma spesso anche situazioni dolorose. Anche in questo caso il discepolo sarà chiamato ad accettare e a vivere tale situazione nella fiducia della presenza del Padre che Gesù ci offre. Ogni tentativo di organizzarsi una vita senza la sua amicizia è come staccare la spina della corrente e camminare al buio, e senza alcun calore interiore. Il dolore infatti è neutro, esiste – dove più dove meno - per tutti, a prescindere dal credo religioso, certamente, ma il cristiano saprà vedere in questa situazione l’occasione di stringersi maggiormente al suo Signore, a Colui che nel dolore lo ha salvato, purificandolo da ogni conseguenza di peccato.

L’apostolo sarà un valente missionario cominciando lui per primo a vivere una relazione viva, autentica con il suo Signore, e di conseguenza accadrà che chi lo avrà accolto, potrà condividere e godere anch’egli i benefici di chi gli si è fatto tramite, e ne avrà la stessa ricompensa: vivere alla e della sua presenza.