giovedì 29 aprile 2021

La Comunione è vita

 

 V Domenica di Pasqua/B – 2 maggio 2021


Dal Vangelo di Giovanni (15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

 

Commento

La capacità di morire a sé stessi, di accettare le inevitabili potature della vita, manifesta e testimonia un’altra vita: la vita del Figlio di Dio, quella ricevuta nel battesimo per l’azione del Santo Spirito di Dio. La fedeltà a un contratto è un amore solo parziale; certamente è già qualcosa, è già una forma di rispetto, ma la consegna di sé al fratello, nel quale si riconosce il volto di Cristo vivo, dice una fiducia in un amore più grande che si sa di aver già ricevuto, e che deve piuttosto essere solo sfrondato e purificato, e pienamente comunicato. 

Chi ama sa lasciarsi potare. Chi ama, rimanendo e confidando nell’unica parola che è spirito e vita, cioè quella di Gesù, può e sa morire, perché sa che non è solo e che in fondo – nel suo cuore - è già passato dalla morte alla vita. 

Vivere come tralcio unito alla vite significa in pratica attraversare ogni momento della nostra quotidianità nella certezza di esistere dentro un grande respiro, un respiro d’amore tra il Padre dei Cieli e questa umanità assunta e incorporata da Cristo risorto, che con tutta la creazione ne riconosce con gratitudine le meraviglie e la bontà. La comunione col Signore non è questione di calcoli; rimanere vivi in lui non è la conseguenza di una formula, o di un algoritmo – come si usa dire di questi tempi – non è una conoscenza intellettuale – anzitutto -, ma esperienziale. 

Potremmo sapere tutto sulla persona di Gesù, ma senza mai aver conosciuto Gesù di persona: quel volto che emerge dalle pagine della Scrittura e si intravede nel volto del prossimo fratello.

venerdì 23 aprile 2021

Così bello e così vero!

 

 IV Domenica di Pasqua/B – 25 aprile 2021


 

Dal Vangelo di Giovanni (10,11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio»

 

Commento

Un pastore buono, un pastore bello, in definitiva un pastore vero, così vero che l’immagine terrena di un ordinario allevatore di pecore ne è solo una pallida somiglianza. Anche un allevatore di mestiere, in fondo, è poco meglio di uno stipendiato, di un mercenario; per quanto innamorato del suo gregge, comunque, egli vive del suo gregge, e si nutre della carne delle sue pecore. Nelle parole di Gesù, invece, si parla di un pastore straordinariamente buono; è lui a dare la vita per le pecore, donandola liberamente in loro favore, senza che nessuno gliela toglie.

Ma c’è di più: se nella vita biologica la carne delle pecore va ad alimentare e ad accrescere la carne di chi le mangia, di chi si nutre di esse, qui avviene esattamente il contrario: è il pastore che offre la sua vita per le pecore e diventa lui stesso cibo, nutrimento, sostegno della vita del suo ovile.

Un ultimo aspetto: Gesù dice: “ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Un solo pastore: gli uomini per i quali Gesù-figlio di Dio dona la vita al Padre, sono riuniti in un’unità soprannaturale, umanamente impossibile. Pur provenienti da altri ovili, da popoli al di fuori di quello ebraico, cioè, grazie al sacrificio di espiazione di Gesù potranno diventare “Uno”, una sola persona spirituale, una sola carne spirituale, un’unità vera nell’unico pastore-Gesù; per vivere non solo con lui e per lui, ma addirittura in Lui, respirando il suo stesso respiro d’amore nella comunione con di Dio Padre.

giovedì 15 aprile 2021

La comunione che rende presente Gesù si nutre di pesce … e di altro

 

III Domenica di Pasqua, anno B – 18 aprile 2021
 

 

Dal Vangelo di Luca (24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
 

Commento

Gesù risorto sembra prediligere, per fare apparizione, la presenza di una comunità, seppur ridotta al minimo di due, come nel caso dei due discepoli in cammino verso Emmaus. Maddalena è una donna privilegiata, quasi premiata per la sua caparbietà, ed è destinataria di un’apparizione unica, sorprendente, irripetibile; eppure, questa, subito sente il bisogno di condividere l’esperienza con la comunità apostolica, e corre ad annunziare ai discepoli. “Ho visto il Signore…” (Gv 20,18)
Prendiamo in esame le apparizioni agli apostoli. Tommaso dìdimo incontra il risorto solo a distanza di otto giorni, quando è riunito nel cenacolo con gli altri apostoli. Forse nei giorni precedenti la sua ricerca solitaria si era rivelata palesemente inutile. 

I due di Emmaus ricevono la visita di Gesù mentre “discorrevano e discutevano tra loro”, seppure i loro occhi furono capaci di riconoscerlo solo in tarda serata, allo spezzare del pane.
Anche nel brano di questa domenica Gesù si rende visibile alla presenza plurale dei discepoli: “Gesù stette in mezzo a loro”. Così, le apparizioni in Galilea raccontate da Matteo e da Marco, e anche da Giovanni, avvengono mentre “si trovavano insieme” (Gv  21,2). Gesù, d’altronde, durante la sua vita, proprio così aveva promesso: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».” (Mt 18,20). 

Capiamo in definitiva, che la comunità in cui Gesù si rende presente e vivo, non è questione di numeri, (ne bastano due) ma di vita. Una comunione di persone che cerca la presenza del Signore, che si interroga, che vive insieme: questo è il luogo spirituale, cioè attuale, in cui egli si comunica e si dona. Anche lo spezzare del pane eucaristico, supremo gesto di memoria del suo sacrificio, non potrà mai essere celebrato in modo solitario, ma sempre comunitario.

La comunità cristiana è quindi una comunione visibile, concreta, non teorica, fatta di gesti veri, come quelli della condivisione dei beni e del cibo. Nessun credente di nessuna epoca storica potrà sottrarsi a questa verifica, la capacità cioè di condividere il suo cammino con altri fratelli; perché qui solo si potrà fare esperienza di un Gesù vivo, e non di una vaga idea di esso, e qui solo il Signore sarà testimoniato in modo credibile al mondo.


giovedì 8 aprile 2021

Un nome che apre le porte della vita

 

II Domenica di Pasqua – 11 aprile 2021
 

Dal Vangelo di Giovanni (20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 


Commento

Molte persone sono state chiamate con il nome di Gesù, ma non per questo hanno accolto la salvezza o accoglieranno la salvezza del Cristo. Pensiamo a quanti portano il nome di: Salvatore, Emmanuele (che significa Dio con noi - l’appellativo di Gesù), Cristiano, o addirittura il nome stesso di Gesù, abbastanza diffuso nei paesi ispanici. Non è questo il senso dell’ultima frase che abbiamo appena ascoltato nel brano di Vangelo di oggi. Avere la vita nel nome di Gesù non è un fatto anagrafico ma una conseguenza della fede nella sua persona. E proprio per la nostra fede gli evangelisti ci hanno raccontato tanti segni, e soprattutto le apparizioni di Gesù dopo la resurrezione, “perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.

La fede in Gesù risorto e vivo ci porta alla fede nella sua missione di salvatore, di unigenito figlio di Dio mandato da Dio Padre.
Tommaso ha fatto un suo percorso, insieme agli altri apostoli, passando dallo sguardo degli occhi alla visione del cuore. Anche per lui vale la stessa cosa che dicevamo domenica scorsa per il discepolo che Gesù amava, quando entrò nel sepolcro: si dice che, entrando, “vide e credette”.

La fede non è un solo fatto emotivo e sentimentale, ma un fatto esistenziale, una scelta di vita che comporta anche dei passaggi non facili; la fede, credere nel suo nome, è una sorta di trasloco della propria esistenza spirituale in quella di un Altro, in questo caso in quella del Figlio Gesù, cioè nel suo spirito.

Credere nel nome di Gesù non è stato facile nemmeno per Tommaso che ha dovuto riconoscere Dio nel volto di un semplice uomo. Siamo certi che sarebbe stato così facile ed evidente per noi dire la stessa cosa: “Mio Signore, mio Dio!”? Credere nel nome di Gesù ha significato e significa per ogni uomo di questo mondo, accogliere lo Spirito di Gesù e con esso la sua vita in noi, perché noi possiamo a nostra volta, vivere in lui e di lui, da fratelli con gli altri uomini, nell’amore di Dio Padre.


venerdì 2 aprile 2021

La sfida della fede

 

 Domenica di Pasqua di risurrezione, 4 aprile 2021

 

TESTO (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.


 

Commento 

In questo brano sembra raffigurato il cammino di fede della Chiesa e di ciascuno di noi, con tutte le sue esitazioni ma anche con le sue scoperte, e la scoperta sempre più evidente dell’avvenimento fondante: la resurrezione di Gesù. Sappiamo dai vangeli che nessuno ha visto e raccontato il frangente della resurrezione; tuttavia, il ritrovamento della tomba vuota, cioè il NON ritrovamento del cadavere di Gesù nella tomba, è il primissimo passo, il primissimo mattone nell’edificio della fede della Chiesa, a cui seguiranno le varie apparizioni del Cristo.

Maria Maddalena si ferma davanti al masso rotolato: questo per lei è sufficiente per pensare ad un furto del corpo; e corre subito a dirlo a Pietro e all’altro discepolo, quello che Gesù amava – che per la Tradizione è lo stesso evangelista Giovanni che sta scrivendo -; quest’ultimo accorre, ma si ferma al di fuori, alla sola vista delle bende per terra. Pietro, invece, compie ancora un passo più avanti, entrando dentro il sepolcro dove, oltre alle bende, rinviene anche il sudario, svuotato di quel volto che fino a poche ore prima vi era custodito. Un susseguirsi di scenari, dove l’uno prepara il terreno all’altro. Ma è ancora il discepolo amato, che rinfrancato dall’ardire di Pietro, compie il passo decisivo: quello della fede. “E vide e credette”, ci dice il Vangelo. Questa è la svolta. A noi, ascoltatori di queste testimonianze, è posta la provocazione della fede personale, che pur non potendo fare a meno della testimonianza di questi uomini, e di Maria Maddalena, dovrà percorrere necessariamente le faticose strade del dubbio, della delusione, dell’incertezza.

 Il filosofo Pascal diceva che la fede ha i caratteri di una scommessa. A tutti i credenti o non credenti, vorrei proporre la fede di Cristo e in Cristo piuttosto come una sfida: “Cristo Signore, se è vero che sei vivo, come dicono i tuoi apostoli e Maria Maddalena, fatti presente nella mia vita, nel modo che tu solo sai”.

martedì 23 marzo 2021

Tutto si compie

 

Domenica delle Palme, anno B – 28 marzo 2021



Dal Vangelo di Marco (15,29-41)

Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.


Commento

 Ci soffermiamo su questo brano, tratto dal lungo racconto della Passione di Gesù secondo Marco. In esso ritroviamo il riassunto delle puntate precedenti, almeno delle ultime tre domeniche. Gesù che viene accusato di aver detto di poter ricostruire il tempio in tre giorni (III domenica): qui troviamo un segno incredibile e umanamente inspiegabile. Appena Gesù esala l’ultimo respiro il velo del tempio si strappa in due parti e, aggiunge Marco, si strappa da cima a fondo: anche un uomo avrebbe potuto strapparlo dal basso; qui è come se Dio dichiarasse finito quel culto, quel tempio, con tutta una serie di riti che, a somiglianza dell’acqua di Pilato, non lavano un bel nulla.

E poi troviamo Gesù innalzato sulla croce, pieno compimento della profezia del serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto per salvare gli ebrei dai morsi velenosi dei serpenti (IV Domenica). Gesù è richiesto di scendere dalla croce per dimostrare la sua gloria, ma in realtà nel dono della sua vita la sua gloria divina si mostra e non “si dimostra” come fosse un teorema.

Solo l’umiltà del centurione, pagano, ma libero nel cuore dalla presunzione di possedere la verità, ha la capacità di riconoscere la gloria di Dio in Gesù, e “avendolo visto spirare in quel modo disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».”. Il frutto della salvezza si rivela appieno solo dopo la morte del Messia, perché così aveva detto Gesù: “Se il chicco di grano caduto a terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (V Domenica).
Tutto si compie, tutto si ritrova nell’offerta che Gesù fa della sua vita al Padre. Chi dona la propria vita con Gesù e nel suo Spirito a Dio Padre, risorge con lui, fin da ora in un’esistenza piena, sensata, significativa, e poi nel mondo a venire, nella contemplazione, lo crediamo fermamente, della sua gloria senza fine.


venerdì 19 marzo 2021

Uscire da sé per ritrovarsi


V Domenica di Quaresima – anno B – 21 marzo 2021

 
Dal Vangelo di Giovanni (12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

COMMENTO 

L’evangelista-apostolo Giovanni, più degli altri evangelisti, è capace di presentarci la paradossalità della gloria di Gesù. Non ci racconta né l’episodio della trasfigurazione, né il momento di combattimento spirituale nell’orto degli ulivi, ma in queste poche parole c’è sia l’anticipo della sua gloria, sia la fatica dell’assenso alla volontà del Padre vissuta al Getsemani. Da notare che, similmente a quanto ci raccontano gli altri tre evangelisti nella Trasfigurazione, la voce dal cielo viene a confermare quanto proclamato da Gesù. Questi desidera solamente rivelare la volontà del Padre suo, desidera cioè che Dio Padre sia manifestato, glorificato appunto, agli occhi del mondo, agli occhi di chi lo vuole vedere e lo vuole conoscere in profondità, come quei greci.

La risposta di Gesù a tale richiesta non può che essere riorientata al volto del Padre, al compimento della sua volontà che è quella del dono, puro, gratuito, e senza ritorno. Dio Padre tutto si è donato nel Figlio e il Figlio interamente si offre a lui, senza trattenere nulla per sé, neppure la sua vita terrena, mettendo addirittura in ombra la sua luce divina. Ma questa è la vera fecondità di Gesù, questa è la sua vera luminosità. Egli diventa fecondo, generativo, diventa salvatore, diventa – potremmo dire – veramente sé stesso nel momento e dal momento che è capace di rivelare questa profonda identità di Dio: il dono totale di sé per la Comunione, tramite la potenza del divino Spirito.

Ecco la logica del seme caduto in terra che accetta di morire, ed ecco la logica del vero servo del Maestro che per seguirlo dovrà riprodurre nella sua esistenza la stessa dinamica: il dono di sé. Quello che ci chiede di fare Gesù non è difficile da capire, ma rimane paradossale: occorre morire a sé stessi per vivere pienamente, lasciandosi attirare da Lui, dall’alto del suo amore crocifisso.