mercoledì 23 maggio 2018

Commento al Vangelo di Domenica 27 maggio 2018, Solennità Santissima Trinità




La promessa più bella


TESTO (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


COMMENTO

Anni or sono sentii dire che un Vescovo del nord Italia, dopo un periodo di ricovero in ospedale, incontrando i sacerdoti della sua Diocesi, li esortò ad andare a trovare spesso i rispettivi parrocchiani ammalati e aggiunse anche il consiglio di restare accanto a loro mantenendo il più possibile il silenzio; quasi per evitare di fare il contrario di ciò che fece Gesù: Gesù fece il discorso della montagna e noi sacerdoti invece spesso facciamo una montagna di discorsi.

La presenza è il sostegno più forte e più eloquente che possiamo ricevere da qualcuno. In questa Domenica in cui la Chiesa celebra la Santissima Trinità, un solo Dio nelle tre persone del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, brillano come perle preziose le ultime parole del Vangelo di Matteo in cui Gesù ci lascia questa promessa: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Non ci dice come userà a nostro aiuto quel potere che afferma di avere sia in cielo che in terra; ci dice semplicemente che ci sarà. Questo ci basti. Anche San Paolo sentì nel momento della prova questa risposta da parte del Signore: “Ti basta la mia Grazia”. 

Camminiamo nella forza di questa promessa e annunciamone colla vita il suo calore! È la promessa più bella: la consapevolezza che Dio realizza con noi e in noi quello che Lui è, cioè una realtà di comunione. In fondo Egli ci dona niente di più del suo modo di essere e di esistere: Comunione. Cosa dovremmo fare se non immergere in questa comunione tutti i fratelli che incontreremo, testimoniando con la nostra vita che è già possibile ora, vivendo da figli di Dio, battezzati in Cristo Gesù, stare in questo mondo non in modo competitivo con il prossimo, ma piuttosto in modo collaborativo, costruttivo, oseremmo dire fraterno? Sarà anzitutto la nostra testimonianza di uomini di comunione a portare il profumo della perfetta Comunione di Amore che è Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo.

giovedì 17 maggio 2018

Commento al Vangelo della Domenica di Pentecoste, 20 maggio 2018






Le cose invisibili agli occhi



TESTO (Gv 15,26-27; 16,12-15) 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».


COMMENTO

Lo Spirito di Dio è esperienza di Comunione e per questo Gesù promette l’invio del dono dello Spirito per il momento in cui sarà di nuovo pienamente nel Padre. Quando Gesù avrà compiuto fino alla fine, cioè fino alle estreme conseguenze, la volontà del Padre suo, e Padre nostro, allora in quel pieno realizzarsi del piano d’amore di Dio si sprigionerà, si libererà il suo soffio d’amore nel mondo. 
È come se Dio avesse tenuto il fiato sospeso in attesa di vedere almeno un uomo in terra, anche solo uno, capace di amare gratuitamente secondo il suo cuore, e nel momento che questo avviene in Gesù di Nazaret, il sospiro di sollievo si libera a nostro beneficio fino alla fine dei nostri tempi.
Ora tutta l’umanità è stata totalmente “riformattata” secondo il piano d’amore di Dio, perché ha ricevuto il sigillo, l’impronta, la “firma”, della vera figliolanza: quella di Gesù. Ognuno può veramente dire “Abbà, Padre” sotto l’influsso, il soffio e l’azione del divino spirito nel nostro cuore. 

Mai nessun uomo dell’Antico Testamento, prima di Cristo, e prima della Pentecoste, avrebbe potuto sperimentare tale realtà oggettiva, benché invisibile agli occhi. Ma come il vento che non si vede e di cui si percepiscono solo gli effetti, anche lo Spirito di Dio invisibile ci guida al cuore del Padre, alla verità tutta intera del suo tenero amore per noi. Certe cose non si potevano spiegare a parole e non se ne poteva portare il peso, ma solo in un dialogo cuore-a-cuore noi discepoli missionari possiamo comprendere tutta la verità di ciò che Dio è e ha fatto per noi.

giovedì 10 maggio 2018

Commento al Vangelo della Solennità dell'Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo. Domenica 13 maggio 2018




Nel Cielo di ogni luogo


TESTO   (Mc 16,15-20)

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


COMMENTO

Jurij Alekseevič Gagarin fu il primo uomo a navigare nello spazio per più di un’ora in quel famoso 12 aprile 1961 che segnò un importantissimo passo nella cosiddetta “conquista” dello spazio. Al suo ritorno sulla terra dichiarò però di non aver visto, lassù al di sopra dei cieli, nessun Dio. L’affermazione è interessante! Forse che Gagarin aveva letto questo brano di Vangelo e si aspettava di incontrare il Signore Gesù seduto alla destra di Dio? Sta di fatto comunque che la sua costatazione non turba la nostra fede, in nessun modo, perché noi sappiamo che i Cieli nei quali Gesù risorto è asceso non sono i milioni di Km di spazio intorno al nostro pianeta, ma la sua esistenza in spirito. Ci conforta in ogni caso che non abbia visto nemmeno delle sedie vuote!

 Ricordiamo il dialogo al pozzo di Giacobbe della Samaritana con Gesù quando quest’ultimo afferma chiaramente che “Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità” (Gv4,24), quindi né sul monte Garizim dei Samaritani, e neppure sul monte Sion (cioè Gerusalemme). Il Dio fatto uomo, dopo la vicenda terrena e aver superato lo scandalo della morte con la sua morte e risurrezione, ritorna nella sua “dimora” eterna, nella piena comunione trinitaria di Dio.

Vediamo bene che allora anche il termine “ritornare” sarebbe improprio perché Gesù, Figlio di Dio, non è mai stato fuori dalla comunione di Dio, ma è appunto la sua natura umana che ritorna con Lui nella pienezza dell’amicizia divina, dopo l’allontanamento-raffreddamento dei rapporti causato dal peccato.

Capiamo dunque la bellezza e la grandezza dell’Ascensione, di quest’ultimo momento della storia umana di Gesù di Nazareth. Costui non ha fatto una semplice passeggiata qui sulla terra; ben di più Egli ha fatto trionfare il suo amore divino, che è da sempre e per sempre, anche nelle vicende ingarbugliate e intorbidite della nostra storia umana.
Il Figlio di Dio fattosi uomo ci ha restituito la figliolanza perduta e con Gesù, in Gesù, e per Gesù, la nostra umanità è tornata ad essere per sempre, e senza più possibilità di una nuova caduta, nella piena amicizia di Dio che possiamo vivere ovunque e in ogni momento.

I Cieli allora, dove noi collochiamo il “Padre nostro”, non sono sopra le nostre teste ma nelle profondità dei nostri cuori, laddove Gesù risorto e vivo continua ad essere presente in noi per farci respirare in ogni avvenimento di questo pellegrinaggio terreno il suo stesso respiro d’amore che lo unisce al Padre. Il Signore agiva e agisce anche oggi con tutti i suoi discepoli, accompagnando con segni e prodigi la loro missione proprio perché non più limitato in una corporeità determinata, ma presente in spirito nel cuore di ognuno. 

giovedì 3 maggio 2018

Commento al Vangelo di Domenica 6 maggio 2018, VI di Pasqua


  

L’Amore basta



TESTO (Gv 15, 9-17)                 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

 Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».



COMMENTO

Nel Signore Gesù risorto e vivo noi reimpariamo una vita bella e ricca di armonia con i fratelli e nel creato. Nell’immagine della vite e dei tralci con un Padre vignaiolo che ci purifica, l’energia necessaria per portare frutti belli e buoni la riceviamo dal corpo stesso e non da agenti esterni, dal Signore stesso che manda in circolo il suo Santo Spirito che è Amore.

Sarebbe sufficiente per noi rimanere sempre più uniti al Signore, in quella unione che ci è stata data e che noi dobbiamo solo custodire, e rimanere connessi con le altri parti dell’albero, cioè il nostro prossimo, per poter portare frutti di gioia vera, frutti che rimangono.

Per la disobbedienza al comandamento dell’amore i rapporti che gli uomini hanno nel creato e tra loro si per-vertono e se la creazione diventa ostile e terreno di conquista, gli altri uomini da compagni di cammino diventano competitori, se non addirittura nemici della nostra felicità.

Gesù è venuto invece a riportare il giusto modo di concepire e vivere la vita, quello di mettere la propria vita a disposizione degli altri come Lui ha fatto in modo insuperabile per noi. Amando fino alla fine, e perdonando chi lo odiava, ha immesso una nuova forza divina nel circuito vitale della nostra umanità.

Non ci ha chiamato servi, ma ci ha chiamato amici perché ci ha fatto conoscere il segreto della felicità che Lui aveva appreso e vissuto da sempre presso il Padre: l’Amore. Ora questo “segreto” Gesù ce lo ha condiviso e, morendo per noi, e donandoci poi il suo Santo Spirito ci dona anche la linfa e l’energia per vivere questo comandamento alla radice di ogni prescrizione religiosa.

La comunione con il Signore e con i fratelli. Ecco la gioia che rimane, il frutto della vita che non andrà mai perso.

venerdì 27 aprile 2018

Commento al Vangelo della V Domenica di Pasqua, 29 aprile 2018




O si pota o si muore



TESTO (Gv 15,1-8)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».


COMMENTO

Una buona sintesi del Vangelo di questa Domenica potrebbe essere un’altra affermazione di Gesù. “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, chi la perderà per me, la salverà” (Lc 9,24).
Nella metafora della vite, dei tralci e del vignaiolo non ci sono terze possibilità tra la decisione di essere tralcio secco che non porta frutto, e quindi essere gettato via, e la decisione di essere tralcio vivo che porta frutto e che viene potato perché porti più 
frutto.
Proprio come avviene nella realtà dell’albero della vite, ove i tralci secchi sono tagliati via dal piccolo tronco, e i tralci buoni vengono potati perché siano ancora più produttivi.
Il portare frutto in Cristo è legato necessariamente all’accettazione della potatura, della purificazione, di una sempre maggiore conformazione cioè alla vita di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per noi.

Tutti noi siamo stati già purificati dall’ascolto della parola di Gesù ma c’è una purificazione che continua perché la parola di Gesù non è semplicemente un annuncio di una notizia, ma l’annuncio di una notizia che accade nell’oggi di ogni uomo, di ognuno di noi e che chiede un’accoglienza globale, completa, che chiede una risposta di amore fino al dono, non di qualche cosa, ma della nostra stessa vita. 
Nel corpo di Gesù, in questa vite sovrabbondantemente fruttuosa, ci si può stare solo se si accetta di essere attraversati dalla stessa linfa che ha animato il cuore di Cristo Signore: dare la vita per gli altri, nelle inevitabili delusioni e sofferenze e incomprensioni, ben note a chi ama con tutto se stesso.

La vite appena potata sembra proprio un corpo in croce con due braccia allargate, tutti contorti come per abbracciare più cose possibili, e per arrivare più lontano possibile.
Il nostro padre celeste, divino vignaiuolo, ha piantato nel cuore del nostro mondo, un nuovo albero, l’albero della croce di Cristo, un albero che porta frutti di vita eterna, un albero che rivela e mette in circolo ciò di cui tutti abbiamo maggiore bisogno: la tenerezza, la compassione, la comprensione, in breve la Carità. 

Su quell’albero si porta frutto e ci si può continuare a stare solo vivendo della stessa linfa di amore che dal cuore del Padre si diffuse nell’umanità di Cristo.

martedì 17 aprile 2018

Commento al Vangelo di Domenica 22 aprile 2018, IV Pasqua anno B





Solo per(libero)dono



TESTO Gv 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».


COMMENTO

La mia riflessione parte da un ricordo dei miei 4 anni vissuti in terra di missione - Benin (Africa dell’ovest) - in un ambiente religioso molto variegato e dove sono molto  radicati il senso e la necessita del sacrificio, in modo trasversale alle varie appartenenze religiose. Una volta mi fu posta una domanda sul significato della morte in croce di Gesù di Nazaret. La domanda era: in fondo, se il Dio adorato dai cristiani è un Dio che permette una morte così atroce per il suo Figlio diletto, come si potrà parlare di un Dio di amore? Se questo Padre che abbiamo nei Cieli ha bisogno della morte cruenta del suo figlio Gesù per darci il suo perdono, come si potrà parlare veramente di un Padre misericordioso?

Gesù, in questo brano, dice invece una cosa molto importante. “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo”. 

Capiamo dunque, che in Gesù non c’è anzitutto un uomo che si sacrifica per tutti gli altri uomini e paga il prezzo al posto dei peccatori. Certo che la redenzione di Cristo è anche questo! Ma prima in Gesù c’è Colui che ha il potere di dare e riprendere la vita, un Dio di amore (perché Dio è amore) che pur di vedere l’umanità capace di amare fino alle estreme conseguenze, si fa uomo Lui stesso e consegna il suo potere nelle mani della libertà impazzita delle sue creature.

Fino a questo punto è arrivata la compassione di Dio! … farsi uomo egli stesso per dirci con linguaggio umano quanto gli sta a cuore il nostro destino di eterna felicità. 

giovedì 12 aprile 2018

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, 15 aprile 2018



L’esegesi alla luce del risorto        


TESTO  (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».


COMMENTO

In queste domeniche di Pasqua a fianco del luogo in cui si proclama la Parola di Dio (ambone) dovremmo trovare nelle nostre chiese una grande candela che viene detta “cero pasquale”. Questo cero è stato appunto acceso la sera della veglia pasquale, quest’anno cadeva il 31 marzo, e la sua accensione ha inaugurato la liturgia della luce, simboleggiando la luce di Cristo risorto che irrompe nelle tenebre della morte, conseguenza del peccato. Il fatto che sia opportunamente collocato a fianco del luogo della proclamazione delle scritture è ben comprensibile proprio a partire da questo episodio.

Gesù risorto che aveva già spiegato ai due discepoli in cammino verso Emmaus tutto ciò che nelle scritture si riferiva a lui, ora anche agli undici apostoli rimasti a Gerusalemme opera una rilettura della Bibbia, a partire dalla sua presenza, lì in mezzo a loro, in carne e ossa.

Egli ricorda le parole che disse loro quando era ancora vivo e reinterpreta il senso della legge di Mosè e delle profezie dell’Antico testamento. Quando dice “Così sta scritto: Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, … “non cita testualmente alcun brano dell’AT ma in modo autorevole, aggiungiamo: “in modo divinamente autorevole”, sintetizza e ridona il senso più vero e più profondo dell’attesa vissuta da tutte quelle generazioni che da Abramo in poi hanno creduto e sperato nella promessa fatta al popolo di Israele di una terra data a loro come luogo di pace e giustizia.

Si compie anche per noi ogni momento questa rilettura e ricomprensione della Scrittura nella luce del Risorto.
Anche per noi è data la possibilità di vivere e camminare alla presenza di Cristo risorto, nel suo corpo storico che è la Chiesa, e in questa comunione viva ci è data la possibilità unica di entrare nel senso profondo delle promesse di Dio a Israele e del loro compimento realizzatosi nella sua persona. Per questo tutto ciò che viviamo e operiamo noi possiamo compierlo nella luce e alle presenza di Cristo. La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente…. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. (Col 3,16-17) 
…. Fino al giorno in cui noi lo vedremo così come egli è. 
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. (1 Gv 3,2).