O si pota o si muore
TESTO (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
COMMENTO
Una buona sintesi del Vangelo di questa Domenica potrebbe essere un’altra affermazione di Gesù. “Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, chi la perderà per me, la salverà” (Lc 9,24).
Nella metafora della vite, dei tralci e del vignaiolo non ci sono terze possibilità tra la decisione di essere tralcio secco che non porta frutto, e quindi essere gettato via, e la decisione di essere tralcio vivo che porta frutto e che viene potato perché porti più
frutto.
Proprio come avviene nella realtà dell’albero della vite, ove i tralci secchi sono tagliati via dal piccolo tronco, e i tralci buoni vengono potati perché siano ancora più produttivi.
Il portare frutto in Cristo è legato necessariamente all’accettazione della potatura, della purificazione, di una sempre maggiore conformazione cioè alla vita di Gesù, che da ricco che era si è fatto povero per noi.
Tutti noi siamo stati già purificati dall’ascolto della parola di Gesù ma c’è una purificazione che continua perché la parola di Gesù non è semplicemente un annuncio di una notizia, ma l’annuncio di una notizia che accade nell’oggi di ogni uomo, di ognuno di noi e che chiede un’accoglienza globale, completa, che chiede una risposta di amore fino al dono, non di qualche cosa, ma della nostra stessa vita.
Nel corpo di Gesù, in questa vite sovrabbondantemente fruttuosa, ci si può stare solo se si accetta di essere attraversati dalla stessa linfa che ha animato il cuore di Cristo Signore: dare la vita per gli altri, nelle inevitabili delusioni e sofferenze e incomprensioni, ben note a chi ama con tutto se stesso.
La vite appena potata sembra proprio un corpo in croce con due braccia allargate, tutti contorti come per abbracciare più cose possibili, e per arrivare più lontano possibile.
Il nostro padre celeste, divino vignaiuolo, ha piantato nel cuore del nostro mondo, un nuovo albero, l’albero della croce di Cristo, un albero che porta frutti di vita eterna, un albero che rivela e mette in circolo ciò di cui tutti abbiamo maggiore bisogno: la tenerezza, la compassione, la comprensione, in breve la Carità.
Su quell’albero si porta frutto e ci si può continuare a stare solo vivendo della stessa linfa di amore che dal cuore del Padre si diffuse nell’umanità di Cristo.
Solo per(libero)dono
TESTO Gv 10,11-18
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
COMMENTO
La mia riflessione parte da un ricordo dei miei 4 anni vissuti in terra di missione - Benin (Africa dell’ovest) - in un ambiente religioso molto variegato e dove sono molto radicati il senso e la necessita del sacrificio, in modo trasversale alle varie appartenenze religiose. Una volta mi fu posta una domanda sul significato della morte in croce di Gesù di Nazaret. La domanda era: in fondo, se il Dio adorato dai cristiani è un Dio che permette una morte così atroce per il suo Figlio diletto, come si potrà parlare di un Dio di amore? Se questo Padre che abbiamo nei Cieli ha bisogno della morte cruenta del suo figlio Gesù per darci il suo perdono, come si potrà parlare veramente di un Padre misericordioso?
Gesù, in questo brano, dice invece una cosa molto importante. “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo”.
Capiamo dunque, che in Gesù non c’è anzitutto un uomo che si sacrifica per tutti gli altri uomini e paga il prezzo al posto dei peccatori. Certo che la redenzione di Cristo è anche questo! Ma prima in Gesù c’è Colui che ha il potere di dare e riprendere la vita, un Dio di amore (perché Dio è amore) che pur di vedere l’umanità capace di amare fino alle estreme conseguenze, si fa uomo Lui stesso e consegna il suo potere nelle mani della libertà impazzita delle sue creature.
Fino a questo punto è arrivata la compassione di Dio! … farsi uomo egli stesso per dirci con linguaggio umano quanto gli sta a cuore il nostro destino di eterna felicità.
L’esegesi alla luce del risorto
TESTO (Lc 24,35-48)
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
COMMENTO
In queste domeniche di Pasqua a fianco del luogo in cui si proclama la Parola di Dio (ambone) dovremmo trovare nelle nostre chiese una grande candela che viene detta “cero pasquale”. Questo cero è stato appunto acceso la sera della veglia pasquale, quest’anno cadeva il 31 marzo, e la sua accensione ha inaugurato la liturgia della luce, simboleggiando la luce di Cristo risorto che irrompe nelle tenebre della morte, conseguenza del peccato. Il fatto che sia opportunamente collocato a fianco del luogo della proclamazione delle scritture è ben comprensibile proprio a partire da questo episodio.
Gesù risorto che aveva già spiegato ai due discepoli in cammino verso Emmaus tutto ciò che nelle scritture si riferiva a lui, ora anche agli undici apostoli rimasti a Gerusalemme opera una rilettura della Bibbia, a partire dalla sua presenza, lì in mezzo a loro, in carne e ossa.
Egli ricorda le parole che disse loro quando era ancora vivo e reinterpreta il senso della legge di Mosè e delle profezie dell’Antico testamento. Quando dice “Così sta scritto: Il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, … “non cita testualmente alcun brano dell’AT ma in modo autorevole, aggiungiamo: “in modo divinamente autorevole”, sintetizza e ridona il senso più vero e più profondo dell’attesa vissuta da tutte quelle generazioni che da Abramo in poi hanno creduto e sperato nella promessa fatta al popolo di Israele di una terra data a loro come luogo di pace e giustizia.
Si compie anche per noi ogni momento questa rilettura e ricomprensione della Scrittura nella luce del Risorto.
Anche per noi è data la possibilità di vivere e camminare alla presenza di Cristo risorto, nel suo corpo storico che è la Chiesa, e in questa comunione viva ci è data la possibilità unica di entrare nel senso profondo delle promesse di Dio a Israele e del loro compimento realizzatosi nella sua persona. Per questo tutto ciò che viviamo e operiamo noi possiamo compierlo nella luce e alle presenza di Cristo. La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente…. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. (Col 3,16-17)
…. Fino al giorno in cui noi lo vedremo così come egli è.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. (1 Gv 3,2).
TENDERE LE MANI AL DOLORE PER NON ESSERE INCREDULI
TESTO (Gv 20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
COMMENTO
“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.” (Eb. 11,1)
Questo brano di Vangelo ci aiuta ad immedesimarci con Tommaso detto Didimo, cioè gemello. Il suo bisogno di segni tangibili, veramente, ce lo fa sentire nostro fratello gemello. Anche noi ascoltiamo questo brano otto giorni dopo la Pasqua come lui, Tommaso, otto giorni dopo la risurrezione ebbe la possibilità di incontrare il risorto.
Il Vangelo in realtà non ci dice che egli toccò le piaghe di Gesù ma che alla sola apparizione di Gesù con il suo corpo ferito egli disse: “Mio Signore e mio Dio!”
Tommaso ha visto e ha contemplato Gesù in carne e ossa, ferito ma allo stesso tempo ritornato alla vita dopo la morte e la sepoltura, lì davanti ai suoi occhi con il suo corpo.
Noi oggi non vediamo Gesù risorto in carne e ossa, ma abbiamo solo dei segni della sua presenza; abbiamo la testimonianza della sacre scritture, i segni sacramentali e l’esempio di tanti santi che hanno dato la vita fino a morire per annunciare Cristo risorto e vivo.
C’è un segno molto nascosto e poco evidente, ma molto convincente tuttavia: l’umanità ferita di chi è nel dolore e nella desolazione. In questi due mila anni di storia chi si è accostato alle piaghe e alle ferite di tanta umanità sofferente ha fatto l’esperienza di un’umanità “altra”, misteriosamente presente in quel dolore. I moribondi per Santa Teresa di Calcutta; i malati di lebbra per San Francesco di Assisi; i giovani abbandonati a se stessi per San Giovanni Bosco. Chi è puro di cuore è capace di vedere Dio, e di contemplare Cristo risorto nelle ferite di uomini e donne piegati dalla croce.
Facciamo come Tommaso, nostro fratello gemello. Anziché lamentarci e fare le solite domande sul perché della sofferenza e del dolore innocente, proviamo a sostare ai piedi di ogni uomo crocifisso. Sarà una grande consolazione per il fratello che vive quella storia di desolazione e sarà una grande sfida alla nostra fede chiamata ad abbracciare Cristo risorto a partire dalle lacrime di chi vive nella sofferenza.
Cristo ricrea ogni cosa
TESTO (Gv 20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
COMMENTO
Nel primo giorno della creazione (Gen 1,1-3) Dio disse: “sia la luce e la luce fu”.
Qui siamo il primo giorno della Nuova creazione, il primo dopo il sabato, quel giorno che noi chiamiamo ora Domenica, in ricordo di Gesù Signore (in latino: Dominus). Infatti era ancora buio e l’atmosfera sapeva ancora di morte, della morte del, fino a quel momento, presunto Messia.
La pietra nel frattempo era stata rotolata via dal sepolcro, non per fare uscire Gesù (non ne aveva bisogno) ma per rotolare via dai nostri occhi il velo della incredulità e perché Maria di Magdala, e poi il discepolo “altro”, quello che Gesù amava, e poi Pietro potessero compiere un cammino di progressione nella fede. Maria se ne va alla sola vista della pietra rotolata, l’altro discepolo si arresta alla vista dei teli posati e vuoti, Pietro va oltre, entra, e vede, e insieme credettero. Credettero a che cosa?
Isacco il Siro aveva già intuito che il corpo di Cristo non fosse uscito in realtà da quella tomba. La discesa agli inferi di Cristo dopo la sua morte è anzi un modo simbolico proprio per dire il suo ingresso nel vuoto di morte della nostra umanità. Il corpo di Cristo esce dalla nostra percezione ma quel sudario resta rotolato come se ancora avvolgesse qualcosa. Il sudario non contiene più nulla, o se vogliamo contiene Cristo in un nuovo modo, a nuovo titolo: se prima c’era un volto, ora c’è il nostro vuoto abitato dalla sua presenza. Tutto quello che noi giudicheremmo morto, finito, svuotato, diventa ora perennemente abitato da Cristo risorto. Non affrettiamoci più da ora in poi a dire che non c’è nulla, che è tutto finito, che nulla ha ormai senso dal momento che il Cristo Signore è risorto e, soprattutto, dal momento della sua salita al Cielo, il Cielo cioè la sua presenza divina, anima ogni cosa, anche la nostra morte.
La profezia del somaro
TESTO (Mc 11,1-10)
Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare.
Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano:
«Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!
Osanna nel più alto dei cieli!».
COMMENTO
Non è la prima volta nella Bibbia che il Signore si serve di un asino per presentarsi agli uomini. Al capitolo 22 del libro dei Numeri proprio un asino riconosce la presenza di un angelo messaggero di Dio ben prima del suo padrone Balaam e così facendo gli salva la vita.
In questo episodio l’asino, o meglio un figlio d’asina, è predestinato ad essere la cavalcatura del Messia Gesù.
L’asino era la cavalcatura della dinastia davidica ed era destinata a significare le sue umili origini. Anche con questo gesto solenne Gesù si accredita come il figlio di Davide, l’erede dei re d’Israele che entra nella Santa città di Gerusalemme per riprendere possesso del suo Regno. La modalità di questa riconquista è tuttavia veramente sorprendente, e lo abbiamo già intuito in queste ultime domeniche di Quaresima allorché Gesù annuncia la sua morte di croce definendola un “innalzamento”.
In effetti un profeta non può morire fuori di Gerusalemme, aveva detto Gesù, (Lc 13,33) e il suo ingresso inizialmente trionfale si trasformerà nella più grande umiliazione immaginabile per il figlio di Dio.
In questo cammino di abbassamento (cfr Fil 2,6-11, prima lettura di questa Domenica delle Palme) Gesù si rivelerà come il vero ed unico salvatore del mondo, che scende negli abissi della morte, della solitudine e della sofferenza per portare tutti, ma veramente tutti, nel suo destino di Gloria eterna; perché è scritto che “Dio, nostro salvatore, vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1 Tim 2,4)
Purtroppo Gesù patisce e soffre proprio per il rifiuto della sua salvezza da parte di Gerusalemme e con lei di tanta umanità.
(Lc 13,34-35) Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».
Quel puledro d’asino però, che nessuno aveva mai cavalcato, profetizza tutto il dolore e la disperazione umana possibili, che non sono stati mai “cavalcati” da nessuno. Gesù è l’unico ad assumerli davvero, perché la sua solidarietà non è solo ideale o spirituale, ma è veramente simbolica cioè reale. Egli assume il nostro dolore, la nostra angoscia per condurla con sé nella sua gloria divina.
Anche noi, quando non ci dovessimo sentire accompagnati da nessuno, sappiamo che il Dio-uomo Gesù si è abbassato fra noi al punto di partecipare al nostro dolore, per farci partecipi della sua vittoria.
Un denaro che si moltiplica
TESTO ( Gv 12,20-33 )
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
COMMENTO
Certe favole per bambini hanno qualcosa da insegnare anche ai grandi. Il gatto e la volpe nella famosa favola di Collodi riuscirono a convincere Pinocchio che sotterrando del denaro avrebbe visto crescere una pianta con tanti denari. L’episodio simpatico ci rimanda alla stoltezza di quell’uomo della parabola che sotterra per davvero il denaro, certo non con la speranza di veder crescere un albero, ma con il solo desiderio di preservare il denaro. L’esito finale resta tuttavia invariato: perdere tutto. Il Signore ci offre un esempio perché noi ne seguiamo le orme: essere come un seme caduto in terra che si lascia macerare dalla terra, me per portare poi frutti e fiori di bellezza nel mondo.
Gesù è il seme di vita divina caduto in terra che non rimane solo ma che anzi si interra nella nostra natura umana perché noi possiamo rivestirci della sua figliolanza divina. Similmente anche l’uomo con la l’aiuto e l’amore di Gesù offerto sulla croce per noi ha la forza e la capacità di gettarsi anche lui tra le braccia di questa umanità affamata e assetata di affetto, di tenerezza e di fraternità.
Colui che non si impermeabilizza rispetto al resto del mondo ma accetta di entrare nella relazione di dono con gli altri sarà come il seme che pur macerandosi sotto terra e perdendo la sua integrità, tuttavia diventa una pianta che da frutto, e nutre spargendo profumo e bellezza all’intorno.
Non abbiamo a temere dunque di gettare il talento della nostra vita in terra e di permettere che esso ceda la sua vita ai fratelli compagni di cammino!