domenica 14 ottobre 2012

Commento Vangelo XXVIII Dom TO anno B, 14 ottobre 2012.

Quattro spiccioli per il Regno.




Testo (Mc 10,17-27)

17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 19 Tu sai i comandamenti: "Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre"». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l'amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va', vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 26 Ed essi sempre più stupiti dicevano tra di loro: «Chi dunque può essere salvato?» 27 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini è impossibile, ma non a Dio; perché ogni cosa è possibile a Dio».

 
Commento
 
Forse aveva proprio ragione San Paolo quando diceva che  “ l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali” (1 Tm 6,10); non solo perché la sua è una parola ispirata dall’Alto ma perché l’esperienza sembra confermarlo: il possesso di molti beni, materiali o spirituali che siano, obnubila la mente, soprattutto il cuore, e impedisce di cogliere quello sguardo carico d’amore di Gesù; in fondo l’identità del tale che interpella Gesù per sapere cosa fare di buono per ereditare la vita eterna non viene specificata dall’evangelista forse proprio per farci capire che quel tale rischiamo di esserlo ciascuno di noi che ascolta. 

 La povertà non è un valore in sé stesso e anzi nell’Antico Testamento solo tardivamente fu recepita come luogo di predilezione da parte di Dio, situazione vitale in cui Dio ama manifestarsi per provocare gli autosufficienti e gli orgogliosi. Questa evoluzione trova il suo culmine in Gesù perché Lui stesso è il povero per eccellenza che chiede di mettere al primo posto i valori del Regno.

Dunque, sebbene la povertà non sia un valore,  nella situazione storica in cui l’uomo è venuto a trovarsi a causa del peccato originale e dell’avarizia di tanti, e che Cristo ha assunto, essa può divenire occasione per vivere la povertà evangelica cioè la povertà di spirito che ci permette di accogliere il Cristo, manifestazione unica e irripetibile di Dio, unico e sommo bene. Conseguenza di questo è che per quanto possano essere abbondanti i beni terreni, se ci inducono a non dare il primato al Signore, essi diventano una pietra di scandalo e sarebbe veramente come svendersi la beata vita eterna per quattro spiccioli.


Non è la povertà a suscitare un’adesione interessata e quindi falsa alla fede, ma piuttosto la ricchezza e l’autosufficienza ad allontanare da ogni riferimento trascendente. Non è vero che le tante vocazioni di speciale consacrazione del terzo mondo sono vocazioni di comodo, suscitate dalla fame di pane e di riscatto sociale; questo in realtà può avvenire e di fatto a volte avviene. Tuttavia mi sembra che sia più vero il contrario, cioè che la tanta scarsità di vocazioni consacrate nel nostro mondo cristiano occidentale sia spesso provocata dalla droga del benessere, da quella mancanza di sobrietà spirituale che impedisce il coraggio e l’ardire di lasciare tutto per seguire Gesù.