domenica 25 giugno 2017

Commento al Vangelo di Domenica 2 luglio 2017, XIII Dom TO anno A



Riepilogo istruzioni missionari


TESTO (Mt 10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».


COMMENTO

Alla fine di una serie di istruzioni rivolte ai suoi dodici più stretti collaboratori, Gesù tira le somme e le conclusioni degli atteggiamenti necessari per essere in grado di sopportare la missione del Regno, e allo stesso tempo gli atteggiamenti richiesti per accogliere la Grazia del Regno di Cristo. 
Le esigenze del Regno di Dio sono in netta opposizione con l’ansia di possesso secondo lo spirito del mondo; Gesù arriva perfino a dire in un altro passo riportatoci da Luca: “Infatti, che serve all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso?”  (Lc 9,25) Perfino se l’uomo arrivasse a possedere tutto il mondo nulla gli varrebbe, se non dovesse arrivare a trovare e possedere la propria vita. 

Come può l’uomo possedere la propria vita, come può dirsi reale proprietario di se stesso? Esattamente se farà la stessa cosa che ha fatto Gesù; Lui che ha donato la sua vita per poi riprenderla. Solo il dono ci rende veramente possessori, perché potremo custodire in eterno solo quello che avremo saputo donare, nulla di più. 

Donare la vita: uguale essere gratuiti, disinteressati, essere pazienti, benevoli, … insomma tutti quegli atteggiamenti che San Paolo elenca nel famoso inno alla Carità nel capitolo 13 della sua prima lettera ai Corinti.
Ma quanto è difficile essere gratuiti! Quanto è difficile vedere comportamenti umani liberi da qualsiasi ricerca di tornaconto o di vantaggio personale! Quanto spesso anche i rapporti educativi nascondono il desiderio segreto di possedere una persona!

Sembra impossibile ma nulla è impossibile a Dio, fonte eterna di amore. Se fossimo cristiani sufficientemente realisti dovremmo ogni giorno sperimentare il desiderio impellente di rivolgerci al Signore per chiedere il suo aiuto, il suo soccorso, la sua Grazia.

Dall’altra parte l’umiltà ci permetterà di saper accogliere coloro che sono portatori del Buon Annuncio della salvezza di Cristo. La comunione con i missionari ci permetterà addirittura di comunicare alla loro stessa ricompensa, perché la bontà del Regno è talmente diffusiva che basta uno spiraglio di apertura per farne entrare il profumo in tutta la nostra esistenza!

giovedì 22 giugno 2017

Commento al Vangelo della XII Domenica del TO anno A; 25 giugno 2017




Chi perde una battaglia ma vince la guerra


TESTO ( Mt 10,26-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. 
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».


COMMENTO

Un imperativo ripetuto tre volte: non abbiate paura! Né degli uomini, né di quelli che tra questi potrebbero addirittura uccidere in odio alla fede professata e annunciata. Perché tutta la storia del mondo e, a maggior ragione, della sua Chiesa, è fortemente nelle mani di Dio, contrariamente alle apparenze.

Gesù mette subito le cose in chiaro, non escludendo la possibilità del martirio, del fatto di essere uccisi a causa dell’annuncio della loro speranza; ma questo non potrà e non dovrà incutere timore, perché Gesù ha vinto il mondo e nonostante la sua disponibilità a lasciarsi maltrattare e crocifiggere dagli uomini, tutto tende in modo chiaro e definitivo verso la salvezza finale, verso la vittoria finale di Dio sul male, della vita sulla morte, della giustizia sulla iniquità.

Perché dunque temere chi eventualmente potrebbe toglierci solo l’esistenza di questo mondo ma non quella eterna? Se Dio nostro Padre si occupa anche della vita di due passeri, come non potrà occuparsi del destino finale e definitivo dell’uomo, dell’esito finale della sua vita? Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?

Gesù parla ai suoi “nelle tenebre del mondo”, cioè avendo egli assunto una natura umana e una storia umana; ha permesso alle forze del male di dispiegare la loro violenza, perché si compia il disegno della salvezza dell’uomo e il male trovi nella morte di Gesù il suo punto, per così dire, di sfogo, ma anche di sconfitta definitiva. I dodici apostoli a cui Gesù sta parlando, pur sempre immersi nella realtà di questo mondo, potranno essere accompagnati dalla luce dello Spirito che dalla Pentecoste in poi li costituirà come un solo corpo per la grande missione evangelizzatrice. La luce dello Spirito da quel giorno, appunto la Pentecoste, non ha più abbandonato i discepoli di Cristo. Certo anche il martirio non è mai scomparso dalla vita della Chiesa ma la vita di quelle anime resta saldamente nelle mani di Dio e la paura resterà solo per chi peserà la vita nella sua sola dimensiona terrena. 

mercoledì 14 giugno 2017

Commento al Vangelo di Domenica 18 giugno 2017, Solennità del Corpus Domini



Vero dono di un vero corpo


 TESTO (Gv 6,51-58)    

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


COMMENTO

“Come può costui darci la sua carne da mangiare?” La domanda dei Giudei di quel tempo che discutevano aspramente fra loro diventa anche la nostra domanda. In effetti, come può Gesù darci la sua carne da mangiare? Si tratta di un invito ad un atto di cannibalismo? Oppure, Gesù sta parlando puramente per metafora, o per assurdo? 

In realtà Gesù sta parlando di qualcosa di molto reale, così profondamente vero che non tutto può ricadere sotto i nostri sensi. Gesù veramente offre la sua carne, la sua vita, per la salvezza del mondo nel momento che si offre in sacrificio per noi, morendo per noi e perdonando tutta la malvagità degli uomini. Questo suo sacrificio egli ha voluto che fosse per sempre ricordato e celebrato da parte dei suoi discepoli di tutti i secoli e di tutte le parti del mondo. Ecco perché nell’ultima cena Egli dirà, alludendo alla sua prossima morte di croce: “prendete e mangiate…questo è il mio corpo, prendete e bevete … questo è il calice del mio sangue, e poi: fate questo in memoria di me”.

 Un corpo vero quello di cui noi ci nutriamo quando ci accostiamo alla Comunione eucaristica, il corpo di Gesù: non identico al suo corpo storico, ma pur sempre il suo vero corpo, soprattutto con la sua vera capacità di trasmetterci con la forza dello Spirito Santo la presenza misericordiosa di Dio Padre! Lasciamoci affascinare dal Mistero, da questo fatto che supera ogni nostra immaginazione di un Dio misericordioso. Lasciamoci con le più belle parole di meraviglia per così grande mistero uscite dalla bocca di San Francesco d’Assisi.

«O umiltà sublime, o sublimità umile: il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umilia tanto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!
Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, per essere da lui esaltati: non trattenete per voi nulla di voi, perché vi accolga totalmente colui che totalmente si offre a voi» (FF 221).

mercoledì 7 giugno 2017

Commento al Vangelo della X Domenica del TO, 11 giugno 2017



CHI CREDE NELL'AMORE PUÒ TUTTO


TESTO (Gv 3,16-18) 

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: 
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».


COMMENTO

La miglior sintesi e spiegazione di queste parole di Gesù è lui stesso a farla quando, alla fine del suo colloquio con il fariseo Nicodèmo, afferma: “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Gv 3,35).
Gesù è il plenipotenziario di Dio Padre, una sorta di amministratore unico dell’immenso tesoro della misericordia di Dio, un amministratore che si manifesta nella nostra stessa carne, con un volto, un’anima e un corpo umani, per poter essere ancora più accessibile e vicino alla nostra esistenza quotidiana.

Nel quotidiano infatti ciascuno di noi è continuamente invitato a compiere e mettere in atto le sue scelte di fede. Aver fiducia nel Figlio Gesù non potrà essere solo un atto della mente, ma più globalmente l’assenso di tutta la vita che aderisce, sì inizialmente e concettualmente ad una proposta di vita, ma che poi si articola in tutti gli atteggiamenti del cuore, in tutte le scelte di vita. 

La fede nell’unico figlio di Dio, Gesù di Nazareth, permette di varcare le soglie della nostra storia terrena, di rinascere dall’Alto, cioè da un principio di vita nuova, e sfuggire alla naturale mortalità di tutto ciò che è nel mondo. Solo l’amore varca le soglie della morte, come ha fatto Cristo Signore amandoci fino alla morte di croce. Chi crede che Gesù di Nazareth è l’apice della storia di amore di Dio con l’uomo è salvo anche lui. Chi non crede in lui, non potrà compiere il grande salto, rimarrà sempre legato alle cose di quaggiù. Buon cammino di fede quindi e buon viaggio!

domenica 4 giugno 2017

Commento al Vangelo della Domenica di Pentecoste, 4 giugno 2017



Spirito che rinnova


TESTO (Gv 20,19-23) 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

COMMENTO

Un nuovo inizio. Ci troviamo nel primo giorno della settimana ebraica, quello che adesso noi chiamiamo Domenica. Il giorno della risurrezione del Signore segna l’inizio di una nuova creazione. Quando Dio creò il cielo e la terra, racconta la Genesi, “la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2).

In quella sera gli undici discepoli vivevano nelle tenebre della paura e del disorientamento, e veramente la loro esistenza e le loro speranze potevano essere paragonate a dei deserti, perché non più abitati, non più segnati dalla presenza rassicurante del loro maestro ormai ucciso e seppellito. Il totalmente nuovo, la nuova creazione ricomincia da Gesù risorto che appare nel cenacolo e si pone al centro e al cuore della nascente comunione ecclesiale: “Gesù stette in mezzo a loro e disse ‘Pace a voi!”.

La sua presenza sarà però assicurata, nel tempo a venire, solo dalla forza dello Spirito che egli dona per il compimento della sua missione. Comprendiamo qui il senso e il fine della venuta del Cristo nel mondo e di conseguenza il senso e il fine della Chiesa: portare a tutti gli uomini l’annuncio della misericordia di Dio. 

La presenza dello Spirito dovrà trovare sempre e comunque un veicolo umano. Se Gesù, nella sua nuova umanità di risorto, dona e annuncia la remissione dei peccati, ugualmente sarà l’umanità dei discepoli, rinnovata dalla presenza e dall’invio dello Spirito, a dover veicolare la forza dell’amore e del perdono di Dio appena uscito vittorioso dallo scontro con il peccato e la morte. Non esiste una vera Pentecoste senza una vita, un’esistenza, un corpo che si fa luogo di accoglienza e di trasmissione della potenza dello Spirito di amore di Dio. 

venerdì 26 maggio 2017

Commento al Vangelo della Domenica dell'Ascensione, 28 maggio 2017



Tra dubbi ed esitazioni


TESTO (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


COMMENTO

San Giovanni Paolo II disse che “la fede si rafforza donandola” (Redemptoris Missio, 2), considerando così un dato di fatto l’imperfezione della fede di colui che va ad annunciare la Buona Novella di Cristo. 
Ed imperfetta doveva essere anche la fede degli undici discepoli ri-convocati da Gesù sul monte in Galilea dopo la sua risurrezione, se è vero che alla sua vista si prostrarono, ma allo stesso tempo dubitarono. 

Tuttavia per loro non è più il momento di ulteriori segni, di ulteriori discorsi o ragionamenti: è giunto il momento della missione, della partenza, del ridonare tutto quello che l’Onnipotenza di Dio rivelata nello scandalo della croce ha permesso loro di vedere, ascoltare e toccare. Il loro invio avviene dunque nel dubbio e nella fatica del credere che saranno superati solamente dai segni che accompagneranno la missione.

La Chiesa nasce dalla fede di questi undici, forte solo della promessa finale di Gesù che chiude il Vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». La Chiesa per sua natura dinamica, missionaria, corpo in movimento, non potrà mai esaurire il mandato di trasmettere quanto le è stato insegnato a partire e tramite gli apostoli, perché il compito di andare, annunciare e battezzare è l’ultima e più grande eredità che le viene consegnata. 

Se sulla montagna Mosé ha ricevuto la legge, e su una montagna Gesù ha proclamato il completamento della legge nelle Beatitudini, su questa montagna della Galilea Gesù pone un fondamento altrettanto saldo e definitivo per tutti i tempi a venire: il compito di trasmettere il messaggio di salvezza e di introdurre ritualmente tutte le genti nella sua stessa vita di risorto. Questa fiducia di partenza si rafforzerà solo cammino facendo.

venerdì 19 maggio 2017

Commento al Vangelo della VI Domenica di Pasqua, 21 maggio 2017

              

 Nello sguardo dello Spirito


TESTO ( Gv 14,15-21) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».


COMMENTO

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Molti di noi avranno sentito questa bellissima frase tratta dalla celebre favola per adulti “Il Piccolo Principe”. 
Vedere col cuore significa vedere a partire da un atteggiamento di simpatia, di affetto profondo nei confronti di ciò che si guarda. Quante volte e quante cose noi vediamo eppure non le conosciamo, cioè non siamo capaci di coglierne il significato, la bellezza più intima e vera che racchiudono!

 I mezzi di comunicazione ci mettono a disposizione immagini di tutti i tipi, e da tutte le parti del mondo, ma esse scorrono via non lasciando alcuna traccia nella nostra vita, se non fugaci emozioni; vedere col cuore significa andare oltre il dato visibile, avere uno sguardo penetrante, perché penetrato da un desiderio di affetto e di interesse per ciò che abbiamo davanti. Pier Paolo Pasolini dopo aver incontrato Santa Teresa di Calcutta disse: “Madre Teresa, quando guarda, vede”. Perché i suoi occhi erano illuminati dall’amore, dalla passione per la vita, dalla cura per qualunque fratello le fosse capitato davanti 
Come possiamo noi, vedere con il cuore? Detto in altri termini: come possiamo amare e conoscere nel profondo, ed essere capaci dunque di vedere ciò che è invisibile allo sguardo degli occhi? E chi può darci questo amore così grande? 

Il Signore Gesù ci invita a rimanere sempre in lui e nella comunione col Padre realizzata nello e dallo Spirito, ma per rimanere in qualsiasi comunità o famiglia, bisogna pur accettarne le regole di convivenza. Per questo obbedire ai comandamenti di Gesù non assume un significato di sottomissione servile ma significa esprimere nella praticità e fattualità della vita, il desiderio di voler permanere nella comunione d’amore di Dio Padre che Gesù ci ha rivelato e alla quale Gesù stesso si è sottomesso. Gesù dice infatti: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,17). 

L’amore ricevuto da Dio per mezzo dello Spirito e l’amore custodito nell’amore fraterno ci permetteranno di vedere cose altrimenti invisibili. Per questo Pietro insieme agli apostoli potrà dire riguardo i fatti della risurrezione di Gesù: “…di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. (Atti 5,32)