mercoledì 20 aprile 2022

Attraversare lo scandalo della croce

 

II Domenica di Pasqua, anno C – 24 aprile 2022


Dal Vangelo di Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Commento

Domenica dell’ottava di Pasqua, ormai nota come domenica della divina misericordia. I discepoli gioirono al vedere il Signore, sebbene quel corpo portasse ancora i segni delle ferite alle mani e al fianco; quelle ferite erano ormai guarite, senza più dolore e prive di pericolosità. Gesù è risorto, è vivo, questo è ciò che conta. Nello stesso modo in cui il Padre lo ha mandato, ora Lui invia gli apostoli ad annunciare la misericordia e la pace al mondo. La potenza dello Spirito Santo grazie alla quale è rimasto unito al Padre, ora viene donata agli apostoli perché ne siano trasmettitori, testimoni e trasmettitori di misericordia. Quella potenza permetterà loro di vivere sempre nel corpo spirituale del Cristo Gesù.
Si tratterà da parte loro di essere fedeli al mandato: “come il padre mi ha mandato, così io mando voi.” La modalità dovrà restare sempre la stessa, quella della totale donazione di sé nell’altro, nella profonda unione che è resa possibile solo dal Signore della comunione: lo Spirito Santo.
Per quella stessa potenza anche noi, come Tommaso (detto Dìdimo, cioè gemello), ascoltando e leggendo i segni che sono stati scritti nei vangeli per la nostra fede, potremo toccare le sue ferite, contemplare le sue piaghe, in definitiva far esperienza del suo amore.
Ogni piaga, spirituale o corporale, nostra o del nostro prossimo, pur restando tale, potrà divenire un luogo “pasquale”, cioè di passaggio: dallo scandalo della sofferenza e della solitudine allo stupore della presenza che fa esclamare insieme al nostro fratello gemello Tommaso: “Mio Signore, mio Dio”.  

 
 

giovedì 14 aprile 2022

L'ora del passaggio

 
 

Veglia di Pasqua, anno C – 16-17 aprile 2022


Dal Vangelo secondo Luca (24,1-12)

 Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: "Bisogna che il Figlio dell'uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno"».
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo. Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli.
Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l'accaduto.
 

 Commento

 Se gli evangelisti avessero voluto fare una messa in scena della resurrezione di Gesù, le ultime testimonianze da inventare sarebbero state proprio quelle di alcune donne, le cui deposizioni - nel mondo orientale di quel tempo - non erano considerate rilevanti; e di qui si capisce anche la reazione scettica del gruppo degli undici.
Eppure, nelle donne impaurite riaffiora qualche ricordo delle parole del Maestro, sollecitato dai due misteriosi uomini in vesti sfolgoranti, e Pietro, nonostante tutto si alza e inizia la corsa al sepolcro.
Adesso ci siamo noi: anche noi abbiamo la memoria di qualche parola di fede ascoltata, oppure la memoria di qualche bell’esempio di fede vissuta. Se lo snodo cruciale della salvezza è il sacrificio d’amore di Gesù in croce, il punto fondante della nostra fede è la sua resurrezione. Era dunque vero o no tutto quello che Gesù preannunciò nella sua predicazione itinerante? Chi vi parla è per il “Sì”. Gesù è veramente risorto, egli è vivo, intercede e “perciò può salvare perfettamente – come dice la lettera agli Ebrei - quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli, infatti, è sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7,25).
Si possono fare mille obiezioni all’annuncio di fede in Gesù, sollevare mille dubbi, e altrettante perplessità sul fatto che un uomo possa risorgere.
Al credente è sufficiente la testimonianza dello Spirito di Dio, lo stesso che ha agito nel grembo di Maria, che ha sospinto Gesù alla missione a partire dal Battesimo al fiume Giordano, lo stesso che ha spinto gli apostoli ad annunciare il Vangelo dal giorno di Pentecoste, lo stesso che rende figli adottivi, e per mezzo del quale gridiamo: “Abbà Padre!”, perché ci attesta nel profondo del cuore che siamo figli di Dio.
Buona Pasqua, buon “passaggio” dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Dio.

venerdì 8 aprile 2022

Di Pasqua in Pasqua

 

Domenica delle Palme, anno C – 10 aprile 2022


Dal Vangelo di Luca (23,50-56) - versione abbreviata

 Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

 

Commento

Domenica della Passione di Cristo. Abbiamo ascoltato appena gli ultimi versetti del lungo racconto. La sconfitta subita da Gesù forse non aveva soppresso del tutto nel cuore di Giuseppe d’Arimatea l’attesa di un diverso epilogo. Le prime luci del sabato della Parascève (della vigilia di Pasqua) richiamano le prime luci di un’ulteriore speranza appena vagheggiata.
In Giuseppe che cerca il corpo di Gesù possiamo vedere l’immagine di tutti coloro che accolgono e accettano l’idea di un salvatore che transita attraverso la morte. 

Anche noi dovremmo essere capaci di saper attendere, di vegliare, di pazientare sulle nostre delusioni in compagnia di Gesù, che ci propone di vivere con lui l’offerta di ciò che siamo e di ciò che sopportiamo. 

Pensiamo in questa Settimana Santa che si apre con la domenica delle Palme, alla bellezza di quello che scrive San Paolo ai cristiani di Roma: “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.” (Rm 6,3-4).

In ogni celebrazione eucaristica possiamo continuamente alimentare e consolidare ciò che abbiamo ricevuto nel Battesimo una volta per tutte: offrire sull’altare le nostre sconfitte e i nostri pesi per ricevere in cambio la vita nuova di Cristo; vivere già ora un passaggio dalla morte alla vita nella dimensione dello spirito, nell’attesa del passaggio finale, quando arriverà il momento, alla Gerusalemme del cielo.


Buona Settimana Santa

domenica 3 aprile 2022

Misericordia, e poi?

  

V Domenica di Quaresima – anno C – 3 aprile 2022
 

 

Dal Vangelo di Giovanni (8,1-11)

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

 

Commento

Rimaniamo con il dubbio se questa povera donna, povera nella sua fragilità, si sarà pentita e avrà accolto o meno il perdono di Gesù. Il racconto del vangelo si conclude infatti con l’invito del Signore: “Va’ e d’ora in poi non peccare più” e poi più niente si dice. Certo è che se la creazione è tutta opera di Dio, la seconda creazione, la salvezza, richiede il “Sì” dell’uomo.
Forse volutamente l’evangelista si ferma qui: con la testimonianza di questo episodio egli, e soprattutto lo Spirito di Dio tramite lui, ci interpella e attende da noi una reazione alla parola di Gesù: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.
L’iniziativa resta sempre nelle mani di Dio, ma questa volta la risposta dell’uomo partecipa della nuova creazione che Dio vuole realizzare dopo la distruzione del peccato. Resterà enigmatico il contenuto di ciò che Gesù scrisse col dito nella polvere, ma forse ci rimanda a Gen 2,7 quando nel secondo racconto della creazione si dice che “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”.
Gesù nell’accogliere la donna adultera sta riplasmando di nuovo la sua umanità, e ora le soffia nel cuore l’alito di vita della sua misericordia. Ma, a questo punto, divenire un essere vivente spetta a lei: dalla sua decisione di accogliere il perdono e di vivere a partire da questo. E noi, cosa decideremo per la nostra vita?

giovedì 24 marzo 2022

C'è spreco e spreco

 

 IV domenica di Quaresima, anno C – 27 marzo 2022


Dal Vangelo di Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Commento

IV domenica di quaresima, parabola del padre misericordioso o – come si preferiva dire tempo addietro – del figlio prodigo. Ne abbiamo ascoltata solo la metà, ma chi ancora non sapesse come è andata a finire, non ha che da andare al capitolo 15 del vangelo secondo Luca. La potremmo però definire con un titolo che è una via di mezzo tra i due precedenti: “la parabola del padre prodigo” … di misericordia, cioè del padre che spreca misericordia. Il figlio minore spreca dei beni terreni che per natura sono limitati, mentre il padre buono spreca un bene spirituale, quello della misericordia che in Dio è infinito e inesauribile, perché la misericordia è Dio stesso. Ce lo ricorda San Giovanni nella sua prima lettera: “Dio è amore” (1Gv 4,17).

Per chi non avesse voglia di andare a leggere la fine possiamo semplicemente dire che il figlio maggiore, invece, rimane a casa solo fisicamente, ma di fatto vive in un mondo a parte, senza alcun calore, distante nel cuore sia dal padre che dal fratello, per il quale è incapace di rattristarsi per la sua partenza, e di gioire per il suo ritorno. 

Lasciamoci allora interrogare da due questioni. La prima: chi non è convinto di avere a che fare con un Dio, padre di infinita misericordia, resterà sempre invidioso di chi trasgredisce; avrà sempre il desiderio di una ricompensa per sé e della punizione per chi sbaglia, e non saprà mai godere del bene per il bene, perché convinto che il godimento di esso debba essere in via esclusiva. La seconda è che la misericordia di Dio, in realtà, non sarà mai sprecata: per un solo uomo che l’avrà saputa accogliere, non sarà stata donata invano. Siamo noi, invece, che forse sprechiamo tempo e non ne troviamo mai neanche una manciata per andare ad accogliere il perdono del Signore.


domenica 20 marzo 2022

Tutto passa

 

 III domenica di quaresima – anno C – 20 marzo 2022 

 

 Dal Vangelo di Luca (13,1-9)

 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


Commento

La pazienza di Dio non ha limiti, quel che è limitato è piuttosto il nostro tempo, la durata della nostra esistenza terrena. Capiamo che l’anno di tempo a disposizione del vignaiolo per far portare frutti al fico è un tempo simbolico; esso è il tempo umano per accogliere gli inviti alla conversione che il Figlio di Dio è venuto a rivolgerci da parte del Padre.

Ricordiamo quando Gesù, nella sinagoga di Nazaret, diede inizio alla sua missione citando proprio il passo del profeta Isaia:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
 e predicare un anno di grazia del Signore. (Lc 4,18-19)

C’è il pericolo terribile che l’uomo sia distratto dalle preoccupazioni mondane e non si accorga di ciò che veramente conta, di ciò che dura in eterno. In questa ottica anche una disgrazia, di cui non abbiamo il diritto di vedere un castigo per nessuno, può essere letto come un richiamo alla nostra oggettiva fragilità, alla temporaneità del nostro pellegrinare su questa terra.

La sofferenza resta un mistero sulle cui ragioni neanche Gesù si è addentrato nelle spiegazioni. Tuttavia dovrebbero restarci impresse due certezze. Il giudizio di Dio non è di questo mondo, ma avverrà al termine della nostra vita; secondo, che anche una disgrazia per me o per chi mi sta vicino dovrebbe far riflettere su quali sono i fondamenti sicuri su cui appoggiamo la nostra esistenza.

domenica 13 marzo 2022

Al limite del comprensibile

 II Domenica di Quaresima / C  – 13 marzo 2022


Dal Vangelo di Luca (9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

Commento

 II domenica di Quaresima. Se nella prima sono le tentazioni nel deserto, in ogni seconda domenica di Quaresima la tappa obbligata è la Trasfigurazione di Gesù. L’evangelista Luca aggiunge un dettaglio che per gli altri 2 evangelisti che raccontano lo stesso episodio è sottinteso: Gesù salì sul monte “… a pregare”. A sottolineare che lo splendore della sua divinità emerge non appena si pone in ascolto, pregando, della voce del Padre. 

E nella comunione del Padre, poi, si manifesta anche la comunione dei santi, di tutti coloro che cercano e che hanno cercato Dio. Ecco il significato dell’apparizione dei due colossi dell’antico testamento, Mosè ed Elia, che spiegano a Gesù il grande esodo di liberazione per sé e per, e per gli altri che lo aspetta a Gerusalemme.

Tutto questo forse è troppo grande per i tre amici di Gesù e i loro occhi si appesantiscono, ma dal sonno riemergono con uno sguardo nuovo, “videro la sua gloria”. Come nella Genesi l’uomo per riconoscere la donna formata della sua stessa carne, dovette cadere nel sonno, così qui i tre apostoli, per riconoscere in Gesù la gloria dello sposo divino, devono attraversare il sonno della ragione. Per vedere le cose di Dio, occorre addormentare i nostri ragionamenti i quali possono, e devono, solo traghettarci alla soglia del mistero senza poter avanzare oltre. Infatti, Pietro balbetta qualcosa, ma non sa neppure quel che dice, sperando di trattenere quel momento meraviglioso; e all’ulteriore segno, la voce dalla nube: “Questi è il mio figlio, l’eletto, ascoltatelo!”, i tre discepoli addirittura tacquero, “e non riferirono a nessuno ciò che avevano visto”.

È nella contemplazione della presenza di Gesù che i dubbi e le ansie si sciolgono. Non è detto che si risolvano; se intuiamo in ogni passaggio faticoso dell’esistenza che Dio padre ci tiene per mano, allora il cammino non è un vagare disperato, ma piuttosto un esodo, un passaggio che rimane certamente difficile, ma che apre verso una più grande manifestazione della gloria di Dio.