giovedì 26 maggio 2016

Commento al Vangelo della Domenica del Corpus Domini; 29 maggio 2016



La Parola accade nel Pane


TESTO ( Luca 9, 11-17 )

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.


COMMENTO

“All inclusive” diremmo oggi: tutto compreso. A chi si mette sulle tracce del Signore Gesù non mancherà neppure il cibo materiale, oltre a quello spirituale. Le folle in ascolto di Gesù che parlava del Regno di Dio non rimasero prive di pani e di pesci, anzi furono portati via dodici ceste di pezzi avanzati; Gesù è la Parola di Dio fatta carne, è la personificazione della paterna tenerezza di Dio, e nel suo abbraccio nessun desiderio umano resta estraneo e inesaudito. 
Appena prima dell’inizio della sua predicazione, al diavolo che lo tentava invitandolo a cambiare le pietre in pane dopo 40 giorni di digiuno nel deserto, Gesù disse: “non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Proprio nella ricerca e nel compimento della volontà di Dio è realizzato il bene integrale dell’uomo: di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. Abbandonarsi e affidarsi a Dio, al suo amore e alla sua provvidenza, non vuol dire esonerarsi dagli ordinari compiti sociali e familiari, come il lavoro e l’impegno sociale nella comunità civile.  Accogliere Gesù, la Parola di Dio fatta carne, significa anzi accogliere il suo comandamento di amore a Dio e al prossimo, comprese le esigenze della giustizia con il diritto e dovere di guadagnare il “giusto salario” della fatica umana. La ricerca della presenza di Gesù in ogni contesto umano, il desiderio di incarnare la volontà di Dio in ogni attività umana non è integralismo, o rigido dogmatismo ma piuttosto il dar seguito all’evento più sconvolgente e più determinante della storia del mondo: Dio si è fatto uomo.

Quanta consapevolezza avessero quelle folle di trovarsi dinanzi al Messia figlio di Dio non è dato sapere, però certamente quelle parole ricche di senso, e il segreto fascino della sua persona, e quell’abbondanza di cibo non poterono non destare il ragionevole sospetto di trovarsi di fronte alla presenza più risolutiva e più significativa tra tutte le persone mai incontrate fino a quel momento.

La luce dell’incarnazione e la forza della presenza di Cristo nell’umanità non si è più spenta; ancora, ogni giorno, e in ogni luogo, ci è dato respirare il fascino della sua presenza; e questo ogni volta che celebriamo e viviamo l’Eucaristia, perenne memoriale della sovrabbondante tenerezza di Dio, fatto uomo per sacrificarci la sua vita umana.

giovedì 12 maggio 2016

Commento al Vangelo di Pentecoste; 15 maggio 2016, anno C




L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. ( Rm 5,5 )


TESTO  ( Gv 14,15-16. 23-26 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».


COMMENTO

Una nuova dimora, un nuovo consolatore e avvocato: ecco quanto promette Gesù ai suoi discepoli e a tutti noi.
Il popolo di Israele aveva a lungo custodito le due tavole della legge dentro una preziosissima cassa  (detta arca dell’alleanza) e questa dentro una tenda chiamata “la dimora”. 
Ora Gesù annuncia una nuova presenza, quella di un altro Paràclito o consolatore, quello che rimarrà con noi per sempre, che prenderà dimora nei nostri cuori, cioè nelle nostre coscienze: lo Spirito Santo; annuncia quindi la nuova tenda , la tenda della nostra umanità rinnovata e redenta dal suo sacrificio, o se volete “la dimora” del nostro cuore: quell’intimo sacrario della nostra coscienza dove 

l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore. ( GS 16 )

Paràclito è la traslitterazione dal greco di una parola che vuol dire “avvocato”; quindi colui che ci difende dalle accuse dal maligno, che ci difende da tutti i nostri sensi di colpa oscurando la nostra fiducia nella misericordia infinita di Dio, è lo Spirito Santo che grida in noi “Abbà Padre!”
Lo Spirito di Dio abita in noi, la sua legge è una legge d’amore e i suoi comandamenti non sono gravosi, anzi Gesù ci dice che il suo carico è leggero e il suo giogo è dolce perché quello che ci comanda è semplicemente quello per cui noi siamo fatti. Gesù è “via, verità e vita”. 
Chi accoglie la sua presenza, il suo invito a seguirlo attraverso i suoi comandamenti custodisce la sua presenza d’amore.

Se nell’antico tempio di Gerusalemme vi erano tutta una serie di prescrizioni rituali per non offendere il massimo segno della presenza di Dio, cioè l’arca dell’alleanza, ora l’uomo rinato dall’amore di Dio Padre per mezzo di Gesù che dona il suo Spirito, dovrà cercare di custodire e non offendere tale presenza perseverando nel comandamento fondamentale e che riassume completandola tutta la legge antica: il comandamento del’amore. Dice infatti San Giovanni nella sua prima lettera: 
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. ( 1 Gv 3,23 )

giovedì 5 maggio 2016

Commento al Vangelo dell'Ascensione; 8 maggio 2016



Più presente che mai


TESTO  ( Lc 24,46-53 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».

Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.



COMMENTO

L’Ascensione del Signore, riportata in questo brano, è profondamente legata con l’evento della Pasqua, tanto che qui l’evangelista Luca lo racconta come avvenuta nello stesso giorno della Resurrezione, come evento conclusivo della sua missione terrena. Non è pensabile una Resurrezione di Gesù senza un ritorno nella Gloria divina, una sorta di intronizzazione alla destra del Padre, attestazione definitiva della divinità che gli appartiene fin dall'eternità. Anche le espressioni “cielo” o “nube” avvolgente il Risorto che sale alla destra del Padre, non sono indicazioni geografiche, ma simboli teologici per descrivere l’immersione di Gesù nella divinità del Padre.

L’Ascensione però non significa che Gesù scompare dalla storia e dalla vita dell’umanità. Dalle parole che Gesù dice e dai gesti che compie si comprende che ha inizio un altro tempo della presenza salvifica in mezzo agli uomini: il tempo della Chiesa, suo Corpo ‘mistico’ o spirituale.

Interessante notare che gli apostoli non sono rattristati ma anzi “tornarono a Gerusalemme con grande gioia”, perché intuirono loro per primi che il Maestro non li stava abbandonando ma stava semplicemente assumendo un nuovo modo di essere con loro e “in loro”. Gli apostoli iniziano a comprendere la nuova avventura a cui sono chiamati, e benché ancora non rivestiti della forza della Pentecoste, percepiscono la fedeltà a quella promessa fatta  da Gesù: “Ed ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

venerdì 29 aprile 2016

Commento al Vangelo della VI Domenica di Pasqua



INDOVINA CHI VIENE A CENA !


TESTO ( Gv 14,23-29 )

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: 
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


COMMENTO

In una delle sue prime riflessioni, Papa Francesco ha paragonato il cuore dell’uomo a una casa, e rifacendosi all’esempio fatto anche da Gesù nel Vangelo, ha esortato a fare ben attenzione a chi e a che cosa entra nella casa del nostro cuore.  A volte entrano pensieri cattivi, cioè cattive ispirazioni, cattive intenzioni che possono turbarci e togliere la pace; altre volte invece entrano spiriti amici, cioè delle buone ispirazioni che orientano al bene i nostri desideri  e le nostre scelte, piccole o grandi, della nostra giornata. 

Mi sembra che in questo brano del Vangelo proprio a questo Gesù ci esorti: vivere nel suo amore, fidarsi e affidarsi alla sua Parola, obbedire ai suoi comandamenti non in maniera fredda, distaccata, come per paura di un castigo (perché chi teme non è perfetto nell’amore) ma per la certezza di fede che nei suoi precetti di vita c’è pace e gioia vera per la vita dell’uomo. Non come la dà il mondo Gesù può darci la pace, perché la pace può venirci solo dallo stare alla sua presenza, dal permettere a Lui di prendere dimora nella nostra coscienza, Lui che solo conosce per che cosa siamo fatti e il percorso della nostra felicità. 

“Ascoltare Israele” ; è questo l’inizio di un brano della Bibbia che gli ebrei ripetevano tutti i giorni, per ricordare che il primo comandamento è l’ascolto della parola e della volontà di Dio. Dalla sua Parola provengono le buone ispirazioni che orientano al Bene sommo tutto ciò che facciamo e progettiamo; così facendo la nostra casa, il nostro cuore è custodito e protetto dal male e Dio può prendere dimora, può trovare accoglienza permanente. Nell’Apocalisse il Signore dice “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. ( Ap 3,20 )

 Nella nostra giornata affollano le nostre orecchie tanti messaggi pubblicitari, consigli per gli acquisti, proposte di vario tipo, ma il Signore continua sempre, nelle occasioni più impensabili e semplici a sussurrarci le sue parole. Non corriamo il rischio di lasciargli la porta chiusa. Lui porta la pace vera!  

martedì 19 aprile 2016

Commento al Vangelo della V Domenica di Pasqua anno C; 24 aprile 2016



L’Amore (vero) può tutto 


 TESTO  ( Gv 13,31-35 )

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


COMMENTO

L’atmosfera è quella dei grandi addii. Prendendo il boccone di cibo indicato da Gesù, Giuda ha appena dato il segno ultimo della sua volontà di tradire, cioè di consegnare Gesù alle autorità giudaiche. L’evangelista annota nel versetto che immediatamente precede il testo appena ascoltato:  “ ed era notte “. Non solo la notte che seguiva il giorno nel ciclo quotidiano, ma anche una notte simbolica, la notte del male che sembra prendere il sopravvento sull’amore che invece Gesù è venuto a predicare, lui volto della misericordia di Dio Padre.

Quale sconfitta più bruciante potrebbe esserci per colui che predica l’amore dell’essere ucciso per invidia ?! Eppure Gesù è lì a consegnare le sue ultime volontà, le sue ultime indicazioni di rotta per un’umanità alla deriva, in balie delle onde del mare dell’odio e della vendetta.
Gesù parla della Gloria di Dio che si sta rivelando. 

Apparente paradosso: proprio mentre è buio, nella notte più terribile, Gesù dice di essere glorificato, cioè che si sta manifestando  in tutto il suo splendore la sua vera persona, la sua missione, il fine della sua presenza in mezzo a noi.
La grandezza insuperabile dell’amore di Dio si rivela proprio qui, nella capacità di continuare ad amare anche di fronte al rifiuto dell’uomo, di continuare ad amare sino alla fine, e fino al fine ultimo,  come ci aveva detto l’evangelista proprio all’inizio del racconto dell’ultima cena: “Gesù, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. 

Questa è la Gloria di Dio, questa è la luce di Dio che irrompe nelle tenebre delle solite cattiverie del mondo.
 L’amore di Dio regna perché perdona sempre e vince l’odio a tal punto che chi muore nel comandamento e nell’amore lasciato da Gesù potrà andare ben al di là delle  conseguenze del male, superando perfino i confini della morte.

domenica 10 aprile 2016

Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua; 17 aprile 2016



In che mani ci mettiamo?


TESTO  (Gv 10, 27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».


COMMENTO

“Nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio”. L’affermazione di Gesù è molto forte e personalmente mi sembra molto rassicurante; propriamente lo è. Nel momento in cui affidiamo la vita al Signore Gesù, il risorto, colui che , l’unico, dalla morte è passato alla vita, non abbiamo da temere più nulla. San Paolo dirà giustamente scrivendo ai cristiani di Roma: 

“Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?  […] 37 Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. 38 Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, 39 né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,35-39).

Noi tutti abbiamo presente la fragilità della nostra natura umana, e anche di chi si professa cristiano, ma le affermazioni di Gesù vanno oltre le debolezze e gli sbagli, pur gravi, della umana debolezza e spingono la prospettiva all’esito finale della lotta tra il bene e il male che si svolge nel cuore di ogni uomo. 

Ebbene per coloro che vorranno essere “pecore del Signore”, per coloro cioè che faranno una scelta di fondo per Gesù, la vittoria della Grazia di Dio sulle forze del male sarà inesorabile. Forse si perderanno qualche battaglia, con le inevitabili sofferenze che ne deriveranno, ma alla fine si vincerà la guerra. In tal senso va presa la frase lapidaria di San Giovanni della sua prima lettera: “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca”.  

Non una fiducia ingenua quindi, come se il fatto di essere battezzati e di aver ricevuto i principali sacramenti siano una bacchetta magica che ci assicura il Paradiso, ma piuttosto la certezza di fede che per chi in coscienza cerca il Signore esprimendo tale ricerca anche nella concretezza di scelte concrete di vita , le forze del Bene prevarranno  su quelle del Male, prima o poi.  

venerdì 8 aprile 2016

15 aprile Festa di San Damiano di Molokai, esempio di vero missionario.


San Damiano di Molokai 

Damiano de Veuster (Tremelo, 3 gennaio 1840 – Molokai, 15 aprile 1889) fu un missionario fiammingo appartenente alla Congregazione dei Sacri Cuori (Picpus), conosciuto anche come Padre Damien. Missionario nell’isola di Molokai, nelle Hawaii, si dedicò particolarmente alla cura dei malati di lebbra: nel 1995 è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II e proclamato santo da papa Benedetto XVI l’11 ottobre 2009..

Biografia 

Figlio di contadini fiamminghi, dopo la scuola primaria nel suo paese, Damiano fu inviato a Braine-le-Comte per imparare la lingua francese. Seguendo le orme di uno dei suoi fratelli, entrò nel noviziato della Congregazione dei Sacri Cuori a Lovanio assumendo il nome di Damiano: dopo gli studi teologici e filosofici a Parigi, emise i voti perpetui il 7 ottobre 1860: suo fratello non poté realizzare il sogno di viaggiare attivamente come missionario all’estero e Damiano fece suo il sogno di suo fratello. 


Missionario alle Hawaii 

Il 19 marzo 1864, padre Damiano sbarcò nel porto di Honolulu, dove rimase a svolgere la sua missione: fu ordinato sacerdote il 24 maggio 1864 presso la Cattedrale di Nostra Signora della Pace (Honolulu), una chiesa fondata dal suo ordine religioso. 
Prestò servizio pastorale presso diverse parrocchie sull’isola di Oahu proprio nel periodo in cui il regno delle Hawaii stava affrontando un periodo particolarmente difficile dal punto di vista sanitario: i commercianti stranieri ed i marinai avevano introdotto nell’arcipelago numerose nuove malattie che la popolazione locale non era in grado di affrontare. Migliaia di persone morirono a causa di mali come l’influenza e la sifilide, ma anche a causa di una grave epidemia di lebbra. Re Kamehameha IV relegò i lebbrosi del regno in alcune colonie situate nel nord dell’isola di Molokai. 
Padre Damiano nel 1865 fu assegnato alla Missione cattolica del nord Kohala, ma chiese al vicario apostolico, monsignor Luigi Maigret, il permesso per andare a Molokai. 

Nel 1870 padre Damiano assunse il suo ruolo di prete e medico dei lebbrosi nelle colonie: il 10 maggio 1873 arrivò presso la colonia di Kalaupapa. 
Il primo impatto con la realtà di Molokai fu terrificante: non esisteva nessuna legge, donne e bambini erano costretti alla prostituzione, i malati venivano abbandonati senza cure in una specie di ospedale dove i medici erano lebbrosi a loro volta, i morti erano lasciati insepolti. 
Il vescovo Maigret presentò Damiano ai coloni come un padre, e aggiunse, che li avrebbe amati a tal punto che non avrebbe esitato a divenire uno di loro: «vivere e morire con loro». I lebbrosi che vivevano nella colonia di Kalaupapa erano oltre 600. La prima cosa che fece Damiano fu di costruire una chiesa e di stabilire la parrocchia di Santa Filomena. Passava per i villaggi battezzando e promuovendo il culto al SS.mo Sacramento, del quale diceva: «Senza la presenza costante del nostro Divino Maestro nella mia povera cappella, io non avrei mai potuto perseverare, condividendo la mia sorte con quella dei lebbrosi di Molokai». 

Non fu solo un sacerdote; svolse bene anche il ruolo di dottore: curò ulcere, costruì case e letti, costruì bare e scavò tombe. Quella di Kalaupapa è stata definita una «colonia di morte», dove molte persone furono costrette a lottare per sopravvivere, dimenticate dal governo: l’arrivo di Damiano fu considerato una svolta per la comunità. 
Sotto la sua direzione, la comunità si dotò di leggi che regolassero la vita comune, costruì capanne e case decorose anche esteticamente, eresse scuole e creò fattorie, costruì cappelle, un orfanotrofio, refettori e dormitori..

Morte

Nel dicembre del 1884 Damiano, mettendo a bagno i suoi piedi nell’acqua calda, non poté sentirne il calore: si accorse così di aver contratto la lebbra. Nonostante la scoperta continuò a lavorare attivamente per portare a fine i suoi progetti fino alla morte: fu raggiunto comunque da quattro collaboratori: il sacerdote Luigi Lambert Conrardy, madre Marianna Cope, superiora delle suore francescane di Syracuse, Giuseppe Dutton, soldato americano in congedo, ritiratosi a causa di un matrimonio fallito per alcolismo e James Sinnett, infermiera di Chicago. 
Padre Damiano morì di lebbra nel 1889, all’età di 48 anni: fu prima seppellito a Molokai. Nel 1936 il suo corpo fu trasferito a Lovanio (Belgio) vicino al villaggio in cui nacque