giovedì 29 maggio 2025

Scomparso ma non assente

 

 Commento al vangelo della Solennità dell’Ascensione - 1 giugno 2025


 Dal Vangelo secondo Luca (24,46-53)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

Commento

 'Poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio’: Il vangelo di Luca si chiude con delle parole che descrivono la gioia della comunità apostolica, nonostante la scomparsa dai loro occhi del loro maestro Gesù. I quaranta giorni in cui lo hanno visto risorto, che nella narrazione di Luca sembrano essere in realtà un unico giorno, hanno confermato nel loro cuore che Gesù era veramente risorto, accreditando così la pretesa di questo di essere il Figlio di Dio, l’unico in grado di sconfiggere la morte, e quindi di essere il salvatore degli uomini.
Questo tempo pasquale, e le varie liturgie che la Chiesa ha celebrato, dovrebbero aver rafforzato anche nei cristiani di oggi la certezza che tutto ciò sia veramente avvenuto nella persona di Gesù.
Eppure l’evento dell’Ascensione aggiunge un dettaglio importante: se con le sue apparizioni dopo la morte, il Cristo manifesta la sua gloria in un contesto umano, con l’Ascensione la sua gloria assume una pienezza anche divina, ed è in tale pienezza e da tale pienezza che egli può rivestire di potenza dall’Alto i suoi discepoli, donando lo Spirito Santo; ma di questo parleremo domenica prossima, solennità di Pentecoste.
 In definitiva con l’incarnazione il Figlio di Dio è entrato nell’umanità; ora con l’Ascensione è l’umanità (quella di Cristo anzitutto) che entra nel cuore di Dio. Nulla di umano è più estraneo a Dio. Abbiamo la certezza che non ci sia più nemmeno un minimo palpito del cuore di un qualsiasi uomo di una qualsiasi epoca che sfugga alla conoscenza, per esperienza diretta, di Dio stesso.


sabato 24 maggio 2025

Il noi di Dio

 

Commento al vangelo della VI domenica di Pasqua, anno C – 25 maggio 2025


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (14,23-29)

 In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».


Commento

 Se noi amassimo Gesù dovremmo e potremmo anche noi rallegrarci del fatto che egli non è più presente in mezzo a noi in carne e ossa. Perché di fatto, tornato nella gloria del Padre dopo la sua resurrezione, egli è ancora più presente a noi uomini, di quanto lo fosse fisicamente in quel tempo.
I discepoli avevano un’esperienza frontale del loro maestro, appunto come di una persona davanti a loro, ma noi ora, soprattutto i battezzati nel suo spirito, ne abbiamo un’esperienza intima e interiore. Nel nome di Cristo, grazie cioè alla persona e nella persona di Cristo, Dio padre ci ha donato lo Spirito Santo, che è esattamente la comunione fatta-persona dei due.
In una sua catechesi Papa Francesco disse che lo Spirito Santo non è solamente la terza persona della Trinità, ma potrebbe essere anche definita la prima persona al plurale della Trinità. Aggiungo io che lo Spirito Santo è paraclito, cioè consolatore, perché ci dona il “noi” di Dio, il suo essere comunione.
In un contesto sociale come quello attuale dove il male emergente sembra essere sempre più la solitudine, la presenza interiore di Gesù grazie al suo Spirito che egli ci ha mandato dal seno del Padre, è veramente una bella notizia.
La pace che ci dona Gesù, per tale ragione, non è assolutamente paragonabile alla pace concepita da chi vuole eliminare il nemico. La pace frutto della divina comunione, Dio stesso, prende dimora nell’uomo che osserva la legge dell’amore e del dono, che non cerca l’eliminazione del nemico, ma che cerca tutte le vie perché il nemico diventi amico.


giovedì 15 maggio 2025

“Sparire perché rimanga Gesù”

 

 Commento al vangelo della V domenica di Pasqua, anno C – 18 maggio 2025


Dal Vangelo secondo Giovanni (13,31-35)

 Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».


Commento

 Quando Gesù parla del figlio dell’uomo parla sempre di se stesso. La piena coscienza di Gesù del tradimento di Giuda che si è appena allontanato dal cenacolo, rende manifesta da subito, la totale disponibilità di Gesù a fare della propria vita un dono: un dono al Padre per il bene e la salvezza degli uomini. La gloria che si manifesta in lui non è una gloria individuale, un titolo di merito assolutamente personale, ma al contrario è la manifestazione di un amore di un altro, quello di Dio padre che si rende presente in lui. Per tale ragione anche Dio padre è glorificato e manifestato in lui.
Secondo il pensare comune degli uomini una persona riceve gloria quando emerge dalla massa per aver compiuto un’impresa straordinaria, per aver dimostrato di valere più degli altri su qualche aspetto della vita. Dalla parole e dagli insegnamenti del Signore invece veniamo a capire che il più grande merito di Gesù è stato quello di aver compiuto fino alla fine la volontà del Padre: accogliere il suo amore e renderglielo attraverso l’amore agli uomini. L’amore richiede anzitutto una grande umiltà, mettere da parte il proprio “io” per fare spazio all’altro.
La vera gloria dell’uomo, di conseguenza, non potrà che avere lo stesso timbro: quello della spoliazione del proprio vanto personale, della ricerca della gloria personale, per far spazio all’amore infinito di Dio. Se i discepoli sapranno amarsi, se nelle loro relazioni interpersonali sapranno mettere al primo posto il fratello, avranno dimostrato e mostrato nel miglior modo possibile che al centro del loro cuore c’è la presenza dell’inesauribile fonte dell’amore che è Dio. Anche il neo eletto Papa Leone ci ha ricordato che al discepolo del Signore occorre “sparire” per far posto a Gesù.
 


venerdì 9 maggio 2025

Per Cristo al Padre

  

Commento al vangelo della IV domenica di Pasqua, anno C – 11 maggio 2025


 Dal Vangelo secondo Giovanni (10,27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
 

Commento

Da poche ore è stato eletto il nuovo vescovo di Roma, che presiede alla comunione di tutta la Chiesa cattolica. Sappiamo fin d’ora che la forza dello Spirito lo assisterà per accompagnare tutti gli uomini a Cristo, o meglio per far sì che essi non si sottraggono alla sua custodia amorosa. Nessuna forza esterna può strapparci da essa, solo il nostro libero rifiuto. Ma egli è il pastore del gregge dell’umanità nel quale Dio stesso si è immedesimato e reso presente in mezzo a noi: da qui la scandalosa affermazione di Gesù, ‘Io e il Padre siamo una cosa sola’, che farà decidere definitivamente i capi dei giudei per la sua condanna; Lui, il Dio fatto uomo, accusato di essere un uomo che si fa Dio!
Gesù è l’unico uomo che permette l’accesso al cuore stesso di Dio Padre. Nessuno, lo ripetiamo, potrà strapparci dalle mani di Cristo perché di lui, e solo di Lui, Dio si è compiaciuto. Cristo è il divino pastore che accompagna ai pascoli della vita eterna, della vita senza fine. Ogni altra mediazione umana deve portare a Cristo, ad inserirsi nel suo corpo spirituale che è la Chiesa, appunto, i cui confini non è detto coincidano sempre e necessariamente con i suoi segni visibili.
Se può essere utile un esempio, immaginiamo di essere in un’isola in cui ci sia un unico aeroporto. Esso è l’unico luogo adatto a farci decollare verso il ‘Cielo’ e portarci in un'altra terra, ma tutti i mezzi di trasporto potranno essere utili e buoni per raggiungere questo luogo. Vale a dire: Gesù è l’unico aeroporto, l’unica mediazione per il Cielo, ma tutte le mediazioni umane saranno buone e belle nella misura in cui ci additeranno e ci condurranno all’ascolto della sua Parola, all’accoglienza della sua Grazia, alla totale fiducia nel suo amore che salva.

sabato 3 maggio 2025

Vuoti a rendere

 

 Commento al vangelo della III domenica di Pasqua, anno C – 4 maggio 2025

 
                                                              
Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve): Gv 21,1-14

In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

 

Commento

 Pietro, il pescatore che doveva diventare nella parola di Gesù il “pescatore di uomini” (cf Mc 1,17) è tornato alla pesca tradizionale. I pesci. Tutto sembra essere rientrato nell'ordinarietà, ma non possiamo pensare che il cuore dei discepoli non custodisca profondamente la memoria di quegli anni intensi, di incontri, di parole ricevute dal maestro, di segni eclatanti, fino a quelle due apparizioni avvenute dopo la passione e morte, di cui abbiamo ascoltato domenica scorsa. Impossibile! La brace sotto la cenere non è ancora spenta, cioè: la speranza di una novità assoluta nell’apparente ritorno alla vita ordinaria è più che mai viva. Anche nel cuore di ogni uomo non si spegne mai quell’insopprimibile domanda di felicità, quella certezza più intuita che dimostrata che da qualche parte esista il senso tanto ricercato della propria esistenza.
La domanda di Gesù “Figlioli, non avete nulla da mangiare?” vuole condurre quei discepoli a constatare la loro povertà, il loro vuoto, ma per preparare i loro cuori all’enorme stupore che seguirà alla pesca sulla forza della sua parola.
Bisognerebbe accettare le proprie sconfitte per vincere le battaglie decisive; saper riconoscere che le nostre ricerche di basso profilo di vita, di bellezza, di gioia non stanno conducendo a niente. Gesù accetta la passione, fa la sua pasqua e entra con la sua umanità nella gloria del Padre. Anche noi uomini, sulla barca di Pietro e i suoi discepoli – cioè la Chiesa – possiamo fare Pasqua, cioè ripartire dal riconoscimento che non abbiamo nulla di veramente nutriente per la nostra vita, e trovare nella parola viva di Gesù vivo la svolta per una pesca abbondante.

giovedì 24 aprile 2025

Una beatitudine per tutti

 

 Commento al vangelo della II domenica di Pasqua – 27 aprile 2025

 


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Commento

 C’è una beatitudine, nonostante tutto, per l’apostolo Tommaso, passato alla storia per essere stato il credente che ha bisogno di toccare: egli tocca e vede Gesù vivo con i segni della passione nel suo corpo, ma fa comunque un atto di fede nel credere di trovarsi di fronte al suo Signore e suo Dio, non un semplice uomo.
E c’è una beatitudine per noi uomini di oggi, che non abbiamo visto e (forse) abbiamo creduto. L’evangelista Giovanni opportunamente ci informa che tutto quello che di Gesù è stato scritto nel suo vangelo è una selezione tra tanti segni che egli fece “in presenza dei suoi discepoli”, perché possiamo credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. La nostra fede nasce quindi dall’ascolto delle testimonianze di coloro che hanno fatto un’esperienza diretta del Signore Gesù, dall’inizio della sua vita pubblica fino alle apparizioni dopo la resurrezione, passando per il calvario della passione; ma nasce anche dalla testimonianza di vita di coloro che professano la fede in Cristo Signore.
Quante volte dobbiamo constatare la verità di quanto disse Paolo VI nel 1975: «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN, 41). Anche in questo caso si fa l’esperienza di un’umanità, con i suoi limiti e difetti, eppure tramite quella si fa esperienza della di un’altra umanità, quella di Cristo Signore, che aveva preannunciato di immedesimarsi in coloro che in suo nome avrebbero annunciato le sue parole di misericordia: “Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (Gv 13,20).


giovedì 17 aprile 2025

Oltre la morte

 

 Commento al vangelo della Veglia di Pasqua – 20 aprile 2025


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Abbiamo ascoltato un racconto che parla di resurrezione , della resurrezione di Cristo in  particolare , ma la parola che ricorre più frequentemente in questi pochi versetti del vangelo di Giovanni è:‘sepolcro’.
Coloro che fanno esperienza del sepolcro sono gli stessi che per primi fanno esperienza della resurrezione del Signore. Maria Maddalena addirittura sarà la prima a vedere Gesù risorto perché ha avuto il merito di ‘sostare’ presso il sepolcro, di non fuggire il dramma ma al contrario di custodire sotto quelle lacrime la speranza di non aver perso definitivamente il suo Maestro.
Pietro e Giovanni corrono, ma per arrivare alla fede devono comunque ‘entrare’ dento la tomba e completare la loro esperienza della morte di Gesù.
Tutto questo è emblematico della realtà della vita nella quale se non si ha il coraggio di accettarne i limiti e il termine finale della morte, si potrà solo evitare il pensiero di questa, ritardarla il più possibile, o addirittura anticiparla pensando in questo mondo di dominarla. L’uomo da solo, facendo forza solo sulle sue risorse biologiche e naturali cerca appunto di esorcizzare la morte ma non la può oltrepassare. Gesù invece la attraversa, e non per ritornare alla vita precedente – come fu nel caso di Lazzaro che uscì si dal sepolcro ma per riacquistare una vita sempre connotata dalla temporalità e dalla fragilità – ma per passare ad una pienezza nuova, definitiva, ed eterna. Non solo: Gesù aprì questo varco per tutti gli uomini che hanno creduto e credono nel suo nome e che in questo nome fanno già esperienza dell’uomo nuovo rigenerato in Lui.
In questo tempo di Pasqua che ci accompagnerà fino alla festa di Pentecoste (8 giugno), faremo bene ad accogliere l’abbondante parola della liturgia che ci invita a vivere - già al presente - da uomini risorti, nello Spirito di Cristo, nell’attesa che il nostro uomo interiore che “si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16) giunga al suo splendore finale.