giovedì 5 settembre 2024

…ma Gesù sta alla porta e bussa

 

 Commento al vangelo della XXIII domenica del TO, anno B – 8 settembre 2024


Dal Vangelo secondo Marco (7,31-37)


In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».


Commento

 Le parole di Gesù al sordomuto dell’episodio di oggi hanno qualcosa di complementare rispetto alle vive raccomandazioni che abbiamo ascoltato domenica scorsa. Ricordate? “Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro.” (Mc 7,15 ss). E Gesù si riferiva al cibo che, quale esso sia,  non può rendere impuro il cuore. Dicevamo piuttosto quanto sia importante vegliare su ciò che accade nel cuore, che è la centrale di comando, la centrale operativa dell’uomo, in cui ognuno è in ascolto della propria coscienza morale.
Se veramente vogliamo che nulla di male esca da esso dovremmo fare in modo che il cuore sia sempre abitato, che non sia mai vuoto, ma che sia abitato anzi dallo spirito del Signore. Questa parola che Gesù rivolge al sordomuto, “Effatà, Apriti!” egli la rivolge in ogni tempo a ciascuno di noi: “apriti alla presenza del Signore!”. Un invito, non certo un comando, al quale possiamo opporre un rifiuto, perché Gesù è venuto per realizzare quanto Dio aveva promesso tramite il profeta Ezechiele (cf. 36,16). “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme”.
Noi non possiamo non amare qualcosa o qualcuno. Anche l’ateo, infondo, ama qualcosa, ha le sue divinità, magari non di carattere trascendente. Allora se nel cuore non accogliamo il Signore, non apriamo la porta al suo spirito, ebbene allora inevitabilmente andremo alla ricerca di qualche falso dio, di qualche palliativo, ma così facendo la nostra sete diventerà sempre più acuta. Proviamo a fare nostra la raccomandazione di san Francesco che nel capitolo XXII della sua prima regola (detta non bollata) così scrive: “Sempre costruiamo in noi una casa e una dimora permanente a Lui, che è il Signore Dio onnipotente…” (RnB, XXII,27; FF 61).


giovedì 29 agosto 2024

2 - 5 - 6 - 3... Solo questione di cuore

 

Commento al vangelo della XXII domenica del TO, anno B – 1 settembre 2024


 Dal Vangelo secondo Marco (7,1-8.14-15.21-23)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
‘Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini’.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
 

Commento

 Oggi diamo i numeri: 2-5-6-3. Questo è il numero del CCC dove si descrive in maniera molto sintetica – sottolineiamo: molto – cosa è il cuore: e cioè, si dice, “…il cuore è il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte”.
Vi faccio notare la premura di Gesù “Chiamata di nuovo la folla, ( e di solito è il contrario ) diceva loro: ‘Ascoltatemi, comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”.
Allora bisognerà fare attenzione a come formuliamo le nostre decisioni, da chi ci lasciamo consigliare e suggestionare. E qui, si, bisogna stare attenti a ciò che entra dal di fuori, i cattivi pensieri che lasciamo entrare nel nostro cuore. Occorre tanta vigilanza, e come dice Papa Francesco, bisognerà interrogare i pensieri che vagano nella mente: “Ma tu vieni da Dio, o vieni dal nemico” E se la coscienza ci dovesse ispirare, subito o più facilmente alla fine della giornata, che un’ispirazione non viene da Dio, con fermezza occorrerà dirgli: “fuori di casa, pensiero birichino, non ti ho dato il permesso di entrare!”
E per il resto la scelta del cibo da mangiare non sia frutto di preoccupazioni rituali ma soprattutto del grave obbligo di coscienza di condividerlo con chi non ne ha o fa tanta più fatica di noi a procurarselo.


domenica 18 agosto 2024

La carne non giova a nulla

 

Commento al vangelo della XXI domenica del TO, anno B – 25 agosto 2024


Dal vangelo di Giovanni (6,60-69)

 In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Commento

 “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita.” (Gv 6,63). Qui capiamo ancora meglio perché occorra nutrirsi della carne di Gesù, della santa eucaristia, per avere la vita eterna: non si tratta di una carne semplicemente umana, ma di una carne trasfigurata, divinizzata dallo Spirito di Dio che l’ha intessuta nel grembo della Vergine Maria, e sulla quale Dio Padre ha messo la sua compiacenza, o – come Gesù stesso ha detto pochi istanti prima – ha messo il suo sigillo (cf Gv 6,27) .
La carne di per sé non giova a nulla, ma quell’umanità di Gesù è la carne assunta dal Figlio di Dio ed ha attraversato la Pasqua, la soglia della morte, e per questo ora essa, nel sacramento dell’Eucaristia, è capace di associare al suo destino di gioia eterna tutti coloro che la riceveranno in dono.
Ma la durezza di questa parola percepita dai discepoli non è solo il doversi nutrire di una vita altrui, ma forse soprattutto il fatto che fare comunione con lui, unirsi a lui non potrà restare solo in un ambito cultuale e rituale, ma dovrà essere anche una comunione nello stile di vita, esistenziale, nel saper essere dono per gli altri, pane spezzato per gli altri. Proprio come lo è stato Gesù. Questo ci dischiuderà le porte del paradiso: l’accoglienza del dono ma anche la restituzione di esso tramite l’amore ai fratelli.
Ecco che i criteri del mondo sono ribaltati. Non sono grandi quelli che dominano sugli altri, che possiedono di più degli altri, che sono più forti degli altri, ma quelli che si donano agli altri, che offrono la propria vita nel nascondimento per gli altri, anche nel silenzio della preghiera contemplativa che è sempre anche una preghiera offerta per il mondo.

San Paolo ammonisce: “Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” 2Cor 4,18.


mercoledì 14 agosto 2024

Due vite in una

 

 Commento al vangelo della XX domenica del Tempo Ordinario, anno B - 18 agosto 2024
 

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


Commento

 Nutrirsi del pane del cielo non significa solo ascoltare la parola del Signore, l’insegnamento di Gesù, ma addirittura mangiare la sua stessa carne e bere il suo stesso sangue. Queste parole suonarono durissime agli ascoltatori di Gesù, soprattutto a coloro che non conoscevano in profondità le Scritture; ma suonano dure anche a tanti cristiani, o se dicenti tali, di oggi, che non capiscono cosa voglia dire mangiare la carne di Gesù.

Dovremmo sfogliare alcune pagine dell’Antico testamento e andare a ritrovare quel passo in cui il profeta Isaia (cf. Is 6,1 ss) viene inviato a proclamare la parola di Dio dopo che un angelo ha sigillato con un carbone ardente le sue labbra, o il passo in cui il Signore dice al profeta Geremia “ecco io metto le mie parole sulla tua bocca” (Ger 1,9) o il passo di Ezechiele dove si dice che il Signore lo invitò a mangiare la sua pergamena prima di andare a profetizzare alla casa di Israele (cf. Ez 3,1-4).

Ebbene, ora Gesù, il verbo fatto carne, la parola di Dio, la sapienza di Dio fatta carne, va ancora più in là. Invita gli uomini, coloro che credono in lui, a cibarsi della sua carne, cioè ad entrare in un rapporto ancora più profondo con lui, con la parola di Dio: in un processo di assimilazione vitale. Dicevo domenica scorsa una “simbiosi” cioè una sorta di unione delle vite come esprime il significato di questa parola. 

Ecco che chi mangia la parola di Dio divenuta carne in Gesù non mangia un cibo materiale, non pone un atto di cannibalismo, ma nel segno concreto del pane (consacrato) approfondisce l’unione della propria vita con quella di Gesù, con la sua vita umana e divina; vivrà di una vita nuova, umano-divina appunto, che si innesterà senza snaturarla nella sua vita biologica.
Per questo chi ha vissuto di Cristo ha compiuto gesti come quelli di Gesù, e soprattutto ha condiviso i suoi stessi atteggiamenti del cuore. In fondo proprio questo è l’obiettivo del discepolo di Cristo: riprodurre nella propria umanità gli stessi sentimenti che furono nel cuore del proprio maestro.


sabato 10 agosto 2024

Più lento, più debole, più in basso!

 

 Commento al vangelo della XIX domenica del TO, anno B – 11 agosto 2024

 

Dal vangelo di Giovanni (6,41-51)

 In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo’?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: ‘E tutti saranno istruiti da Dio’. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.
In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».


 Commento

 Un crescendo di stupore e di profondità del mistero dell’incarnazione. Gesù, dopo aver nutrito migliaia di uomini con 5 pani e due pesci, ha iniziato il suo discorso nella sinagoga di Cafarnao annunciando che per chi ha fede in lui non ci sarà mai alcuna sete o fame per cui soffrire. Nella sua amicizia si trovano le ragioni profonde per l’impegno nelle cose del mondo e le radici per sperare ciò che da soli non potremmo mai realizzare.
Ora Gesù fa un passo avanti. Non solo la fede in lui è il nutrimento della nostra vita, ma addirittura questa fede sarà alimentata dal cibarsi della sua stessa carne. Qui tocchiamo il cuore del mistero dell’incarnazione e quindi dell’Eucaristia, perché per custodire la nostra amicizia con il Signore occorrerà nutrirsi della sua stessa vita, del suo corpo spezzato per noi, storicamente avvenuto sulla croce, ritualmente rivissuto sull’altare. Il cibarsi della sua carne, sacramentalmente presente nel pane eucaristico non solo significa e simboleggia una profonda intimità con la sua vita, ma anche la realizza. Significa accogliere la sua proposta totalmente disarmata di comunione con lui.
A proposito di giochi olimpici, sappiamo che il motto è citius, fortius, altius (più veloce, più forte, più in alto). Gesù vince le olimpiadi degli esatti opposti: lui va più lentamente di tutti per fermarsi, come buon samaritano, presso tutti i disperati della storia. Lui, onnipotente, si è fatto il più debole di tutti perché noi potessimo essere forti grazie a lui. Lui, l’Altissimo, si è abbassato fin sotto il più piccolo degli uomini, perché tutti possano essere innalzati con lui nella gloria del Padre.


domenica 28 luglio 2024

Il nutrimento della nostra vita

 

Commento al vangelo della XVII domenica del TO, anno B – 28 luglio 2024


Dal vangelo di Giovanni (6,24-35)

 In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». 

 

Commento

 ‘Io sono il pane della vita’. Questa è una delle solenni autopresentazioni di Gesù, tipo ‘Io sono la vera vite, io sono la via, la verità, la vita”. Dopo aver nutrito una grande folla (lo abbiamo ascoltato nel vangelo di domenica scorsa) Gesù, nella sinagoga di Cafàrnao, accompagna quelli che lo cercano a non accontentarsi del cibo che sazia solo per qualche ora, e che comunque non oltre la vita terrena, ma anche a occuparsi di un cibo che nutre a sazia per – attenti a questa parola! – che sazia per l’eternità. L’evangelista Giovanni non parla mai di miracoli ma di ‘segni’ proprio perché Gesù cerca sempre non solo di soddisfare una necessità immediata ma anche di intercettare una domanda di senso e di vita ben più profonda e radicata nel cuore dell’uomo.

Certo: l’uomo ha bisogno di cibo, ma Gesù ci ricorda, come disse al tentatore nel deserto, che ‘non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’ (Mt 4,4). O nel discorso della montagna Gesù dice: ‘Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta’. (Mc 6,31-33).
In definitiva quando avremo accolto Gesù, quando avremo fede in lui, quando cioè avremo capito che nel suo spirito, vivente, c’è la possibilità di vivere in modo radicalmente nuovo, continueremo ad aver bisogno di mangiare, almeno 3 volte al giorno, ma non vivremo nell’ansia per il domani; continueremo a dover lavorare per sovvenire alle nostre necessità come tutti gli uomini, ma non saremo più schiavi del lavoro; avremo sempre bisogno di relazionarci con il mondo, fatto di persone e di relazioni, ma non saremo più schiavi del mondo e di quello che il mondo pensa di noi. Riflettiamo un attimo tra parentesi: ci sarà pur un motivo per questo sempre più ampio ricorso a sonniferi, ansiolitici e antidepressivi!

Ecco, quindi cosa significa nutrirsi di Cristo e della sua parola, o cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia: significa vivere in maniera degna dell’amore e della vocazione che abbiamo ricevuto, cercando di piacere a Dio nostro padre in ogni cosa. Pace e bene!

mercoledì 24 luglio 2024

La cura dell'essenziale

 Commento al vangelo della XVII domenica del TO, anno B – 28 luglio 2024

Dal vangelo di Giovanni (6,1-16)
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Commento

 Apriamo con la domanda di Gesù: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. La domanda va nella stessa direzione del vangelo di domenica scorsa, ove si diceva che Gesù sentiva compassione per le folle, perché erano come pecore senza pastore. E non c’è neppure nessuno che si occupa del loro nutrimento.
I discepoli hanno in cassa 200 denari, ma poi spunta fuori un ragazzo con i suoi 5 pani e 2 pesci, più che sufficienti per lui ma ridicolamente insufficienti per gli altri 4999 pellegrini. Qui interviene il colpo di scena del Maestro: dopo la preghiera di rendimento di grazie Gesù distribuisce quel poco cibo che incredibilmente risulta ampiamente sufficiente, tanto da esserci 12 ceste di pane in avanzo.
Qualcuno ha sostenuto che Gesù non abbia moltiplicato il cibo presente, ma piuttosto abbia moltiplicato la generosità dei cuori, facendo si che la generosità di quel ragazzo contagiasse anche tanti altri. La cosa è possibile, ma non sicura. Immaginiamo quanti di quei 5 mila avranno avuto da parte del cibo certamente sovrabbondante per sé, ma anche tanta paura di metterlo a disposizione per il rischio di doverne mangiare solo una piccola e insufficiente porzione. Ma nel momento in cui tutti avessero condiviso il poco di più che avevano a disposizione, diventerebbe spiegabile l’enorme sovrabbondanza.
Il miracolo della condivisione, in effetti, è un miracolo è ancora più grande della moltiplicazione del cibo. Rimaniamo però alla realtà dei fatti: c’è una folla affamata e Gesù che ha compassione dell’uomo - e di quegli uomini in particolare - dà loro da mangiare, a partire dal poco che c’è. Certamente questo pane simboleggia un cibo ben più decisivo, ma di questo parleremo nelle prossime 4 domeniche in cui ascolteremo tutto il capitolo 6 di Giovanni che riporta il discorso di Gesù sul pane di vita. Accogliamo per adesso la buona notizia del vangelo di oggi: ‘Gesù non ci priva mai, mai, dell’essenziale’, perché egli – direbbe san Gregorio di Nazianzio – “con la sua anima è venuto a sanare le nostre anime, e con il suo corpo è venuto a sanare i nostri corpi”. Mettiamo nelle mani di Gesù il nostro poco perché lui lo moltiplichi a beneficio di tutti, e ricordiamoci che la fame di cibo, di pace, di giustizia e tutti gli altri tipi di fame sono piuttosto il frutto del moltiplicarsi dell’egoismo degli uomini. Ma anche le tante, troppe, vittime della cattiveria umana saranno comunque saziati vedranno restituito ciò che sarà stato loro sottratto.