Un “Si” che viene dal cuore
TESTO (Mt 21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
COMMENTO
Il libro dei Proverbi ammonisce “Chi ricerca la giustizia e l’amore troverà vita e gloria”. (Pr 21,21) Gesù era capace di leggere nel cuore delle persone e forse nella coscienza di prostitute e ladri legalizzati (che erano i pubblicani) aveva notato un profondo desiderio di Bontà, un sincero desiderio di Dio, confermato dal fatto che alcuni di questi avevano creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Nelle parole di Giovanni questi pubblici peccatori avevano trovato certamente una risposta alla loro insoddisfazione, alla loro insofferenza per una vita che, lontana dal Bene, non può dare gioia al cuore. In quello stesso desiderio profondo della coscienza umana per le cose vere, buone e belle, c’è già l’appello, la chiamata di Dio, di Cristo Salvatore.
Proprio ciò che manca ai cosiddetti giusti interlocutori di Gesù, a quelli che si fermano ad un’osservanza formale, ad un “Si” detto solo con la superficie del cuore, pensando che sia sufficiente frequentare il tempio di Gerusalemme, ma che trascurano di accogliere nel tempio del proprio cuore e della propria vita, la luce dell’amore di Dio. I capi dei sacerdoti e gli anziani a cui Gesù sta parlando non sono certamente persone cattive, anzi proprio perché non biasimabili per evidenti immoralità, sono tentati nell’orgoglio di una “giustizia fai da te” che non diventa giustizia del cuore, tenerezza di relazioni fraterne e ascolto profondo della Parola di Dio.
Troppo spesso anche nel cuore dei cristiani, specie se già inseriti in qualche realtà ecclesiale, si fa strada la supponenza di essere già posto, di essere nel numero di chi fa già qualcosa di buono per il Regno di Dio. Nel cuore del credente a volte si spengono le domande.
In un testo liturgico invece siamo invitati a pregare proprio così: “A quanti cercano la verità, concedi la gioia di trovarla, - e il desiderio di cercarla ancora, dopo averla trovata” (dalle intercessioni Vespri lunedì III settimana Salterio)
Bella la testimonianza di P. Tiboni, missionario comboniano per tanti anni in Africa: “I miei amici africani dicono: «Una risposta senza domanda è un non senso». Se manca la domanda, il desiderio di infinito, la scoperta della propria umanità, allora anche Gesù Cristo resta come una risposta a una domanda che non esiste. Noi dicevamo: «La risposta è Cristo», ma per capirla ci deve essere la domanda”. Non sentiamoci mai a posto perché chi accoglie la parola del Signore è sempre in cammino.
MISERICORDIATI A TEMPO INDETERMINATO
TESTO (Mt 20,1-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
COMMENTO
All’avanzare del giorno calano le pretese lavorative di questi lavoratori a tempo determinato, determinatissimo, appena qualche ora. Quelli dell’alba stipulano un accordo verbale: un denaro al giorno. Poi il padrone della vigna assume alle nove altri operai. La giornata è già iniziata, la possibilità di trovare lavoro è più scarsa, e allora per convincerli ad andare nella vigna è sufficiente promettere “quello che è giusto”.
Ma la giornata avanza ancora e arriviamo addirittura al pomeriggio, quando mai nessuno assumerebbe operai per lavorare appena un’ora. Le attese degli operai sono quasi nulle. Il padrone dice “andate” e questi vanno, senza nessuna altra promessa o impegno da parte del datore di lavoro. Egli in questo caso non dice neppure “vi darò quello che è giusto”. Nessuno li ha presi ed essendo disoccupati, forse vale la pena lavorare anche per poco più di nulla, magari rischiare anche di lavorare gratis, sperando nella pura bontà del padrone.
Le meraviglie non finiscono qui. Anzi iniziano proprio ora, al momento di fare i conti.
La parabola è provocatoria e costruita in modo tale da far saltare i nervi agli alfieri dei diritti sindacali. Perché addirittura i primi ad essere pagati sono gli ultimi ad essere stati assunti e ricevono lo stesso denaro promesso ai braccianti delle sei di mattina. Logica vorrebbe, e così pensavano di fatto questi, che la paga per la giornata intera fosse un po’ più di quella pattuita. In questo elemento di contraddizione si gioca il messaggio di Gesù.
Non siamo forse tutti noi operai dell’ultima ora? Chi di noi può vantare diritti di fronte alla smisuratezza della misericordia di Dio? Detto altrimenti: non navighiamo tutti sulla stessa barca di quella umanità che in un modo o in un altro non riesce a corrispondere alla benevolenza di Dio? … e che quindi ha sempre bisogno di un intervento supplementare di bontà, di paga extra, rispetto alla scarsezza dei meriti personali?
Qui il punto: sentirci in diritto di fronte a Dio ci rende ultimi, perché incapaci di cogliere l’essenza della sua salvezza: pura Grazia. Dovremmo essere sempre come gli operai delle cinque del pomeriggio, cioè metterci al lavoro abbandonandoci alla pura benevolenza del nostro Padre celeste, perché l’unico operaio delle sei di mattina è Cristo stesso, l’unico ad aver lavorato da sempre per il Regno di Dio.
La forza disarmante del perdono
TESTO (Mt 18,21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
COMMENTO
All’ingresso del Sermig di Torino ho notato una scritta su pietra a caratteri cubitali che diceva ( e continua a dire ) a chi varca quella soglia: “l’Amore è disarmante”. Mi sembra una frase ad effetto, sintetica, ricca e carica di significato; ma c’è anche qualcosa di più, cioè una grande verità: che la forza dell’amore vince su tutto, anche sulle logiche di violenza, di morte e di sopraffazione.
L’amore, che nella situazione contingente e concreta di un’offesa assume il volto del perdono, è l’unico atteggiamento vincente. Vorrei dire addirittura: è l’unico atteggiamento conveniente anche dal punto di vista pratico, prima di ogni riflessione di tipo evangelico. L’odio genera odio, l’offesa suscita e accende la rivalsa, in una spirale inarrestabile in cui l’unico antidoto può essere solo un atteggiamento esattamente opposto, che non tiene conto del male subito, pur continuando a reclamare e a domandare giustizia.
Ma proprio a questo proposito il perdono viene spesso frainteso con l’arrendevolezza, con la rinuncia a far valere qualsivoglia principio di giustizia, con la paura. Il perdono è invece la suprema forma di Carità, l’atto di amore più grande, che non rinuncia alla giustizia ma anzi la supera. Chi chiede giustizia reclama ciò che a lui spetta, esige riparazione e di essere reintegrato nella condizione prima dell’offesa (per quanto possibile); chi perdona reclama, oltre la giustizia, un bene ancora più grande: il bene dell’altro, il bene che è la persona stessa, pur portatore di offese.
La parabola di Gesù mette in luce il circuito vitale del perdono. Il racconto riportato ha un blocco logico. Chi condona un debito non può normalmente ritornare sui suoi passi. Chi strappa una cambiale da riscuotere non può più vantare il suo credito. Ma proprio su questo punto strano, invece, si gioca il messaggio di Gesù: se non perdoniamo interrompiamo la comunicazione con la fonte della misericordia che è il cuore di Dio Padre. Non perdonare a chi ci fa un torto sarebbe come rescindere il legame con Colui che, solo, perdonandoci tutto ci dà la forza di perdonare.
POTENZA DELLA COMUNIONE
TESTO ( Mt 18,15-20 )
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico:
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
COMMENTO
Nel capitolo 16 del Vangelo di Matteo Pietro è stato definito da Gesù la pietra su cui egli avrebbe costruito la sua Chiesa, colui che ha il potere di legare e sciogliere, una sorta di plenipotenziario dello stesso Gesù.
Il brano di oggi aggiunge un aspetto importantissimo a quanto già detto dal Signore. L’autorità che ricade su Pietro deriva dal suo essere a servizio di una comunità. Pietro non è un’autorità solitaria, ma il primo servitore di una comunione a cui Cristo lega il suo messaggio, la sua missione e la sua stessa persona. Dopo aver detto “tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”, Gesù aggiunge anche “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Più che una delega in bianco agli apostoli, quindi, sembra la decisione di ritirarsi dal palco scenico, dal ruolo di attore protagonista, e di passare alla cabina di regia, per ispirare dall’Alto, o meglio da dentro le coscienze, la vicenda e le sorti della sua comunità. Cristo sarà attualmente presente col suo Spirito dove due o più saranno capaci di creare comunione, nel mettersi d’accordo per chiedere qualcosa.
Da qui nascerà una vera comunità, che a buona ragione, potrà essere chiamata “Corpo”, il corpo di Cristo appunto, la Chiesa. Mai un’autorità potrà essere esercitata legittimamente nella chiesa di Cristo in modo solitario.
Anche se questo fosse fatto, abusando di un ruolo ricevuto dalla gerarchia ecclesiale, sarebbe comunque una usurpazione di ciò che, secondo il senso della volontà del Signore, deve sempre passare attraverso il discernimento di una comunità di fratelli che custodiscono la coscienza della presenza del Signore in mezzo a loro, e nella quale ovviamente ci sarà qualcuno che avrà la responsabilità della decisione ultima.
Il capolavoro di Cristo
TESTO (Mt 16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
COMMENTO
Abbiamo sentito nel Vangelo di Domenica scorsa, Pietro prendere la parola a nome del gruppo dei discepoli per definire l’identità di Gesù: il Cristo, sarebbe a dire il prescelto di Dio.
Ora Pietro prende la parola per rappresentare i discepoli, ma anche l’umanità tutta, nella difficoltà di comprendere il mistero di Cristo crocifisso, di un salvatore che stranamente dovrà molto soffrire e addirittura essere ucciso, prima di risorgere.
Solo lo Spirito di Pentecoste farà comprendere al gruppo dei discepoli ciò che le loro orecchie da sole, e i loro cuori, non potevano comprendere. Pietro è già beato perché il Padre nei Cieli gli ha già rivelato che Gesù è il Messia ma questa rivelazione si dovrà completare nel passaggio della croce, nel travaglio del parto dell’uomo nuovo Cristo Gesù, crocifisso e risorto per noi, che manda il suo Spirito, e guida alla verità tutta intera, quella verità che in questo momento i discepoli non riescono a portare e sopportare in tutto il suo peso.
Pietro, in questo momento, è ancora troppo immerso nella mentalità del mondo che cerca salvezze immediate e a basso prezzo; per questo è di scandalo, cioè di impedimento a Gesù stesso. Egli giustamente è convinto che il Signore, il Cristo, non fallirà la sua missione di salvezza dell’uomo dal male del mondo; tuttavia non ha capito che questa salvezza passerà per l’offerta della propria vita, per poi essere ripresa. Al contrario: chi cercherà di salvarla a tutti i costi la perderà per la vita eterna.
In effetti per poter dire di aver sconfitto una malattia non ci accontenteremmo di guarire in un modo o in un altro, cento, mille o un milione di persone affette da questa malattia, ma vorremmo essere sicuri di aver trovato un vaccino o un antidoto sicuro e affidabile contro il male stesso. Gesù di Nazareth non ha lottato e sopraffatto delle persone malvage. Lui ha lottato e sopraffatto il male che agiva in loro, con l’arma e l’antidoto più sicuro: la misericordia divina. Chi ricorrerà a Cristo e alla sua Grazia, troverà sempre la medicina sicura e decisiva per la salvezza e la vittoria finale.
Comunque vicario!
TESTO (Mt 16,13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
COMMENTO
Affidare ad un uomo le chiavi del regno dei cieli! Affidare cioè ad un’autorità umana il discernimento e il compito di “legare” alcuni a certi adempimenti e di “slegare” altri. Il Dio in terra, Gesù di Nazaret, il “Figlio dell’uomo”, come amava farsi chiamare Gesù stesso, dichiara di lasciare in eredità la sua potestà a questo gruppo di discepoli, in particolare a Pietro, dando loro un potere che francamente appare sproporzionato rispetto alle loro capacità, alla loro preparazione culturale, alla loro statura umana, se è vero che nel loro animo serpeggiava la domanda chi di loro fosse il più grande.
Il salto più grande, di maggior discontinuità resta però l’autorità di Gesù stesso. Se stupisce che Gesù lasci le redini del suo popolo ad un uomo, dovrebbe stupire ancor di più che un uomo, Gesù di Nazaret, possa essere veramente, come di fatto noi crediamo, la piena rivelazione dell’unico Dio, addirittura Dio stesso, dato che San Paolo ci dice che “è in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Come può il Dio dell’universo e della storia, di Abramo, Isacco e Giacobbe, affidarsi e incarnarsi in una creatura umana?
Se capissimo fino in fondo cosa vuol dire che Dio si è fatto uomo, che ha assunto una vera natura umana, che si è impastato della nostra fragilità (pur non condividendone il peccato) allora non resteremmo così infastiditi da questo eccesso di fiducia del Messia al povero pescatore di Galilea, Simone figlio di Giona, detto Pietro. Questi è pietra di fondazione della Chiesa perché Cristo anzitutto è la pietra, la pietra scartata dai costruttori ma divenuta pietra angolare del popolo dei salvati, e la Chiesa rimarrà sempre la sua Chiesa perché Egli ne resterà il Capo indiscusso, pur parlando e agendo tramite e nelle sue membra, dove sarà esercitato ogni servizio, compreso quello del Pontefice, successore di Pietro, che rimarrà sempre un Vicario ( … di Cristo).
LA PROVA DELLA FEDE
TESTO (Mt 15,21-28)
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
COMMENTO
Mai nulla è scontato nella relazione con il Signore. Il Signore entra nella e tocca la vita di ogni singolo uomo, di ogni tempo e luogo. Abbiamo sentito di una donna cananea, che quindi non apparteneva al popolo di Israele, quel popolo prescelto per essere il primo destinatario del messaggio del Vangelo.
L’atteggiamento di Gesù lascia perplessi forse, perché sembra essere indifferente al dolore di questa donna. Occorre anzitutto dire che gli apostoli, solleciti nell’intercedere presso il Maestro per esaudirla, sono più preoccupati in realtà della loro tranquillità che del problema della donna: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!”
Il Signore inizia un dialogo con la cananea a partire dalla verità delle sue promesse al popolo di Israele: di una salvezza cioè che dovrà scaturire da questo popolo scelto per poi toccare tutti i popoli, secondo anche la profezia di Isaia:
“Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare, perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli». (Is 56,6-7).
Allo stesso tempo la cananea diviene il modello di una vita spirituale che non si arrende, che è consapevole della potenza del Signore, che nella prova e apparente silenzio di Dio, continua a sperare perché certa di trovare accoglienza. Da parte sua Gesù non solo esaudisce la fede di questa straniera, accompagnandola ad esprimere una fede sempre più totale e abbandonata, ma in modo non troppo velato dà un insegnamento anche ai suoi apostoli.
Dopo aver affermato, infatti, di non esser stato inviato “che alle pecore perdute della casa di Israele”, di fatto va incontro alla preghiera di questa straniera. Si delinea in fondo una nuova identità di Israele, che non è più un popolo etnicamente identificabile, ma il popolo dei credenti in Cristo. Ecco il Nuovo Israele, a cui anche la cananea appartiene. Ora, per ciascuno di noi è la fede assoluta nella presenza e provvidenza di Cristo che diventa il metro unico di appartenenza all’assemblea di coloro (la Chiesa) che riceveranno la salvezza definitiva, di cui anche una guarigione è segno e profezia.
Anche san Pietro parla della Chiesa come del nuovo Israele, quando attribuisce ai fedeli in Cristo le 4 prerogative del popolo d’Israele nell’Antico Testamento: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia” (1 Pt 2,9-10).