venerdì 27 ottobre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 29 ottobre 2017, XXX del TO anno A



ALLA RADICE DI TUTTO



TESTO  (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». 
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

COMMENTO

Una nuova domanda a Gesù, ma con un salto notevole nel livello di difficoltà, sembrerebbe, rispetto a quella ascoltata nel Vangelo di Domenica scorsa. Là lo si interrogava sulla liceità del pagamento delle tasse; qui una domanda ancor più radicale: “Quale è il grande comandamento?” Come dire: tra tutte le cose che la nostra legge ci dice di osservare, quale è il nocciolo, il cuore di tutto; potremmo dire, lo spirito profondo che deve accompagnare ogni adempimento di ciò che è scritto nella Legge e predicato dai Profeti?

Gesù non inventa niente, anzi ritorna alla legge ebraica citando il libro del Deuteronomio: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Gesù aggiunge anche, citando questa volta il libro del Levitico, il secondo comandamento simile al primo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.

Posso testimoniare che quando rivolgo la stessa domanda ai ragazzi di Catechismo ( “Quale è il grande comandamento”) non so perché, ma quasi nessuno conosce il primo (“amerai il Signore tuo Dio …) e tutti invece conoscono il secondo sull’amore del prossimo. La cosa mi preoccupa, dato che questo corrisponde ad una mentalità generale diffusa tra noi cristiani: il fatto cioè che l’esperienza cristiana sia una sorta di regola di vita alla “volemose bene” (come direbbero a Roma), in un generico atteggiamento di reciproco rispetto. 

In realtà la scelta cristiana è primariamente il riconoscimento di un “Tu”, di un Altro, del Dio di Gesù Cristo, (che è anche lo stesso Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe) come mio Creatore e Salvatore. Gesù ce ne ha svelato un volto ancora più bello e luminoso; il volto di un Padre dai tratti tenerissimi e materni, un volto ed una presenza che sempre ci accompagna e che sempre è alla ricerca del nostro bene e del compiersi del nostro destino di eterna felicità. Amare Dio non serve a Lui, ma rende noi uomini più uomini, e più capaci di amarci tra noi. Ecco perché il secondo comandamento, l’amore del prossimo, è simile al primo.

mercoledì 18 ottobre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 22 ottobre 2017, XXIX Dom TO anno A

  

… L’AVETE FATTO A ME       


TESTO (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».


COMMENTO

Gesù conosce la malizia dei suoi interlocutori e per questo non spreca parole. Il suo parlare è ermetico e conciso in proporzione alla chiusura del cuore di chi lo ascolta. La questione posta a Gesù infatti non nasce da un desiderio di verità ma da un desiderio perverso, di trovare un appiglio per accusarlo. Le parole quindi sono misurate, essenziali, sobrie. Per capire se sia bene o no pagare il tributo all’impero romano, è sufficiente ricordare che occorre rendere ad ogni autorità ciò che gli spetta, seguendo il massimo e più onnicomprensivo criterio di giustizia: “a ciascuno il suo”. 

La risposta così equilibrata e calibrata non è frutto di mediazione per evitare le spiacevoli conseguenze di un “si” o un “no” netto, ma della consapevolezza che le due autorità sono comunque legate: tutto appartiene a Dio e quindi qualsivoglia potestà umana rientra nella volontà, fosse anche permissiva, di Dio. 

L’iscrizione e l’immagine di Tiberio Cesare sulla moneta dicono che a lui spetta qualcosa, un certo riconoscimento della sua potestà. Usando però la stessa modalità espressiva di Gesù, possiamo e dobbiamo dire che sul volto di ogni uomo, soprattutto il più svantaggiato e sfavorito, brilla l’immagine dell’uomo-Gesù. C’è un’immagine divina che brilla in ciascun uomo che chiede un rispetto ancora più grande ed ancora più sacro, perché tutto è in funzione dell’uomo e della sua salvezza. Dirà San Paolo: “Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor 3,21).

Con la sua risposta Gesù pone un fondamentale criterio di discernimento alla base di ogni problema di rapporto tra sfera politica e religiosa. Se occorre rendere a Dio ciò che a Lui spetta, ebbene occorrerà riconoscere che tutto viene da lui, anche l’autorità umana, anche il giusto rispetto ai Cesari di turno; ma nella persona stessa di Gesù si comprende il volto di un Dio che è altresì tutto donato all’uomo, per la sua eterna realizzazione.

 Nessun uomo, nessuna organizzazione o associazione umana potrà o dovrà travalicare i confini della dignità dell’uomo. Perché è per lui che Dio si è incarnato, umiliato nella morte di croce e poi risorto nella gloria. Ogni uomo varrà sempre ben di più della moneta più preziosa, perché in lui rimarrà impresso per sempre il volto di un Dio sofferente che ha preso sulle spalle la nostra storia di dolore.

giovedì 12 ottobre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 15 ottobre 2017, XXVIII Tempo Ordinario anno A


              

 Dress code: abito nuziale di lino fino


TESTO:  (Mt 22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: 
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. 
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


COMMENTO

Si chiama “dress code”, che tradotto significa “codice d’abbigliamento”, il tipo d’abbigliamento richiesto per una festa, per un happening o per partecipare ad un evento: “Casual”, “formal”, e così via.
 Quando venne Obama a Milano si richiese ai partecipanti “camicia senza cravatta”. Alla festa di nozze con Cristo sposo è richiesto invece: “abito nuziale”. Domanda: come dovrà essere fatto questo abito nuziale? Perché più o meno tutti coloro che si interessano a Cristo e al messaggio del suo Vangelo, vorrebbero partecipare a questo grande banchetto che, si dice, sarà proprio “la fine del mondo”! 

La simbologia nuziale in realtà non è rara nei testi sacri e attraversa un po’ tutta la Bibbia: dalla prima coppia Adamo-Eva, alle nozze escatologiche (cioè alla fine del mondo) tra Cristo-sposo e la Chiesa-sposa. Nel libro dell’Apocalisse troviamo la profezia della Gerusalemme celeste, simbolo della Chiesa, che è vista “scendere dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 19,7) il Cristo.

Ma sempre nell’Apocalisse troviamo ancora un’altra immagine in cui si annunciano le nozze dell’agnello (il Cristo) con la sua sposa (sempre la Chiesa) e nella visione profetica raccontata dall’autore dell’Apocalisse c’è una folla immensa che grida a squarcia gola: “Rallegriamoci ed esultiamo e diamo a lui la gloria, perché sono giunte le nozze dell'Agnello e la sua sposa si è preparata. Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi» (Ap 19,7-8).
Qui capiamo dunque come deve essere fatto l’abito nuziale: di lino fino perché il lino fino sono le opere giuste dei santi. 

Nella parabola raccontata da Gesù il papà dello sposo, sdegnato dal rifiuto degli invitati, manda i suoi servi a chiamare tutti quelli che troveranno per strada “…cattivi e buoni”. Tutti divengono invitati, anche i cattivi, ma una sola condizione è richiesta: rivestirsi della giustizia di Cristo. La giustizia dell’uomo non può bastare per gustare il banchetto nuziale del Regno di Dio. Il Signore Gesù ci dona il suo abito, la sua veste di lino, il suo cuore nuovo, perché noi possiamo amare come Lui ha amato. Di qui la gravità del rifiuto dell’abito nuziale che significa il non accettare la novità di Cristo, o se vogliamo il non accettare il fatto di aver bisogno di essere rivestiti della sua misericordia, della sua salvezza. Noi non ci salviamo da soli, solo Cristo può farlo e le nostre scelte di vita testimonieranno il nostro assenso alla sua Grazia!

martedì 3 ottobre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 8 ottobre 2017, XXVII TO anno A



Affittuari ... quasi padroni


TESTO (Mt 21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». 
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». 
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

COMMENTO

C’è un piccolo ma decisivo inciampo in tutto il ragionamento dei contadini di questa parabola: hanno come dimenticato il fatto di aver ricevuto la vigna in affitto e che quindi non potranno mai diventarne proprietari. Il tentativo irragionevole di uccidere il figlio è conseguenza estrema della loro cecità, perché quale padre avrebbe permesso un simile furto, pur essendo rimasto senza figli?

I capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo hanno capito che Gesù stava facendo una chiara allusione al loro caso, alla loro palese usurpazione della vigna del Signore, cioè del popolo di Israele, di quel popolo da cui Dio aspettava frutti di giustizia, di pace e di misericordia. Invece i contadini che dovevano amministrarla ne hanno fatto un uso personale, a proprio godimento e glorificazione. Si sono dimenticati il loro ruolo, di amministratori e di pastori. Di loro Ezechiele avrebbe detto: “Guai ai pastori d'Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge.”  (Ez 11,2-3)

L’inciampo dei capi del popolo eletto è costituito dalla stessa persona di Gesù di Nazaret, che con il suo atteggiamento, con le sue scelte di vita, con il suo programma di misericordia, mostra a Israele e al mondo intero chi è il vero pastore, e come deve comportarsi un vero pastore, come cioè va accudita la vigna del Padrone.
I primi affittuari hanno dimenticato il loro ruolo di servitori, hanno pensato di divenire i padroni della messe. Gesù mette a nudo la loro meschinità con la sua stessa misericordia, con la diversità del modo di rapportarsi con il Padre e con gli uomini a lui affidati.

La luminosità dell’esempio del sacrificio di Gesù per il suo popolo sarà un permanente rimprovero per il mondo. Sul fondamento della parola e dell’esempio di Gesù inciamperanno e rovineranno tutti coloro che seguono fini e propositi di gloria propria, tanto è lampante la diversità di direzione di cammino, e il regno di Dio sarà di tutti coloro che nella persona di Cristo, vivranno gli stessi sentimenti del cuore.

giovedì 28 settembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 1 ottobre 2017, XXVI del TO, anno A

             

 Un “Si” che viene dal cuore 


TESTO (Mt 21,28-32) 

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». 
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».


COMMENTO

Il libro dei Proverbi ammonisce “Chi ricerca la giustizia e l’amore troverà vita e gloria”. (Pr 21,21) Gesù era capace di leggere nel cuore delle persone e forse nella coscienza di prostitute e ladri legalizzati (che erano i pubblicani) aveva notato un profondo desiderio di Bontà, un sincero desiderio di Dio, confermato dal fatto che alcuni di questi avevano creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Nelle parole di Giovanni questi pubblici peccatori avevano trovato certamente una risposta alla loro insoddisfazione, alla loro insofferenza per una vita che, lontana dal Bene, non può dare gioia al cuore. In quello stesso desiderio profondo della coscienza umana per le cose vere, buone e belle, c’è già l’appello, la chiamata di Dio, di Cristo Salvatore.

Proprio ciò che manca ai cosiddetti giusti interlocutori di Gesù, a quelli che si fermano ad un’osservanza formale, ad un “Si” detto solo con la superficie del cuore, pensando che sia sufficiente frequentare il tempio di Gerusalemme, ma che trascurano di accogliere nel tempio del proprio cuore e della propria vita, la luce dell’amore di Dio. I capi dei sacerdoti e gli anziani a cui Gesù sta parlando non sono certamente persone cattive, anzi proprio perché non biasimabili per evidenti immoralità, sono tentati nell’orgoglio di una “giustizia fai da te” che non diventa giustizia del cuore, tenerezza di relazioni fraterne e ascolto profondo della Parola di Dio.

Troppo spesso anche nel cuore dei cristiani, specie se già inseriti in qualche realtà ecclesiale, si fa strada la supponenza di essere già posto, di essere nel numero di chi fa già qualcosa di buono per il Regno di Dio. Nel cuore del credente a volte si spengono le domande.
In un testo liturgico invece siamo invitati a pregare proprio così: “A quanti cercano la verità, concedi la gioia di trovarla, - e il desiderio di cercarla ancora, dopo averla trovata”  (dalle intercessioni Vespri lunedì III settimana Salterio)

Bella la testimonianza di P. Tiboni, missionario comboniano per tanti anni in Africa: “I miei amici africani dicono: «Una risposta senza domanda è un non senso». Se manca la domanda, il desiderio di infinito, la scoperta della propria umanità, allora anche Gesù Cristo resta come una risposta a una domanda che non esiste. Noi dicevamo: «La risposta è Cristo», ma per capirla ci deve essere la domanda”. Non sentiamoci mai a posto perché chi accoglie la parola del Signore è sempre in cammino.

giovedì 21 settembre 2017

Commento al Vangelo della XXV Domenica del Tempo Ordinario, anno A, 24 settembre 2017





MISERICORDIATI A TEMPO INDETERMINATO


TESTO (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».


COMMENTO

All’avanzare del giorno calano le pretese lavorative di questi lavoratori a tempo determinato, determinatissimo, appena qualche ora. Quelli dell’alba stipulano un accordo verbale: un denaro al giorno. Poi il padrone della vigna assume alle nove altri operai. La giornata è già iniziata, la possibilità di trovare lavoro è più scarsa, e allora per convincerli ad andare nella vigna è sufficiente promettere “quello che è giusto”.

Ma la giornata avanza ancora e arriviamo addirittura al pomeriggio, quando mai nessuno assumerebbe operai per lavorare appena un’ora. Le attese degli operai sono quasi nulle. Il padrone dice “andate” e questi vanno, senza nessuna altra promessa o impegno da parte del datore di lavoro. Egli in questo caso non dice neppure “vi darò quello che è giusto”. Nessuno li ha presi ed essendo disoccupati, forse vale la pena lavorare anche per poco più di nulla, magari rischiare anche di lavorare gratis, sperando nella pura bontà del padrone.

Le meraviglie non finiscono qui. Anzi iniziano proprio ora, al momento di fare i conti.

La parabola è provocatoria e costruita in modo tale da far saltare i nervi agli alfieri dei diritti sindacali. Perché addirittura i primi ad essere pagati sono gli ultimi ad essere stati assunti e ricevono lo stesso denaro promesso ai braccianti delle sei di mattina. Logica vorrebbe, e così pensavano di fatto questi, che la paga per la giornata intera fosse un po’ più di quella pattuita. In questo elemento di contraddizione si gioca il messaggio di Gesù. 
Non siamo forse tutti noi operai dell’ultima ora? Chi di noi può vantare diritti di fronte alla smisuratezza della misericordia di Dio? Detto altrimenti: non navighiamo tutti sulla stessa barca di quella umanità che in un modo o in un altro non riesce a corrispondere alla benevolenza di Dio? … e che quindi ha sempre bisogno di un intervento supplementare di bontà, di paga extra, rispetto alla scarsezza dei meriti personali?

Qui il punto: sentirci in diritto di fronte a Dio ci rende ultimi, perché incapaci di cogliere l’essenza della sua salvezza: pura Grazia. Dovremmo essere sempre come gli operai delle cinque del pomeriggio, cioè metterci al lavoro abbandonandoci alla pura benevolenza del nostro Padre celeste, perché l’unico operaio delle sei di mattina è Cristo stesso, l’unico ad aver lavorato da sempre per il Regno di Dio. 

sabato 16 settembre 2017

Commento al Vangelo di Domenica 17 settembre 2017, XXIV del TO anno A




    La forza disarmante del perdono


TESTO (Mt 18,21-35)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 

Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.

Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».


COMMENTO

All’ingresso del Sermig di Torino ho notato una scritta su pietra a caratteri cubitali che diceva ( e continua a dire ) a chi varca quella soglia: “l’Amore è disarmante”. Mi sembra una frase ad effetto, sintetica, ricca e carica di significato; ma c’è anche qualcosa di più, cioè una grande verità: che la forza dell’amore vince su tutto, anche sulle logiche di violenza, di morte e di sopraffazione. 

L’amore, che nella situazione contingente e concreta di un’offesa assume il volto del perdono, è l’unico atteggiamento vincente. Vorrei dire addirittura: è l’unico atteggiamento conveniente anche dal punto di vista pratico, prima di ogni riflessione di tipo evangelico. L’odio genera odio, l’offesa suscita e accende la rivalsa, in una spirale inarrestabile in cui l’unico antidoto può essere solo un atteggiamento esattamente opposto, che non tiene conto del male subito, pur continuando a reclamare e a domandare giustizia. 

Ma proprio a questo proposito il perdono viene spesso frainteso con l’arrendevolezza, con la rinuncia a far valere qualsivoglia principio di giustizia, con la paura. Il perdono è invece la suprema forma di Carità, l’atto di amore più grande, che non rinuncia alla giustizia ma anzi la supera. Chi chiede giustizia reclama ciò che a lui spetta, esige riparazione e di essere reintegrato nella condizione prima dell’offesa (per quanto possibile); chi perdona reclama, oltre la giustizia, un bene ancora più grande: il bene dell’altro, il bene che è la persona stessa, pur portatore di offese.

La parabola di Gesù mette in luce il circuito vitale del perdono. Il racconto riportato ha un blocco logico. Chi condona un debito non può normalmente ritornare sui suoi passi. Chi strappa una cambiale da riscuotere non può più vantare il suo credito. Ma proprio su questo punto strano, invece, si gioca il messaggio di Gesù: se non perdoniamo interrompiamo la comunicazione con la fonte della misericordia che è il cuore di Dio Padre. Non perdonare a chi ci fa un torto sarebbe come rescindere il legame con Colui che, solo, perdonandoci tutto ci dà la forza di perdonare.