venerdì 29 dicembre 2017

Domenica 31 dicembre 2017, Santa Famiglia di Nazaret




Sulla scia di Betlemme 



TESTO Forma breve (Lc 2,22.39-40):

 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore. 
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.


COMMENTO

Domenica dopo Natale, Domenica della Santa Famiglia di Nazareth. Ambiente quotidiano della crescita e maturazione di Gesù Signore è una comunione umana di un uomo, Giuseppe, e la sua sposa, Maria. “Il bambino cresceva e si fortificava”. In queste poche parole sembra esserci tutto il mistero della vera umanità di quel Dio che accetta di farsi piccolo, di farsi bambino e di percorrere l’itinerario dello sviluppo umano, psicologico e spirituale di ogni persona. Resta difficile comprendere pienamente come la natura divina di Cristo si sia adattata al processo evolutivo di un uomo, e tuttavia in quelle poche parole ci sono trenta anni di vita familiare ordinaria, scandita dai tempi del lavoro e del riposo, delle gioie e delle fatiche, del dialogo e della preghiera. Quella famiglia di Nazareth, nelle sue modalità pratiche, forse è meno lontana da come noi ce la immaginiamo, ma così tanto diversa rispetto alle ristrettezze dei nostri cuori che spesso, nei legami più intimi, non sanno dare calore e tenerezza.
Uno scout della mia parrocchia, durante una testimonianza, ha detto che per lui la famiglia “è come una canottiera di lana: a volte irrita e provoca prurito, e tuttavia tiene caldo!” Tutto quello che chiede impegno e rispetto degli altri sembra starci stretto e limitare l’espressione della nostra umanità, ma proprio la fedeltà quotidiana a un patto di affetto reciprocamente scambiato nella diversità dei ruoli, provoca apertura all’altro, l’uscita dall’istintivo egoismo infantile. Gesù, ci viene detto, era pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui.

Anche Gesù ha respirato la sapienza dell’umiltà, dell’obbedienza e del rispetto dei genitori; anche Gesù, pur figlio di Dio, ha accolto la grazia di Dio che gli era naturale ma che doveva trovare in lui-uomo, come di fatto avvenne, la docilità e la mitezza del cuore. 

Che lo stupore per la natività di Betlemme ci conduca ad ammirare lo scenario domestico di Nazaret, e che le virtù domestiche di quella santa famiglia ridestino in noi nuovi slanci di gratuità nelle nostre relazioni più intime e quotidiane.  

giovedì 21 dicembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 24 dicembre 2017, IV di Avvento, anno B




"Quanto supera la natura, viene dall'Autore della natura" (Sant'Ambrogio)


TESTO (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». 
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.


COMMENTO

La frase è di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano dei primi secoli della cristianità: “Quanto supera la natura, viene dall’Autore della natura”. L’evento dell’incarnazione esige la semplicità del cuore, di un cuore come quello della Vergine Maria che ha creduto possibile ciò che per lei era inarrivabile, impensabile, al di sopra della sua e di ogni capacità umana di generare. Sono le parole dell’angelo “nulla è impossibile a Dio” ad aprire nel suo cuore la strada dell’accoglienza del Mistero, di un evento divino che cerca strada nella storia umana: nella storia umana di Maria, in quella di chi vi sta parlando e anche nella storia di voi che state leggendo, forse distrattamente. Si, il Signore sceglie di passare e dimorare nelle nostre frequenze umane, così frenetiche, così disturbate da mille interferenze, così provvisorie perché sempre inclini allo “zapping” delle relazioni, degli affetti, delle mode. 

E allora tutta passa, tutto si ascolta, tutto si rimette continuamente in discussione e in forse, perché sembra che più nulla possa restare per sempre. Per sempre…una parola e un concetto che sono diventati come una canottiera di lana grezza, che dà un certo prurito e a volte provoca allergia. Eppure di quel calore tutti abbiamo bisogno, e tutti lo vorremmo perché tutti vorremmo che qualcuno ci abbracciasse e ci dicesse nel modo più solenne e pubblico possibile. “ti voglio bene e non ti lascerò più”.

Non viene dalla natura di Maria quel seme divino di vita nuova sbocciato nel suo grembo, quel bambino figlio del suo grembo a cui per sempre sarà inseparabilmente legato il Verbo di Dio. Non viene dalla natura neppure il suo “Eccomi” perché anche il suo “Si” è frutto di un aiuto dall’Alto. 

Ciò che appartiene a Maria è il mettersi a disposizione per ciò che è, con tutto ciò che è, l’esserci con tutta la sua verginità. Verginità, un’altra parola proibita e fuori moda, sempre erroneamente associata alla rinuncia, alla negazione. Essa dice invece la totalità di Maria, il suo essere totalmente a disposizione dei piani del Signore, e quindi la rinuncia alle auto-salvezze umane, agli aggiustamenti fittizzi di amori a basso prezzo, ma a bassissimo potenziale calorico.


giovedì 14 dicembre 2017

Commento al Vangelo della Domenica III di Avvento, anno B; 17 dicembre 2017



Battista battistrada


TESTO  (Gv 1,6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». 
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.


COMMENTO

Nelle biografie di San Francesco si narra che un giorno questo pregasse dicendo così: “Mio Dio, chi sei tu, e chi sono io?” Anzitutto la comprensione del volto di Dio e poi la comprensione del proprio sé, della propria identità.

Giovanni Battista, che viene presentato nel prologo scritto dall’evangelista suo omonimo come il testimone della luce, coglie i contorni essenziali dell’identità di Gesù. 

 Infatti Gesù si affermerà come solo Signore della storia dell’umanità sua sposa: una storia macchiata dal male, sprofondata nelle tenebre del peccato, e smarrita per strade contorte e divergenti rispetto al destino di gloria promessa. 

Giovanni non fa una professione di fede chiara e precisa come quella di Pietro, “Tu sei il Cristo”; ma intuisce del Messia quanto gli basta per comprendere esattamente la natura della sua missione: nelle tenebre del peccato dovrà dar testimonianza alla luce, nell’acqua del fiume Giordano dovrà invitare a purificarsi dalla sporcizia del peccato, nelle vie contorte e inconcludenti dell’uomo dovrà preparare la via del Signore.

In questi ultimi giorni di Avvento seguiamo i passi di Giovanni Battista. La sua semplicità di vita trascorsa nel deserto, la sua scelta di silenzio e di distanza rispetto ai centri vitali della politica e dell’economia ci accompagnano delicatamente all’austerità, al silenzio e alla povertà della capanna di Betlemme. Buon cammino a tutti 

giovedì 7 dicembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 10 dicembre 2017, II di Avvento



      La segnaletica della Salvezza


TESTO (Mc 1,1-8)

“Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».


COMMENTO

San Marco è il più sintetico di tutti e quattro gli evangelisti e siccome non spreca parole, cerca di dire tutto già nella prima riga del suo racconto: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.” 

In questo modo ci ha già detto che Gesù è “Vangelo” ovvero “buona notizia”. Forse ci siamo troppo abituati a questa parola che non la colleghiamo più alla sua storicità: Gesù di Nazareth è una “bella notizia”, perché in Lui e grazie a Lui è stata annunciata a tutti i popoli di tutta la terra il perdono dei peccati e la vita eterna. Vi sembra poca cosa!?

Secondo: Gesù di Nazareth è il Cristo, traduzione in greco della parola ebraica “Messia”, che significa “il prescelto, l’unto, l’atteso”. Il popolo di Israele attendeva da secoli un liberatore, un Messia che lo stabilisse definitivamente nella Terra promessa senza il giogo di nessun dominio straniero, come invece avvenne nella gran parte della sua storia. Gesù si proclama “via, verità e vita” e afferma che “la verità vi renderà liberi” (Gv 8,32), ma liberi per la vita eterna.

Terzo: non solo Gesù è il Messia ma addirittura è il Figlio di Dio. Gesù dirà: “Io è il Padre siamo una cosa sola”, e anche. “Chi vede me, vede il Padre”. Da qui la nostra fiducia nella sua divina potenza perché Egli è, come diciamo nel Credo: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”.
Dopo una presentazione così potente non resta che fermarsi in contemplazione di questo avvenimento, di crederlo vivo nella storia personale e di permettere che avvenga di nuovo ogni giorno nella propria vita, lasciandoci battezzare (cioè immergere) nello Spirito Santo, nella stessa esperienza spirituale di Cristo Gesù.

Per far questo occorre preparare la via del Signore; non le nostre, ma la via del Signore. Questo significa che il Signore ci incontra e ci fa vivere itinerari diversi da quelli che vorremmo noi, perché direbbe ancora Isaia “Le mie vie non sono le vostre vie, e i miei pensieri non sono i vostri pensieri”.

Tutto può avvenire nella piccolezza della nostra storia umana, perché la storia dell’uomo, di ogni uomo, è stata toccata e visitata dalla presenza di Dio. La nascita di Gesù, Cristo, figlio di Dio, potrà essere un avvenimento realmente gioioso solo per quelli che credono alle imprevedibili sorprese di Dio.

giovedì 30 novembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 3 dicembre 2017, I di Avvento anno B




Chi gioca in porta, chi gioca in attacco


TESTO (Mc 13,33-37) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»


COMMENTO

Una di quelle parole fatta su misura per i cristiani di oggi, non peggio di quelli di ieri, e neppure peggio di quelli dell’altro ieri, ma sicuramente alquanto assopiti. Dentro la categoria dei discepoli addormentati ci siamo dentro tutti: noi parroci, ma anche voi laici, nei non meno importanti ruoli educativi in famiglia o in associazioni cattoliche, o presunte tali. La vigilanza è la virtù del discernimento, che distingue nelle cose pratiche ciò che è bene da ciò che bene non è. Quanto spesso si sente dire: “Ma cosa c’è di male in questa cosa?” Invece dovremmo porre un’altra domanda: “Ma cosa c’è di bene in questa scelta, in questo progetto, in questa idea?”

Il Signore chiede ai suoi discepoli di ogni tempo di non dormire, perché a ognuno di noi viene chiesto di giocare il non facile compito del portiere della casa. Altri servi hanno altre mansioni, ma noi dobbiamo vigilare per noi e anche per il bene dei fratelli che vivono nella nostra stessa casa.
 A livello personale dobbiamo vegliare su cosa entra nella “casa” del nostro cuore; ogni giorno alla fine della giornata, come ci invita a fare papa Francesco, dovremmo chiedere: “da dove vengono questi pensieri che ho in mente? Chi me li ha ispirati?” E poi dire a noi stessi che non vogliamo quel male che ha attraversato, anche solo per un attimo, la nostra mente.

 A livello sociale ed ecclesiale, dovremmo forse smettere di giustificare la nostra arrendevolezza dicendo che ormai il mondo va così. Nel far andare il mondo e la chiesa così … ci siamo anche noi, e su questo il Signore chiede di vigilare, perché a custodia della casa ha posto ciascuno di noi. Lui, il Signore, con la sua Pasqua ha riportato in vantaggio il regno di Dio sul Regno delle tenebre, ma noi cristiani, ora, dobbiamo difendere il risultato fino al 90°! 

mercoledì 22 novembre 2017

Commento al Vangelo della Domenica 26 novembre, Solennità di Cristo Re dell'Universo.



          
 Là dove inizia il Regno di Cristo


TESTO (Mt 25,31-46) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».



COMMENTO

Un’antica leggenda della Chiesa cristiana narra che alcuni barbari, giunti alla sede del Vescovo di Roma, imposero al diacono Lorenzo di mostrargli il tesoro della Chiesa. Il diacono Lorenzo accompagnò quelli in un luogo dove erano in attesa di essere accuditi una notevole quantità di poveri e disse: “i poveri: questo è il tesoro della Chiesa!” 
Più che sulla veridicità storica vale riflettere sulla coscienza che i cristiani hanno sempre avuto fin dall’antichità di avere nei poveri un’intensiva presenza del loro Signore e Salvatore Gesù. 

Servire, sollevare e aiutare una persona in difficoltà significa onorare lo stesso Cristo, a partire dalla sua scelta di farsi povero e bisognoso lui stesso e di legare quindi la sua vicenda umana a quella degli ultimi della storia. 
Riflettiamo sull’onore che riserviamo alle reliquie dei santi, a ciò che resta della Santa Croce, o addirittura alla venerazione che abbiamo per la Sacra Sindone di Torino, per il fatto che avrebbe avvolto il cadavere di Cristo. Quanto più onore e rispetto dovremmo avere per degli uomini che nella loro esperienza di vita sono riconosciuti dallo stesso Figlio di Dio “luogo” teologico della sua presenza, e quindi reliquie viventi della sua presenza in mezzo a noi! 

La consueta obiezione rivolta a questa sensibilità verso gli ultimi, come se essa fosse un modo strumentale di servirsi dell’altrui sofferenza per guadagnarsi la vita eterna, laddove si dovrebbero piuttosto rimuovere le cause di ogni povertà, trova risposta nella concretezza storica delle nostre società. Mai nessun sistema politico o economico è riuscito ad eliminare del tutto il disagio, la malattia, la marginalità sociale. Gesù d’altronde lo aveva detto: “i poveri li avrete sempre con voi”. La presenza di malati e bisognosi connoterà l’umanità fino alla fine di questo mondo come segno inevitabile della sua fragilità e delle inevitabili conseguenze del male. La speranza tuttavia non ci abbandona: il Regno di Cristo si dilata non attraverso modelli economici imposti dall’alto, o attraverso modelli istituzionali innovativi, ma solo attraverso la fantasia della carità dei singoli attori dell’umanità. Cristo regnerà alla fine dei tempi per giudicare la storia, ma oggi siamo noi, nei nostri ambiti di vita, a dover dare un giudizio pratico, a dover fare un discernimento, per far regnare nelle nostre coscienze la logica del dono su quella dell’utilità personale.  

giovedì 16 novembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 19 novembre 2017, XXXIII del TO, anno A




ACCANIMENTO ANTI-SINDACALE


TESTO ( Mt 25,14-30 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 

Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 

Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 

Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 

Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.



COMMENTO

Ci risiamo! Il solito comportamento anti-sindacale, anti-democratico e anti-egualitario di Gesù. Proprio il servo che aveva un solo talento, e che per paura di perderlo e di non rendere niente al suo padrone, lo sotterra, si trova ad essere apostrofato nella parabola con il titolo di malvagio e pigro e quindi inutile. Ancora una volta Gesù con le sue parabole vuole stupire, rompere gli schemi troppo umani dei suoi uditori. Come quando una volta raccontò la parabola dell’operaio che, lavorando appena un’oretta, prende la stessa paga di quello che ha lavorato tutto il giorno, e addirittura viene pagato per primo.

La provocazione si pone a questo livello: quei talenti sono talmente produttivi che sarebbe bastato impiegarli in qualsiasi modo per portarli ad una seppur minima resa. Nel Regno di Dio non ci sono proprio mezze misure: o ci si gioca o si resta a guardare; o si cerca di investire la propria vita per il Bene degli altri (e di conseguenza anche per il nostro) oppure si perde tutto il bello della vita, che è la partecipazione alla gioia di Dio nello spendere, nello spendersi, nel voler affidare ad altri ciò che è proprio. 

Oltre alla potenzialità enorme anche di un solo talento, c’è la gratuita generosità di un padrone che si fida e si affida a dei collaboratori, e che anzi è desideroso di condividere con i suoi servi la propria ricchezza (leggi: gioia), anche se non ne avrebbe bisogno. Poniamoci infatti questa domanda: se era così facile far fruttare quel talento già solo portandolo ai banchieri, perché prima di partire per il viaggio non lo ha fatto il padrone stesso? Perché lui stesso non ha portato tutti i suoi talenti dai banchieri cosicché ritornando avrebbe ritirato il suo con l’interesse?
 Il fatto è che questo padrone vuole condividere gioia; più della semplice moltiplicazione della ricchezza il padrone vuole che questo avvenga per il tramite dei suoi servi, che allora diventano coprotagonisti del suo patrimonio e della sua benevolenza. 

Dio Padre ha un tesoro di amore immenso ma vuole che si riveli moltiplicandosi, anche nelle strettoie del cuore umano, e che anzi la sua misericordia si renda ancor più evidente nella capacità di noi uomini di accoglierla e metterla a frutto. Qui sta la vera e compiuta realizzazione della nostra umanità: compartecipare alla gioia che Dio ha nell’essere dono per gli altri.