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mercoledì 27 maggio 2020

Papa Francesco, Piazza San Pietro in Vaticano, 27 marzo 2020


...La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità
 e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze 
con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità.
 Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato
 e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. 

-Papa Francesco - 

venerdì 22 maggio 2020

Papa Francesco, San Pietro in Vaticano, 27 marzo 2020

Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, 
tutti fragili e disorientati,
 ma nello stesso tempo importanti e necessari,
 tutti chiamati a remare insieme,
 tutti bisognosi di confortarci a vicenda.
 Su questa barca… ci siamo tutti.
 Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38),
 così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, 
ma solo insieme. 

- Papa Francesco -

mercoledì 20 maggio 2020

Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami (Papa Francesco)

 In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, 
siamo andati avanti a tutta velocità, 
sentendoci forti e capaci in tutto. 

Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta.

 Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, 
non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, 
non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, 
e del nostro pianeta gravemente malato.

 Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato.

(tratto dal discorso di Papa Francesco, 27 marzo 2020, piazza San Pietro)

venerdì 18 novembre 2016

Guai ai profeti di sventura !




Tutto posso in Colui che mi dà la forza ( Fil 4,13 )



"Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo" (Geremia 1,11)
In ebraico il mandorlo è chiamato 'colui che veglia', il primo risvegliato dall'inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell'anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l'inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera. 

Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai "profeti di sventura", ma di prestare orecchio ai "segni dei tempi", di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell'alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.

In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità. 

Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all'origine, lì dove la diversità è armonia.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se l'uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te. 
Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.

In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell'aria, ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita. 

Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.
Bella la fedeltà al cammino dell'uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.

Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: "Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io".(Rut 1,16)
La fedeltà a sé e all'altro è la capacità di "serbare e custodire", è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.

Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l'orizzonte, fiuta l'aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

Luigi Verdi
da Il domani avrà i tuoi occhi

mercoledì 18 novembre 2015

Stupende parole tratte da un discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia


...
"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.
In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.

Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.

Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.

Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.

Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide,  incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.

Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.

È attraversare deserti  fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.

È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita.

Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.

È saper parlare di sé.

È aver coraggio per ascoltare un "No".

È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.

È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.

Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.

È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.

È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.

È  avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.

È avere la capacità di dire: “Ti amo”.

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...

Che nelle tue primavere sii amante della gioia.

Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.

E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così  sarai più appassionato per la vita.

E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.
Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.

Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"

lunedì 2 novembre 2015

Bellissima testimonianza di un medico sul senso della morte

...
Qualche settimana fa appena entrata di turno per la guardia della notte vado a visitare un paziente che sapevo essere terminale, qualche parola, un po’ di conforto e un antidolorifico. Dopo pochi minuti gli infermieri mi chiamano perché il paziente sta morendo, i familiari si allontanano dal letto angosciati e spaventati, noi ci affaccendiamo nel nostro meccanico via vai di cateteri, tubi e ossigeno, ma lui stava veramente esalando gli ultimi respiri ormai incosciente.

Allora ho tolto tutto, flebo, ossigeno e l’ho solo semplicemente accarezzato fino all’ultimo.
Ho capito che il Signore mi ha permesso di rimanere vicino a quell’uomo in un momento unico della sua vita.
Ho capito che mi ha dato il privilegio di accarezzare con le mie mani Gesù morente sulla croce.

Ho capito che i familiari sono fuggiti proprio come gli amici di Gesù perché non è facile stare ai piedi della Croce.
Ho capito il turbamento che provò Gesù quando vide Lazzaro morto, perché dopo tanti anni la morte ha qualcosa che davvero ancora mi turba…Ho capito che il nostro corpo, senza vita, non è altro che un insieme di carne, ossa, secrezioni e piaghe e non avrebbe senso senza lo Spirito Santo.

Ho capito che per quanto possa avere studiato, essere un bravo medico, avere il potere di lenire il dolore fisico delle persone in quel momento Gesù mi diceva ” vedi che senza di me non puoi nulla, io sono il Signore della vita e della morte, il tuo compito finisce qui, devi stargli solo vicino, adesso a lui penso io”.
… è che quando mi libero un po’ della mia piccolezza umana capisco chiaramente quello che Lui vuole dirmi e finora non ho mai frainteso.

Come diceva Chiara Corbella Petrillo :”Dio mette la verità dentro di noi, non è possibile fraintendere”, adesso capisco perché. 

lettera firmata

venerdì 5 novembre 2010

XIX Convegno Missionario frati minori Cappuccini delle Marche – Loreto - 5 settembre 2010
NELLA CASA DI MARIA… IL SI ALLA MISSIONE.

Un vecchio slogan pubblicitario diceva “ dove c’è Barilla c’è casa”.
Si potrebbe dire a più forte ragione: dove c’è Maria c’è casa.  La casa è sinonimo di intimità, di familiarità, in sintesi di accoglienza. Maria è la femminilità compiutamente realizzata, perché in lei si compie un evento di accoglienza senza eguali nella storia dell’umanità: una creatura che accoglie il Creatore. Più che della casa di Maria dovremmo parlare di Maria come Casa … del nostro Salvatore, di Gesù, di Dio stesso.

Maria donna missionaria perché donna accogliente, e quindi donna pienamente realizzata.
Quello che nessun teologo è mai riuscito a fare , comprendere il Mistero di Dio, Lei lo ha realizzato nella piccolezza della sua vita. L’infinitamente piccolo ha potuto accogliere e contenere l’infinitamente Grande.

Maria ci aiuta a capire, mi ha aiutato a capire, che non si può sempre comprendere tutto, ma a che a volte bisogna abbandonarsi e mettersi in cammino. Anche Abramo partì senza capire dove. A lui il Signore disse : “ Va’ nel paese che io ti indicherò “. Le realtà di Dio meglio si capiscono vivendole.

Accogliere la proposta di Dio è sempre un mettersi a disposizione delle impossibili possibilità di Dio. La missione di Maria è iniziata dal gesto coraggioso di credere che ciò che è impossibile all’uomo è possibile Dio.

La mia esperienza missionaria è iniziata in salita: la malaria dopo appena un mese, l’invito pressante, dopo solo due mesi, a rientrare  in Italia per accompagnare un nostro orfano che doveva operarsi agli occhi. Non ho capito subito, ma poi il Signore guida la storia , anche attraverso e all’interno delle leggerezze umane. S. Camillo De Lellis diceva che tutto quello che comincia con la croce appartiene a Dio.
Posso così dire che la mia esperienza missionaria ha avuto il sigillo del Signore, la sua firma, il suo timbro di approvazione. Quando si vuol far sul serio col Signore, poi il Signore fa’ sul serio con noi.

La casa è poi il luogo in cui si custodiscono relazioni  e sentimenti, in cui si dona una testimonianza quotidiana.
Anche in questo senso si può dire che Maria è stata lei stessa “Casa”, casa  del Mistero.
Nella vita feriale dei trent’anni che hanno preceduto la vita pubblica di Gesù, Maria ha custodito. Il Vangelo ci dice che Maria “ meditava queste cose nel suo cuore”. Maria meditava e viveva, viveva e meditava. Meglio si potrebbe dire: viveva meditando e meditava vivendo.
Lei è vera donna missionaria perché sempre ha custodito un’intima relazione con il Mittente: non puo’ esserci missione senza un mittente, senza Colui che invia. Il documento di Paolo VI “Evangelii nuntiandi” dice al n. 41 “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri …  o se ascolta i maestri lo fa  perché sono dei testimoni”. Questo Paolo VI lo diceva nel 1975 ma quanto questa affermazione è ancora attuale e vera!
Il cuore della missione è vivere un’esperienza di fede “tra” gli uomini: non si può annunciare senza condividere la vita, senza un’ ordinaria e quotidiana testimonianza di ciò e di Colui in cui si crede.
Maria ha ricevuto nella semplicità di tutti i giorni il messaggio e la vita del Figlio Gesù, e nella stessa semplicità di una casa ha donato la sua testimonianza a quel Figlio adottivo , l’apostolo Giovanni, che Gesù le ha affidato dalla croce.

Se devo dire cosa mi colpì della mia esperienza missionaria fatta nove anni fa’ in Benin ben prima di decidere di andarci per “sempre”, fu proprio la testimonianza semplice e calda dei miei confratelli lì presenti ormai da 15 anni ( ormai gli anni sono 23 ). Non vidi cose straordinarie, ma vidi dei frati sereni, che pur nella diversità dei modi di vivere la missione, si accoglievano e si custodivano. 

Dove è la nostra casa? Vale la pena chiederselo. Dove è il nostro punto di riferimento affettivo, il luogo in cui ci sentiamo appunto “ a casa nostra “.

L’esperienza missionaria mi ha obbligato a traslocare.
So che il mio passato e i miei amici di una vita non potranno essere presenti allo stesso modo di prima, ora che vivo a sei mila km di distanza. So allo stesso tempo che non potrò mai trovarvi a casa mia in senso pieno in una terra e in un contesto così diverso da quello in cui sono nato e cresciuto.
Tutto ciò mi ha portato a riflettere che la mia vera casa è il Paradiso. Solo là mi troverò a casa mia. Solo là mi troverò per sempre con le persone più care. Solo la’ vedrò saziata una sete di giustizia che grida nella vita di tantissimi poveri di quelle terre lontane.


Fra Damiano Angelucci da Fano ( O. F. M. Capp. )

giovedì 30 settembre 2010

Route de l'Evangile 2010

La route de l’Évangile: un’esperienza di itineranza e povertà tra fratelli poveri, Togo 16 - 31 agosto 2010

Vivere come fratelli poveri tra i poveri, cercare di indossare la camicia del povero anziché donare la camicia al povero, vivere in presa diretta per 15 giorni l’itineranza dei discepoli di Gesù o se si preferisce dei compagni di San Francesco . Tutto questo potrebbe essere una sintesi , seppur incompleta, della “route de l’Évangile”: marcia-pellegrinaggio destinata a tutti i giovani tra i 18 e i 30 anni che dal 1994 si svolge ormai tutti gli anni nell’ultima quindicina di agosto in Togo o in Bénin, per iniziativa dei frati minori di questa stessa regione.

Ogni giorno un cammino di 14-15 km guidato e intervallato da catechesi e da momenti di preghiera-silenzio e poi all’arrivo la condivisione, la messa in comune di ciò che si è capito, sentito, sperimentato, vissuto. Giorno dopo giorno e km dopo km le barriere tra i ragazzi si abbassano, anche i più introversi non possono fare a meno di condividere qualcosa della loro vita con i loro compagni di viaggio, o con i frati e le suore che accompagnano il pellegrinaggio, anch’essi marciando.

Si cerca di vivere una forte esperienza di fraternità intorno al Vangelo e forse il fatto di spostarsi ogni giorno è proprio lo strumento per centrare l’attenzione su ciò che invece si porta sempre con sé: la presenza del Signore e i fratelli. Tanti villaggi ci hanno accolto e domandato il senso di quello che stavamo facendo e tante comunità parrocchiali ci hanno aperto le porte delle loro chiese per celebrare insieme la Cena del Signore; ovunque abbiamo trovato un pavimento per stendere le nostre stuoie in attesa dell’alba del giorno successivo, per poi ripartire.

Anche in Africa i giovani sono ormai vittime delle tante cose che accorciano le distanze del mondo ma che a volte allontanano da chi passa accanto, e per questo a loro è stato chiesto di lasciare al convento da dove siamo partiti telefonini, lettori MP3 o altri lettori digitali.
Non ci è mancato nulla. Tutto quello che era assolutamente necessario lo si portava dentro il proprio zaino, e così ti  rendevi conto che il tuo “ di più “ è qualcosa che apparentemente non pesa ma che accorcia ogni passo, che tante piccole cose inutili fanno il peso di un sasso , di un fardello di cui ti sei caricato per le tue esigenze di comodità. Anche questo era segno di come nella vita niente è neutro: ogni cosa che viviamo o serve il Bene oppure ce ne allontana, già solo rallentandocene il raggiungimento, e quindi ci avvicina al male.

Nel mezzo di tutto ciò due pause importanti: la prima una giornata di evangelizzazione “porta a porta”. A gruppi di due o tre siamo andati a cercare la gente nelle loro case, nelle loro capanne, nelle loro botteghe, cercando di spiegare cosa stavamo facendo, augurando a tutti la pace del Signore e chiedendo qualcosa da mangiare, visto che quel giorno il pranzo dovevamo andarlo a elemosinare.
Mi sono domandato che senso avesse che io occidentale ( sebbene frate ) andassi a chiedere da mangiare ad altri che hanno senz’altro meno di me. Eppure ho ri-compreso che anche il Figlio di Dio era ricco ma si è fatto povero per venire povero tra i poveri per farci ricchi di Lui, dissetarci con la sua Grazia. Anche Gesù al pozzo di Giacobbe chiese da bere ma in realtà voleva Lui stesso dare un’acqua nuova per la vita eterna.
E ti stupisci della verità delle parole di Gesù ai discepoli: “…non prendete niente per il viaggio “ ( cfr. Lc 10 ).
Anche in questo caso non ci è mancato niente, le porte si sono aperte, le mense si sono imbandite e  i cuori si sono dischiusi.
Commovente la testimonianza di un giovane riguardo questa giornata: “ fino a adesso raccontavo le esperienze che altri avevano fatto ; da oggi in poi posso raccontare un’esperienza del Signore che io in prima persona ho vissuto”.
E mi chiedo: “Chissà se tutte le conquiste del mondo occidentale, le nostre sicurezze in termini di sanità, previdenza, pubblica sicurezza non ci hanno disabituato a ancorare la nostra sicurezza nel Signore, Dio del Cielo e della terra?”

Una seconda pausa: la giornata di deserto.
La notte a turno abbiamo adorato Gesù Eucaristia e il giorno successivo silenzio totale: per pregare, per ripensare, per “guardare, guardarsi e lasciarsi guardare” , per riposare .. e  per ripartire.
No , il silenzio non è scontato nemmeno per i giovani africani. Il silenzio è faticoso anche per loro.
La gioia così facilmente esternata nei momenti di festa e di celebrazione sia civile che religiosa, fatica a diventare esperienza intima e profonda. L’angoscia, le tante paure, il dolore sono fardello comune a tutti gli uomini di questo mondo.

Anche un’esperienza come questa può insegnare molto ai giovani: che occorre fare il sacrificio di lasciare fuori tante cosa pesanti per camminare verso l’essenziale. Mai da soli ma con i fratelli.

Fra Damiano Angelucci