martedì 23 marzo 2021

Tutto si compie

 

Domenica delle Palme, anno B – 28 marzo 2021



Dal Vangelo di Marco (15,29-41)

Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.


Commento

 Ci soffermiamo su questo brano, tratto dal lungo racconto della Passione di Gesù secondo Marco. In esso ritroviamo il riassunto delle puntate precedenti, almeno delle ultime tre domeniche. Gesù che viene accusato di aver detto di poter ricostruire il tempio in tre giorni (III domenica): qui troviamo un segno incredibile e umanamente inspiegabile. Appena Gesù esala l’ultimo respiro il velo del tempio si strappa in due parti e, aggiunge Marco, si strappa da cima a fondo: anche un uomo avrebbe potuto strapparlo dal basso; qui è come se Dio dichiarasse finito quel culto, quel tempio, con tutta una serie di riti che, a somiglianza dell’acqua di Pilato, non lavano un bel nulla.

E poi troviamo Gesù innalzato sulla croce, pieno compimento della profezia del serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto per salvare gli ebrei dai morsi velenosi dei serpenti (IV Domenica). Gesù è richiesto di scendere dalla croce per dimostrare la sua gloria, ma in realtà nel dono della sua vita la sua gloria divina si mostra e non “si dimostra” come fosse un teorema.

Solo l’umiltà del centurione, pagano, ma libero nel cuore dalla presunzione di possedere la verità, ha la capacità di riconoscere la gloria di Dio in Gesù, e “avendolo visto spirare in quel modo disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».”. Il frutto della salvezza si rivela appieno solo dopo la morte del Messia, perché così aveva detto Gesù: “Se il chicco di grano caduto a terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (V Domenica).
Tutto si compie, tutto si ritrova nell’offerta che Gesù fa della sua vita al Padre. Chi dona la propria vita con Gesù e nel suo Spirito a Dio Padre, risorge con lui, fin da ora in un’esistenza piena, sensata, significativa, e poi nel mondo a venire, nella contemplazione, lo crediamo fermamente, della sua gloria senza fine.


venerdì 19 marzo 2021

Uscire da sé per ritrovarsi


V Domenica di Quaresima – anno B – 21 marzo 2021

 
Dal Vangelo di Giovanni (12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

COMMENTO 

L’evangelista-apostolo Giovanni, più degli altri evangelisti, è capace di presentarci la paradossalità della gloria di Gesù. Non ci racconta né l’episodio della trasfigurazione, né il momento di combattimento spirituale nell’orto degli ulivi, ma in queste poche parole c’è sia l’anticipo della sua gloria, sia la fatica dell’assenso alla volontà del Padre vissuta al Getsemani. Da notare che, similmente a quanto ci raccontano gli altri tre evangelisti nella Trasfigurazione, la voce dal cielo viene a confermare quanto proclamato da Gesù. Questi desidera solamente rivelare la volontà del Padre suo, desidera cioè che Dio Padre sia manifestato, glorificato appunto, agli occhi del mondo, agli occhi di chi lo vuole vedere e lo vuole conoscere in profondità, come quei greci.

La risposta di Gesù a tale richiesta non può che essere riorientata al volto del Padre, al compimento della sua volontà che è quella del dono, puro, gratuito, e senza ritorno. Dio Padre tutto si è donato nel Figlio e il Figlio interamente si offre a lui, senza trattenere nulla per sé, neppure la sua vita terrena, mettendo addirittura in ombra la sua luce divina. Ma questa è la vera fecondità di Gesù, questa è la sua vera luminosità. Egli diventa fecondo, generativo, diventa salvatore, diventa – potremmo dire – veramente sé stesso nel momento e dal momento che è capace di rivelare questa profonda identità di Dio: il dono totale di sé per la Comunione, tramite la potenza del divino Spirito.

Ecco la logica del seme caduto in terra che accetta di morire, ed ecco la logica del vero servo del Maestro che per seguirlo dovrà riprodurre nella sua esistenza la stessa dinamica: il dono di sé. Quello che ci chiede di fare Gesù non è difficile da capire, ma rimane paradossale: occorre morire a sé stessi per vivere pienamente, lasciandosi attirare da Lui, dall’alto del suo amore crocifisso.

giovedì 11 marzo 2021

Giudici di noi stessi

 

IV domenica di Quaresima, anno B – 14 marzo 2021
 

Dal Vangelo di Giovanni (3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
 Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

COMMENTO

Non viene mai nominato ma la sua presenza traspare in modo ovvio dalle parole di Gesù: il Padre, proprio il Padre nostro che è nei cieli che Gesù ci ha fatto conoscere e ci ha insegnato a pregare.
Gesù lo rivela chiaramente anche in questi versetti perché parla di sé definendosi come il Figlio di Dio, il figlio unigenito di Dio, specifica ancora.

E perché, stando alle sue parole, Gesù è stato inviato in questo nostro mondo, che a noi sembra così disordinato, così pieno di cattiverie, e forse ben poco meritevole di essere amato? Perché Dio Padre questo mondo lo vuole salvare, cioè lo vuole assumere per l’eternità (…quindi un contratto a tempo indeterminato!).

Gesù non nasconde ai suoi occhi il male, conseguenza inevitabile della libertà donataci, ma nella sua libertà ci offre il farmaco decisivo, la sua stessa vita donata e offerta in nostro favore. Gli antichi ebrei, nel loro cammino nel deserto, uscendo dall’Egitto, poterono guarire dai morsi mortali dei serpenti semplicemente rivolgendo lo sguardo al serpente di bronzo innalzato da Mosé.

Questo era solo figura e anticipo dell’innalzamento di Gesù sulla croce. “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” profetizza la Scrittura. A noi, oggi, anche ora che sto ascoltando queste parole, è sufficiente volgere il nostro sguardo di fede alla salvezza che Gesù, e lui solo, ci ha meritato, pagando lui le conseguenze dei nostri peccati.

Resta una sola domanda: accettiamo la sfida della fede in Cristo? Accettiamo di riconoscere in Gesù la rivelazione di un amore gratuito, paterno, venuto a salvarmi e non a condannarmi?
 

giovedì 4 marzo 2021

Occhi & Otri nuovi per il vino nuovo

 

III domenica di Quaresima, anno B – 7 marzo 2021

 
TESTO (Gv 2,13-25)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli, infatti, conosceva quello che c’è nell’uomo.


 

Commento
 

Cosa c’è nel cuore dell’uomo? Dio solo lo sa! Ma più in particolare, cosa c’era nel cuore di quegli uomini di Gerusalemme di cui Gesù non si fidava – ci dice l’evangelista – benché avessero creduto nei segni da lui compiuti? Potremmo dire semplicemente che c’era una mentalità vecchia, un uomo vecchio, ancorato alla mentalità della religione, cioè del culto esteriore, incapace di guardare con gli occhi di Dio, e più ancora con gli occhi dell’uomo nuovo-Cristo Gesù.
Abbiamo appena ascoltato che Gesù dichiarò di essere capace di ricostruire il tempio di Gerusalemme in tre giorni, ma solo quando poi fu risuscitato dai morti, - cito testualmente - “i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.

Allora, quella fede suscitata solo dai miracoli non poteva essere solida; era ancora una fede bambina e che, difatti, non resse il dramma della condanna di Gesù, incapace com’era di credere anche all’annuncio della futura resurrezione.
Il nuovo e vero tempio per onorare Dio, il luogo del vero culto spirituale, - perché “Dio è spirito” (Gv 4,24) - sarà, dalla Pasqua in poi, l’umanità stessa. Nel concreto: la carne di ogni fratello e di ogni sorella in cui, riconoscendovi e onorandovi il volto di Gesù, si potrà realizzare una restituzione del suo dono d’amore.

Questo testo evangelico è dunque un monito per ogni cristiano: se non si crede e non si coltiva una sincera fede nella resurrezione di Gesù; se non si crede che egli si immedesima nella vita della sua comunità, dei fratelli, soprattutto dei più poveri, - perché questo, ora, è il vero tempio di Dio! - restiamo bloccati ad una religione di morte: i nostri eventuali riti e osservanze religiose resteranno gesti vuoti, e forse - peggio ancora - ci daranno l’illusione di meritarci il paradiso. Da qui a fare delle cose di Dio un mercato il passo sarà brevissimo.

sabato 27 febbraio 2021

Più bianco che più bianco non si può

 

II Domenica di Quaresima, anno B – 28 febbraio 2021



TESTO (Mc 9,2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. 

 

COMMENTO

Quello splendore non veniva dall’uomo. Marco ce lo dice ricorrendo ad un paragone umano: nessun lavandaio e nessun detersivo avrebbero potuto lavare così bianco. La luce di quelle vesti veniva da Dio stesso che in quel frangente rivela la sua divina paternità, dichiarando Gesù suo figlio amato.

Le capanne, che Pietro vorrebbe costruire per trattenere la presenza di Gesù, Mosè ed Elia, ci riportano al cammino di Israele nel deserto; ma proprio perché il vero esodo, la vera liberazione, si compirà solo nella Pasqua, nella passione-morte-resurrezione di Gesù, i tre discepoli sono invitati a fissare la loro attenzione solo sul mistero della persona di Gesù.

Ben a ragione questi invita Pietro, Giacomo e Giovanni a custodire il segreto di quella magnifica trasfigurazione, perché solo la luce della sua resurrezione potrà permettere loro di comprendere i contorni di una simile manifestazione.

Qui troviamo un aggancio per la nostra esperienza di fede, per il nostro cammino spirituale: se non partiamo dalla Pasqua, dal fatto cioè che Gesù ha vinto la morte risorgendo il terzo giorno, anche noi rischiamo di rimanere bloccati nei nostri dubbi, nei nostri perché, nelle nostre cadute.

Quel Gesù in cui noi confidiamo è passato oltre la morte, avendoci prima promesso di andare a preparare un posto. Chiediamoci anche noi cosa significhi risorgere dai morti, perché se ci fermiamo sempre a ragionare solo di morte, i nostri cuori saranno sempre più appesantiti e privi di speranza.


venerdì 19 febbraio 2021

Deserto, luogo della lotta

 I Domenica di Quaresima, anno B – 21 febbraio 2021


TESTO (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».



COMMENTO

 Siamo all’inizio del tempo di Quaresima e, come ogni anno, la prima domenica ci presenta l’episodio della tentazione di Gesù nel deserto. Marco non si dilunga nel descrivere quante e quali furono queste tentazioni, ma ci racconta semplicemente che, uscendo da questo tempo di prova, Gesù proclama la buona notizia che si è ormai avvicinato il regno di Dio: che l’amore, la comunione che è Dio stesso stanno iniziando a prendersi la rivincita sulla divisione e sull’odio.

La vittoria dell’amore di Dio non è quindi, primariamente, un avvenimento astratto o un evento cosmico, ma parte dalla vittoria riportata nel cuore dell’uomo. Gesù è il primo uomo in cui l’amore sconfigge l’indifferenza; egli è il Figlio in cui Dio Padre ha messo il suo compiacimento, il primo lembo di umanità da cui Satana dovrà retrocedere.

Anche la nostra personale vittoria contro lo spirito del male dovrà necessariamente passare attraverso la vittoria di Cristo Gesù, perché nei Sacramenti della Chiesa, e nel servizio ai fratelli, specie quelli più bisognosi, noi entriamo in contatto con la sua umanità redenta, cioè vittoriosa.

Il cammino quaresimale che ci sta dinanzi possa essere per ciascuno di noi un ritorno alla verità di ciò che siamo e che Gesù ci rivela tramite la Parola: una vita ricevuta come dono dal Padre e a lui ridonata tramite il servizio ai fratelli.
Auguro a tutti voi di lasciarvi contagiare dall’amore di Cristo!


sabato 13 febbraio 2021

Commento al Vangelo della VI domenica TO/B - 14 febbraio 2021

 

Il dono della compassione
 

TESTO (Mc 1,40-45)

 In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.



COMMENTO

“Ne ebbe compassione, stese la mano, lo tocco, gli disse: «lo voglio sii purificato» …”, Gesù non guarisce semplicemente, ma nella successione delle azioni descritte la prima è quella decisiva. L’arte della compassione: non si impara nei libri, né si conquista, ma si accoglie come frutto dell’amore di Dio in noi. Questa è la chiave di volta della comprensione del brano di questa domenica. Anche i medici possono riportare alla salute fisica, anche la scienza può trovare vaccini contro la lebbra, ma solo un cuore contagiato dall’amore del Signore può com-patire, e piegarsi sul dolore di chi sta davanti.

Attualmente la medicina e la scienza sono totalmente assorbiti dal problema di guarire, ma il Signore chiede all’uomo anzitutto di compiere nella propria coscienza la rivoluzione della tenerezza.
Come ha fatto Francesco d’Assisi che, rispondendo alla chiamata del Signore che lo condusse tra i lebbrosi, usò loro misericordia. E ciò che prima era amaro gli divenne dolcezza per l’anima e per il corpo.

Quanti lebbrosi ci sono nei nostri condomini, uffici, luoghi di lavoro, tra i nostri parenti: nel senso di persone istintivamente da tenere bene a distanza. Cristo Gesù, il suo Spirito presente in un modo o in un altro anche nel tuo cuore, ti chiede di avere compassione di loro – almeno al livello del desiderio -, e di chiedere il bene per loro. Questo per ora basta. Arriverà il giorno in cui il Signore ti darà anche la grazia di stendergli la mano.

Mi sembra, per concludere, che papa Francesco abbia meravigliosamente detto tutto questo e con migliori parole nella Evangelii Gaudium al n. 88:
EG 88: “…Perché, così come alcuni vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce, …. il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo. L’autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dal dono di sé, dall’appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza”.