giovedì 24 aprile 2025

Una beatitudine per tutti

 

 Commento al vangelo della II domenica di Pasqua – 27 aprile 2025

 


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Commento

 C’è una beatitudine, nonostante tutto, per l’apostolo Tommaso, passato alla storia per essere stato il credente che ha bisogno di toccare: egli tocca e vede Gesù vivo con i segni della passione nel suo corpo, ma fa comunque un atto di fede nel credere di trovarsi di fronte al suo Signore e suo Dio, non un semplice uomo.
E c’è una beatitudine per noi uomini di oggi, che non abbiamo visto e (forse) abbiamo creduto. L’evangelista Giovanni opportunamente ci informa che tutto quello che di Gesù è stato scritto nel suo vangelo è una selezione tra tanti segni che egli fece “in presenza dei suoi discepoli”, perché possiamo credere che “Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”. La nostra fede nasce quindi dall’ascolto delle testimonianze di coloro che hanno fatto un’esperienza diretta del Signore Gesù, dall’inizio della sua vita pubblica fino alle apparizioni dopo la resurrezione, passando per il calvario della passione; ma nasce anche dalla testimonianza di vita di coloro che professano la fede in Cristo Signore.
Quante volte dobbiamo constatare la verità di quanto disse Paolo VI nel 1975: «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (EN, 41). Anche in questo caso si fa l’esperienza di un’umanità, con i suoi limiti e difetti, eppure tramite quella si fa esperienza della di un’altra umanità, quella di Cristo Signore, che aveva preannunciato di immedesimarsi in coloro che in suo nome avrebbero annunciato le sue parole di misericordia: “Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato” (Gv 13,20).


giovedì 17 aprile 2025

Oltre la morte

 

 Commento al vangelo della Veglia di Pasqua – 20 aprile 2025


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


Commento

 Abbiamo ascoltato un racconto che parla di resurrezione , della resurrezione di Cristo in  particolare , ma la parola che ricorre più frequentemente in questi pochi versetti del vangelo di Giovanni è:‘sepolcro’.
Coloro che fanno esperienza del sepolcro sono gli stessi che per primi fanno esperienza della resurrezione del Signore. Maria Maddalena addirittura sarà la prima a vedere Gesù risorto perché ha avuto il merito di ‘sostare’ presso il sepolcro, di non fuggire il dramma ma al contrario di custodire sotto quelle lacrime la speranza di non aver perso definitivamente il suo Maestro.
Pietro e Giovanni corrono, ma per arrivare alla fede devono comunque ‘entrare’ dento la tomba e completare la loro esperienza della morte di Gesù.
Tutto questo è emblematico della realtà della vita nella quale se non si ha il coraggio di accettarne i limiti e il termine finale della morte, si potrà solo evitare il pensiero di questa, ritardarla il più possibile, o addirittura anticiparla pensando in questo mondo di dominarla. L’uomo da solo, facendo forza solo sulle sue risorse biologiche e naturali cerca appunto di esorcizzare la morte ma non la può oltrepassare. Gesù invece la attraversa, e non per ritornare alla vita precedente – come fu nel caso di Lazzaro che uscì si dal sepolcro ma per riacquistare una vita sempre connotata dalla temporalità e dalla fragilità – ma per passare ad una pienezza nuova, definitiva, ed eterna. Non solo: Gesù aprì questo varco per tutti gli uomini che hanno creduto e credono nel suo nome e che in questo nome fanno già esperienza dell’uomo nuovo rigenerato in Lui.
In questo tempo di Pasqua che ci accompagnerà fino alla festa di Pentecoste (8 giugno), faremo bene ad accogliere l’abbondante parola della liturgia che ci invita a vivere - già al presente - da uomini risorti, nello Spirito di Cristo, nell’attesa che il nostro uomo interiore che “si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16) giunga al suo splendore finale.


sabato 12 aprile 2025

Ci ha amato fino alla fine

 

 Commento al vangelo della domenica delle Palme, anno C – 13 aprile 2027


+ Dal Vangelo secondo Luca (19,28-40)

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

Commento

 La cronaca di questi ultimi mesi ci obbliga ad assistere a scenari di guerra molto vicini a noi. Le guerre, forse, finché durerà questo mondo non finiranno mai, ma almeno abbiamo la certezza che la misericordia di Dio e la sua compassione per noi uomini avranno durata sempre maggiore, fino all’eternità. Nella domenica attuale, detta delle Palme, noi contempliamo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e ascolteremo, come il venerdì santo, la lunga narrazione della passione di Cristo. 

Nel gergo militare si dice che un territorio può dirsi occupato quando il suolo è calpestato dai piedi dei soldati (boots on the ground). Noi cristiani possiamo e dobbiamo dire che Dio certamente dall’eternità è amore misericordioso, ma è nella persona di Gesù che si è definitivamente rivelato con un volto umano, e con Gesù e in Gesù ha messo “piede” definitivamente nel cuore dell’uomo, nel senso che ci ha dato la possibilità di amare con il suo stesso cuore, e di sconfiggere per sempre l’odio. Più di ogni altra mia parola, mi voglio far forte delle parole di Papa Francesco scritte al paragrafo 203 della sua ultima enciclica “Dilexit nos”:
Egli ci permette di amare come Lui ha amato e così Egli stesso ama e serve attraverso di noi. Se da un lato sembra rimpicciolirsi, annientarsi, perché ha voluto mostrare il suo amore mediante i nostri gesti, dall’altro, nelle più semplici opere di misericordia, il suo Cuore viene glorificato e manifesta tutta la sua grandezza. Un cuore umano che fa spazio all’amore di Cristo attraverso la fiducia totale e gli permette di espandersi nella propria vita con il suo fuoco, diventa capace di amare gli altri come [ha fatto] Cristo, facendosi piccolo e vicino a tutti. (fine citazione).

La novità totale che la Passione di Cristo ci rivela è proprio questa: Gesù ci ama non solo con un cuore divino, ma anche con un cuore umano che stabilmente bussa e chiede il permesso di dargli spazio nella nostra esistenza.

domenica 6 aprile 2025

La Misericordia e la misera

 

 Commento al vangelo della V domenica di quaresima, anno C – 6 aprile 2025


+ Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Commento

     Gesù nel vangelo ha detto che “la verità vi renderà liberi” (Gv 8,32) e in un altro passo: “Io sono la via, la verità, la vita”. La verità rivelata da Gesù è la misericordia di Dio, la amorevolezza di un Padre che  - come ascoltavamo domenica scorsa – attende sempre il ritorno a casa di un figlio.
Ma la verità divina manifestata da Gesù (purtroppo) può essere usata da chi non ha un cuore toccato dall’amore di Dio, come pietre da scagliare contro chi sbaglia. La legge di Dio , di per sé giusta, scritta su tavole di pietra per Mosé e per gli altri israeliti, può diventare pietre da scagliare contro chi sbaglia, pietre per lapidare la fragilità del fratello. In questo tempo quaresimale ripetiamo spesso un’antifona liturgica che dice: “Io sono il vivente , dice il Signore, non voglio la morte del peccatore ma che si converta e viva”. Di fronte alla donna adultera ( e intanto mi domando dove era finito l’uomo adultero ! ) Gesù non smentisce la tradizione dei padri ma invita a fare un passo decisivo in avanti, o se volete, in profondità: l’applicazione della misericordia verso chi sbaglia. Al colmo della giustizia, e al fondamento di essa non può che esserci la misericordia, cioè un cuore attento alla miseria umana. Anche gli antichi romani (insigni giuristi) l’avevano capito e dicevano “Summum ius, summa iniuria”, cioè: al colmo della giustizia c’è la massima ingiustizia. Se restiamo sul piano umano, e cerchiamo di spaccare il capello, come si suol dire, per applicare inflessibilmente la legge, faremo disastri. Il Signore ci riveli le vie del suo cuore che unisce in modo mirabile giustizia e misericordia.


giovedì 27 marzo 2025

Il padre prodigo di misericordia

 

 Commento al vangelo della IV domenica di Quaresima, anno C – 30 marzo 2025



+ Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».



Commento

Ci troviamo di fronte ad uno dei capolavori delle narrazioni di Gesù di Nazaret, forse la parabola più citata, con quell’immagine del “figlio prodigo” sulla via del ritorno che viene spesso ripresa per descrivere drammatiche situazioni di ripensamenti e di marce indietro della vita.
Ultimamente è stata ribattezzata: la parabola del padre misericordioso, spostando così l’attenzione sull’atteggiamento di colui che, secondo l’intenzione di Gesù, rappresenta il modo di agire di Dio Padre. Ma potremmo anche definirla la parabola del “padre prodigo di misericordia”.
C’è, infatti, un padre generosissimo, ben più prodigo del suo proverbiale figlio che lo sollecita a dargli la parte che gli spetta; e benché ancora vivo egli addirittura divide tutto i suoi averi tra i due fratelli, come a dire che mette tutta la sua vita nelle loro mani. Ma il piccolo di casa ha ormai il cuore sordo a qualsiasi gesto di delicatezza, perché si sente schiavo, si sente privo di vita, come se il padre non gliela avesse ancora donata del tutto. Egli è l’immagine delle tante persone che vivono la relazione con Dio in modo servile, oppressivo, come se questi fosse geloso della nostra felicità.
Il figlio grande, saltando all’altro estremo del racconto, è poco meglio, o se volete poco peggio del fratello. Egli invece è l’immagine di chi vive la relazione con Dio come se questo fosse un datore di lavoro: ‘faccio quello che mi comanda, ma dopo mi deve dare la paga’, altrimenti scatta la rivendicazione sindacale. Una vita obbediente, ma senza cuore, senza mai sentirsi veramente a casa propria.
A questo punto ci domandiamo: dove sta il figlio che sa vivere da figlio, Secondo il cuore di Dio? Ecco: è proprio colui che sta raccontando la parabola. Gesù è il figlio vero, quello che nella casa di suo padre non si sente né schiavo né commerciante, ma semplicemente figlio. Gesù in effetti è la manifestazione, la rivelazione, o se volete l’incarnazione di quell’amore totale di Dio padre che dona tutto se stesso purché i suoi figli abbiano vita e l’abbiano in abbondanza; anche a costo di correre il rischio di vedere sprecati i suoi doni. Ma a lui va bene così, purché ai figli non venga risparmiato neanche una minima frazione del suo amore, e perché la sua misericordia, comunque, è di una abbondanza inesauribile. A questo punto sta a noi decidere dove abitare, e quale modello seguire nella relazione con Dio: schiavo, commerciante o figlio?


venerdì 21 marzo 2025

Grazie e dis-grazie

 

Commento al vangelo della III domenica di Quaresima/C – 23 marzo 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


Commento

 Sarà forse una coincidenza, ma nella giornata di oggi è già il terzo decesso che mi viene comunicato. Si muore, questa è una evidenza; ma ce ne è una ancora peggiore di quella che sperimentiamo biologicamente, ed è la seconda morte, quella di cui parla l’Apocalisse alla fine del testo (capitolo 20,14): “… lo stagno di fuoco”, con l’aggravante dell’eternità. 

Allora Gesù provocatoriamente conduce i suoi interlocutori a non fermare l’attenzione alla vicende terrene, benché a volte possano essere costellate di eventi tragici e molto dolorosi. Quei galilei che subirono l’offesa sacrilega del proprio sangue mescolato a quello dei sacrifici, o quei poveri gerosolimitani che morirono schiacciati dal crollo di una torre non hanno subito una punizione divina, perché non in questa epoca del mondo avviene il giudizio sull’uomo da parte di Dio, ma alla fine di tutto, quando il Signore tornerà a giudicare i vivi e i morti. Di questo bisogna invece preoccuparsi perché, se non accoglieremo la grazia della misericordia di Dio, se non ci convertiamo, periremo allo stesso modo di quegli uomini di cui sopra. Anzi, se posso aggiungere, di una morte peggiore proprio perché definitiva.

Cosa possiamo dire allora delle tante disgrazie che vediamo attorno? Ci servano solo di monito per prendere coscienza della brevità e della fragilità della nostra vita, senza cadere nella tentazione di vedervi un castigo divino, cosa purtroppo ancora assai diffusa tra i cristiani del nostro tempo. Quella che noi consideriamo una dis-grazia potrebbe invece trasformarsi in un momento di “grazia”, di verità, di presa di coscienza della propria precarietà e richiamarci a ciò che invece resta per la vita eterna: l’amore di Dio. Cristo Signore è il divino vignaiolo che con pazienza attende che l’albero della nostra vita porti frutti di giustizia e di bontà.
Concludo con una citazione letteraria tratta dalle ultime righe de I Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Egli dice che la sintesi della storia che ha raccontato è che i guai “… la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”.


giovedì 13 marzo 2025

Ascoltatelo!

 

Commento al vangelo della II domenica di Quaresima, anno C – 16 marzo 2025


+ Dal Vangelo secondo Luca (9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Commento

 “Restò Gesù solo”. Al termine di un’esperienza tra lo straordinario e l’incredibile resta solo la presenza di Gesù. Nella sua persona, nelle sue parole, e nella sua promessa di restare sempre con noi, c’è veramente tutto.
Nel racconto dell’Anticristo di Solov’ev c’è un immaginario dialogo tra un nemico della fede e una guida dei cristiani, e a questo viene chiesto: “che cosa vi è più caro nel cristianesimo?” La risposta della guida spirituale non si fa attendere: “Quel che abbiamo di più caro nel cristianesimo è lo stesso Cristo, Lui stesso e tutto quello che da lui proviene, poiché sappiamo che in Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”, (citando la Col 2,9)
La Trasfigurazione, seconda tappa domenicale del cammino quaresimale di ogni anno, ci pone davanti un anticipo dell’umanità gloriosa di Cristo, dopo aver celebrato domenica scorsa, la sua umanità sofferente e in lotta contro lo spirito del male. Quel corpo che per quaranta giorni ha digiunato e ha sopportato la tentazione del diavolo è ora rivestito di gloria sfolgorante, e avvolto da una nube nella quale risuona la voce di Dio padre.
In Gesù la natura umana riporta vittoria contro le seduzioni del male, e in Gesù ogni uomo può vivere un anticipo della gloria futura ed eterna. Il centro di tutta la nostra fede e della nostra speranza di vita eterna rimane sempre e solo Gesù. L’itinerario quaresimale potrebbe essere ispirato dal silenzio dei tre apostoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – che “in quei giorni – ci dice l’evangelista - non riferirono a nessuno ciò che avevano visto”, forse perché quando un’esperienza oltrepassa le soglie dell’umano ha bisogno di essere meditata e rivissuta a lungo nel cuore. La presenza di Cristo Signore è ora definitivamente nella gloria di Dio ma abita anche stabilmente nella sua Chiesa e nella nostra anima e per questo la voce del Padre ora giunge anche a noi, in ogni istante della vita: “questi è il mio figlio, l’eletto: ascoltatelo!”