mercoledì 23 novembre 2016

Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento; 27 novembre 2016



Un sotto fondo spirituale


 TESTOMt 24,37-44 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo.  

Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

COMMENTO

Con questa Domenica iniziamo un nuovo tempo e un nuovo anno liturgico. Ci si presenta subito un piccolo paradosso, o se vogliamo una quasi contraddizione: se sapessimo quando viene un ladro, dice Gesù, veglieremmo per non farci trovare impreparati, ma siccome non sappiamo quando il ladro viene, e per di più ci dice che verrà quando non immaginiamo … sarebbe logico aggiungere che non vale la pena vegliare tutto il tempo, quanto meno per non morire di insonnia!
 Siamo abituati abbastanza frequentemente a sentire di furti nelle case ma chi di noi veglia tutto il tempo? Anzi forse il contrario: prendiamo qualche precauzione e col cuore in pace, continuiamo a svolgere le nostre attività e a dormire sonni più o meno tranquilli. 

Capiamo intuitivamente che la vigilanza richiesta del Signore è di altro tipo: è una vigilanza che significa sobrietà del cuore, consapevolezza che questa vita giunge ad un termine, attenzione a vivere ogni aspetto della vita con una prospettiva particolare, quella della fede in Cristo Gesù, che tornerà a completare l’opera della nostra salvezza.
Perché mai di due donne che macineranno alla mola una sarà presa e l’altra lasciata? E di due uomini che saranno nel campo uno sarà preso e l’altro lasciato? La vigilanza richiesta dal Signore sembra proprio essere affare del cuore, atteggiamento interiore che detta la motivazione di ogni azione, quale essa sia.

San Domenico Savio (morto all’età di appena 14 anni) era uno dei tanti ragazzi che stava nell'Oratorio con San Giovanni Bosco. Ad un tratto, mentre Domenico giocava a pallone, don Bosco gli rivolse questa domanda “E se tu sapessi di morire in questo momento cosa faresti?”; Domenico rispose: “continuerei a giocare”. Quando la nostra vita cammina verso il bene quello che noi facciamo ci condurrà sempre al bene. Lavorare nel campo, girare la mola, giocare a pallone, tutto può essere vissuto con il desiderio di restare alla presenza del Signore Gesù.

venerdì 18 novembre 2016

Guai ai profeti di sventura !




Tutto posso in Colui che mi dà la forza ( Fil 4,13 )



"Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo" (Geremia 1,11)
In ebraico il mandorlo è chiamato 'colui che veglia', il primo risvegliato dall'inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell'anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l'inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera. 

Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai "profeti di sventura", ma di prestare orecchio ai "segni dei tempi", di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell'alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.

In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità. 

Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all'origine, lì dove la diversità è armonia.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se l'uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te. 
Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.

In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell'aria, ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita. 

Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.
Bella la fedeltà al cammino dell'uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.

Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: "Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io".(Rut 1,16)
La fedeltà a sé e all'altro è la capacità di "serbare e custodire", è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.

Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l'orizzonte, fiuta l'aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

Luigi Verdi
da Il domani avrà i tuoi occhi

giovedì 17 novembre 2016

Commento al Vangelo della XXXIV Domenica del TO, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo, 20 novembre 2016



PARADISO A “Km ZERO” !


TESTO  (Lc 25,35-43)

35 Il popolo stava a guardare. E anche i magistrati si beffavano di lui, dicendo: «Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo, l'Eletto di Dio!» 36 Pure i soldati lo schernivano, accostandosi, presentandogli dell'aceto e dicendo: 37 «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!»
38 Vi era anche questa iscrizione sopra il suo capo: questo è il re dei giudei.

39 Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» 40 Ma l'altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? 41 Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». 42 E diceva: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno!» 43 Ed egli gli disse: «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso».


COMMENTO

… Ed è così che dopo un anno giubilare sulla misericordia di Dio in cui abbiamo ascoltato abbastanza spesso parlare di indulgenze plenarie come possibilità di azzerare la pena temporale (cioè il purgatorio), l’ultimo vangelo di questo anno santo ci presenta Gesù nell’unico episodio in cui pronuncia la parola “paradiso” e sembra,  lo si dica con molto rispetto, “svenderlo” al primo ( secondo in ordine di apparizione ) ladrone  malcapitato accanto a lui. “Oggi tu sarai con me in paradiso”. Riascoltiamo ancora una volta le parole di Gesù; ci fa bene: “Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso”. 

Via diretta senza stazioni intermedie, senza purgatorio, verso la gloria del Regno di Dio, il Paradiso! Cosa avrà fatto di tanto meritevole questo ladrone, che a dire il vero si era dissociato dall’invocazione e dalla provocazione di salvezza del compagno? 
Tutti intorno sotto la croce, magistrati e soldati, a chiedere a Gesù il segno supremo della sua regalità, della sua pretesa di essere il re dei giudei: “salva te stesso!” Come dire: “scendi dalla croce e noi ti crederemo!”; invece questo malfattore non chiede salvezza, sembra addirittura accontentarsi di un semplice ricordo dando però per scontato che quel nazareno, dopo l’umiliazione e la morte sul patibolo, entrerà nel suo Regno. 

Giustamente si dice che egli è il primo uomo canonizzato, il primo uomo di cui possiamo essere sicuri che è in Paradiso. 
Gesù deve aver letto nel cuore di quest’uomo il riconoscimento della sua missione di salvatore, e d’altra parte il pentimento e il suo umile atto di affidamento, e in ogni caso il porsi in una relazione costruttiva con Lui. Potrebbe sembrare troppo facile, un paradiso troppo a buon mercato, ma la realtà e la sostanza della nostra salvezza è concentrata nella persona di Gesù, nel porre al centro della nostra vita la sua presenza. 

Ecco il merito del ladrone pentito: aver creduto fortemente che quell’uomo giusto metteva in luce tutte le proprie iniquità e che su tutto il male e su tutti i mali egli avrebbe avuto il potere di regnare in modo ultimo e definitivo. Il suo merito è quello di non aver accampato meriti, e di aver accolto la salvezza lì dove la presenza del Signore lo ha raggiunto.

Così anche per noi: la salvezza di Cristo ci raggiunge ovunque, là dove siamo, e soprattutto al colmo di ogni esperienza di delusione o di dolore. Quando tutto è perduto, e ogni salvezza umana sembra inefficace, la nostra umiltà ci può salvare, riconoscendo che in quella nostra esperienza c’è la presenza dell’umanità ferita e agonizzante di Cristo Gesù.

Dio si è fatto carne per portare fino in fondo il suo cammino di assimilazione alle sconfitte e ai dolori dell’uomo, alle sue morti quotidiane e definitive; Egli nella persona di Gesù di Nazaret non è venuto a dare spiegazioni sul dolore umano , ma semplicemente ad offrire la certezza della sua presenza; accanto, vicino e dentro ogni cuore trafitto c’è la sua presenza di morto  e risorto, per orientare diversamente la prospettiva del nostro sguardo, per saper contemplare in contro luce ad ogni esperienza di croce il nostro destino di gloria in Cristo Gesù.

mercoledì 9 novembre 2016

Commento al Vangelo della XXXIII Domenica del TO anno C; 13 novembre 2016



Le doglie di un parto


TESTO Lc 21,5-19

In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 

Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».

Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 

Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».


COMMENTO

L’avvicinarsi del Regno di Dio come le doglie del parto. Questa volta lo premetto: non so di che cosa sto parlando, non ho mai partorito, però mi fido di San Paolo il quale usa proprio questo paragone: “Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” ( Rm 8,22-23 ).

Gesù aveva detto che il regno di Dio è presente in mezzo ai suoi, presente nella realtà divino-umana della sua persona. Ma se l’amore di Dio ha regnato nella sua umanità, nei suoi gesti di misericordia, di perdono, anche nei confronti dei suoi uccisori,  non così avviene ancora nell’umanità intera e nell’integralità della realtà cosmica. Ecco perché del  Regno di Dio ancora attendiamo l’avvento definitivo, il completamento della sua instaurazione iniziata con Gesù di Nazaret. 

 E nel frattempo cosa succede? Ecco: nel frattempo viviamo il pellegrinaggio verso la nostra patria, un pellegrinaggio nel quale il vecchio mondo,  dominato ancora dalla forza del peccato, contrasta il nuovo mondo, quello radicato in Cristo, che soffre sì persecuzioni, ma che inesorabilmente avanza e avanzerà fino al raggiungimento di una pienezza definitiva alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà per il giudizio finale, di cui parleremo settimana prossima.

Usando un’ immagine dello stesso Gesù, nel campo del mondo è stato gettato il grano buono, ma le forze del male vi hanno gettato la zizzania, e questi due semi continuano a crescere e non sta a noi la pretesa di strappare la zizzania, ma solo il compito di alimentare il grano buono offrendogli il terreno fertile del nostro cuore.
Non possiamo pensare che il raggiungimento del Regno di Dio avvenga in maniera graduale come se dovessimo attendere che progressivamente l’umanità si avvicini al Signore; invece ci dice il vangelo di oggi, il mistero del bene e del male tendereanno sempre più a confliggere e a manifestarsi sempre più chiaramente per quello che sono, bene o male. La zizzania e il grano buono si distinguono sempre di più proprio nel crescere e nell’arrivare a maturazione.

Molto chiarificante il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 677: La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest'ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male che farà discendere dal cielo la sua Sposa. Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell'ultimo giudizio dopo l'ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa.

giovedì 3 novembre 2016

Commento al Vangelo della XXXII Domenica del TO anno C; 6 novembre 2016



UNA SOLA SPOSA PER SETTE FRATELLI ?


TESTO ( Lc 20, 27.34-38 )

In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione:
«I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 
Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».


COMMENTO

Molto indefinita e labile è ormai anche tra i cristiani la fede nella risurrezione dei corpi, ma il Vangelo di questa Domenica giunge proprio nella settimana successiva al 2 novembre, commemorazione dei defunti, a rafforzare la nostra speranza nella vita eterna. 
I sadducei, differentemente dai farisei, non credevano nella resurrezione della carne e quindi pongono una sorta di domanda tranello a Gesù , proprio su tale aspetto.

 L’obiezione poteva essere anche lecita, se la resurrezione finale predicata e vissuta da Gesù fosse come quella di Lazzaro, cioè un ritorno alla vita naturale. Come può una donna,  tornando in vita, essere sposa contemporaneamente dei sette uomini con cui si era precedentemente sposata?  Il punto è che la risurrezione per la vita futura non ci riporta nella vita precedente, nel tempo e nello spazio di questo mondo, ma nel nuovo mondo, in quei cieli e terra nuovi di cui parla l’Apocalisse al capitolo 21:

 «Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c'era più. […]  Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio.  Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».

In fondo, dice Gesù, anche Mosé ha ricevuto questa testimonianza quando Dio gli si è rivelato come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. E siccome Dio non può essere un Dio dei morti ma dei viventi, allora Abramo, Isacco e Giacobbe sono vivi.

Ovviamente però la parola più decisiva riguardo la fede cristiana nella risurrezione della carne è la stessa risurrezione di Gesù di Nazareth. Egli appare con le sue piaghe nella sala dove i suoi apostoli erano riuniti alla sera di quel primo giorno della settimana ebraica che noi ora chiamiamo Domenica (in onore del nostro Dominus = Signore); l’evangelista ci dice che egli entra a porte chiuse per farci capire che appunto il suo corpo era un corpo nuovo, glorificato, esattamente il suo ma non più appartenente alle dimensioni e condizionamenti di questo mondo. Per questo il suo corpo appariva e spariva liberamente, perché ormai la sua carne era stata glorificata, e il suo corpo pur rimanendo visibile e concreto, era ormai divenuto un corpo spirituale. Ancora San Paolo ci viene in aiuto:

Ci sono anche dei corpi celesti e dei corpi terrestri; ma altro è lo splendore dei celesti, e altro quello dei terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, e altro lo splendore delle stelle; perché un astro è differente dall'altro in splendore.
 Così è pure della risurrezione dei morti. Il corpo è seminato corruttibile e risuscita incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è seminato corpo naturale e risuscita corpo spirituale. Se c'è un corpo naturale, c'è anche un corpo spirituale. ( 1 Cor 15,40-44 ) 

Dunque come si può credere che non esista resurrezione dei corpi? Direbbe San Paolo:  
Ma se non vi è risurrezione dei morti, neppure Cristo è stato risuscitato; e se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede. Noi siamo anche trovati falsi testimoni di Dio, poiché abbiamo testimoniato di Dio, che egli ha risuscitato il Cristo; il quale egli non ha risuscitato, se è vero che i morti non risuscitano  ( 1 Cor 15, 13-15 ). 

martedì 25 ottobre 2016

Da dove cominciare per redimere questa economia?




Un interessante contributo di Leonardo Becchetti nell'editoriale di Avvenire del 25 ottobre 2016


Il lavoro sempre più voucherizzato, i call center in crisi perché i precari non lo sono abbastanza, i fattorini di Foodora che portano la pizza a domicilio a salari stracciati e capiscono che l’unica disperata forma di protesta che può far presa è l’appello ai consumatori a non comprare i loro prodotti. Che cosa sta succedendo? Guardatevi intorno e vedrete nei paesaggi delle nostre città e delle nostre periferie il trionfo dell’economia e contemporaneamente il suo fallimento nel regalarci felicità e pienezza di senso di vita. 
Fallimento figlio del suo grave peccato originale. Distese senza fine di ipermercati, centri commerciali e negozi traboccanti di prodotti di ogni genere, colmi di tutte le varietà possibili vendute a prezzi stracciati, al massimo del sottocosto possibile.

Il mondo è diventato esattamente ciò che quel gruppo di filosofi morali che inventò l’economia moderna più di due secoli fa voleva che diventasse: il trionfo del consumatore. L’obiettivo era nobilissimo e tutt’altro che meschino: rendere l’umanità felice. Il risultato assolutamente di successo se valutato in termini di coerenza con le premesse. 

Peccato però che la funzione di felicità utilizzata (l’ipotesi su cosa rendesse l’uomo felice) fosse sbagliata. I fondatori dell’economia partirono infatti da un’ipotesi allora non verificabile empiricamente e rivelatasi poi del tutto fallace: una visione di uomo (l’homo economicus) la cui funzione di utilità/felicità indicava come principale, se non unica, fonte di soddisfazione l’aumento dei beni acquistabili date le proprie possibilità di spesa: in parole povere la felicità vuol dire rendere sempre più pieno il carrello del supermercato (il «paniere dei beni» usando il linguaggio più antico con cui si insegna l’economia all’università). Sarebbe stata la concorrenza di mercato lo strumento decisivo per condurci al paradiso date queste premesse e questa funzione, ovvero quella mano invisibile capace di trasformare l’avidità dei singoli produttori in una corsa al ribasso dei prezzi che avrebbe generato il massimo surplus dei consumatori. Una somma di avidità trasformata automaticamente in bene di tutti dalla mano invisibile del mercato.

È andata esattamente così. Peccato – come si diceva – che qualche tempo dopo gli studi empirici sulla felicità (e forse sarebbe bastato il buon senso comune smarrito) hanno cominciato a smentire clamorosamente le premesse ipotizzate dai fondatori dell’economia. Questi studi ci dicono quasi unanimemente che la felicità degli esseri umani non dipende affatto dalla quantità di beni consumati quanto piuttosto dalla nostra generatività, dalla qualità della nostra vita di relazioni, dalla dignità e creatività del nostro lavoro, dalla bellezza dell’ambiente in cui viviamo dalla nostra salute. 

Il paradosso in cui viviamo è che gli effetti indiretti della prodigiosa macchina messa in moto per produrre il massimo numero e varietà di beni ai minori prezzi possibili, figli di una teoria che ha messo fuori dai radar tutto quello che è fondamentale per vivere (relazioni, bellezza e qualità dell’ambiente, dignità del lavoro, salute), ha avuto purtroppo molto spesso l’effetto di produrre effetti indiretti negativi su tutte queste altre dimensioni ignorate, ma in realtà fondamentali per la nostra felicità. Abbiamo imparato tristemente a nostre spese che dietro il sottocosto (il prezzo basso non-importa-come) c’è molto spesso lo sfruttamento del lavoro, i rischi per la salute, la distruzione della sostenibilità ambientale, la messa in secondo piano della vita di relazioni. Il peccato originale degli economisti ci ha portato a vivere in una società dove siamo quasi onnipotenti, viziati e compulsivi come consumatori, ma sempre più fragili e a rischio come lavoratori, crescentemente poveri di relazioni e alla disperata ricerca di soluzioni per tutelare qualità ambientale e salute.

Come si può intervenire per correggere il bug, l’errore iniziale di programmazione di questa macchina? In estrema sintesi mettendoci gli occhiali giusti per misurare il benessere e prendendo il toro per le corna. Utilizzando cioè il massimo potere che il sistema ci dà, quello di scegliere cosa consumare e risparmiare, "votando col portafoglio" – come non mi stanco di ripetere – per riequilibrare il tutto, ridando valore e dignità al valore delle dimensioni invisibili, ma fondamentali, per il senso del nostro vivere. Dobbiamo pertanto pretendere prima di essere informati nel modo migliore possibile, per scovare poi il valore ambientale, relazionale, di dignità di lavoro e di salute incorporato nei prodotti e premiare con le nostre scelte quelli all’avanguardia in queste dimensioni. È il mercato il dominus e il mondo lo cambiamo solo cambiando il mercato. Accorgendoci che in fondo non è un’entità astratta e lontana perché il mercato siamo noi quando consumiamo e risparmiamo.

Gli ingredienti di un futuro migliore già esistono e stanno crescendo: indicatori di benessere equosostenibile, finanza e banche etiche, commercio solidale, imprese sociali e cooperative vecchie e nuove, benefit corporation, gratuità e dono che escono dalle dimensione squisitamente religiosa e diventano sempre più elementi centrali e fondamentali della vita sociale ed economica. Vanno accompagnati da una battaglia culturale sui media e sui social per sconfiggere rancore e "passioni tristi" ispirate da insicurezza sociale e povertà spirituale per rendere tutti consapevoli del potenziale enorme di cambiamento che è nelle nostre mani. La sfida è già iniziata. E tempo di prenderla sul serio.

Commento al Vangelo della XXXI Domenica del TO, anno C; 30 ottobre 2016




L’importante non è essere alti ma all’altezza


TESTO  (Lc 19,1-10) 

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 

Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 

Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


COMMENTO

Zaccheo aveva rubato molto, lo confessa lui stesso a Gesù quando questi varca la soglia della sua casa. D’altronde il testo ci dice che era capo dei pubblicani, quindi aveva sotto di sé altri pubblicani dipendenti, altri esattori delle tasse che per conto di Roma riscuotevano imposte ai loro concittadini. Zaccheo  cerca però lo sguardo di Gesù, intuisce che in quella presenza ci potrebbe essere una novità, una rottura di continuità con una vita che sicuramente iniziava a disgustarlo, ad annoiarlo, con tutto il fardello delle disonestà commesse e la consapevolezza di essersi approfittato dei suoi stessi concittadini, vendendoli all’odiato potere romano. 

L’atteggiamento di Zaccheo ci è descritto con tre azioni: “cercava di vedere, corse avanti, salì su un sicomoro”; tuttavia  sembra essere piuttosto Gesù che lo attendeva, che avevo deciso di entrare a casa sua. 
 Zaccheo, insomma, ci mette del suo per essere raggiunto e toccato da quella presenza. La sua bassezza, simbolo in fondo della sua bassezza morale, e la folla  gli impedirebbero di realizzare questo incontro ma egli tenta tutto quello che umanamente gli è possibile, forse anche mettendosi in ridicolo davanti a  persone abituate a vedere invece un uomo sicuro e ben radicato nella sua autorità, e che certamente non aveva bisogno di nessuno.

“Zaccheo, scendi subito”, dice Gesù. Come poteva conoscere il suo nome? Non lo sappiamo ma in fondo è questo il fascino dell’episodio: Gesù conosceva e aspettava il piccolo Zaccheo già da prima e lo invita a scendere per poter entrare nella sua casa e portargli il bene più prezioso: la sua salvezza. Zaccheo, uomo basso per statura e moralità, coglie l’opportunità e si dimostra così all’altezza della situazione.

Come non ritrovarci in questo pubblicano? Noi che cerchiamo in tutti i modi di "salire", di acquisire titoli di merito nella società, nell’ambiente di lavoro, noi che cerchiamo di salire anche nella nostra ricerca religiosa: siamo invece dinanzi ad un Dio fatto uomo, sceso tra noi, che ci chiede di scendere e di accoglierlo in casa: un Dio che ci chiede di scendere dai nostri piedistalli artificiali e di accoglierlo nella nostra esistenza, con le sue ristrettezze di cuore e con le sue piccinerie. Il Signore desidera abitare la nostra vita, quale essa sia, e quale ne sia lo stato morale perché vuole guarirla, risollevarla, redimerla, ridonarle lucentezza e gioia.  

Quanto sono belle e vere a tal proposito le parole di Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium n. 3:
 “ «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore». Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te”.