domenica 21 giugno 2015

Commento al Vangelo della XIII Domenica del TO anno B; 28 giugno 2015



In piedi per guardare più lontano


 
TESTO  (Mc  5,21-43) 

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

(Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».)

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.


COMMENTO

Fino a che limite può giungere la speranza offerta da Cristo? Quali sono invece le soglie dei vari messianismi umani, dove per messianismi si intendono dottrine e formule sociali o politiche che propongono soluzioni agli eterni dilemmi dell’umanità, primo tra tutti quello della morte?

La speranza cristiana oltrepassa i limiti della stessa natura creata e apre alle prospettive della vita eterna; Gesù nei circa tre anni della sua vita pubblica ha aperto lo sguardo dell’uomo ben al di là di formule sociali o economiche per la risoluzione di conflitti o tensioni politiche; Gesù invita a guardare al di là della morte, ci chiede di continuare ad avere fede, a guardare avanti anche quando la morte sembra mettere il sigillo della fine totale su ogni speranza. Gesù rilancia sempre più avanti, meglio sempre più in Alto. Nel Vangelo di Domenica scorsa salva il gruppo dei suoi discepoli da quella che sembrava essere una morte imminente, nel mezzo di un’improvvisa tempesta. 

Nel Vangelo di oggi va ancora più in là, invita a continuare ad avere fede anche a morte sopravvenuta, e vuole che gli stessi genitori della bambina e i suoi tre compagni della sua Trasfigurazione siano con Lui, perché anche questa sarà un’esperienza trasfigurante, un’esperienza attraverso la quale la fragilità della natura umana mortale si riveste di una possibilità nuova di vita e di gloria, la vita appunto dopo la morte. Chi potrebbe aspirare a qualcosa di più grande? La vita dopo la morte: prospettiva tanto meravigliosa quanto difficile già solo a sperarla. Ci vorrà per Gesù il travaglio della passione e morte per giungere alla gloria della risurrezione e allora questi segni da lui compiuti non devono essere annunciati con il gusto dell’ultima notizia, del sensazionale, ma accompagnati dall'annuncio della passione e morte e risurrezione di Cristo salvatore. 

Gesù chiede ai suoi pochi testimoni della rianimazione della piccola bambina dodicenne la consegna del silenzio perché la speranza cristiana della vita eterna passa necessariamente per la comprensione della intera vicenda di Gesù, della sua morte passione morte risurrezione. Alla luce di questo itinerario di gloria i discepoli, e noi con loro, potranno comprendere per dove passa il compimento del più grande sogno dell’uomo: quello della vita senza fine dopo la morte. Anche a noi come alla bambina dice “Alzati!”… “non rimanere schiacciato dalle tue paure e dalle tue angosce, atterrito dal tuo dolore. Alzati, anche oggi Gesù sta passando e ti prende per mano!”

lunedì 15 giugno 2015

Commento al Vangelo della XII Domenica del TO anno B, 21 giugno 2015

    


 … E la nave va !      

             

TESTO ( Mc 4,35-41 )          

   In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».


COMMENTO

Il potere di comandare al mare doveva colpire fortemente la sensibilità dei discepoli di Cristo e di chi udii il fatto, perché nell'immaginario spirituale ebraico il mare era perlopiù simbolo del male. Per questo il grande sconvolgimento cosmico a seguito della invincibile corruzione dell’uomo è rappresentato nel libro della Genesi come un diluvio universale con il conseguente innalzamento delle acque fino a coprire la terra intera, tranne la “mitica” arca di legno di cipresso del patriarca Noè (Gn 6,13-14). 

Anche l’evento centrale della salvezza del popolo di Israele in fuga dalla schiavitù d’Egitto è costituito dal passaggio sull'asciutto in mezzo al mar Rosso che invece si richiude sommergendo al suo passaggio l’esercito egiziano. 
In questo episodio è il piccolo nucleo dei discepoli di Cristo a trovarsi in mezzo alla tempesta e ormai tutto sembra perduto; la piccola barca si riempie di acqua  Gesù dorme. 

La fede è messa alla prova: in ogni epoca della storia la più o mena piccola barca dei discepoli di Cristo è chiamata ad attraversare difficoltà e persecuzioni, come in questi ultimi tempi, ma ciò che la salva e la proteggerà sempre fino all'approdo finale è la presenza del Signore Gesù, sebbene possa sembrare addormentato. Il grido degli apostoli non ha nulla di diverso rispetto alle invocazioni di dolore e di sofferenza che in ogni momento si levano dal popolo di Dio, anche nei momenti più comuni, quando sembra che il Signore si sia scordato di noi o addirittura come in questo caso addormentato.

Il popolo di Dio, noi cristiani, siamo chiamati alla fiducia, a non perdere mai la consapevolezza che nella nostra barca c’è sempre il Signore risorto. Gli spazi centrali di tutti i nostri edifici di culto, chiese di mattoni, sono chiamate non a caso “navate” perché quando noi ci riuniamo in esse lo facciamo per fare memoria della sua salvezza, della sua presenza in mezzo a noi, perché la sua barca di cui l’arca di Noè era solo un immagine è costruita con il legno della croce del calvario ed essa non potrà che condurci al porto sospirato del Paradiso, la Gerusalemme celeste dove si dice “il mare non c’era più” ( cf Ap 21,1 ). 

lunedì 8 giugno 2015

Commento al Vangelo della XI Domenica TO anno B; 14 giugno 2015



L’infinitamente grande
 nell’infinitamente piccolo 


TESTO  ( Mc 4,26-34 )

26 Diceva ancora: «Il regno di Dio è come un uomo che getti il seme nel terreno, 27 e dorma e si alzi, la notte e il giorno; il seme intanto germoglia e cresce senza che egli sappia come. 28 La terra da se stessa porta frutto: prima l'erba, poi la spiga, poi nella spiga il grano ben formato. 29 Quando il frutto è maturo, subito il mietitore vi mette la falce perché l'ora della mietitura è venuta».
30 Diceva ancora: «A che paragoneremo il regno di Dio, o con quale parabola lo rappresenteremo? 31 Esso è simile a un granello di senape, il quale, quando lo si è seminato in terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; 32 ma quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all'ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo».
33 Con molte parabole di questo genere esponeva loro la parola, secondo quello che potevano intendere. 34 Non parlava loro senza parabola; ma in privato ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.


COMMENTO

Due parabole molto simili con sfumature diverse. La prima evidenzia l’irreversibile potenza del Regno di Dio che una volta annunciato e accolto non può più essere arrestato e anzi si afferma indipendentemente da qualsiasi condizione favorevole o sfavorevole, seppure queste possono accelerare o ritardarne la rapidità. 

In fondo: è proprio vero che la terra da se stessa porta frutto? Senza che per giunta l’uomo che getta il seme sappia come? L’evidenza naturale sembra smentire questa affermazione così fiduciosa di Gesù, perché il germoglio avrebbe bisogno quanto meno di acqua; il punto è che il seme a cui allude la parabola non è un seme naturale ma un principio di vita nuova che custodisce in sé una potenza e una vitalità veramente inarrestabili. L’attenzione da porre non sarà tanto nelle “cose da fare” per custodire il messaggio della parola di Gesù ma anzitutto nel fatto stesso di accoglierlo nella sua integrità perché è nella sua integrità che si nasconde tutta la sua forza di espansione e di crescita. 

La seconda mette in luce invece la sproporzione tra i segni iniziali della presenza del Regno di Dio e i suoi successivi sviluppi. Questa ha veramente il sapore di una profezia: se pensiamo che Gesù agli inizi della sua predicazione ha costituito un gruppo di dodici uomini, semplici pescatori di medio - bassa cultura allora capiamo che non ci sono in gioco le abilità o dei talenti straordinari ma anzitutto l’affidamento alla persona e al messaggio di Gesù, e che questa presenza  ha prolungato i suoi rami nella storia in ogni ambito della cultura e della geografia umana, offrendo rifugio e conforto, sostegno e consolazione. Un gruppo di umili pescatori è realmente diventato un grandissimo popolo. La stessa dinamica si è riproposta nella storia di grandi santi dove è bastato un uomo o una donna che si sono lasciati toccare dalla Grazia per suscitare un movimento di uomini che hanno cercato nei secoli di seguirne l’ispirazione: pensiamo quanti uomini e donne hanno tentato di seguire le tracce di San Francesco e santa Chiara di Assisi, o della Beata Teresa di Calcutta più recentemente. 

Il granello di senape è sempre lo stesso, con la sua potenzialità di sviluppo migliaia di volte più grande rispetto all'apparenza iniziale. Questo di contro dovrebbe far guardare con sospetto tutte quelle opere umane molto vistose e anche potenti ma che non hanno in sé un fattore di sviluppo consistente e duraturo.

martedì 2 giugno 2015

Commento al Vangelo della Domenica del Corpus Domini; 7 giugno 2015




Pane nuovo e vino nuovo


   TESTO  ( Mc 14,12-16; 22-25)

12 Il primo giorno degli Azzimi, quando si sacrificava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?» 13 Egli mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate in città, e vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua; seguitelo; 14 dove entrerà, dite al padrone di casa: "Il Maestro dice: 'Dov'è la stanza in cui mangerò la Pasqua con i miei discepoli?'". 15 Egli vi mostrerà di sopra una grande sala ammobiliata e pronta; lì apparecchiate per noi». 16 I discepoli andarono, giunsero nella città e trovarono come egli aveva detto loro; e prepararono per la Pasqua. […] 22 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo». 23 Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. 24 Poi Gesù disse: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti. 25 In verità vi dico che non berrò più del frutto della vigna fino al giorno che lo berrò nuovo nel regno di Dio».


Commento 

Il sangue del patto è sparso per molti, i tutti che sono veramente molti e sono chiamati ad entrarvi fino a quando Gesù non berrà nuovo il frutto della vigna. Dal momento dell’ultima cena veramente Gesù non berrà più vino, tranne forse quel goccio di aceto offertogli sulla croce. Il vino che Gesù ci dona è il vino nuovo, è il vino della gioia delle nozze: non a caso la sala del cenacolo è situata al primo piano perché è al primo piano dove normalmente si trovava la stanza matrimoniale.

 Il vino di Gesù, simbolo reale del suo sangue , quindi della sua vita, è anche simbolo della gioia; è un vino che sgorga sempre nuovo, anche dall’acqua   come alle nozze di Cana quando Gesù cambiò l’acqua in vino salvando la buona riuscita della festa. Il segno che Gesù offre ai due discepoli per scegliere la sala per la cena pasquale è di fatto un uomo che porta una brocca d’acqua, forse perché anche in questo caso Gesù deve trasformare un vecchio rito che ormai non poteva più dar sapore alla fede degli uomini in un rito nuovo, quello dell’offerta del suo vero corpo e del suo vero sangue. 

Questo rito troverà la sua conferma storica nell’evento della croce. Gesù ritualizza la sua morte apportatrice di salvezza perché la ripetizione di quel rito ci permetta di tornare ogni volta ai piedi della croce. Ogni volta egli ci da il suo corpo e il suo sangue, cioè la sua vita per la nostra salvezza, e nella sua morte c’è spazio anche per la nostra goccia d’aceto. Quell’aceto offerto a Gesù poco prima di morire è anche’esso  frutto della vigna ma è un vino deteriorato, un vino passato, un vino vecchio, un vino che doveva dar gioia ma che ormai è solo acido. Anche noi chiamati ad offrire le nostre amarezze, a porgere a Gesù tutte le nostre speranze, illusioni, sogni, aspettative di gioia sfumati e divenuti acidi. Lui berrà nuovo il frutto della vigna con tutti noi, quando il mondo sarà rinnovato, le nostre vite rinate, le nostre sofferenze trasformate in gioia perenne, i nostri sepolcri spalancati alla vita, e i nostri cuori rinati al sorriso della vita eterna.

 Gesù in un pezzo di pane e un calice di vino stabilisce un nuovo patto con l’umanità: il nostro aceto in cambio del suo vino nuovo, le nostre delusioni in cambio della sua speranza che non delude, la nostra vita vecchia in cambio della sua vita nuova, eterna .

lunedì 25 maggio 2015

Commento al Vangelo della Domenica della SS. Trinità; 31 maggio 2015




Lo chiamavano Trinità



TESTO ( Mt 28, 16-20 )

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

COMMENTO

Dopo il tempo pasquale culminato Domenica scorsa nella solennità di Pentecoste, riatterriamo oggi nel ciclo delle Domeniche del tempo ordinario. Lo facciamo con due grandi feste, quella della Santissima Trinità oggi, e quella del Corpo e Sangue del Signore, Domenica prossima.

La Santissima Trinità. La parola Trinità non è mai pronunciata da Gesù, o quanto meno gli evangelisti non lo raccontano, ma Gesù parla più volte esplicitamente di un rapporto intimo e profondo tra lui e il Padre (ricordate: “io e il Padre siamo una cosa sola” Gv 10,30) tra lui e lo Spirito Santo, chiamato anche il Consolatore o spirito paràclito (ricordate: “quando me ne sarò andato vi manderò il consolatore … prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 6,7-14).
Negli ultimi versetti del vangelo di Matteo appena ascoltati che costituiscono il grande mandato missionario, Gesù affida un pressante mandato ai suoi undici apostoli: battezzare, immergere tutti i popoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il fine della venuta e della presenza del Figlio di Dio in mezzo a noi uomini si chiarisce e si sintetizza dunque nell'obiettivo di far condividere agli uomini la realtà divina della stessa comunione trinitaria la cui porta d’accesso è l’umanità di Cristo stesso, ora presente nel corpo ecclesiale. 

Il prossimo anno giubilare ce lo ricorderà: Gesù è il volto della eterna misericordia del Padre; Egli ci salva per mezzo della sua umanità offerta in sacrificio per noi e attualmente per mezzo dei segni sacramentali, anzitutto il Battesimo, che ne sono il prolungamento storico fino al giorno del suo ritorno. 

La Trinità stessa è un mistero d’amore, di comunione divina tra tre persone divine, ai quali i discepoli tenteranno di introdurre tutte le nazioni, certamente nell'atto cultuale di un rito battesimale, ma anzitutto testimoniando e insegnando a vivere il comandamento dell’amore , di una vita donata, al limite fino alla croce. Ecco perché quando ci facciamo il segno di croce, noi invochiamo la santissima Trinità: perché Dio unica essenza di amore che è la comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo si manifesta con la massima evidenza nella croce del Figlio Gesù. 

martedì 19 maggio 2015

Commento al Vangelo della Domenica di Pentecoste; 24 maggio 2015



Ciò che orecchio non può udire e occhio non può vedere



TESTO  ( Gv  15,26-27; 16,12-15 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

COMMENTO
Il nostro carissimo Papa Francesco ultimamente ci sta ricordando la virtù della “parresia” cioè della franchezza, del saper parlare apertamente e sinceramente. Come molte altre,  anche questa virtù è stata vissuta in pienezza da Gesù di Nazaret, non è da dubitarne,  che è costretto però a rimandare all’azione dello Spirito Santo il completamento delle molte altre cose che vorrebbe dire, perché i suoi discepoli non potrebbero comprenderle, non essendo “capaci di portarne il peso”. 

C’è un limite oggettivo nell’intelligenza e nell’anima umana e la conseguente necessità  che la rivelazione del messaggio di salvezza avvenga gradualmente, strada facendo, secondo la capacità di intenderlo. In un altro passo già Gesù aveva  giustificato il permesso di Mosè di dar l’atto di ripudio alla propria moglie “a causa della durezza del cuore” ( cfr Mt 19, 3-9 ) richiamando a ciò che era in principio nell’iniziale e felice condizione dell’uomo, in piena armonia con Dio: piena armonia alla quale lo Spirito ci vuole ricondurre dandoci un cuore di carne, e togliendo da noi il cuore di pietra, indurito dall’oblio degli insegnamenti del Signore.

Un secondo aspetto. Il centro della nostra fede, il volto della misericordia di Dio Padre, è sempre la persona di Gesù, via , verità e vita ma è così: ci sono cose che devono essere comprese con il cuore, nel profondo dell’anima, tramite ispirazione interiore e non sarebbero altresì sufficienti i nostri sensi comuni, la vista , il tatto o l’udito per maturare convinzioni radicate che conducano a scelte forti, definitive e costose in termini di rischi personali. Se ci pensiamo bene le scelte più importanti della nostra vita nascono proprio da convinzioni interiori, da sensazioni che elaboriamo nel sacrario interiore della nostra persona che è la coscienza. Ed è proprio qui che lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio ci parla, con le stesse parole del figlio Gesù, con lo stesso amore di Dio Padre.

Ci verrebbe pensato che Gesù aveva tutto il tempo per istruire bene, accuratamente i suoi  discepoli, ma la comprensione per via sensoriale necessariamente dovrà essere completata da una comprensione per via spirituale. Di questo si incaricherà lo Spirito Santo che prenderà ciò che è del Padre e del Figlio stesso Gesù e lo comunicherà a tutti gli uomini di buona volontà che con cuore aperto e puro si disporranno alla ricerca della verità e del bene. 

domenica 17 maggio 2015

Il 17 maggio, il papa Francesco ha canonizzato la prima santa carmelitana del medio Oriente, suor Maria di Gesù Crocifisso, chiamata Maryam di Betlemme, “la piccola araba”.



(Dal libro  “Maryam di Betlemme, la piccola araba” di Suor Emmanuel)


Ecco alcune delle parole che lei diceva alle sue consorelle:  
…“L’anima umile diventa luce; vive nella verità; giunge fino a Dio, e Dio si abbassa fino a lei. L’umiltà le traccia una strada per arrivare alle altre virtù. L’orgoglioso è come il seme di frumento gettato nell’acqua: si gonfia, ingrassa. Esponete questo seme al sole, al fuoco: esso secca, si brucia. L’umile invece è come il seme gettato in terra: scende, si nasconde, sparisce, muore, ma è per rinverdire in cielo.

…“ Quando si colgono le olive, lo si fa con la più grossa cura possibile; si raccolgono tutte le olive che cadono a terra, per estrarne l’olio. Cercate dappertutto con cura le occasioni di praticare l’umiltà. L’olio dà luce; l’umiltà ha la luce di Dio; fa vedere Dio.”

…”Considerate le api, volteggiano di fiore in fiore ed entrano poi nell’alveare per comporre il miele. Imitatele, cogliete dappertutto il succo dell’umiltà. Il miele è dolce; l’umiltà ha il gusto di Dio, fa gustare Dio. Lavorate ogni giorno per acquisire l’umiltà”

…” Solo l’amore  è in grado di riempire il cuore dell’uomo. Il giusto, con l’amore ed una manciata di terra è appagato. Ma il malvagio, che possiede tutti i piaceri, gli onori, le ricchezze, è sempre affamato, sempre assetato. Non è mai appagato.”

…”Osservate il verme della terra: man mano che si inoltra nella terra, aumenta la sua protezione. Invece se esso si mostra, si fa vedere, viene schiacciato. Il verme, quando viene la neve, il ghiaccio, la terra per lui è il suo calore. Quando c’è il sole, la terra diventa la sua freschezza. Capite che l’umiltà non fa nulla ed è contenta di tutto. Possiede la pace in questo mondo e la gioia nell’altro.”
…”Riflettete bene a questo:” oggi sulla terra, domani sotto terra!”

…”Piccoli agnelli, amate colui che vi dà degli schiaffi e non colui che vi dà dei baci. Se ti difendi quanto ricevi degli schiaffi, perderai tutto; ma se abbracci colui che ti colpisce, Dio ti difenderà”

…” Il Signore non ci rimprovera perché abbiamo peccato, ma di non esserci umiliati”
…”Non osservate mai né gli errori né i difetti delle sorelle. Tenetevi le cose più difficili da fare, le più penose, per sollevare le sorelle. Pensate sempre bene degli altri, scusateli. Se vedete una sorella versare dell’olio, pensate che lei sia perduta in Dio, prendete uno straccio e pulite la macchia”

…”Abbiate grande cura di mantenere la tranquillità del cuore, perché satana pesca nelle acque torbide”
…”Siate molto caritatevoli. Quando uno dei tuoi occhi vede il male, chiudilo e apri l’altro! Cambia tutto in bene!”
…”Senza Maria Santissima , saremmo perduti. Il nemico fa  attacchi dappertutto. Maria ci difende meglio della migliore delle madri”
…”Quando Gesù guarda i suoi eletti, il Suo sguardo fonde il cuore. Oh, quello sguardo!”