giovedì 26 ottobre 2023

Si può donare solo ciò che si ha

 

 Commento al vangelo della XXX domenica del TO, anno A – 29 ottobre 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Commento

 Mi sembra che nessuno si sia mai lanciato nell’ardua impresa di scrivere un bignami dei 4 vangeli; forse anche perché in certi passaggi sembra averlo fatto Gesù stesso. Penso alle beatitudini, ma penso anche a quando Gesù insegna ai suoi discepoli a pregare iniziando con le parole “Padre nostro”. E anche in questi due comandamenti, appena ascoltati, dice Gesù, c’è la radice di tutto quello che è contenuto negli antichi profeti e nella legge di Mosé. L’amore, a Dio e al prossimo, è la radice di ogni pensiero e azione di bene; tuttavia, è anche vero che non esiste nel vocabolario corrente una parola – Amore - così tanto fraintesa e con così tante accezioni e significati. Mentre vi parlo ho ben in mente, ad esempio, il significato che ne darebbero i miei alunni dell’IPSIA di Civitanova Marche.
Per restare però nel senso più vero e genuinamente evangelico del verbo amare ci viene in aiuto l’ultimo documento scritto da Papa Francesco, il 15 ottobre scorso, nel quale portando ad esempio l’atteggiamento spirituale di Santa Teresina di Lisieux egli puntualizza: “soltanto la fiducia, null’altro, non c’è un’altra via da percorrere per essere condotti all’Amore che tutto dona. Con la fiducia, la sorgente della grazia trabocca nella nostra vita, il Vangelo si fa carne in noi e ci trasforma in canali di misericordia per i fratelli” (C’est la confiance, 2).
Se ci fidiamo di Dio, se ci abbandoniamo in lui e a lui, possiamo allacciare le nostre esistenze alla sorgente stessa dell’amore, a Dio stesso, a Dio che… è… amore, e divenire mediatori di misericordia verso i nostri fratelli. Mi sembra che troppo spesso la nostra fede è fatta di gesti formali, di obbedienza paurosa nei confronti della divinità, o altre volte di pratiche con le quali si pensa di meritare la vita eterna del paradiso. Il vangelo di oggi, invece, ci aiuta a ricordare che l’amore non si compra, non si merita e neppure si inventa; si può solo accogliere e manifestare perché, se non fosse che Dio padre, nella persona di Cristo Gesù e per la potenza del divino spirito, ce ne ha riempito il cuore, sicuramente neppure ci chiederebbe di ricambiarlo e di donarlo ai fratelli.


giovedì 19 ottobre 2023

In nome del vangelo si può anche disobbedire

 Commento al vangelo della XXIX domenica del Tempo Ordinario, anno A – 22 ottobre 2023

Dal vangelo di Matteo (22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Commento
La frase di Gesù è diventata quasi un proverbio: “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. A sottolineare normalmente che ognuno è padrone nel suo ambito e che occorre distinguere il sacro dal profano.
Ora: è giusto distinguere ciò che viene da Dio e ciò che è frutto delle decisioni degli uomini, ma se per distinguere si intende tenere separati, allora non ci siamo, o quanto meno non è questo il senso della risposta di Gesù. La moneta porta l’effige di Cesare, ed è giusto che chi esercita un’autorità abbia entro certi limiti il rispetto e l’obbedienza; ma siccome il mondo intero, e soprattutto l’uomo, ha in sé l’immagine di Dio, il rispetto della sua presenza – che poi è una presenza misericordiosa, paterna e benevola – ha il primato su tutto, e su qualsiasi potere umano.
Giusto pagare le tasse? Giusto rispettare l’autorità civile? Si, se queste autorità umane non violano la dignità che Dio ha dato all’uomo. Si, a patto che una qualsiasi legge non obbligo il cittadino a non poter vivere ed esprimere pubblicamente e liberamente il suo essere credente.
Se il pagare le imposte dovute mi impedisse, per assurdo – ma a volte neanche troppo per assurdo - di avere un minimo di dignità per me e per la mia famiglia, allora mi potrei anche attrezzare per evadere il fisco. Ma se facessi questo per aumentare il gruzzolo, allora evasione è sinonimo di furto.
Oppure: giusto l’obbligo dell’istruzione scolastica per i bambini, ma perché dei cittadini non si possono organizzare autonomamente per dare l’istruzione che vogliono ai loro figli!
 Oppure: l’attività bancaria è regolata dalle leggi dello stato? Giusto. Ma perché dei privati cittadini non si possono organizzare autonomamente per inventare circuiti cooperativi di reciproco finanziamento, visto e considerato che le banche spesso prestano soldi solo a chi li ha già.
Lo Stato ha legalizzato le slot-machines, ricavandone discrete entrate per le sue casse? Ebbene, io cercherò di non comprare neanche un francobollo in quegli esercizi commerciali.  
Quindi, in nome della dignità che Dio dona all’uomo è sicuramente doveroso per quest’ultimo rispettare il potere costituito, ma è altrettanto doveroso fare scelte se non proprio e-versive, quanto meno di-versive, mai violente, per non avallare leggi ingiuste.

 

giovedì 12 ottobre 2023

L’occasione della vita

 Commento al vangelo della XXVIII domenica del Tempo Ordinario, anno A – 15 ottobre 2023  

 Dal Vangelo di Matteo (22,1-14)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


Commento 

Non sappiamo se anche a quei tempi la partecipazione a un pranzo di nozze comportasse fare un regalo e neppure se bastassero 100-200 euro per cavarsela; la cosa certa è che nella logica della parabola quegli invitati hanno rifiutato l’invito non per evitare di spendere i soldi del regalo, ma perché non hanno intuito la bellezza di quell’invito, ritenendolo meno importante dei loro affari, dei loro campi, e tanto da permettersi di uccidere chi glielo aveva recapitato.
Le parabole di Gesù, lo abbiamo ripetuto spesso, hanno sempre qualcosa di paradossale, esattamente per far cadere l’attenzione dell’ascoltatore sul punto desiderato.
C’è un contrasto incredibile tra due aspetti: gli invitati, gli aventi diritto al banchetto di nozze disdegnano la festa, e uccidono i servi del re e dall’altro questo re, dopo aver reso la medesima condanna agli omicidi, allarga l’invito a tutte le persone possibili, buoni o cattivi che siano.
Due conclusioni. La prima: la peggior condanna per aver rifiutato l’amicizia di Dio ce la diamo da soli. La vendetta del re è, fuor di metafora, è l’imbarbarimento e la devastazione della città dell’uomo ogni qual volta questi chiude il cuore all’amore di Dio. I castighi di Dio? No, non sono necessari, ce li diamo da soli quando diventiamo centrati su noi stessi. Chiudersi all’amore significa morire.
Seconda conclusione. Gesù fa capire cosa è il peccato: un’occasione persa. Se un caro amico ci chiedesse di andare a giocare alcuni numeri al superenalotto, rivelatisi poi vincenti e milionari, cosa diremmo se ci accorgessimo che ci siamo dimenticati di andarli a giocare? Che peccato! (beh, forse potrebbe scappare qualche altra imprecazione!) Che peccato! Potevo sistemarmi la vita e ho perso l’occasione.
Siamo certi di questo: non c’è per l’uomo peggior sciagura di quella di rifiutare l’amore di Dio. Scrive Papa Francesco all’ultima riga della sua recente Esortazione “Laudate Deum”: “Un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio, diventa il peggior pericolo per sé stesso”.


giovedì 5 ottobre 2023

Espropri per pubblica utilità

 

Commento al vangelo della XXVII domenica del TO, anno A – 8 ottobre 2023



 Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Commento

 Le ultime parole contengono tutto il senso della parabola: “a voi – ricordiamo: Gesù sta parlando ai sacerdoti e ai capi del popolo ebreo - sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”; ma nelle parole e nel pensiero di Gesù, quale sarà quel popolo a cui sarà dato il regno di Dio e che ne produrrà i frutti?
Potremmo rispondere intuitivamente, e correttamente, che si tratta dei cosiddetti popoli non ebrei, definiti genericamente “pagani”. La storia ci dice in effetti che il vangelo fu rifiutato da molti figli di Israele e, al contrario, accolto da molti uomini di altre appartenenze religiose.
Dobbiamo andare oltre. Sappiamo che nella Chiesa siamo invitati a riconoscere la pienezza della presenza di Cristo. Ma quel “voi” pesa come un macigno anche per i cristiani di oggi, perché la realtà del regno di Dio non coincide con i confini visibili della Chiesa, e vi possono essere persone di buona volontà che, pur ignorando Cristo in tutto o in parte, nel loro sincero desiderio di giustizia e di verità, di fatto, portano in questo nostro mondo i frutti più belli dell’amore di Dio, dell’amore che è Dio.
Oppure ci possono essere cristiani che per mille motivi, non sempre e non del tutto dipendenti dalla propria volontà, si trovano in situazioni sacramentalmente “irregolari”. Ma quanto più l’amore di Dio è presente e regna in persone che, riconoscendo i propri sbagli, vivendo come possono la comunione con il Signore, vivono sinceramente una nuova relazione affettiva, rispetto a chi vive situazioni, diciamo regolari, ma senza alcun slancio del cuore, nella massima freddezza e senza la minima preoccupazione per la custodia dell’amicizia di Cristo, e senza alcun pentimento per i propri errori!
E voglio concludere anche con un esempio che riguarda la vita di noi consacrati e sacerdoti. Con la vocazione religiosa ci sono stati donati frutti abbondantissimi di questa meravigliosa vigna che è il regno, l’amore di Dio. Ma a volte la castità del cuore, ad esempio, non è un amore indiviso per i confratelli e per il popolo di Dio, ma piuttosto la sterilità totale, la freddezza e l’indifferenza di fronte a tutto e a tutti. Anche qui i frutti dell’amore di Dio apparterranno piuttosto a chi, pur nell’apparente infedeltà ai suoi voti, avrà cercato di mantenersi vivo nel cuore, pubblicamente abbandonando lo status di religioso e cercando di recuperare la sua vita in una dimensione coniugale. Di esempi se ne potrebbero fare tanti; ricordiamoci comunque che chi veramente è stato toccato dall’amore di Dio non potrà, non dovrà, mai sentirsi a posto e arrivato. Ci guidi l’esempio di quel grande santo dei primi secoli cristiani, Agostino d’Ippona, definito non a caso “inquieto cercatore di Dio”. Cari amici, con gli auguri di pace e di bene questa settimana aggiungo gli auguri di una SANTA inquietudine.


giovedì 28 settembre 2023

Il guaio della mediocrità

 Commento al vangelo della XXVI domenica del TO, anno A – 1 ottobre 2023

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

 In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

Commento

Qual è il vantaggio delle prostitute e dei disonesti esattori delle tasse? Non certo di tenere una condotta oggettivamente riprovevole e che Gesù non ha alcuna intenzione di riabilitare. La loro fortuna, o la loro felice intuizione, è quella di credere alla possibilità della guarigione, del cambiamento: nelle parole del Battista non c’era una semplice condanna del male, ma una messa in guardia in vista di un giudizio che avrebbe separato definitivamente i giusti dagli immorali. 

Hanno creduto perché è stato offerto loro uno spiraglio di cambiamento, che la presenza di Gesù poi renderà concretamente possibile. Il guaio dei farisei invece, che potrebbe essere anche il guaio di molti cristiani di oggi, è di essersi accontentati. Il loro rapporto con Dio resta un rapporto formale di “dare-avere”, si fa qualcosa (un digiuno, una elemosina, una preghiera, un qualsivoglia rito) per ottenere in cambio un premio. Ma la coscienza rimane chiusa. Non è forse questa una forma di prostituzione del cuore? Nel senso che non importa vivere un rapporto personale, sincero, affettivo ed effettivo con Dio, attraverso le sue creature, l’ascolto delle sue ispirazioni e manifestazioni, ma è sufficiente cedergli una parte del proprio tempo e della propria disponibilità, per avere in cambio (si presume) una giusta retribuzione. E poi la vita continua ad essere gestita come viene. 

A quei farisei bastava un Dio così, da tenere buono con un culto dal sapore di “imparaticcio di usi umani” come diceva Isaia, o da comprare con quattro cosine.

Proviamo a navigare lontano dalla sponda di questo mondo spirituale auto-gestito. Proviamo ancora di più, e qui mi rivolgo a chi vorrebbe dire un Si, seguito dai fatti, all’appello del Padre ad andare a lavorare nella sua vigna (cioè nel suo regno), proviamo a tener davanti agli occhi del cuore quel volto paziente e misericordioso che Gesù ci ha mostrato e di cui ci parlano i Vangeli. La contemplazione della sua benevolenza e misericordia, solo questo, attiverà in noi sentimenti di gratitudine, il desiderio di una risposta, e dall’altra parte susciterà pentimento sincero, aperto alla relazione con il Signore, e quindi infinitamente costruttivo, qualora l’umana debolezza avrà indotto a qualsivoglia forma di egoismo.


lunedì 25 settembre 2023

Chi più è gratuito più guadagna.

 

 Commento al vangelo della XXV domenica del TO, anno A – 24 settembre 2023


 Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Commento

 Buono e quindi giusto, ma le risorse di questo padrone sono infinite, e il di più regalato agli operai della quinta ondata di assunzione non pregiudica il salario di quelli dell’alba. In una dinamica umana la prodigalità del padrone della vigna verso alcuni pregiudica necessariamente la remunerazione degli altri, perché le risorse a disposizione non saranno mai infinite. Ma il nesso cruciale della parabola sta proprio sul fatto che nel regno dei Cieli quel che viene elargito gratuitamente non toglie nulla alla giustizia, perché questo padrone ha un cuore senza limiti: meglio dire che ha un cuore di padre divino.

Piuttosto gli operai della prima ora assomigliano a quel fratello maggiore di un’altra parabola raccontata da Gesù: lavorano nella vigna esclusivamente per un beneficio monetario. Ma questo nella vigna del Signore non può bastare: queste parabole vogliono proprio scardinare questi meccanismi troppo econometrici. Non si può vivere e operare nella casa del Signore solo per una ricompensa finale. Non si può vivere il vangelo solo per comprarsi il paradiso! Non può funzionare così. “Non fate della casa del padre mio un luogo di mercato” (Gv 2,16) disse Gesù scacciando i mercanti dal tempio di Gerusalemme. Il premio o il merito a cui possiamo e dobbiamo aspirare da figli di Dio è di comprendere la gratuità di Dio Padre. I conti non torneranno mai ai cultori della meritocrazia, e ai professionisti del diritto del lavoro. Dinanzi al Signore, cioè fin da questo preciso istante, e compiutamente al suo ultimo ritorno, il più grande guadagno è riservato a chi comprende e vive nella gratuità del dono, che non offende la giustizia, ma la include e la completa.


giovedì 7 settembre 2023

Carità o settarismo

 

 Commento al Vangelo della XXIII domenica del TO, anno A – 10 settembre 2023

 Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Commento

 Su quest’argomento mi addentro in punta di piedi, perché per parlare di correzione fraterna secondo lo stile proposto da Gesù occorrerebbe anzitutto averla praticata con una certa dimestichezza.
Quanto meno teniamo presenti due aspetti. 

Primo. Il centro e il cuore della questione è il desiderio della comunione con il fratello da correggere, il tentativo accorato e sincero di riportarlo nella via del bene, per il suo bene, anzitutto. Di qui tutte le precauzioni che Gesù raccomanda: prima un dialogo riservato, poi la presenza di pochi testimoni, e solo poi, all’ennesimo insuccesso, il riferimento alla comunità. Anche in questo caso però non si tratterà di una punizione-espulsione, ma del riconoscimento pubblico che quel fratello vuole porsi lui stesso al di fuori della comunità credente, cioè del corpo di Cristo-Chiesa; ciò nell’estremo tentativo di farlo riflettere, e di evitare che gli altri membri della comunità ne abbiano scandalo. La prima preoccupazione quindi è la carità, non anzitutto la verità. A volte, purtroppo, certuni, per amore della verità (a dir loro), senza minima delicatezza dicono cose anche giuste, umiliando però gli interlocutori. A volte, per carità, si potrebbe addirittura tacere!

Un secondo aspetto è l’importanza della mediazione della comunità cristiana. “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (18,20). Non basta essere uniti o riuniti, ma occorre esserlo nel nome di Cristo, cioè nella concretezza dei suoi stessi atteggiamenti di umanità e misericordia. Quando i cristiani iniziano una qualsivoglia celebrazione, sempre iniziano “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, per inserirsi spiritualmente in quella comunione di cui si vuole essere la manifestazione nelle cose ordinarie.

A volte, purtroppo, sembra emergere invece l’unità solo su alcuni aspetti della fede cristiana; altre volte l’unità è centrata su un fondatore, più o meno carismatico. Tutto questo non fa trasparire il volto di Cristo, ma solamente un desiderio di autoaffermazione. In conclusione, amiamo sì la Chiesa, ma non in stile patriottico, in contrapposizione con chi è ne è fuori, ma con la gioia di chi sa di essere nato e cresciuto in una bella famiglia e con il desiderio di condividere questo dono.