giovedì 24 marzo 2022

C'è spreco e spreco

 

 IV domenica di Quaresima, anno C – 27 marzo 2022


Dal Vangelo di Luca (15,1-3.11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Commento

IV domenica di quaresima, parabola del padre misericordioso o – come si preferiva dire tempo addietro – del figlio prodigo. Ne abbiamo ascoltata solo la metà, ma chi ancora non sapesse come è andata a finire, non ha che da andare al capitolo 15 del vangelo secondo Luca. La potremmo però definire con un titolo che è una via di mezzo tra i due precedenti: “la parabola del padre prodigo” … di misericordia, cioè del padre che spreca misericordia. Il figlio minore spreca dei beni terreni che per natura sono limitati, mentre il padre buono spreca un bene spirituale, quello della misericordia che in Dio è infinito e inesauribile, perché la misericordia è Dio stesso. Ce lo ricorda San Giovanni nella sua prima lettera: “Dio è amore” (1Gv 4,17).

Per chi non avesse voglia di andare a leggere la fine possiamo semplicemente dire che il figlio maggiore, invece, rimane a casa solo fisicamente, ma di fatto vive in un mondo a parte, senza alcun calore, distante nel cuore sia dal padre che dal fratello, per il quale è incapace di rattristarsi per la sua partenza, e di gioire per il suo ritorno. 

Lasciamoci allora interrogare da due questioni. La prima: chi non è convinto di avere a che fare con un Dio, padre di infinita misericordia, resterà sempre invidioso di chi trasgredisce; avrà sempre il desiderio di una ricompensa per sé e della punizione per chi sbaglia, e non saprà mai godere del bene per il bene, perché convinto che il godimento di esso debba essere in via esclusiva. La seconda è che la misericordia di Dio, in realtà, non sarà mai sprecata: per un solo uomo che l’avrà saputa accogliere, non sarà stata donata invano. Siamo noi, invece, che forse sprechiamo tempo e non ne troviamo mai neanche una manciata per andare ad accogliere il perdono del Signore.


domenica 20 marzo 2022

Tutto passa

 

 III domenica di quaresima – anno C – 20 marzo 2022 

 

 Dal Vangelo di Luca (13,1-9)

 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


Commento

La pazienza di Dio non ha limiti, quel che è limitato è piuttosto il nostro tempo, la durata della nostra esistenza terrena. Capiamo che l’anno di tempo a disposizione del vignaiolo per far portare frutti al fico è un tempo simbolico; esso è il tempo umano per accogliere gli inviti alla conversione che il Figlio di Dio è venuto a rivolgerci da parte del Padre.

Ricordiamo quando Gesù, nella sinagoga di Nazaret, diede inizio alla sua missione citando proprio il passo del profeta Isaia:
Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
 e predicare un anno di grazia del Signore. (Lc 4,18-19)

C’è il pericolo terribile che l’uomo sia distratto dalle preoccupazioni mondane e non si accorga di ciò che veramente conta, di ciò che dura in eterno. In questa ottica anche una disgrazia, di cui non abbiamo il diritto di vedere un castigo per nessuno, può essere letto come un richiamo alla nostra oggettiva fragilità, alla temporaneità del nostro pellegrinare su questa terra.

La sofferenza resta un mistero sulle cui ragioni neanche Gesù si è addentrato nelle spiegazioni. Tuttavia dovrebbero restarci impresse due certezze. Il giudizio di Dio non è di questo mondo, ma avverrà al termine della nostra vita; secondo, che anche una disgrazia per me o per chi mi sta vicino dovrebbe far riflettere su quali sono i fondamenti sicuri su cui appoggiamo la nostra esistenza.

domenica 13 marzo 2022

Al limite del comprensibile

 II Domenica di Quaresima / C  – 13 marzo 2022


Dal Vangelo di Luca (9,28-36)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

Commento

 II domenica di Quaresima. Se nella prima sono le tentazioni nel deserto, in ogni seconda domenica di Quaresima la tappa obbligata è la Trasfigurazione di Gesù. L’evangelista Luca aggiunge un dettaglio che per gli altri 2 evangelisti che raccontano lo stesso episodio è sottinteso: Gesù salì sul monte “… a pregare”. A sottolineare che lo splendore della sua divinità emerge non appena si pone in ascolto, pregando, della voce del Padre. 

E nella comunione del Padre, poi, si manifesta anche la comunione dei santi, di tutti coloro che cercano e che hanno cercato Dio. Ecco il significato dell’apparizione dei due colossi dell’antico testamento, Mosè ed Elia, che spiegano a Gesù il grande esodo di liberazione per sé e per, e per gli altri che lo aspetta a Gerusalemme.

Tutto questo forse è troppo grande per i tre amici di Gesù e i loro occhi si appesantiscono, ma dal sonno riemergono con uno sguardo nuovo, “videro la sua gloria”. Come nella Genesi l’uomo per riconoscere la donna formata della sua stessa carne, dovette cadere nel sonno, così qui i tre apostoli, per riconoscere in Gesù la gloria dello sposo divino, devono attraversare il sonno della ragione. Per vedere le cose di Dio, occorre addormentare i nostri ragionamenti i quali possono, e devono, solo traghettarci alla soglia del mistero senza poter avanzare oltre. Infatti, Pietro balbetta qualcosa, ma non sa neppure quel che dice, sperando di trattenere quel momento meraviglioso; e all’ulteriore segno, la voce dalla nube: “Questi è il mio figlio, l’eletto, ascoltatelo!”, i tre discepoli addirittura tacquero, “e non riferirono a nessuno ciò che avevano visto”.

È nella contemplazione della presenza di Gesù che i dubbi e le ansie si sciolgono. Non è detto che si risolvano; se intuiamo in ogni passaggio faticoso dell’esistenza che Dio padre ci tiene per mano, allora il cammino non è un vagare disperato, ma piuttosto un esodo, un passaggio che rimane certamente difficile, ma che apre verso una più grande manifestazione della gloria di Dio.



giovedì 3 marzo 2022

Una nuova variante della pandemia dell’odio

 

 I Domenica di Quaresima/C – 6 marzo 2022

 

 Dal Vangelo di Luca  (4,1-13) 

 In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.


Commento

 I domenica di Quaresima: le tentazioni di Gesù nel deserto. Lo avevamo lasciato, il 9 gennaio scorso, immergersi nelle acque del fiume più basso della terra, il Giordano, per battezzarsi nelle iniquità della nostra natura umana. All’inizio della quaresima la liturgia ci presenta la continuazione di quella vicenda: Gesù è chiamato ora a sconfiggere la radice profonda del nostro peccato, che pur non gli appartiene. L’idolatria dei beni, la mania di potere ciò che si vuole e, ultimamente, il desiderio di auto-esaltazione: ecco le tre tentazioni di Gesù, ma anche le sue tre vittorie.

Sono questi i semi di vittoria posti nel deserto di Giuda che gli permetteranno di vincere gli attacchi del male: durante l’ultima cena, nell’orto del Getsemani, dall’alto della croce.
Gesù vittorioso regna nella sua Chiesa, in cui la presenza del suo Santo Spirito è per noi primizia di vittoria sul male e sulla morte, ma noi stentiamo ad entrare nella vera comunione che lui ci offre, e allora soccombiamo alla tentazione dell’auto affermazione.

In questi ultimi mesi abbiamo sentito dire, soprattutto da uomini di fede, che c’è una pandemia ancora peggiore di quella attuale, e cioè quella dell’odio. Poteva sembrare solo uno slogan molto bello, ma inconsistente; in questi ultimi giorni ne capiamo la verità. Il male è tremendamente contagioso, più di ogni altro virus, anche in quest’ultima variante est-europea, e se l’amore e la grazia di Cristo restano i vaccini invincibili, ci sarà sempre qualcuno che penserà di non averne bisogno, supponendo erroneamente di vincere l’odio con altro odio.

giovedì 24 febbraio 2022

La carità rimane in eterno

  

VIII Domenica del TO/C – 27 febbraio 2022


Dal Vangelo di Luca (6,39-45)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

 

Commento

Quale è un occhio cieco? Sicuramente un occhio che non riceve più luce. Ci troviamo di fronte ad un'altra metafora che collega la vita del corpo umano alla vita spirituale. Nel momento in cui si perde di vista la misericordia, l’attenzione alla persona e alla sua fragilità, si diventa ciechi: da qui la pretesa di scrutare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, mentre un trave ha accecato il proprio occhio. Sia pure che il fratello effettivamente è un pubblico peccatore; ma nel momento stesso che io mi metto nella posizione di colui che vorrebbe estirpare il male senza la misericordia per l’altro, c’è una cecità relazionale che si innesca: io non sono più figlio della luce, lo Spirito di Dio trova chiuso alla porta del mio cuore. Qualche versetto prima, infatti, Gesù si era raccomandato: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il padre vostro…con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”. Gesù non è venuto a far trionfare il bene sul male; è venuto a salvare l’uomo dal male. 

Ovviamente solo il soffio della carità di Dio, la presenza della persona divina del Santo Spirito ci può dare la misura e la capacità della misericordia di Dio. Altrimenti come si potrà essere misericordiosi come il padre nostro!

Proprio qui il punto: se non si accoglie lo Spirito di Dio attraverso la preghiera, la comunione ecclesiale, e quindi le relazioni umane, si diventa incapaci di camminare nella verità e tanto meno di guidare altri. 

Per cui l’albero buono è l’albero che dà frutti di comunione, cioè la persona che vive in comunione con Dio e i fratelli, e che non cerca tanto di affermare se stesso, quanto di lasciarsi guidare a sua volta.

Nella Chiesa sono esistiti uomini che hanno saputo organizzare e realizzare fondazioni notevoli, addirittura nuovi ordini religiosi con numerosi membri, ma poi nel momento della prova si sono rivelati incapaci di lasciarsi guidare, di vivere rapporti autentici e fraterni. E allora capiamo la gravità della raccomandazione di Gesù. Attenzione a non farsi abbagliare dai risultati appariscenti, dai numeri, dal successo popolare che potrebbe essere frutto solo di fattori umani. I frutti buoni che testimoniano la bontà dell’albero, cioè del cuore, non sono la quantità di consensi, ma la carità vissuta. E la carità, la misericordia le può donare solo Dio, lui che solo è buono, lui che solo è Amore, lui che solo può donare lo Spirito Santo, signore della Comunione. Sembra che Gesù nel momento più importante della sua missione non avesse poi molti fans sotto la croce; eppure quello è stato il frutto più decisivo e maturo della sua missione, quando ha riconciliato Dio e l’uomo nel suo stesso corpo offerto per amore.

sabato 19 febbraio 2022

Amare nel combattimento

 

VII Domenica del Tempo Ordinario  –  20 febbraio 2022 


Dal Vangelo di Luca (6,27-38) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Dà a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

 

TESTO 

Queste parole sono bellissime, indubbiamente. Ma c’è qualcuno sulla faccia della terra che le ha vissute? La risposta è Si: lo stesso Gesù di Nazaret che le ha pronunciate, e che per non smentirle si è lasciato consegnare nelle mani dei suoi uccisori. Gesù è per noi anzitutto una parola vivente, una parola vissuta nell’umiltà dell’incarnazione e poi nella carità della passione.

E poi Gesù le ha continuate a vivere col suo Spirito laddove, in questi ultimi 20 secoli, uomini e donne hanno aperto il cuore a tale presenza. Già San Paolo disse: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Gal 2,209). Come lui quanti santi potrebbero dirlo.
Ma voglio concludere raccontando un episodio accadutomi pochi mesi or sono. Un’anziana signora, molto distinta, è venuta per chiedermi di celebrare una S. Messa per una persona vivente, e mentre me lo chiedeva continuava a insultare tale persona che la stava facendo tanto soffrire. Di fronte al mio stupore, la signora mi ha fatto capire la sua convinzione di voler pregare tanto, anche con lo scomodo di far celebrare una Messa, per una persona che in cuor suo stava, sì, detestando, ma che aveva bisogno di essere aiutata.
Cari amici, forse questo non è ancora una santità pienamente realizzata, ma quando siamo capaci di ammettere a noi stessi – alla nostra coscienza – che c’è qualcuno che detestiamo, e siamo capaci di decidere di pregare per lui, pur senza sentimenti ancora pienamente benevoli, ebbene io credo che questo sia già la direzione indicata dal Vangelo di Gesù. Ovviamente da continuare a percorrere, nella grazia del Signore.

L’amore non è solo poesia, il perdono non è fatto solo di sentimenti; si tratta di una decisone del cuore, di quel nucleo intimo della nostra persona dove si prendono le decisioni più serie della vita, dove si decide dell’orientamento da dare alle nostre scelte. I sentimenti, forse, verranno dopo.

sabato 12 febbraio 2022

Abbiamo ancora bisogno di un salvatore?

 

VI Domenica del Tempo Ordinario, anno C – 13 febbraio 2022


Dal Vangelo di Luca (6,17. 20-26)

 In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i falsi profeti».


Commento

 Nei libri rituali della liturgia ci sono brani della Sacra Scrittura da scegliere secondo il tipo di celebrazione, che siano battesimi, matrimoni o esequie. E poi ci sono brani, come questo appena letto, che sembrano adatti ad essere letti in qualsiasi rito e in qualsiasi momento della vita.
Qui Gesù, non fa un discorso teologico; quelli, piuttosto, li facciamo – più o meno bene - noi. Non ci sono delle dichiarazioni di principio. Gesù di Nazareth ha davanti delle persone concrete. “C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne” ci dice l’evangelista.
A quelle persone concrete si rivolge quando dice: “beati voi poveri”. Sembra dire: “beati voi che non avete nulla e non siete attaccati a nulla, perché il Padre mio, Dio, trova il cuore libero per entrare e per darvi l’unica cosa che rende felici e che è anche l’unica che non si compra: l’amore”. Gesù non sta dicendo che la fame, la persecuzione e la sofferenza sono cose buone ma dice a chi si trova in queste situazioni: “Felici voi, perché c’è un Padre che vi rende, e vi renderà molto di più e ben di più di quello che ora vi manca e per cui soffrite ingiustamente”. Talmente ingiustamente che a coloro che in quella folla sono ricchi, sazi e gaudenti Gesù dice: “Guai a voi!”. Quel “guai” ha un’eco che giunge fino ai nostri giorni e che richiama alla verità di ciò su cui fondiamo la nostra vita. Significa anche: “guai a voi, perché se le vostre ricchezze non servono a dare dignità a chi ne è privo, se le vostre consolazioni non servono ad alleviare il dolore di chi è nella solitudine o nel pianto, esse finiranno con voi e non vi daranno MAI gioia, a parte qualche passeggero momento di piacere;  
Ecco, cari amici, in mezzo a quella folla ci siamo anche noi: ognuno si sentirà destinatario di un invito alla beatitudine, o forse di un “guai”. Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare, ma per essere salvati occorre avvertirne il bisogno.