fra Damiano Angelucci da Fano ( OFM Capp): frate itinerante
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venerdì 15 luglio 2016
Il laicismo bigotto che è nemico della pace.
Pubblico questo editoriale di Ernesto Galli della Loggia perché ne condivido
la finezza critica e la crudezza dell'esposizione. Che sia forse l'inizio di un modo più onesto e intelligente di valutare i rapporti con il mondo orientale e con il fenomeno del terrorismo islamico? - fra Damiano Angelucci
Le troppe parole
che l’Islam non dice
di Ernesto Galli della Loggia
Verso la memoria delle vittime di Dacca dovremmo prendere un impegno di serietà e di verità. Parlando di ciò che li ha condotti alla morte, sarebbe giusto rinunciare al buonismo di principio, ai giudizi programmaticamente tranquillizzanti, agli equilibrismi.
Chissà se in quella tragica sera di Dacca qualcuno dei nove italiani, mentre veniva torturato e si preparava ad essere sgozzato per non aver saputo rispondere a dovere alle domande di catechismo islamico, avrà pensato che i suoi compatrioti avrebbero preso l’impegno di vendicarlo. Penso proprio di no, dal momento che quegli italiani erano certamente esperti del mondo e della vita. Non sta bene covare sentimenti di vendetta, e tantomeno dirlo: loro sapevano che noi la pensiamo così, e dunque non potevano certo farsi illusioni.
Verso la memoria di quelle vittime però, dovremmo tutti prendere almeno un impegno di serietà e di verità. Dunque, parlando di ciò che li ha condotti alla morte, rinunciare al buonismo di principio, ai giudizi programmaticamente tranquillizzanti, agli equilibrismi. Che ad esempio i maggiori quotidiani del loro Paese, quasi per farsi perdonare l’audacia di aver avanzato in un primo momento il sospetto che nella macelleria bengalese, vedi mai, la religione islamica c’entrasse qualcosa, che quei giornali, dicevo, immediatamente dopo si sarebbero sentiti in dovere, in omaggio a una presunta obiettività, di pubblicare articoli volti a rigettare il sospetto di cui sopra giudicandolo calunnioso e frutto di ignoranza, ebbene che una cosa simile sarebbe accaduta questo forse nessuna di quelle vittime è arrivata certamente a pensarlo.
Invece è andata proprio così. Anche questa volta è andata così. Per la strage di Dacca, come in tante altre occasioni da anni. E non certo solo da noi. Da anni infatti terroristi islamici seminano dovunque la morte ma l’opinione pubblica occidentale si sente puntualmente ripetere che la loro religione non c’entra nulla. Il più delle volte con l’argomento (evidentemente reputato in grado di chiudere la bocca a chiunque) che, a tal punto il terrorismo islamico non c’entrerebbe nulla con la religione islamica che spesso le sue vittime sono proprio gli stessi islamici. Come chi dicesse che poiché le guerre di religione nell’Europa del Cinque-Seicento vedevano dei cristiani ammazzare altri cristiani, proprio per questo la religione con quella violenza non avesse nulla a che dividere.
Le cose stanno ben altrimenti. «I jihadisti — ha scritto Tahar Ben Jelloun, conosciutissimo teorizzatore dell’Islam tollerante all’interno di un’auspicata tolleranza universale — prendono a riferimento dei versetti che erano validi all’epoca della loro rivelazione ma oggi non hanno più senso». Già. Ma mi chiedo: e chi è che lo decide quali versetti del Corano continuano ad «avere senso» e quali invece sono per così dire passati di moda? Chi? E in ogni caso non vuol forse dire quanto scrive Ben Jelloun che comunque in quel testo ci sono parole e precetti che si prestano e magari incitano ad un certo uso della violenza?
Certo, tutti sappiamo che il monoteismo in quanto tale intrattiene un oscuro rapporto con la violenza. Ma fa qualche differenza o no — mi chiedo ancora sperando di non incorrere per questo nell’accusa di islamofobia — fa qualche differenza o no se nel testo fondativo di un monoteismo i riferimenti alla violenza ci sono, espliciti e ripetuti, e in un altro invece sono del tutto assenti? Fa una differenza o no, ad esempio, se i Vangeli non registrano nella predicazione di Gesù di Nazareth alcuna azione o proposito violento contro coloro che non credono? Non ha significato forse proprio questo la possibilità nell’ambito del monoteismo cristiano di mantenere aperto costantemente uno spazio di contraddizione, di obiezione nei confronti della violenza pur commessa in suo nome che altrove invece non ha mai potuto vedere la luce? Mi pare assai dubbio insomma che tutte le cosiddette religioni del Libro adorino davvero lo stesso Dio come sostengono gli instancabili promotori delle tante occasioni di «dialogo interreligioso» che si organizzano dovunque tranne però, chissà perché, nei Paesi musulmani. Per la semplice ragione che in realtà quel Libro è per ognuna di esse un Libro dal contenuto e dal significato ben diversi.
In realtà è assai difficile pensare che l’Islam non abbia un problema specifico tutto suo con la violenza. Ne è prova non piccola, a me pare, come esso continui a praticarla nei suoi riti i quali sembrano non aver conosciuto in misura decisiva il processo di trasfigurazione simbolica avutosi in altri monoteismi. Chiunque ad esempio si è trovato in una località islamica il giorno della Festa del Sacrificio (che ricorda il sacrificio del primogenito richiesto da Dio ad Abramo) ha potuto assistere allo spettacolo di ogni capofamiglia che, armato di coltello, sgozza sulla pubblica via un agnello procuratosi in precedenza. Certo, la pratica non è più universale ma è ancora abbastanza diffusa da impedire di credere che essa non costituisca tutt’oggi un paradigma dal potentissimo richiamo emotivo per l’insieme dei credenti. Così come ancora oggi — per menzionare un altro ambito fondamentale — l’ambiente familiare islamico appare dominato da un tratto gerarchico-comunitario e da un’arcaica fissità di ruoli maschile e femminile, l’uno e l’altro ispirati dai precetti religiosi.
Ora, sarà pure tutto ciò fonte preziosa di protezione e solidarietà per l’individuo, sarà pure benefico elemento di coesione del gruppo, ma di certo una tale struttura familiare sembra fatta apposta per essere una continua palestra di costrizione, di repressione e alla fine di violenza. Non è davvero singolare — almeno all’apparenza e a quel che è dato di sapere: ma in caso contrario perché non ci è dato di sapere? — che le banali osservazioni appena fatte non siano oggetto di alcuna discussione nelle società islamiche, che di fronte a ciò che sta accadendo non ci si chieda se per caso la tradizione religiosa, sia pure al di là di ogni sua intenzione, non sia implicata per qualche verso nei comportamenti di non pochi dei suoi adepti? Come mai i processi di analisi storico-culturale che si sono così largamente sviluppati nei Paesi cristiani e altrove, nel mondo islamico invece sembrano non avere alcun corso, almeno pubblico? Che cos’è che lo impedisce? Perché ancora oggi nei Paesi islamici non si traduce quasi nulla della letteratura scientifica mondiale riguardante la società, la religione, la psiche, il sesso, la storia? Perché questa ferrea cortina d’ignoranza calata sul futuro di quei popoli?
Con queste e analoghe domande, se volessimo realmente onorare i morti di Dacca, non dovremmo stancarci di incalzare il mondo islamico. Ripetutamente, insistentemente, ogni volta che chiunque prenda la parola in qualche modo a suo nome.
Così come, per parlare infine di politica, dovremmo una buona volta porre anche il problema dell’Arabia Saudita, l’Arabia Saudita è il vero cuore della violenza terroristica islamista perché ne è di gran lunga il maggiore finanziatore. Da anni tutti gli osservatori lo dicono e lo scrivono, sicché la cosa è in pratica di dominio pubblico. I soldi per le armi e le bombe destinati a seminare strage da Bombay a Parigi vengono quasi sempre da Riad. Ma egualmente da Riad proviene il fiume di soldi con cui negli ultimi decenni l’élite saudita ha acquistato in mezzo mondo (ma di preferenza in Occidente, naturalmente) partecipazioni azionarie, interi quartieri residenziali, proprietà e attività di ogni tipo. Trascurando nel modo più assoluto qualunque solidarietà islamica — ai disperati, spessissimo musulmani, che ogni giorno tentano la traversata del Mediterraneo, da loro non è mai arrivato un centesimo — ma curandosi solo di arricchirsi sempre di più e di mutare a proprio favore la bilancia del potere economico mondiale.
Ma perché, mi chiedo, non si possono immaginare nei confronti dell’Arabia Saudita e dei suoi dirigenti misure di sanzione, diciamo pure di rappresaglia, volte a colpire gli interessi di cui sopra? Proprio l’idea che agli occidentali interessi più il denaro di qualsiasi altra cosa è tra le cause di quel disprezzo culturale che ha non poco a che fare con lo scatenamento della violenza specialmente contro di essi. Quale migliore occasione, allora, per dimostrare che le cose non stanno proprio così, che ci sono anche per noi cose più importanti del denaro?
lunedì 21 marzo 2011
Risultato elezioni Bénin
Thomas YAYI BONI riconfermato per un altro quinquennio
Stamattina la Corte Costituzionale della repubblica del Bénin ha confermato e ufficializzato i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali, svoltesi il 13 marzo scorso, dopo ben due rinvii.
Il Presidente uscente, Thomas YAYI BONI, è stato votato con il 53 % delle preferenze. Avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei suffragi non si rende necessario il secondo turno di ballottaggio.
Il principale oppositore, dato al 35% dei suffragi, ha dichiarato che opporrà ricorso alla Corte stessa per gravi frodi elettorali.
Commento.
L'incertezza della gran parte della gente sull'esito di questo scrutinio mi sembra già un segno di effettiva democrazia.
A un recente vertice internazionale un dirigente tedesco affermava che ormai, grazie alle moderne tecnologie, i risultati di una tornata elettorale possono essere conosciuti dopo poche ore dalla chiusura delle urne. Il suo omologo giapponese avrebbe ribattuto che, grazie al voto elettronico, ormai in Giappone i risultati del voto si conoscono già qualche minuto dopo la chiusura delle urne. Un dirigente politico africano presente alla chiaccherata ha dichiarato che in Africa, con discrete conoscenze tecnologiche, i risultati delle elezioni di solito si conoscono dal giorno avanti l'apertura delle urne.
Proprio per questo mi sento di affermare che l'incertezza vissuta è buon segno. Aggiungo una seconda valutazione. Le scarsissime risorse naturali del Bénin sono la principale ragione della proverbiale pacifica convivenza delle pur numerose etnie (una cinquantina). Tale pace è a sua volta la più grande ricchezza del Bénin!
Stamattina la Corte Costituzionale della repubblica del Bénin ha confermato e ufficializzato i risultati del primo turno delle elezioni presidenziali, svoltesi il 13 marzo scorso, dopo ben due rinvii.
Il Presidente uscente, Thomas YAYI BONI, è stato votato con il 53 % delle preferenze. Avendo ottenuto la maggioranza assoluta dei suffragi non si rende necessario il secondo turno di ballottaggio.
Il principale oppositore, dato al 35% dei suffragi, ha dichiarato che opporrà ricorso alla Corte stessa per gravi frodi elettorali.
Commento.
L'incertezza della gran parte della gente sull'esito di questo scrutinio mi sembra già un segno di effettiva democrazia.
A un recente vertice internazionale un dirigente tedesco affermava che ormai, grazie alle moderne tecnologie, i risultati di una tornata elettorale possono essere conosciuti dopo poche ore dalla chiusura delle urne. Il suo omologo giapponese avrebbe ribattuto che, grazie al voto elettronico, ormai in Giappone i risultati del voto si conoscono già qualche minuto dopo la chiusura delle urne. Un dirigente politico africano presente alla chiaccherata ha dichiarato che in Africa, con discrete conoscenze tecnologiche, i risultati delle elezioni di solito si conoscono dal giorno avanti l'apertura delle urne.
Proprio per questo mi sento di affermare che l'incertezza vissuta è buon segno. Aggiungo una seconda valutazione. Le scarsissime risorse naturali del Bénin sono la principale ragione della proverbiale pacifica convivenza delle pur numerose etnie (una cinquantina). Tale pace è a sua volta la più grande ricchezza del Bénin!
domenica 6 marzo 2011
Elezioni Bénin 1° turno
Non tutto va Bénin!
Il primo turno delle elezioni presidenziali programmate per il 27 febbraio scorso e rimandate alla giornata di oggi , 6 marzo 20011, sono state ancora rimandate di una settimana. La ragione è la stessa: la Lista Elettorale Permanente Informatizzata ( LEPI ) non è ancora completa. Sembrano mancare quasi un milione di aventi diritto al voto. "Radio Savana", cioè la gente della strada, dice che dopo un ulteriore e ultimo rinvio si voterà Domenica 20 marzo. Il Signore protegga il Bénin, oasi di pace in un'Africa martoriata dalla guerra.
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