giovedì 23 marzo 2023

Oltre la soglia

 

 Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima/A – 26 marzo 2023


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Commento

 L’evangelista rimarca l’attesa di due giorni di Gesù prima di mettersi in cammino (quindi nel terzo giorno!) verso Betània dove il suo amico Lazzaro era molto malato. D’altronde la non-fretta è motivata anche dalle sue parole:
«Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato».
Da notare come gli interlocutori di Gesù, che rappresentano la mentalità del mondo, guardano sempre al passato, alle cause delle situazioni, a quello che Dio avrebbe potuto fare, e che non ha fatto. Forse qualcuno ricorderà il Vangelo di Domenica scorsa quando di fronte al cieco nato qualcuno chiese: “Ha peccato lui o i suoi genitori?” Gesù in quel contesto rispose: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,3). Anche in questo episodio il rimprovero delle sorelle del suo amico appena morto non si fa attendere: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Ma, lo abbiamo già detto, Gesù guarda avanti, al bene che Dio Padre saprà trarre anche da una tale drammatica situazione.
Si, la chiave di volta di questo vangelo è proprio nello sguardo e nel respiro di vita eterna che Dio offre in ogni momento. Anche nella situazione più compromessa, come la morte, Dio manifesta la sua vita, al di là di ogni limitazione temporale o umana. Noi uomini ci preoccupiamo sempre del perché di una certa disgrazia, o del come si poteva evitare, e questo in parte è anche giusto. Fate caso a come ad ogni notizia di disastro sismico, idrologico o ambientale segue sempre l’apertura di un’inchiesta da parte della Procura della Repubblica (e questo, ripeto, è anche giusto). Quello che non riusciamo ad immaginare e che solo lo sguardo di Cristo risorto ci può offrire, è il progetto di bene che Dio, comunque, porterà a termine. Non siamo capaci, per natura nostra, di affrontare la fine con lo sguardo della Pasqua. Ma questo è proprio ciò che Gesù può comunicarci con la sua presenza. Le attese e le speranze umane non valicano la soglia della tomba di Lazzaro. La Speranza di chi vive nell’amicizia di Cristo Signore, invece, attraversa i cieli, e non si ferma neppure di fronte alla morte.




giovedì 16 marzo 2023

La luce splende nelle tenebre

 

 Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima/A – 19 marzo 2023



+ Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».

Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Parola del Signore
 

Commento

 Nella saggezza popolare si dice che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Dopo aver ascoltato questo vangelo potremmo anche dire: “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere”
I farisei in questione non hanno il torto di conoscere la legge di Mosé, che in sé è una cosa buona, ma di usarla come strumento di potere e prestigio personale. Quell’uomo cieco dalla nascita, invece, che riconosce semplicemente che prima non ci vedeva e dal momento dell’incontro con Gesù e dopo aver fatto ciò che questi gli aveva detto, comincia a vedere, riesce a vivere un incontro vero con Gesù Signore.  

Il non vedente torna a vedere perché col suo cuore puro “vede”, intuisce che può fidarsi di quell’uomo fino ad allora sconosciuto; non per nulla nelle Beatitudini Gesù dice: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”; i farisei invece rimangono allo scuro perché attaccati alla loro presunzione religiosa, totalmente disconnessi dal loro cuore, cioè da una ricerca sincera del Bene.

Potremmo stabilire un’analogia tra la dimensione fisica e quella spirituale di una persona. Sappiamo bene che per vedere non è sufficiente la salute degli occhi, ma occorre anche una minima presenza di luce. Parimenti nella vita spirituale, non è sufficiente avere ascoltato il Vangelo, incontrato la Chiesa e ricevuto i Sacramenti, ma occorre anche custodire una coscienza pura, desiderosa, in tutta onestà, di scegliere ogni momento il massimo Bene, per me e per gli altri. Ed è proprio questa luce di sincerità che mancava ai farisei e che potrebbe mancare in certe situazioni – Dio non voglia - anche a noi.

Potessimo essere così umili da riconoscere che a volte restiamo ciechi per la convinzione che sono sempre gli altri a sbagliare, per la convinzione che le nostre forme religiose sono le uniche valide, per la convinzione che sono sempre gli altri che si devono adattare a noi, e mai noi agli altri. Perché se così non fosse anche a noi Gesù direbbe. “Siccome dite ‘noi vediamo’ il vostro peccato rimane”.


giovedì 9 marzo 2023

La vera sete

 

Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima/A – 12 marzo 2023


Dal Vangelo secondo Giovanni (Forma breve: 4, 5-15.19b-26.39a.40-42).

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 

Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».


Commento

 La tecnica di approccio di Gesù alla donna samaritana ha il sapore di un tentativo di primo corteggiamento: e così è di fatto. La differenza è che egli non cerca di attrarla alla sua persona, ma – tramite se stesso – all’amore del Padre che lo ha inviato tra noi.
Egli si mostra bisognoso, perché in realtà lo è, ma fa di questa sua situazione di bisogno l’occasione per incontrare una sete ben più grande della propria, cioè il desiderio del cuore di una donna che non va giudicata per il suo spirito libertino, essendo al sesto pseudo-marito, ma va considerata per la parte sana di quell’inquietudine che la porta a non accontentarsi, a non darsi pace finché non raggiunga l’oggetto insostituibile della sua sete, l’unico che la possa dissetare.

Ci viene rivelata in questa scena la potenza della debolezza dell’uomo Gesù. Questi estingue la sete della donna e anche la nostra – ne siamo certi – mostrandosi in tutta la sua fragilità. Capiamo di qui anche il significato di quelle due parole in croce, tra le ultime della sua esistenza terrena, “Ho sete”. Si, Gesù ha sete, ma in quel dolore oggettivo e storico, egli sazierà il desiderio di vita di tutti coloro che si sono persi dietro ad ambizioni e desideri vuoti.

Un paradosso che potrà rivelarsi nella vita di ogni suo discepolo che accetti sinceramente di vivere la propria umana debolezza affidandosi alla sua forza. San Paolo ci ricorda che: “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Evidentemente allude proprio al fatto che l’accettazione per amore di Cristo del proprio limite apre la strada alle meraviglie della potenza di Dio. Concludo con una bellissima espressione di Papa Francesco tratta dalla sua lettera “Patris corde”, al n. 2, dell’8 dicembre 2020, che va esattamente nella stessa direzione: “La storia della salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza.”

domenica 26 febbraio 2023

"A tu per tu"

 

 Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima/A – 26 febbraio 2023


Dal Vangelo secondo Matteo (4,1-11)

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Commento

 Con questa parola della I Domenica di Quaresima accogliamo l’opportunità di un tempo di purificazione radicandoci nel cuore di Gesù che “… fu condotto dallo Spirito nel deserto” – dice il Vangelo. Lo Spirito di Dio – certo - non induce alla tentazione, ma sicuramente a contrastare il male nella tentazione. Anche per questo nel Padre nostro, non chiediamo di evitarci la tentazione, ma di non essere abbandonati in essa. Nel Nuovo testamento troviamo un passo di San Giacomo molto illuminante: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, [3] sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. [4] E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.” (Gc 1,2-4)

Il deserto – in fondo - è un luogo necessario per andare al nocciolo della questione della lotta contro il male, per distinguere sempre meglio il vero nemico della nostra vita; un nemico insidioso, molto furbo che si nasconde in falsi alibi che usiamo per discolparci; come fece Adamo che disse: “La donna che mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero”; e come fece anche Eva a sua volta: “il serpente mi ha ingannata”. Insomma, alla fine troviamo sempre qualcuno a cui dare la colpa dei nostri errori. In realtà il male non entra dall’esterno ma sorge sempre dal nostro cuore perché da lì – dice Gesù – “…provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19). 

Allora benedetto questo tempo quaresimale in cui, nella comunione con la Chiesa riceviamo una forza speciale dal Signore per scendere nella verità di ciò che siamo, qui e ora, per abbandonare il culto dei falsi idoli, cioè tutto quel tempo, preoccupazioni e ansie spese dietro a cose dalle quali speriamo, illudendoci, di ricevere vita ma che in realtà ce la tolgono, ce la soffocano, ce la sminuiscono. Custodiamo invece nel cuore la parola di Gesù di oggi: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».


giovedì 16 febbraio 2023

Trasloco in corso

 

Commento al Vangelo della VII Domenica del Tempo Ordinario/A – 19 febbraio 2023


+ Dal Vangelo secondo Matteo (5,38-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

 

COMMENTO

 Ci troviamo nella parte centrale del grande discorso della montagna, chiamato così perché pronunciato su un’altura nei pressi del lago, o mare, di Galilea. Forse il nome di questo “discorso” è definibile “della montagna”, meno per il rilievo montuoso veramente relativo sul quale Gesù si trovava, e molto più per la straordinaria altezza e sublimità spirituale dei suoi contenuti. Così alti che potrebbero sembrare irraggiungibili.

Questa affrettata conclusione sarebbe in assoluto la peggiore! Perdonare i nemici, reagire alla violenza senza usare la violenza, partecipare alla stessa perfezione di Dio Padre. Ma vale la pena di iniziare a scalarla questa montagna? … Certamente sì.
Colui che ha detto queste parole era il figlio unigenito di Dio, la parola di Dio diventata realtà vissuta, concreta, operativa e operante. La nostra possibilità di vivere quanto richiesto da Gesù risiede proprio nel fatto che Dio si è impastato della nostra debolezza perché questa nostra fragilità si impastasse della sua divinità.
Passatemi l’esempio, ma è come se la nostra esistenza dovesse traslocare dalla nostra sfera umana a quella divina di Cristo, ovviamente pur rimanendo noi uomini; e ciò non in virtù di nostri sforzi, ma anzitutto in virtù dell’azione dello Spirito Santo, la terza persona divina, che grida in noi “Abbà, cioè Padre!” (cf. Rom 8,14-17). In un vecchio canto liturgico si diceva: “Dio si è fatto come noi per farci come lui”. E san Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi dice: “Tutto posso in colui che mi dà la forza!” (Fil 4,13).

Non era forse questo il contenuto della profezia di Ezechiele, secoli prima di Cristo: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ez 36,26)?.

Questi comandamenti sono irrealizzabili dalle nostre sole forze, ma sono possibili per partecipazione alla vita di Cristo, di Colui che effettivamente ci ha dato una vita nuova, una nuova esistenza da “figli di Dio”, aprendoci un varco per accedere al cuore di Dio Padre. Quindi, buon trasloco!



giovedì 9 febbraio 2023

I pericolosi algoritmi della vita spirituale

  

VI Domenica del Tempo Ordinario/A – 12 febbraio 2023


Dal Vangelo secondo Matteo (Forma breve: 5, 20-22a.27-28.33-34a.37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

 

Commento

 Senza interiorità non c’è regola che salvi dall’ipocrisia, o dalla rigidità. Molto spesso nella Chiesa si sono succedute tentativi di riforma o rinnovamento che facevano leva su regole più stringenti: ore aggiuntive di preghiera, digiuni periodici, ore di adorazione eucaristica notturna; ma la questione fondamentale e fondante rimane sempre “il cuore”, cioè quel luogo immateriale ma concretissimo dell’essere umano dove egli si decide per una cosa o per un’altra. Ciò che definisce il nostro rapporto con il Signore e con i nostri fratelli è l’orientamento del cuore.

E il cuore dell’uomo diviene giusto, con uno sguardo di vero rispetto e amore sulle cose e sul prossimo, nella misura in cui egli permane una dimora accogliente dello Spirito del Signore, nutrendosi del suo amore; quindi attraverso un ascolto attento della Parola di Dio, una certa vita di preghiera e l’esercizio perseverante delle virtù cristiane, prime fra tutte la fede, la speranza e la carità.

Qualsiasi atto di culto, o qualsiasi osservanza esteriore (pur necessarie, si badi bene, PUR NECESSARIE!) se non sono accompagnate da uno slancio interiore della coscienza non sono sufficienti per superare l’atteggiamento di quelli che pretendevano di salvarsi per l’osservanza di regole. Purtroppo tutt’ora rimane in molti credenti cristiani l’idea che ciò che conta è l’osservanza di alcuni precetti, che sia necessario pregare in una lingua piuttosto che in un’altra, con una forma liturgica piuttosto che con un’altra, o che sia assolutamente necessario ricevere la Comunione in un modo piuttosto che in un altro. E così abbiamo annullato e vanificato la croce di Cristo, perché pensiamo che i nostri atti siano più importanti del suo amore! Che tristezza. 

Le leggi della Chiesa saranno pure diverse dalle leggi ebraiche, ma se nel viverle permane quel formalismo senza cuore, a che - e a chi giova - la gratuita salvezza di Cristo?


giovedì 2 febbraio 2023

La Luce c'è già

 

Commento al Vangelo della V Domenica del Tempo Ordinario/A – 5 febbraio 2023


Dal Vangelo di Matteo (5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

Nella liturgia di Natale abbiamo ascoltato a proposito del Figlio di Dio-fatto uomo-Gesù: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Proprio di quella luce noi uomini siamo il riflesso, ancora meglio l’irradiazione, dato che la vita di Dio, quella di Cristo figlio in particolare, dimora in noi personalmente a partire dal giorno del Battesimo.

 In alcune chiese antiche si usava dire che i cristiani erano gli “illuminati”, a significare che la vita di Cristo Signore, luce del mondo, era in quel modo partecipata anche a chi fino a prima del Battesimo, suo malgrado, era nelle tenebre. 

Pensiamo a quell’unica volta nell’anno in cui si celebra la liturgia della luce, all’inizio della Veglia pasquale. Alla seconda acclamazione “Cristo luce del mondo”, tutti i fedeli accendono la propria candela, non con il loro accendino, ma attingendo alla luce del cero pasquale, simbolo di Cristo – direttamente o per il tramite di candele di altri fedeli. 

Come in tutti i segni della liturgia, c’è un messaggio non interamente traducibile a parole, ma che ci riporta al cuore delle parole di Gesù appena ascoltate: “Voi siete luce del mondo, voi siete il sale della terra”. Qui non c’è un’esortazione a diventare qualcosa, ma piuttosto l’affermazione di un dato di fatto. L’esortazione dovrebbe risuonare, invece, nella coscienza di ciascun credente: un’esortazione a non eclissare questa presenza, e parimenti a non perderne il sapore, rincorrendo false divinità, adorando idoli fatti di nulla, o non riconoscendo la dignità della vita che brilla anche nei fratelli più indifesi.