venerdì 25 agosto 2023

Dimmi di chi sei figlio e ti dirò chi sei

 

Commento al vangelo della XXI domenica del TO, anno A – 27 agosto 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 

Commento

 Per capire chi siamo occorre capire quale è la nostra relazione vitale, quella sui cui poggia la nostra esistenza. Se a questa domanda qualcuno rispondesse che la propria vita si poggia sulla sua amicizia con Cristo Signore, occorrerebbe allora capire chi è questo uomo e su quale relazione poggia a sua volta la vita di costui.
Pietro, che Gesù chiama non casualmente “figlio di Giona”, tenta di rispondere esattamente a questa domanda, intuendo per rivelazione interiore che l’identità del Maestro non poteva definirsi con termini assoluti, teorici, ma solamente con delle parole che dicessero la sua relazione ad altro.

“Tu sei il Cristo”, cioè “colui che è stato unto”. Questa affermazione presuppone un “untore”, anche se il termine suona male, cioè qualcuno che lo ha scelto, che lo ha “unto”. E poi Pietro aggiunge: “il Figlio del Dio vivente”. Anche qui l’identità è raccontata da un rapporto di figliolanza, con quel Padre-Dio vivente che ha scelto-ed inviato suo figlio Gesù.

Insomma, l’identità personale è questione di relazione, per Gesù e, a maggior ragione per noi, che siamo stati creati in vista di lui, e a sua somiglianza.

Una volta si diceva: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Più opportunamente si dovrebbe dire: “dimmi di chi sei figlio, e ti dirò che persona sei!”. Ma se nella vita biologica il padre non si può scegliere, e tantomeno si può scegliere di venire al mondo, nella vita spirituale, al contrario, ognuno sceglie la paternità a cui innestare la propria vita, e la direzione verso cui allungare le proprie radici. E Pietro sembra essersi lasciato ispirare proprio dalla mano del Padre celeste. Concludo allora con i primissimi versetti del libro dei Salmi: “Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti;ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte.Sarà come albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere.” (Sal 1,1-3)

martedì 15 agosto 2023

Il Figlio dell’uomo troverà ancora fede sulla terra?

  

Commento al Vangelo della XX domenica del TO, anno A – 20 agosto 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (15, 21-28)

In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 

Commento

 Appena domenica scorsa ci veniva presentato Pietro, il principe degli apostoli, rimproverato da Gesù per aver dubitato, mentre il suo piede affondava nell’acqua. Nel brano di oggi al contrario Gesù elogia la fede di una donna non ebrea che riemerge dall’abisso della disperazione: “Donna, davvero grande è la tua fede!”
Nel giro di pochi versetti dello stesso vangelo veniamo a comprendere una volta di più che una vera relazione di fiducia e amicizia con Gesù Signore non è la conseguenza di un’appartenenza etnica, ma al contrario è la fede personale in Cristo Signore a generare un’appartenenza esistenziale a Cristo.
Da notare la voluta provocazione di Gesù nei confronti di questa donna: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma questa provocazione è rivolta soprattutto ai cristiani di oggi che pensano di essere titolari del regno dei cieli unicamente per diritto ereditario, senza alcun assenso della propria vita. Perché in effetti un’eredità può sempre essere rifiutata, ed è il rischio che corrono i battezzati di tutti i tempi, molto spesso non consapevoli del tesoro che hanno ricevuto.
Invece alla donna cananea e per colui che crede nella potenza del Signore è sufficiente appena una briciola della sua grazia, come anche al ladrone pentito in croce bastò qualche briciola di tempo per entrare in paradiso. Ma tutto si giocherà sempre a partire da una fede personale in Gesù salvatore. Così poco scontato che proprio questi ebbe a dire: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

domenica 13 agosto 2023

Il grido della fede

 

 Commento al vangelo della XIX domenica del TO, anno A – 13 agosto 2023

+ Dal Vangelo secondo Matteo (14,22 – 33)

[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».


Commento

Si dice che la sconfitta è orfana ma che la vittoria ha sempre molti padri. Quei discepoli che fino a poco prima avevano chiesto a Gesù di congedare la folla, ora, alla luce del colpo di scena e dell’abbondante cibo per migliaia di persone, si intuisce che sarebbero voluti restare sul posto, quasi a godersi l’entusiasmo della gente attorno al loro maestro. Ma questa volta è Gesù a voler congedare i discepoli, a costringerli a “precederlo sull’altra sponda” e lo fa per tornare “sul monte, solo, a pregare”: immaginiamo a ringraziare, lodare e benedire il Padre, autore di ogni grazia, e anche di quell’abbondante cena.

Il dono ricevuto, per Gesù, è memoria del donatore, e occasione di incontro con Lui. Per i discepoli e per la loro fede ancora acerba, il dono sembra essere solo momento di esaltazione. Ma lo sappiamo dal resto di tutti i racconti biblici. Se il dono non porta al donatore diventa un idolo, cioè una realtà effimera e vuota, che dopo la momentanea soddisfazione, anziché darci vita ce la toglie, perché priva della relazione con il Padre.

La successiva vicenda racconta in maniera plastica esattamente il vuoto di fede che gli apostoli devono ancora colmare. Non sono capaci di credere che quell’uomo che domina i flutti del mare, camminandoci sopra, possa essere veramente Gesù. D’altronde anche da risorto, per convincere i suoi che non era un fantasma si mise a mangiare proprio del pesce dinanzi a loro. Pietro, l’intraprendente porta-parola del gruppo sfida “quell’apparente fantasma” e ne ottiene conferma, riuscendo a camminare anche lui sulle acque, ma è invece la sua fiducia nella presenza di Cristo a non essere confermata, perché prevale la paura.

Attraverso la vicenda di Pietro capiamo la differenza tra una fede ancora troppo accademica e una fede che nasce dal grido della vita, dal dolore, dal bisogno di sopravvivenza. Si possono avere tanti segni e tante conferme alle proprie certezze spirituali ma sono poi le situazioni più al limite, quelle in cui si ha veramente paura di affondare, che obbligano al grido del cuore: “Signore, Salvami”. Di questa scintilla di intimità con il Signore ha bisogno il nostro cuore, e se per arrivarci occorrerà attraversare momenti critici, forse perdendo qualcosa, avremo in realtà trovato la perla più preziosa di una relazione vera e viva con Dio Padre.


giovedì 3 agosto 2023

La vita è sempre vita, presenza e memoria del donatore

 

Commento al Vangelo della Trasfigurazione – 6 agosto 2023 – nella XVIII domenica del TO


+ Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».



Commento

 Abbiamo appena ascoltato il vangelo della festa della Trasfigurazione di Gesù ( che si celebra il 6 agosto ) che quest’anno coincide con la domenica. Un evento straordinario a cui il Maestro permette di assistere solo a tre della sua già ristretta cerchia di discepoli. Il suo volto assume la luminosità del sole, le sue vesti risplendono di candore luminoso, Mosé ed Elia appaiono al suo fianco, e se questo non bastasse dalla nube di luce una voce – che si desume essere quella di Dio Padre – invita Pietro, Giacomo e Giovanni ad ascoltarlo, in quanto suo figlio prescelto e amato.
Il corpo di Gesù cambia apparenza, e restando tale assume connotati soprannaturali, celestiali, in una parola possiamo dire – noi che ascoltiamo questo racconto 2 mila anni dopo la sua risurrezione – divini.

Si, perché nel Cristo Gesù, dirà san Paolo, scrivendo ai cristiani di Colossi, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Gesù è stato un vero uomo, senza mai perdere la sua identità divina di Figlio di Dio; cosa ancor più stupefacente, almeno per i cristiani, la sua persona che permane in eterno una persona umano-divina, si rende presente per la potenza del suo Spirito, dello Spirito di Dio, nel corpo di tutti gli uomini, particolarmente di coloro che sono stati immersi nelle “acque vive” del Battesimo, segno sacramentale della sua presenza. 

Quale dignità abbiamo noi essere umani! Quale dignità non solo per essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ma anche per essere memoria e presenza viva della sua venuta nel mondo. I cristiani credono che “Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (GS 22).

Due conseguenze molto importanti. La prima: quanto è bello pensare ciò che anche il cardinale Cantalamessa ha ricordato in una predica rivolta al Papa e a tutti i suoi collaboratori della Santa Sede: e cioè che c’è infinitamente più distanza di dignità tra un essere umano e un animale, di quanta ce n’è tra un essere umano e Dio. Questa affermazione dovrebbe far venire le vertigini, e non è assolutamente arbitraria e fuori dalla tradizione della fede della Chiesa: c’è infinitamente più distanza di dignità tra un essere umano e un animale, di quanta ce n’è tra un essere umano e Dio.

La seconda: ammesso anche che si voglia trattare – non si sa perché - un animale come un essere umano, non c’è alcuna ragione per trattare un essere umano come un animale: considerandolo come puro materiale biologico, o magari togliendogli la vita perché ha sbagliato, o non facendolo neppure venire al mondo perché malato, o accorciando forzosamente la sua vita perché ritenuta improduttiva, o lasciandolo morire naufrago in mezzo al mare (per quanto clandestino), o abbandonandolo alla sua marginalità sociale.

 

giovedì 27 luglio 2023

Un tesoro nascosto nel cuore del fratello

 
Commento al Vangelo della XVII domenica del Tempo Ordinario, anno A – 30 luglio 2023

 
 
+ Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52)

 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

 

Commento

 “Che male c’è?” È questa, forse, l’obiezione più frequente che, da bambini, abbiamo rivolto ai genitori per giustificare qualcosa. Che male c’è? Molto spesso - vorrei dire quasi sempre – in effetti c’è una parte di bene in ogni scelta che facciamo. Ma raramente pensiamo che c’è un bene e c’è un meglio.
Allora potremmo partire più opportunamente dalla domanda: “cosa c’è di bene in questa scelta che sto facendo?” Oppure: “Qual è il bene più grande per me e per gli altri in queste diverse possibilità che mi stanno dinanzi?
Nelle parabole appena ascoltate Gesù invita a puntare sempre al meglio, alla totalità, a tutto ciò che faccia risplendere, e maggiormente manifesti, la bellezza e la grandezza dell’amore e della misericordia di Dio.
Investire nel regno di Dio è veramente fruttuoso se, diversamente dagli investimenti finanziari di questo mondo, NON si diversifica il rischio, e su di esso, invece, si imposta tutta la propria vita: lavoro, affetti, progetti di vita. Per comprare la perla preziosa o per comprare il campo con il tesoro occorre vendere tutto il resto. Per accogliere la vita nuova di Cristo occorre mettere totalmente da parte l’uomo vecchio e le sue logiche di affermazione sugli altri o di rivendicazione di una propria giustizia nei confronti di Dio.
Se la parola del Signore Gesù trova spazio nel cuore dell’uomo com’è possibile restare indifferenti rispetto alla sofferenza dell’altro? O restare arroccati nelle proprie ragioni – per quanto fondate – negando il perdono a chi sbagliando ci ha fatto soffrire? Domande queste che aiutano a capire se l’amore di Dio ha fatto breccia nel cuore rendendoci discepoli di Cristo, o se siamo solo, al massimo, discepoli di una legge come i farisei del tempo di Gesù di cui F. De André nel testo della sua canzone “Il testamento di Tito” dice: “Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono”.

venerdì 21 luglio 2023

La “non necessaria ma evitabile" zizzania.

 

 Commento al Vangelo della XVI domenica del Tempo Ordinario – 23 luglio 2023



Dal Vangelo secondo Matteo (Versione breve:13,24-30)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Commento

Perché il male? Perché la sofferenza? Perché un Dio onnipotente e buono permette il male, sembrando escludere di fatto una delle due cose, e cioè che o, se buono, non è onnipotente, oppure che se è onnipotente, non sempre è buono.
La parabola della zizzania è una parziale risposta a tali questioni, e sottolineo: “parziale”.

1. Anzitutto la zizzania è evitabile.  “Mentre tutti dormivano” il nemico venne e seminò l’erba infestante. La vigilanza e il discernimento sono virtù sempre necessarie per distinguere tra il bene e il male, per impedire che il male si propaghi nel mondo e nel terreno del mio cuore.

Secondo. Il grano, il seme buono, è talmente buono da poter sopportare la coabitazione col male. Normalmente si fa di tutto per impedire alle erbacce di soffocare quel che viene seminato, ma la parabola ci parla di un grano buono e assolutamente resistente, talmente buono, che comunque arriverà a maturazione. Così è la Parola di Dio. Se accolta, darà sicuramente frutto nella nostra vita, nonostante tutto e tutti.

Terzo aspetto. Non sta all’uomo anticipare il giudizio finale tra giusti e malvagi. Su questo aspetto si è facilmente tentati di fare come i servi del padrone che vorrebbero da subito sradicare la zizzania. Pensate ad esempio all’assurdità della “pena di morte”. In nome della sacralità della vita si ha la pretesa di privarla a chi, comunque, ha certamente sbagliato sottraendola ad altri. Attenzione: ha detto giustamente qualcuno che “chi vuole realizzare il paradiso in terra, sta in effetti preparando per gli altri l’inferno.”

mercoledì 12 luglio 2023

Il regno di Dio in mezzo a noi

 

Commento al vangelo della XV domenica del TO, anno A – 16 luglio 2023


Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9)


Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Commento

 Gesù raccontava “molte cose”, ciò che riguardava il regno di Dio, con delle semplici storie da lui inventate, senza collocazione temporale né geografica, esattamente perché quel messaggio riguardava tutte le epoche e i continenti dell’universo umano.
A volte l’annuncio di Gesù non viene nemmeno accolto, i suoi insegnamenti rimangono semplici onde sonore che vibrano nelle orecchie ma non scendono nel cuore. Pensiamo a tutti coloro che, in modo molto superficiale credono vero solo quello che toccano e vedono. Stranamente questi, però, spesso nei momenti di grave difficoltà, sono i primi clienti di cartomanti, maghi e fattucchieri.
Poi ci sono quelli che accolgono il messaggio di Gesù ma mancano di perseveranza, perché vogliono “tutto e subito”. Pensiamo ai grandi “consumatori del sacro” che non sopportano attese nelle loro preghiere e che avrebbero tante cose da insegnare a Dio su come svolgere il suo “mestiere”, e che passano da una novena ad un’altra, da un veggente all’altro, e che a volte (questo l’ho visto soprattutto in Africa) cambiano setta o confessione religiosa fino a trovare il dio “che funziona”.

Poi ci sono coloro che accolgono sinceramente la Parola, e custodendola portano i primi frutti di una vita secondo Dio, ma si lasciano soffocare dalle spine delle preoccupazioni mondane. Pensiamo agli apostoli di Gesù che discutevano tra loro, secondo il racconto del vangelo, “chi fosse il più grande” (Mc 9,34). Ma questo avviene anche nelle nostre parrocchie, nelle comunità religiose: tutti lavorano per il regno di Dio, all’apparenza, ma a condizione, di fatto, che emerga il “proprio io”.

Ma per fortuna c’è anche la terra buona (meno male!). E allora pensiamo a migliaia di uomini e donne che hanno capito la grande perla racchiusa in Gesù e nelle sue parole, cioè la presenza di Dio stesso, e per questa stessa presenza hanno sacrificato tutto e, già in questo mondo, si sono trasfigurati di bellezza divina.