domenica 26 aprile 2020

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, anno A - 26 aprile 2020




 

Presi per mano

 

TESTO (Lc 24,13-35)
 

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
 

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
 

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
 

Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.



COMMENTO

Gli occhi dei due discepoli erano inizialmente “impediti a riconoscerlo”, impediti a riconoscere Gesù in quel misterioso uomo che si era loro accostato lungo la strada. Addirittura i due lo giudicano, proprio lui che era stato il protagonista di quegli ultimi giorni, come il solo forestiero nella città di Gerusalemme.
 

La situazione è destinata però a ribaltarsi completamente.
Il punto è che loro stessi ammetteranno che in quel frangente il loro cuore era spento, era senza speranza; potremmo aggiungere che il loro cuore era incapace di dare una chiave di lettura a tutto quella che stava accadendo. Come se la loro fede fosse stata incapace di dare un senso e un significato alla loro vicenda, come se la loro fede fosse restata scollata dalla vita. Per questo i loro occhi vedevano, ma restavano incapaci di comprendere.
I due sono presi per mano da Gesù e accompagnati in un diverso itinerario, non fisico, ma di rilettura e ricomprensione dell’accaduto secondo lo Spirito.
 

Veramente le cose importanti sono invisibili agli occhi!
 Gesù, il più forestiero in Gerusalemme, è capace di condurre Cléopa e il suo amico a fare sintesi, a mettere insieme le scritture che riguardano lui, il Messia, con le esperienze che hanno vissuto negli ultimi tempi, compresa la notizia della tomba ritrovata vuota. Fare sintesi: è l’espressione che si addice perfettamente alla Vergine Maria quando il Vangelo ci racconta che ella, nel suo cuore, meditava (letteralmente: metteva insieme) le cose a lei appena accadute, (cf. Lc 2,51).
 

Lentamente la presenza del Signore, la sua amicizia, la sua compagnia, la sua Parola che spiega e che crea connessioni, li rende capaci di aprire gli occhi e finalmente lo riconoscono mentre benedice e spezza il pane a tavola.
 

Sarebbe auspicabile che l’itinerario dei due discepoli di Emmaus divenisse l’itinerario di ciascuno di noi. L’idea del fare un cammino di 11 km è quanto di più remoto dalle nostre attuali possibilità, ma forse proprio per questo ci è reso possibile un più prolungato tempo per meditare la Parola di Dio, perché in essa troviamo luce, ispirazione, e finalmente quella dolce compagnia del Signore che ci prende per mano e ci permette di intravedere il filo di una resurrezione anche in questo tempo di dolore e di lutti. Anche per noi giungerà allora il momento in cui lo riconosceremo, finalmente, più che mai presente nel gesto di spezzare il pane al banchetto eucaristico.

sabato 18 aprile 2020

Commento al Vangelo della II Domenica di Pasqua – 19 aprile 2020

La trasmissione radiofonica su Radio Esmeralda con il commento al Vangelo domenicale è ora disponibile sul canale Telegram "Granellini di senapa"

 

I Segni Permanenti Della Misericordia di Dio

 

TESTO (Gv 20,19-31)
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».


Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
 

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


COMMENTO
 

L’evangelista Giovanni dice che i segni, appena raccontati nel suo vangelo, bastano e sono sufficienti a credere in Gesù di Nazaret, prescelto da Dio per salvarci da ogni male e donarci la vita eterna.
Ma la presenza di Cristo vivo, nel suo vero corpo di risorto dopo la morte di croce, era proprio il segno che mancava all’apostolo Tommaso. Egli aveva bisogno, e noi con lui, di vedere i segni della misericordia di Dio, predicata dal Maestro durante tutta la sua vita pubblica, incisi nella sua carne e qui rimasti, anche dopo la resurrezione, a sigillare il superamento da parte di quell’annuncio di ogni barriera, anche di quella della morte.
 

Nessuno dei quattro evangelisti ci ha raccontato il perché dell’assenza dell’apostolo Tommaso alla prima apparizione di Gesù, la sera stessa del giorno della resurrezione. Potremmo anche immaginare che egli fosse andato a cercare Gesù, che fosse stato così fortemente convinto della sua resurrezione da non poter restare fermo e chiuso nel cenacolo ad aspettare.
 

Il Signore non nega mai di rivelarsi a chi lo cerca, nei modi e nei tempi che egli provvidenzialmente stabilisce. Tommaso ha cercato nelle ferite del costato e delle mani del Signore la realtà, la verità, la permanenza del suo amore vittorioso al di sopra dell’odio, dell’ingiuria e dell’invidia dell’uomo. Il perdono invocato sulla croce da Gesù per il ladrone pentito – “oggi sarai con me in paradiso” (Lc  23,34) -, e per i suoi uccisori – “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,43) – ha attraversato l’esperienza della morte. Ecco il significato del segno di quelle ferite. Quel corpo apparso agli apostoli poteva rassomigliare a qualsiasi altro uomo, ma solo il corpo di Cristo poteva e doveva portare in sé la firma di Dio, l’autentificazione dell’amore che ha vinto l’odio.
 

Il Signore affida così agli apostoli e alla Chiesa nascente la trasmissione della sua misericordia: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tuttavia l’uomo di ogni tempo cerca nel corpo di Cristo vivente, oggi, che è la Chiesa, le stesse tracce di misericordia che Tommaso cercava in quella notte nel corpo storico di Gesù. E Se i cristiani di oggi non sono capaci di vincere l’odio con il perdono, di testimoniare e di incarnare una misericordia sincera ed eloquente, difficilmente potrà essere credibile l’annuncio della notte di Pasqua. Una comunità credente ferita, sì, ma che confida nella misericordia del Padre, e che in nome di tale misericordia non tiene conto del male ricevuto.

sabato 11 aprile 2020

Commento al Vangelo della Domenica di Pasqua - 12 aprile 2020 -




OSARE LA SPERANZA


TESTO (Gv 20,1-9)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
 

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
 

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti






COMMENTO

Il racconto del ritrovamento della tomba vuota e le apparizioni di Gesù ci fanno capire immediatamente la differenza tra questa risurrezione e quella di Lazzaro che giustamente andrebbe piuttosto definita “rianimazione”, nel senso di un ritorno alla vita precedente. 

In quella situazione Gesù invitò Lazzaro ad uscire dal sepolcro ed egli apparve “con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario” (Gv 11,44). Qui è Gesù stesso, nel pieno della sua potenza divina ricevuta dal Padre, che rivela la sua capacità di donare e riprendersi la vita (cfr. Gv 10,18).
 

Gesù è Signore della vita. Il suo passaggio dalla morte alla vita, testimoniato e attestato dai racconti evangelici, fonda la nostra speranza di un destino che va al di là della morte, che non è più dunque la parola fine della nostra vicenda personale.

Ma c’è qualcosa di più; proprio per il fatto che Gesù non torna alla vita di prima ma entra in una vita nuova, glorificata, in cui il suo corpo ora sfugge ai limiti del tempo e dello spazio - e infatti lo vediamo apparire e riapparire improvvisamente, e entrare a porte chiuse nel cenacolo – noi condividiamo la speranza di un futuro diverso, nell’eternità, con Cristo risorto, così tanto diverso che lo stesso evangelista Giovanni parla di questo mondo nuovo come di una Gerusalemme celeste, in cui non ci saranno più né pianto, né lacrime, né lutto (cfr Ap. 21,4).

Vi faccio dunque due augurii. Il primo è che la Solennità di Pasqua non si esaurisca nel ricordo di un evento del passato, come fosse un qualcosa che è successo unicamente a Gesù di Nazaret ma che non tocchi la mia vita qui ed ora, in tutte le sue fatiche e nelle sue contraddizioni, e nella prospettiva dell’eternità. Che la celebrazione del Signore risorto, pur nell’estrema sobrietà delle nostre liturgie domestiche, ridesti la coscienza della sua presenza, viva, viva!, in mezzo a noi. 


Il secondo augurio è che l’esperienza della Pasqua di Cristo, del passaggio di Cristo dalla morte alla vita, ispiri alle nostre anime, in questa situazione di pandemia, una speranza ben più ardita di un semplice ritorno alla normalità. No! Sarebbe accontentarsi di troppo poco. Dobbiamo anzi sperare di progredire: progredire verso un nuovo modo di essere, di vivere, di abbracciare il mondo in cui viviamo, di custodire le relazioni affettive e i legami familiari, di impostare le relazioni economiche. Papa Francesco ci ha detto che non potevamo illuderci di continuare a vivere sani in un mondo malato. Ebbene, che dopo questo tempo di prova, tutti noi siamo capaci di fare un passo avanti, più liberi da tante vecchie ed inutili schiavitù.

venerdì 3 aprile 2020

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme, anno A - 5 aprile 2020 -

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L’ultima prova

 

TESTO (Mt 27,38-54)

In quel tempo insieme a Gesù vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

 

COMMENTO
 

Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ce lo aveva preannunciato: dopo aver, invano, tentato Gesù dicendo a più riprese … “se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane” oppure “se tu sei figlio di Dio, buttati giù”, il diavolo si allontanò da Gesù per ritornare al tempo fissato.
Eccoci dunque al tempo fissato, proprio gli ultimi istanti della vita di Gesù sulla croce, e questa volta il diavolo parla per il tramite degli uomini che nella loro durezza di cuore ne sono, spesso e forse involontariamente, i porta-parola.
Ci sono proprio tutti a rimproverarlo: i capi religiosi e i massimi interpreti delle sacre scritture - cioè gli scribi -, quelli che passavano di lì, e addirittura i due condannati morte con lui. Matteo non ci racconta a differenza di Luca la conversione di uno dei due.
“Se tu sei figlio di Dio, salva te stesso e scendi dalla croce!”. Una provocazione volta ad ottenere la prova decisiva delle pretese di Gesù di essere proprio quello che diceva di essere: figlio di Dio. Una provocazione la cui eco, a dire il vero, si estende a tutta la storia della cristianità fino ai giorni di oggi e che risuona costantemente ogni qual volta il dolore o le sventure sembrano insopportabili, a volte gridato dagli stessi figli della Chiesa. Cosa sta facendo Dio in questa situazione? Perché il Signore Gesù non offre la prova decisiva, sconfiggendo la morte, o sconfiggendo l’ingiusta condanna contro di lui e contro tutti gli innocenti della storia?
 

 Gesù, in realtà, dimostra di voler vincere il male e la morte in maniera molto più radicale, estirpando la radice di quel male a cui non c’è rimedio, che è la morte eterna; e la radice di esso è la mancanza di fede in Gesù, il Signore della vita.
 

 Il 27 marzo scorso Papa Francesco ha sollecitato i cristiani di tutti il mondo a riflettere sul racconto evangelico di Gesù che dorme nella barca sbattuta dalle onde e che appunto viene svegliato e rimproverato dagli apostoli: “maestro non ti importa che noi moriamo?” Lascio spazio alle sue parole che, a mio parere, saranno indissolubilmente legate alla memoria di questa epocale pandemia. 

Cito:
L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai”


E rivolgendosi al Signore in una preghiera accorata, il Papa aggiunge: “Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”.
Con queste parole di Papa Francesco, vi do appuntamento a Domenica prossima, Solennità di Pasqua!

sabato 28 marzo 2020

Commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, anno A - 29 marzo 2020

Il comment radiofonico su radio Esmeralda è disponibile sul canale Telegra: granellini di senapa

Il Signore della vita

TESTO (Gv 11,1-45)               
Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

COMMENTO
 

Vi ricordate la risposta di Gesù nel Vangelo di Domenica scorsa, quando di fronte al cieco nato gli viene chiesto se quella disgrazia gli fosse toccata a causa dei suoi peccati o di quelli dei suoi genitori? Gesù risponde che “né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
 

Qualcosa di simile Gesù lo dice anche nell’episodio evangelico di oggi riguardo la malattia di Lazzaro: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il figlio di Dio venga glorificato”.
In realtà Gesù sapeva che Lazzaro sarebbe morto di lì a poco, tanto che quando due giorni dopo, decide di andare in Giudea, da Lazzaro, dice apertamente ai discepoli che Lazzaro si era addormentato e l’evangelista rimarca che “Gesù parlava della morte di lui”.
Questo della risurrezione di Lazzaro, che in realtà è un ritorno alla vita naturale e quindi da tenere ben distinta dalla risurrezione di Gesù, è l’ultimo segno che Gesù compie nel racconto del Vangelo di Giovanni prima della sua passione-morte. È il segno decisivo che significa la sua signoria sul mondo, e quindi anche sulla morte, e di conseguenza significa la sua divinità.
 

La capacità di restituire Lazzaro all’affetto dei suoi amici e soprattutto delle due sorelle testimonia l’autorità di Gesù sulla vita e sulla morte, perché egli ha la medesima autorità del Padre, proprio come dice qualche versetto prima: “Io e il Padre siamo uno!” (Gv 10,30). Per questa ragione quella malattia non era per la morte ma perché il Figlio di Dio venisse glorificato, cioè manifestato agli uomini”. E quando gli uomini riconoscono la presenza del Figlio di Dio in mezzo a loro, nella persona di Gesù di Nazaret, essi hanno già vinto la morte e hanno già messo un piede nella vita eterna. Ricordiamo quel passaggio, sempre nel Vangelo di Giovanni in cui Gesù dice “In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Gv 5,24).
 

Per Gesù quella morte di Lazzaro fu l’occasione di manifestare ed annunciare al mondo che anche la morte, massima e peggiore conseguenza della caducità umana, non è una parola tombale sul destino dell’uomo.
 

Essa resta una realtà oggettiva e alquanto dolorosa, e ne facciamo una tristissima esperienza in questi giorni, ma per chi ha fede nel Signore - Cristo Gesù, rimane sempre e solo un passaggio: traumatico e drammatico, ma pur sempre un passaggio. Le lacrime di Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro dicono la sua compassione con il dolore e le lacrime di tutti gli uomini, di tutti i tempi, anche di questi giorni; ma per il fatto stesso di aver condiviso tutto il nostro dolore, egli ci condivide anche la sua stessa speranza e la sua stessa gloria divina, che ha già brillato nella sua resurrezione e Ascensione, e che brillerà anche nella nostra resurrezione e in quella dei nostri cari, alla fine dei tempi.

venerdì 20 marzo 2020

Commento al Vangelo della IV Domenica di Quaresima, anno A - 22 marzo 2020



 

VIDE E CREDETTE
 




 TESTO (Forma breve: Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. 

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
 

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». 

Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui


COMMENTO
 

È un itinerario spirituale quello del cieco nato: un passaggio dall’infermità fisica alla piena salute e più ancora, ed è questo il vero punto d’arrivo, alla salute spirituale, cioè alla visione della fede. Infatti il racconto dell’evangelista Giovanni non si poteva arrestare con il recupero della vista da parte di quest’uomo, avvenuta per altro in giorno di sabato e quindi con grande scandalo dei farisei, ma doveva completarsi in quell’atto di fede uscito dalle labbra dello stesso uomo: Gesù gli chiede: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
 

Questa è la guarigione che Gesù è venuto a portare, in funzione della quale certamente egli pone diversi miracoli, o segni come preferisce chiamarli l’evangelista Giovanni che in tutta la sua opera ne racconta esattamente sette. Il recupero della vista ha permesso all’uomo di guardare e di vedere Colui che gli stava rivolgendo la parola e che voleva donargli la luce vera, la luce della Grazia di Dio.
 

Possiamo concludere riconoscendo in tutto questo un itinerario che riguarda la vita di ogni uomo e di ogni credente. Il riconoscimento e l’ascolto della parola di salvezza che proviene dal Signore Gesù, dal Messia, apre un sguardo diverso, nuovo, sulla realtà della propria vita. La parola del Signore giunge a noi uomini attraverso il fango e la limitatezza di un’umanità in cui tuttavia Egli ha deciso di porre la sua dimora; se accolta con fede, questa parola diventa luce nel cuore dell’uomo e non sono più gli occhi del corpo a vedere, ma gli occhi del cuore, capaci di riconoscere in ogni frangente la presenza spirituale eamica di Gesù di Nazaret-salvatore, lui che di fatto ci apre le porte della vita eterna. Chiediamo al Signore uno sguardo di fede, perché solo in questo sguardo è possibile intravedere una prospettiva di luce anche in un contesto così difficile e oscuro, come quello che stiamo vivendo in questi giorni.

sabato 14 marzo 2020

Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima, anno A; 15 marzo 2020



 

IL VERO TEMPIO CHE SIAMO NOI
 



TESTO (Forma breve: Gv 4, 5-15.19b-26.39a.40-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
 

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
 


COMMENTO
 

Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana è molto ricco di riferimenti e di agganci ad altri momenti centrali del Vangelo. Il dialogo avviene a mezzogiorno e un Gesù stanco chiede da bere: la stessa domanda, alla stessa ora, Gesù la fece nel giorno della sua crocifissione. 

E poi la donna samaritana, che stava vivendo per la sesta volta una relazione quasi-nuziale ma che nuziale non era, perché quell’uomo, come le profetizza Gesù, non era suo marito; c’è un evidente richiamo alla festa di nozze di Cana con le sei giare di acqua che grazie alla presenza di Gesù diventano vino e “salvano” una festa ormai compromessa. Simbolicamente e quindi nella realtà, Gesù è il settimo uomo della samaritana, il suo vero sposo, l’unico che poteva portare pienezza al suo cuore inquieto, l’unico che poteva dissetare in lei un’evidente sete d’amore che fino a quel momento era rimasta insoddisfatta. Gesù che chiede da bere, proprio Lui, chiede a noi il permesso di dissetarci, di darci un’acqua per la quale non avremo più sete in eterno. 

La donna samaritana è la figura della nostra chiesa, un popolo visitato dall’Alto e che, corrispondendo all’amore del suo Sposo-Signore, potrà finalmente vivere in Lui e adorarlo in ogni momento. Infatti Dio è spirito, dice Gesù, non perché sia evanescente o non concreto, come spesso noi pensiamo di ciò che è spirituale, ma perché egli abita la comunione del suo corpo, che è la Chiesa, con la forza del suo Spirito d’amore. Dio che è comunione trinitaria d’amore, si dona a noi per permetterci di vivere la medesima esperienza; e questo è proprio ciò che avviene nelle nostre relazioni ecclesiali, se sono improntate all’amore fraterno.
 

Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Non si tratta più di un luogo fisico privilegiato, fosse anche il tempio di Gerusalemme – fino a quel tempo unico luogo di culto ufficiale – perché dalla Pasqua di Cristo in poi, grazie a Lui e in Lui possiamo adorare e chiamare Dio “Padre” in ogni luogo della terra. Sono i vincoli di amore fraterno e non più le mura di un tempio, a custodire “il luogo sacro” in cui Cristo-vivo si rende presente.
 

Cari amici, più che mai in questi tempi, custodiamo vivi legami di carità e quindi di comunione con i nostri fratelli in Cristo. Le nostre celebrazioni, che pur ci mancano, a questo sono ordinate: a farci vivere sempre più in comunione con Cristo e i fratelli. Ora, anche tramite i nostri pastori e lo loro direttive, il senso di comunione ecclesiale ci chiede di vivere l’amore fraterno, la comunione in Cristo, in modo assai particolare. Ma è la comunione e lra carità, il fine di tutto, perché la carità non avrai mai fine! (1 Cor 13,8).