giovedì 30 aprile 2026

E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui…

 

 Commento al Vangelo della V domenica di Pasqua, anno A – 3 maggio 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Commento

Scrive San Francesco al capitolo XXII della sua Regola non bollata: “E sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo“ (FF 60). I fratelli del Santo di Assisi, e tutti noi potenziali ammiratori della sua santità possiamo obbedire a questo invito perché Gesù per primo si è fatto dimora per noi, luogo di incontro con l’Altissimo padre del Cielo. Allora, quando Gesù parla della “casa del padre mio” nella quale vi sono molte dimore, sta parlando della sua vita, del suo cuore, del suo abbraccio nel quale c’è spazio per ciascuno di noi, e attraverso il quale ci conduce a sperimentare la paterna misericordia di Dio.

In questi versetti Gesù svela l’itinerario del cammino pasquale che si prepara a compiere. Ci troviamo al capitolo 14, nel corso dell’ultima cena. Gesù è consapevole che dovrà preparare questa dimora di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio, riportando la natura umana alla perfetta obbedienza al volere di Dio. In lui e per lui questo sarà possibile. Grazie alla sua passione-morte-resurrezione, la natura umana torna ad essere un luogo abitabile, un luogo in cui è possibile vivere e incontrare il mistero di Dio, cioè la presenza di Dio tramite e a partire dall’incontro con i fratelli, nello Spirito del Cristo. 
Gesù dice che deve ‘andare’ a preparare il posto per noi: questo posto è il suo corpo: non era sufficiente la sua presenza fisica tra gli uomini, ma era necessario, e fu di fatto per noi causa di salvezza,  che il suo corpo, attraverso l’itinerario pasquale diventasse un corpo risorto, glorioso, un corpo mistico ( o spirituale ) nel quale tutti gli uomini potranno dimorare fin dal giorno del loro battesimo, ingresso pieno nella Chiesa-corpo spirituale di Cristo.

Certamente lui è il primo uomo a risorgere dalla morte, ma lui non ha vissuto questa esperienza per se stesso, ma per trascinare tutti noi fuori dalla condizione mortale, verso la vita senza fine che è in Dio Padre. In lui e grazie a lui, già fin d’ora, scrive san Paolo, possiamo gridare “Abbà Padre!”, anche se solo alla fine dei tempi potremo godere della perfetta visione di Dio, così come egli è (cf. 1 Gv 3,1ss).

mercoledì 22 aprile 2026

Gli ingombri che non ci fanno passare per la porta giusta

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua, anno A – 26 aprile 2026


 

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Commento

 Gesù si autodefinisce la porta delle pecore. Le pecore dovremmo essere noi, e lui, la sua persona, ma potremmo dire il suo modo di vivere la natura umana è il modello esemplare di come relazionarsi all’altro: il dono di sé. Gesù dirà in un altro passaggio: “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) Nessun altro uomo nella storia dell’universo potrà farlo meglio di come lo ha fatto lui. Questi è venuto per darci la vita, perché tutti noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Potremmo aggiungere senza alcuna forzatura alle parole di Gesù, perché abbiamo la vita in eterno. Gesù, dunque è la porta di servizio, e la la porta di servizio non è la porta principale di una casa; negli appartamenti di un certo livello è la porta dove entrano quelli di casa, le persone intime, quelle di cui riconosciamo la voce, il rumore dei passi. Nei luoghi pubblici, ad esempio un ristorante o un albergo è la porta dove entra il personale, appunto, di servizio.

 Ma noi sappiamo che Gesù realizza tutto questo tramite l’offerta della propria esistenza, tramite il suo portare a termine la sua missione di annuncio della misericordia del Padre, fino ad accettare il disprezzo, a anche il supplizio della croce. 
Da qui possiamo comprendere che chi non viene con gratuità incontro all’uomo non viene certamente in nome di Gesù, e viceversa: chi non va incontro all’altro, al suo prossimo nel nome di Gesù, quantomeno con gli stessi suoi atteggiamenti, sicuramente viene per sfruttare, per rubare e per ottenere vantaggi personali.

Questo vangelo ci aiuta a togliere la maschera a tanta apparenza di ‘filantropia’, di ‘aiuto umanitario’, che spesso nascondono tentativi di ritorni in termini di immagine, di fama pubblica, o di popolarità. Invece il nostro cuore, la nostra anima, creata da Dio, saprà sempre riconoscere la voce di chi viene da Dio, di colui che venendo con lo stesso stile di servizio del suo figlio Gesù, sarà capace di saziare la nostra fame di verità e di eternità.

giovedì 16 aprile 2026

L’anticamera della salvezza

 

 Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, anno A – 19 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Commento

Due cose hanno salvato questi due discepoli di Emmaus dalla disperazione totale. La prima è stata di lamentarsi insieme. La loro tristezza non aveva fondamento: lo diciamo noi a distanza di due millenni con quella fede – più o meno salda – nella effettiva e concreta risurrezione di Cristo. Ma Cleopa e l’altro anonimo compagno (che potremmo essere ciascuno di noi) scelsero di andarsene insieme, di sfogare insieme tutta la loro delusione, rabbia, amarezza, e chissà quanti altri sentimenti. Dicevo: questa fu la loro scialuppa di pre-salvataggio. Quando anche noi siamo capaci di non rinchiuderci in noi stessi in pensieri di auto-commiserazione o di accusa al mondo intero – visto che normalmente delle nostre sofferenze riteniamo sempre colpevoli gli altri – una luce passa sempre. Nella relazione con l’altro c’è sempre un affacciarsi della presenza di Cristo risorto.

Ma ci fu una seconda cosa che determinò l’inversione di rotta di quella giornata che era iniziata molto male. Il vangelo racconta che alla domanda provocatoria di Gesù sul contenuto dei loro discorsi, i due “si fermarono”. La capacità di fermarsi. Un altro atteggiamento che potrebbe far svoltare tante situazioni apparentemente irrisolvibili. Clèopa e il suo amico si fermarono. Sostarono su quella domanda di Gesù. Significa un’apertura, una seppur labile disponibilità all’ascolto, ad accogliere un pensiero estraneo. E così di fatto avvenne: Gesù in quel piccolo varco di accoglienza poté entrare con la sua tenerezza, la sua docilità, nel sepolcro di tristezza e delusione di quei due discepoli. C’è tanto da imparare da questo episodio: la maggior parte di voi sta ascoltando probabilmente questo vangelo in un luogo pubblico. Provate a pensare quanto ci farebbe bene, se non fisicamente, fermare un attimo almeno i nostri pensieri, sostare sulle parole di Gesù, e poi tornati a casa, lasciare che nelle scritture Gesù continui a parlarci di tutto ciò che lo riguarda: potrebbe essere anche per noi un cambio di direzione epocale. Buona fermata!   

giovedì 9 aprile 2026

Attraversando le chiusure del nostro cuore


 Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua – 12 aprile 2026


 Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


Commento

In questi giorni di Pasqua la mia attenzione è attratta dall’antica icona dell’Anastasis, conosciuta anche come icona della “discesa agli inferi” di Cristo. Anastasis è parola greca che significa “risurrezione”. Nelle varie versioni di essa l’immagine centrale è il Cristo risorto che afferra per le braccia un uomo e una donna sollevandoli da una fossa. Ovviamente questa coppia è Adamo ed Eva, i nostri progenitori. Il senso è che tutto quello che Gesù ha fatto, detto e compiuto è finalizzato a restituire a noi uomini la vita perduta, la vita vera, quella che dura, non tanto e non solo la vita biologica. Questo cuore della missione di Cristo è stato ovviamente colto dagli apostoli e quindi dagli evangelisti che tra tutte le cose che avrebbero potuto raccontare, hanno selezionato ciò che maggiormente poteva servirci per credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo” abbiamo la vita nel suo nome.

Infatti notiamo l’attenzione con cui tutti e quattro gli evangelisti – Matteo, Marco, Luca e Giovanni – riportano le circostanze della passione, morte e risurrezione di Gesù, perché in effetti questo è il cuore della nostra salvezza. Da sola l’incarnazione non sarebbe bastata (affermazione ardita ma vera); occorreva proprio che questo Dio ci amasse fino alla fine, e fino al fine, la nostra liberazione. L’annuncio di pace portato da Gesù risorto nel cenacolo non è un semplice augurio, è una comunicazione, una messa a conoscenza di un fatto ormai avvenuto. 

Emblematico che Gesù, essendo in un corpo glorificato, possa entrare anche a porte chiuse, come l’evangelista San Giovanni fa notare. Ma il fatto ha anche un valore simbolico: Cristo entra anche dove c’è la porta chiusa dal nostro male, dalla nostra fragilità, dal nostro passato. Il suo messaggio di pace entra nelle ristrettezze delle nostre piccole – grandi guerre in cui ci perdiamo e ci roviniamo. L’unica porta che non attraversa e che tantomeno non sfonda, è quella della nostra libertà. Chiede solo la fede, la fiducia in lui. Anche la fede di Tommaso è contemplabile, perché egli si interroga, vuole andare a fondo, non si ferma al sensazionale, ma chiede – per quanto possibile – una conferma, prima di poter investire tutta la sua vita nel nome di Gesù, come poi di fatto farà. Imitiamo l’ardire di questo apostolo. Lasciamoci toccare dall’annuncio di pace di Cristo salvatore, e chiediamo certamente a Cristo Signore di confermare la nostra fede, di rafforzarla, di accrescerla. Egli non mancherà di attraversare le nostre chiusure mentali o morali per incontrarci “cuore a cuore”. Ma, è la domanda di quest’oggi, gli sapremo aprire la porta della nostra libertà? 

giovedì 2 aprile 2026

Inizia la vita nuova

 

 Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua – 5 aprile 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti, non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Non è questione di chi arriva prima al sepolcro, ma di chi si lascia prima raggiungere dallo sguardo di Gesù. Maria di Magdala è passata alla storia per essere la prima persona ad aver visto il Signore di persona, ma il vangelo di Giovanni ci riporta tre volte (in questo brano appena ascoltato una volta sola ) la sua convinzione che qualcuno aveva portato via il corpo di Gesù: “hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto”. Il primo a credere alla risurrezione di Gesù è invece l’altro discepolo, oltre Pietro, quello, specifica il racconto, “che Gesù amava”. 
Dal resto del vangelo, non solo da questa frase, si deduce che verso di lui Gesù aveva una tenerezza particolare, che era stata certamente accolta e contraccambiata. Qui si gioca la svolta della fede. Pietro entra per primo nel sepolcro, poi entra l’altro “e vide e credette”. Pensiamo e speriamo che siano delle prove evidenti, scientifiche a suscitare la fede. Invece è l’accoglienza umile e disponibile di uno sguardo d’amore che permette di andare oltre l’apparenza fisica e di vedere l’invisibile. Il discepolo che Gesù amava, che secondo la tradizione sembra essere lo stesso evangelista che scrive, “vide e credette”.

 Alla fine, possiamo dire la stessa cosa anche per Maddalena: anche lei vede il Signore, ma lo vede veramente dopo aver sentito pronunciare il suo nome: “Maria!”. Fino a quel momento aveva creduto di vedere solamente il custode del giardino, per altro sospettato di aver trafugato il cadavere
Ora ci siamo noi, e anche per noi vale la stessa dinamica: se non ci sentiamo interpellati di persona dalla presenza del Signore, noi continueremo a fare cose, forse anche vivendo dei riti, ma che resteranno vuoti; anche i segni e i miracoli più straordinari rimarranno muti. Solo la possibilità di sentirci chiamati per nome dal Signore, ci potrà aprire gli occhi del cuore.

 Resta un ultimo passo da compiere: dove possiamo sentire scandire il nostro nome da Gesù risorto? Dove possiamo incrociare il suo sguardo? Anzitutto nei Vangeli. Questi testi hanno risvegliato e illuminato la fede di uomini come Sant’Antonio abate, san Francesco d’Assisi – di cui si celebra l’ottavo centenario della morte – e tanti altri che hanno cercato sinceramente di fare la volontà del Signore. Quel Dio che ha creato il mondo pronunciando parole di amore, ora, fatto uomo per noi, risorto dalla morte, le pronuncia per ciascuno di noi, per farci risorgere a una nuova vita 

giovedì 26 marzo 2026

Alla fine: Gesù

 

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme (Mt 26,14-27,66) - 29 marzo 2026


[…] Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. […]


Commento

 Altro che motore immobile! Dio è tutt’altro che un motore immobile che muove e non è mosso. Egli invece si muove, e si commuove come abbiamo appreso dal vangelo di Domenica scorsa in cui quell’unico versetto del capitolo 11 del vangelo di Giovanni dice: “Gesù scoppiò in lacrime”. Gesù patisce e com-patisce. Mi vorrei appunto fermare sui pochi versetti che raccontano l’oltraggio subito da Gesù; mi sembrano molto significativi essendo letti a pochi giorni dalla solennità dell’Annunciazione (il 25 marzo scorso).

 Chi non comprende, infatti, la portata dell’incarnazione del Figlio di Dio non può che rimanere scandalizzato dal disprezzo, dal dolore e dalla morte subiti da Gesù, e insieme a quei capi ebrei, e a tutti quelli che erano sotto la croce, continuerà anch’egli a gridare: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».

 Invece il nostro salvatore, Cristo Gesù, non ha rivestito come fosse un soprabito la nostra debolezza umana, ma l’ha assunta in tutto e per tutto; e proprio per non aver assunto il nostro peccato – causa di ogni divisione e rottura di relazioni - la comunione con noi è stata ed è perfetta. Almeno da parte sua. Nella persona di Gesù, Dio ha realmente sofferto l’ingiustizia, l’odio, la malvagità degli uomini, e ancora peggio li ha subiti nel loro travestimento da zelo religioso.
Nei vangeli non troveremo spiegazioni delle cause del male, o della ingiustizia, ma solamente la presenza di quest’uomo nel quale Dio ha “imparato” a sentire con cuore umano, perché noi imparassimo a sentire le sue stesse divine consolazioni. 

Quando anche per la nostra esistenza si realizza la solitudine, l’abbandono o, peggio ancora, il discredito da parte di coloro dai quali maggiormente ci aspetteremmo comprensione, il transito pasquale di Gesù rappresenta la nostra vera via d’uscita, l’unica possibilità di ancorare le nostre strettoie alle sue, per condividere anche la vittoria finale. Le prossime celebrazioni pasquali, la partecipazione sacramentale ai misteri della passione-morte-resurrezione di Cristo saranno una nuova occasione per abbeverarci alla fonte di un’acqua che disseta per l’eternità, simbolicamente rappresentata dal costato di Cristo. Laddove avremo ceduto alla disperazione potremo riportare e ritrovare una luce di nuova e più fondata speranza. 


giovedì 19 marzo 2026

C’è risurrezione e risurrezione

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A – 22 marzo 2026


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Commento

 Non tutte le risurrezioni sono uguali. Quella di Lazzaro narrata dal vangelo di Giovanni non lo sarebbe in senso stretto, o in ogni caso non è quella per cui Gesù è venuto tra noi. Lazzaro tornò alla vita normale, alla sua vita terrena. Ma ben diversa fu la risurrezione di Gesù, che dopo la sepoltura si ripresentò ai discepoli e a numerosi testimoni in un corpo trasfigurato, segnato, sì dalle ferite, ma comunque in una materia che non era più soggetta ai limiti spazio-temporali. Questa è la risurrezione che ci interessa veramente! Nascere alla vita eterna.

 Il brano inoltre apre una luce anche sull’oggi della nostra esistenza, non solo sul dopo. Se due domeniche fa l’acqua del pozzo di Samaria era richiamo all’acqua viva della grazia che Gesù può dare, e Domenica scorsa la luce che ha ravvivato gli occhi del cieco nato era richiamo alla luce della conoscenza di Dio in Gesù e tramite Gesù, la vita restituita al defunto Lazzaro ci richiama sì alla vita dopo la morte, ma anche alla vita eterna intesa come vita in pienezza che, appunto, essendo eterna, abbraccia passato, presente, e futuro.
Grazie alla fede in Cristo Gesù il credente ha la possibilità di sperimentare una vita ricca di senso e di interesse nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza feriale.

 Per entrare nella vita eterna non bisogna morire fisicamente, ma occorre morire da subito alle false ispirazioni, a quelle ispirazioni, cioè, che vorrebbero il “tutto e subito”, che vorrebbero collocare al centro il “proprio Io”, e che vorrebbero Dio facesse sempre quello che dico io e come lo dico io. Entrare nell’eternità di Dio significa guardare con gratitudine il passato, perché crediamo come dice Gesù a Marta, che anche la malattia è per la gloria di Dio (cf 11,4); significa guardare con fiducia il presente perché “ora” il Signore mi sta tirando fuori dalla morte del cuore, e infatti Gesù dice che chi crede a colui che lo ha mandato ha la vita eterna, non va incontro al giudizio ma è passato dalla morte alla vita (11,24); e significa guardare con speranza il futuro perché l’ultima parola sulla mia storia e su quella del mondo sarà la sua parola di misericordia. Anche a noi, oggi, Gesù dice: “Vieni fuori!”. Cioè: esci dai tuoi luoghi di morte, esci dal tua nulla, esci dalla tua stanchezza di vivere, e accogli colui che vieni a rialzarti.