Commento al Vangelo della XIV Domenica del Tempo Ordinario, anno A - 5 luglio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-36)
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Commento
Diciamo subito che normalmente una persona che dice di essere umile offre già un elemento per pensare che non lo sia affatto. L’umiltà di Gesù è tuttavia ben di più di una virtù: essa è una situazione esistenziale dovuta al fatto che egli è l’unico Dio che si è talmente abbassato da farsi uomo come noi. L’umiltà di Gesù non è frutto di un impegno morale, ma anzitutto una condizione di vita.
Grazie a questo egli è la porta di accesso alla conoscenza di Dio. Cosa potremmo dire noi di Dio se egli stesso non si fosse auto-tradotto nel nostro linguaggio umano, nella nostra stessa natura. Per tale ragione San Giovanni nel suo prologo, nel primo capitolo del suo omonimo vangelo proclama: “Dio nessuno lo ha mai visto; il figlio unigenito che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (1,18). Nel linguaggio teologico coloro che spiegano la Bibbia si chiamano “esegeti”; bene, in questo passo l’evangelista Giovanni dice proprio che Gesù ha fatto l’esegesi del Padre.
La notizia ancora più bella è ancora un’altra: a questa conoscenza non si giunge attraverso degli studi accademici o itinerari di iniziazione complicati, ma anzitutto accettando di vivere ogni cosa in comunione con Gesù, con il suo stesso Spirito, con la sua stessa dedizione di amore al Padre e ai fratelli, in una parola: con il suo stesso cuore.
Chi parla il linguaggio di Gesù – in sintesi: il linguaggio dell’amore – è capace di intuire i misteri più profondi e più alti di Dio e del senso della vita. Chi accetta anche nella fatica e nel sacrificio, o – Dio non voglia – nel dolore, di invocare sulla sua vicenda la presenza del Signore, potrà fare esperienza di consolazioni e di una forza che lo spirito del mondo – del possesso, dell’auto affermazione, della ricerca del piacere come unico fine – non potrà MAI offrire.