giovedì 7 settembre 2023

Carità o settarismo

 

 Commento al Vangelo della XXIII domenica del TO, anno A – 10 settembre 2023

 Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Commento

 Su quest’argomento mi addentro in punta di piedi, perché per parlare di correzione fraterna secondo lo stile proposto da Gesù occorrerebbe anzitutto averla praticata con una certa dimestichezza.
Quanto meno teniamo presenti due aspetti. 

Primo. Il centro e il cuore della questione è il desiderio della comunione con il fratello da correggere, il tentativo accorato e sincero di riportarlo nella via del bene, per il suo bene, anzitutto. Di qui tutte le precauzioni che Gesù raccomanda: prima un dialogo riservato, poi la presenza di pochi testimoni, e solo poi, all’ennesimo insuccesso, il riferimento alla comunità. Anche in questo caso però non si tratterà di una punizione-espulsione, ma del riconoscimento pubblico che quel fratello vuole porsi lui stesso al di fuori della comunità credente, cioè del corpo di Cristo-Chiesa; ciò nell’estremo tentativo di farlo riflettere, e di evitare che gli altri membri della comunità ne abbiano scandalo. La prima preoccupazione quindi è la carità, non anzitutto la verità. A volte, purtroppo, certuni, per amore della verità (a dir loro), senza minima delicatezza dicono cose anche giuste, umiliando però gli interlocutori. A volte, per carità, si potrebbe addirittura tacere!

Un secondo aspetto è l’importanza della mediazione della comunità cristiana. “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (18,20). Non basta essere uniti o riuniti, ma occorre esserlo nel nome di Cristo, cioè nella concretezza dei suoi stessi atteggiamenti di umanità e misericordia. Quando i cristiani iniziano una qualsivoglia celebrazione, sempre iniziano “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, per inserirsi spiritualmente in quella comunione di cui si vuole essere la manifestazione nelle cose ordinarie.

A volte, purtroppo, sembra emergere invece l’unità solo su alcuni aspetti della fede cristiana; altre volte l’unità è centrata su un fondatore, più o meno carismatico. Tutto questo non fa trasparire il volto di Cristo, ma solamente un desiderio di autoaffermazione. In conclusione, amiamo sì la Chiesa, ma non in stile patriottico, in contrapposizione con chi è ne è fuori, ma con la gioia di chi sa di essere nato e cresciuto in una bella famiglia e con il desiderio di condividere questo dono.


Saper perdere per accogliere la vittoria

 

Commento al vangelo della XXII domenica del Tempo Ordinario, anno A – 3 settembre 2023

 Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Commento

 “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” risponde Pietro. Ma: “non ti accadrà mai di essere riprovato e venire ucciso? O di risorgere il terzo giorno?” Non ci sono dubbi: Pietro si ferma all’annuncio dell’uccisione del maestro. A questa parola è come se le sue orecchie avessero smesso di sentire; resurrezione non pervenuta; la sua idea di Messia vittorioso gli impediva di pensare che tale vittoria fosse potuta passare nella strettoia della Pasqua.
Per inciso ricordiamo che anche dopo l’episodio della Trasfigurazione i tre apostoli, tra cui Pietro, ricevuto l’ordine di non raccontare nulla “se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (Mc 9,9) si domandavano cosa significasse “risorgere dai morti”.
Non è la stessa cosa anche per noi? Potremmo ascoltare tutte le profezie più belle della Sacra Scrittura sul destino di gloria che Dio Padre ci ha preparato, comprese quelle del libro dell’Apocalisse, dove viene annunciata una nuova Gerusalemme, simbolo del paradiso in cui “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno” (Ap 21,4), ma la prospettiva del dolore e della morte sembra prevalere su ogni altro sguardo.
Temo che neppure i pochi cristiani che frequentano l’Eucaristia domenicale siano così convinti di quello che dicono nel Credo: “Morì e fu sepolto, risuscitò il terzo giorno” e poi ancora: “Credo la resurrezione dei morti e la vita eterna che verrà”. Quante volte, riguardo la vita eterna, mi sono sentito obiettare da sedicenti cristiani che in fondo “nessuno è mai tornato indietro dall’Aldilà”.
Tanti o pochi, rischiamo di diventare cristiani senza speranza, ma questo perché siamo cristiani senza Cristo, o comunque senza profonda coscienza che il cuore dell’avvenimento cristiano, la Pasqua, non è solo passione e morte, ma anche la resurrezione, di Cristo, e di chi si lascia toccare dalla sua Parola, dalla sua grazia, cioè dalla sua presenza che rende possibile attraversare anche la stagione della lotta e del dolore.





venerdì 25 agosto 2023

Dimmi di chi sei figlio e ti dirò chi sei

 

Commento al vangelo della XXI domenica del TO, anno A – 27 agosto 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 

Commento

 Per capire chi siamo occorre capire quale è la nostra relazione vitale, quella sui cui poggia la nostra esistenza. Se a questa domanda qualcuno rispondesse che la propria vita si poggia sulla sua amicizia con Cristo Signore, occorrerebbe allora capire chi è questo uomo e su quale relazione poggia a sua volta la vita di costui.
Pietro, che Gesù chiama non casualmente “figlio di Giona”, tenta di rispondere esattamente a questa domanda, intuendo per rivelazione interiore che l’identità del Maestro non poteva definirsi con termini assoluti, teorici, ma solamente con delle parole che dicessero la sua relazione ad altro.

“Tu sei il Cristo”, cioè “colui che è stato unto”. Questa affermazione presuppone un “untore”, anche se il termine suona male, cioè qualcuno che lo ha scelto, che lo ha “unto”. E poi Pietro aggiunge: “il Figlio del Dio vivente”. Anche qui l’identità è raccontata da un rapporto di figliolanza, con quel Padre-Dio vivente che ha scelto-ed inviato suo figlio Gesù.

Insomma, l’identità personale è questione di relazione, per Gesù e, a maggior ragione per noi, che siamo stati creati in vista di lui, e a sua somiglianza.

Una volta si diceva: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Più opportunamente si dovrebbe dire: “dimmi di chi sei figlio, e ti dirò che persona sei!”. Ma se nella vita biologica il padre non si può scegliere, e tantomeno si può scegliere di venire al mondo, nella vita spirituale, al contrario, ognuno sceglie la paternità a cui innestare la propria vita, e la direzione verso cui allungare le proprie radici. E Pietro sembra essersi lasciato ispirare proprio dalla mano del Padre celeste. Concludo allora con i primissimi versetti del libro dei Salmi: “Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte.Sarà come albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere.” (Sal 1,1-3)

martedì 15 agosto 2023

Il Figlio dell’uomo troverà ancora fede sulla terra?

  

Commento al Vangelo della XX domenica del TO, anno A – 20 agosto 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (15, 21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 

Commento

 Appena domenica scorsa ci veniva presentato Pietro, il principe degli apostoli, rimproverato da Gesù per aver dubitato, mentre il suo piede affondava nell’acqua. Nel brano di oggi al contrario Gesù elogia la fede di una donna non ebrea che riemerge dall’abisso della disperazione: “Donna, davvero grande è la tua fede!”
Nel giro di pochi versetti dello stesso vangelo veniamo a comprendere una volta di più che una vera relazione di fiducia e amicizia con Gesù Signore non è la conseguenza di un’appartenenza etnica, ma al contrario è la fede personale in Cristo Signore a generare un’appartenenza esistenziale a Cristo.
Da notare la voluta provocazione di Gesù nei confronti di questa donna: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma questa provocazione è rivolta soprattutto ai cristiani di oggi che pensano di essere titolari del regno dei cieli unicamente per diritto ereditario, senza alcun assenso della propria vita. Perché in effetti un’eredità può sempre essere rifiutata, ed è il rischio che corrono i battezzati di tutti i tempi, molto spesso non consapevoli del tesoro che hanno ricevuto.
Invece alla donna cananea e per colui che crede nella potenza del Signore è sufficiente appena una briciola della sua grazia, come anche al ladrone pentito in croce bastò qualche briciola di tempo per entrare in paradiso. Ma tutto si giocherà sempre a partire da una fede personale in Gesù salvatore. Così poco scontato che proprio questi ebbe a dire: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

domenica 13 agosto 2023

Il grido della fede

 

 Commento al vangelo della XIX domenica del TO, anno A – 13 agosto 2023

+ Dal Vangelo secondo Matteo (14,22 – 33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Commento

Si dice che la sconfitta è orfana ma che la vittoria ha sempre molti padri. Quei discepoli che fino a poco prima avevano chiesto a Gesù di congedare la folla, ora, alla luce del colpo di scena e dell’abbondante cibo per migliaia di persone, si intuisce che sarebbero voluti restare sul posto, quasi a godersi l’entusiasmo della gente attorno al loro maestro. Ma questa volta è Gesù a voler congedare i discepoli, a costringerli a “precederlo sull’altra sponda” e lo fa per tornare “sul monte, solo, a pregare”: immaginiamo a ringraziare, lodare e benedire il Padre, autore di ogni grazia, e anche di quell’abbondante cena.

Il dono ricevuto, per Gesù, è memoria del donatore, e occasione di incontro con Lui. Per i discepoli e per la loro fede ancora acerba, il dono sembra essere solo momento di esaltazione. Ma lo sappiamo dal resto di tutti i racconti biblici. Se il dono non porta al donatore diventa un idolo, cioè una realtà effimera e vuota, che dopo la momentanea soddisfazione, anziché darci vita ce la toglie, perché priva della relazione con il Padre.

La successiva vicenda racconta in maniera plastica esattamente il vuoto di fede che gli apostoli devono ancora colmare. Non sono capaci di credere che quell’uomo che domina i flutti del mare, camminandoci sopra, possa essere veramente Gesù. D’altronde anche da risorto, per convincere i suoi che non era un fantasma si mise a mangiare proprio del pesce dinanzi a loro. Pietro, l’intraprendente porta-parola del gruppo sfida “quell’apparente fantasma” e ne ottiene conferma, riuscendo a camminare anche lui sulle acque, ma è invece la sua fiducia nella presenza di Cristo a non essere confermata, perché prevale la paura.

Attraverso la vicenda di Pietro capiamo la differenza tra una fede ancora troppo accademica e una fede che nasce dal grido della vita, dal dolore, dal bisogno di sopravvivenza. Si possono avere tanti segni e tante conferme alle proprie certezze spirituali ma sono poi le situazioni più al limite, quelle in cui si ha veramente paura di affondare, che obbligano al grido del cuore: “Signore, Salvami”. Di questa scintilla di intimità con il Signore ha bisogno il nostro cuore, e se per arrivarci occorrerà attraversare momenti critici, forse perdendo qualcosa, avremo in realtà trovato la perla più preziosa di una relazione vera e viva con Dio Padre.


giovedì 3 agosto 2023

La vita è sempre vita, presenza e memoria del donatore

 

Commento al Vangelo della Trasfigurazione – 6 agosto 2023 – nella XVIII domenica del TO


+ Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».



Commento

 Abbiamo appena ascoltato il vangelo della festa della Trasfigurazione di Gesù ( che si celebra il 6 agosto ) che quest’anno coincide con la domenica. Un evento straordinario a cui il Maestro permette di assistere solo a tre della sua già ristretta cerchia di discepoli. Il suo volto assume la luminosità del sole, le sue vesti risplendono di candore luminoso, Mosé ed Elia appaiono al suo fianco, e se questo non bastasse dalla nube di luce una voce – che si desume essere quella di Dio Padre – invita Pietro, Giacomo e Giovanni ad ascoltarlo, in quanto suo figlio prescelto e amato.
Il corpo di Gesù cambia apparenza, e restando tale assume connotati soprannaturali, celestiali, in una parola possiamo dire – noi che ascoltiamo questo racconto 2 mila anni dopo la sua risurrezione – divini.

Si, perché nel Cristo Gesù, dirà san Paolo, scrivendo ai cristiani di Colossi, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Gesù è stato un vero uomo, senza mai perdere la sua identità divina di Figlio di Dio; cosa ancor più stupefacente, almeno per i cristiani, la sua persona che permane in eterno una persona umano-divina, si rende presente per la potenza del suo Spirito, dello Spirito di Dio, nel corpo di tutti gli uomini, particolarmente di coloro che sono stati immersi nelle “acque vive” del Battesimo, segno sacramentale della sua presenza. 

Quale dignità abbiamo noi essere umani! Quale dignità non solo per essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ma anche per essere memoria e presenza viva della sua venuta nel mondo. I cristiani credono che “Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22).

Due conseguenze molto importanti. La prima: quanto è bello pensare ciò che anche il cardinale Cantalamessa ha ricordato in una predica rivolta al Papa e a tutti i suoi collaboratori della Santa Sede: e cioè che c’è infinitamente più distanza di dignità tra un essere umano e un animale, di quanta ce n’è tra un essere umano e Dio. Questa affermazione dovrebbe far venire le vertigini, e non è assolutamente arbitraria e fuori dalla tradizione della fede della Chiesa: c’è infinitamente più distanza di dignità tra un essere umano e un animale, di quanta ce n’è tra un essere umano e Dio.

La seconda: ammesso anche che si voglia trattare – non si sa perché - un animale come un essere umano, non c’è alcuna ragione per trattare un essere umano come un animale: considerandolo come puro materiale biologico, o magari togliendogli la vita perché ha sbagliato, o non facendolo neppure venire al mondo perché malato, o accorciando forzosamente la sua vita perché ritenuta improduttiva, o lasciandolo morire naufrago in mezzo al mare (per quanto clandestino), o abbandonandolo alla sua marginalità sociale.

 

giovedì 27 luglio 2023

Un tesoro nascosto nel cuore del fratello

 
Commento al Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario, anno A – 30 luglio 2023

 
 
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)

 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 

Commento

 “Che male c’è?” È questa, forse, l’obiezione più frequente che, da bambini, abbiamo rivolto ai genitori per giustificare qualcosa. Che male c’è? Molto spesso - vorrei dire quasi sempre – in effetti c’è una parte di bene in ogni scelta che facciamo. Ma raramente pensiamo che c’è un bene e c’è un meglio.
Allora potremmo partire più opportunamente dalla domanda: “cosa c’è di bene in questa scelta che sto facendo?” Oppure: “Qual è il bene più grande per me e per gli altri in queste diverse possibilità che mi stanno dinanzi?
Nelle parabole appena ascoltate Gesù invita a puntare sempre al meglio, alla totalità, a tutto ciò che faccia risplendere, e maggiormente manifesti, la bellezza e la grandezza dell’amore e della misericordia di Dio.
Investire nel regno di Dio è veramente fruttuoso se, diversamente dagli investimenti finanziari di questo mondo, NON si diversifica il rischio, e su di esso, invece, si imposta tutta la propria vita: lavoro, affetti, progetti di vita. Per comprare la perla preziosa o per comprare il campo con il tesoro occorre vendere tutto il resto. Per accogliere la vita nuova di Cristo occorre mettere totalmente da parte l’uomo vecchio e le sue logiche di affermazione sugli altri o di rivendicazione di una propria giustizia nei confronti di Dio.
Se la parola del Signore Gesù trova spazio nel cuore dell’uomo com’è possibile restare indifferenti rispetto alla sofferenza dell’altro? O restare arroccati nelle proprie ragioni – per quanto fondate – negando il perdono a chi sbagliando ci ha fatto soffrire? Domande queste che aiutano a capire se l’amore di Dio ha fatto breccia nel cuore rendendoci discepoli di Cristo, o se siamo solo, al massimo, discepoli di una legge come i farisei del tempo di Gesù di cui F. De André nel testo della sua canzone “Il testamento di Tito” dice: “Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono”.