venerdì 26 maggio 2017

Commento al Vangelo della Domenica dell'Ascensione, 28 maggio 2017



Tra dubbi ed esitazioni


TESTO (Mt 28,16-20)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».


COMMENTO

San Giovanni Paolo II disse che “la fede si rafforza donandola” (Redemptoris Missio, 2), considerando così un dato di fatto l’imperfezione della fede di colui che va ad annunciare la Buona Novella di Cristo. 
Ed imperfetta doveva essere anche la fede degli undici discepoli ri-convocati da Gesù sul monte in Galilea dopo la sua risurrezione, se è vero che alla sua vista si prostrarono, ma allo stesso tempo dubitarono. 

Tuttavia per loro non è più il momento di ulteriori segni, di ulteriori discorsi o ragionamenti: è giunto il momento della missione, della partenza, del ridonare tutto quello che l’Onnipotenza di Dio rivelata nello scandalo della croce ha permesso loro di vedere, ascoltare e toccare. Il loro invio avviene dunque nel dubbio e nella fatica del credere che saranno superati solamente dai segni che accompagneranno la missione.

La Chiesa nasce dalla fede di questi undici, forte solo della promessa finale di Gesù che chiude il Vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». La Chiesa per sua natura dinamica, missionaria, corpo in movimento, non potrà mai esaurire il mandato di trasmettere quanto le è stato insegnato a partire e tramite gli apostoli, perché il compito di andare, annunciare e battezzare è l’ultima e più grande eredità che le viene consegnata. 

Se sulla montagna Mosé ha ricevuto la legge, e su una montagna Gesù ha proclamato il completamento della legge nelle Beatitudini, su questa montagna della Galilea Gesù pone un fondamento altrettanto saldo e definitivo per tutti i tempi a venire: il compito di trasmettere il messaggio di salvezza e di introdurre ritualmente tutte le genti nella sua stessa vita di risorto. Questa fiducia di partenza si rafforzerà solo cammino facendo.

venerdì 19 maggio 2017

Commento al Vangelo della VI Domenica di Pasqua, 21 maggio 2017

              

 Nello sguardo dello Spirito


TESTO ( Gv 14,15-21) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».


COMMENTO

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Molti di noi avranno sentito questa bellissima frase tratta dalla celebre favola per adulti “Il Piccolo Principe”. 
Vedere col cuore significa vedere a partire da un atteggiamento di simpatia, di affetto profondo nei confronti di ciò che si guarda. Quante volte e quante cose noi vediamo eppure non le conosciamo, cioè non siamo capaci di coglierne il significato, la bellezza più intima e vera che racchiudono!

 I mezzi di comunicazione ci mettono a disposizione immagini di tutti i tipi, e da tutte le parti del mondo, ma esse scorrono via non lasciando alcuna traccia nella nostra vita, se non fugaci emozioni; vedere col cuore significa andare oltre il dato visibile, avere uno sguardo penetrante, perché penetrato da un desiderio di affetto e di interesse per ciò che abbiamo davanti. Pier Paolo Pasolini dopo aver incontrato Santa Teresa di Calcutta disse: “Madre Teresa, quando guarda, vede”. Perché i suoi occhi erano illuminati dall’amore, dalla passione per la vita, dalla cura per qualunque fratello le fosse capitato davanti 
Come possiamo noi, vedere con il cuore? Detto in altri termini: come possiamo amare e conoscere nel profondo, ed essere capaci dunque di vedere ciò che è invisibile allo sguardo degli occhi? E chi può darci questo amore così grande? 

Il Signore Gesù ci invita a rimanere sempre in lui e nella comunione col Padre realizzata nello e dallo Spirito, ma per rimanere in qualsiasi comunità o famiglia, bisogna pur accettarne le regole di convivenza. Per questo obbedire ai comandamenti di Gesù non assume un significato di sottomissione servile ma significa esprimere nella praticità e fattualità della vita, il desiderio di voler permanere nella comunione d’amore di Dio Padre che Gesù ci ha rivelato e alla quale Gesù stesso si è sottomesso. Gesù dice infatti: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,17). 

L’amore ricevuto da Dio per mezzo dello Spirito e l’amore custodito nell’amore fraterno ci permetteranno di vedere cose altrimenti invisibili. Per questo Pietro insieme agli apostoli potrà dire riguardo i fatti della risurrezione di Gesù: “…di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. (Atti 5,32)

giovedì 11 maggio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 14 maggio 2017, V Domenica di Pasqua



AVANTI C’È POSTO!              


TESTO   ( Gv 14, 1-12 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».

Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 

Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».


COMMENTO

In questo passo Gesù si presenta in tutta la verità della sua persona e della sua missione. Abituati a sentirlo parlare in parabole e per immagini, veramente questo discorso sembra duro e difficile a capirsi. “Io sono nel Padre e il Padre è in me”. Come può una persona stare e vivere dentro un’altra? 

La qualità essenziale di una persona per noi è la sua consistenza fisica, il suo presentarsi ai nostri occhi in carne e ossa, con un volto ben preciso. Ma dalle parole di Gesù capiamo che essere una persona non significa anzitutto qualcosa di fisico, di corporale, ma piuttosto il fatto di esserci, il fatto di essere presente con il suo amore, la sua affezione, le sue azioni; il fatto cioè di inter-agire con noi. Il fatto visibile non è poi il solo aspetto ad essere determinante se pensiamo che tanti ebrei contemporanei di Gesù videro, ascoltarono in presa diretta, potremmo dire in un contatto fisico, ma non credettero alla sua missione. Anzi proprio di essi Gesù disse: “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”, cioè non fate parte di quelli che come me vivono l’atteggiamento del dono e cercano di fare la volontà di Dio al di sopra di ogni cosa. 

La presenza di Gesù nel Padre e del Padre in Gesù è certamente un grande mistero, ma non nel senso di qualcosa di inconoscibile, quanto nel senso che, non potendosi comprendere solo per via intellettuale e di ragionamento, va colto invece in una conoscenza intima che nel linguaggio della Bibbia significa totale coinvolgimento personale e del cuore.

Se ci lasciamo interpellare dalla presenza di Gesù, vivo e risorto in mezzo a noi col suo spirito, e se lo accoglieremo con cuore sobrio e disponibile, scopriremo grazie a Lui i tesori dell’amore di Dio Padre; perché Gesù vive nel cuore del Padre e noi saremo dove è Gesù che, nel cuore di Dio Padre, sta preparando un posto anche per noi. 

giovedì 4 maggio 2017

Commento al Vangelo della IV Domenica di Pasqua, 7 maggio 2017





          La porta della vita



TESTO ( Gv 10,1-10 )

In quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 

Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».


COMMENTO

Gesù è il riferimento e il modello unico e insostituibile per chi vuole parlare al cuore del popolo di Dio. Gesù è venuto perché Israele e tutta l’umanità abbia la vita e l’abbia in abbondanza e proprio per questo ha accettato di “perdere” la propria vita, donandola sulla croce: per sanare col suo atto di amore misericordioso un’umanità che si era allontanata dalla giustizia di Dio. 

Lui è il modello del giusto modo di rapportarsi con l’umano: la logica del dono gratuito, senza ritorno, e “le pecore ascoltano la sua voce”. Al di fuori di questo atteggiamento esiste l’opportunismo, l’interesse, la ricerca della gloria personale, il dare qualcosa con l’intenzione di trarne un beneficio, la mania di protagonismo. Gesù è l’unico che nell’atto di amore all’uomo aveva qualcosa da perdere, Lui che in quanto Dio è atto di amore perfetto e completo. Ogni atto d’amore di questo mondo, per poco che sia, ha sempre una traccia di tornaconto. E purtroppo la storia dell’umanità, ma anche le nostre storie personali ci hanno mostrato quanto è frequente l’atteggiamento di chi fa del bene, per mettersi in evidenza, per farsi notare e “fare carriera” in ambiti ecclesiali (in tutto o in parte); 

l’atteggiamento non raro di chi non cerca la crescita del gregge a lui affidato ma solo un trampolino di lancio per la sua leadership, per affermare la sua posizione di comando e di autorità.
I guardiani del gregge dovranno sempre saper vagliare lo spirito con cui gli uomini si avvicinano ai fratelli loro affidati, perché Gesù dice chiaramente che il guardiano apre la porta a colui che entra dalla porta, che è pastore e non mercenario o rapinatore. 
La porta, la persona di Gesù, ha una forma angusta, la forma della croce, e quindi è una porta stretta; non perché il Signore vuole escludere qualcuno ma perché l’ingresso non deve e non può essere casuale ma il frutto di una scelta consapevole, la logica del dono.

venerdì 28 aprile 2017

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, 30 aprile 2017




Gesù in cammino con noi


TESTO (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.


COMMENTO

Le apparizioni di Gesù risorto insieme alla tomba vuota sono i segni consegnati alla Chiesa per credere a tutte le parole dette da Gesù durante la sua vita, e in sintesi alla sua “pretesa” di essere il Messia, colui che doveva salvare Israele e l’umanità intera.

 Gesù non gioca a nascondino con questi due discepoli delusi. Certo, inizialmente non si fa riconoscere, ma questo fatto ha proprio il sapore di un metodo pedagogico che Gesù vuole avviare, non solo con questi due, ma con tutti noi che pure, spesso, camminiamo delusi allontanandoci dalla fede. Gesù avvia un dialogo, pone domande, lascia che il dispiacere e la delusione trovino parole e solo dopo inizia a spiegare come le Scritture avevano predetto gli eventi della Passione appena accaduti. 

Prima della catechesi c’è una comunione umana, prima di annunciare Gesù cerca di mettersi in ascolto del dolore degli uomini; e saranno infatti proprio i due di Emmaus a chiedere a Gesù di restare a cena con loro. Il loro cuore ha intuito un calore particolare, una presenza amica che ha il sapore del vero, del bello, di ciò che vale la pena ascoltare ancora. 

L’incontro sulla via ha il suo culmine nel momento in cui Gesù spezza il pane e lo benedice. Il cammino degli undici km verso Emmaus diventa qui un vero e proprio cammino di fede. I loro occhi inizialmente incapaci di riconoscerlo lo vedono ora chiaramente. A questo punto di consapevolezza essi dovevano arrivare. Verrà il tempo del ritorno di Gesù nella Gloria quando egli rimarrà per sempre con noi senza alcun velo e lo vedremo faccia a faccia; ma in questo tempo, il tempo del cammino della fede e nella fede, noi cristiani con i due discepoli abbiamo capito che l’ascolto della Scrittura e il gesto dello spezzare il pane nella comunità saranno per sempre i due segni decisivi in cui il Cristo risorto si rende presente tra noi, perché a nostra volta sappiamo ascoltare e accogliere il dolore del mondo e annunciare la speranza di Cristo. 

martedì 18 aprile 2017

Commento al Vangelo di Domenica 23 aprile 2017, II di Pasqua




I segni della Signoria di Cristo 



TESTO (Gv 20,19-31) 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 


COMMENTO

L’evangelista Giovanni ci dice che predicando a Gerusalemme durante la sua missione pubblica, Gesù parlava del dono dello Spirito che i credenti avrebbero ricevuto in futuro “… infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” ( Gv 7,39 ).
Ma ora la glorificazione è avvenuta, perché la gloria di Gesù si è manifestata nel dono della sua vita in croce.

 La Gloria di Dio, la “consistenza” dell’amore di Dio, si rivela in pienezza nella massima spoliazione di sé che Gesù attua accettando l’umiliazione, l’ingiusta condanna a morte. In questa strettoia passa la Gloria di Gesù ma anche la nostra. Doveva averlo intuito Tommaso Dìdimo che chiede un segno evidente per riconoscere la persona di Gesù: i segni della passione. Tommaso vuole vedere e toccare quelle ferite che attestano la corrispondenza tra quell’uomo apparso all’improvviso e il Signore, perché la Signoria del loro Maestro si è giocata e impressa proprio in quei segni di supplizio. 

Ora il Signore Gesù può soffiare lo Spirito perché lo Spirito di Dio ha trovato in Lui strada libera, l’unica possibile, la strada dell’amore totale, incondizionato e abbandonato alla volontà del Padre. Proprio questo Gesù doveva fare: amare fino alla fine, e quando questo avvenne Gesù poté dire quell’ultima parola prima di morire: “E’ compiuto!”.

Non c’è merito umano, c’è solo il dono che viene dall’Alto, e l’umiltà di dover accettare che la pace e la remissione dei peccati possono essere annunciati autorevolmente e donati solo dalla persona del Cristo risorto, e ora si possono ricevere in pienezza solo in quel corpo spirituale, crocifisso e glorioso allo stesso tempo, che è la comunità dei battezzati, la Chiesa: il corpo spirituale di Cristo risorto. 

giovedì 13 aprile 2017

Commento al Vangelo della Veglia pasquale; 16 aprile 2017



Per chi risorge tutto è possibile!



TESTO (Mt 28,1-10) 

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». 

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».


COMMENTO

Tra le donne che avevano seguito Gesù fino al Calvario il nostro evangelista Matteo ne menziona tre: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e una terza donna di cui non viene detto il nome ma che era, si dice, la madre dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni).

La cosa che mi colpisce è che dopo la morte di Gesù, davanti al sepolcro prestato da Giuseppe di Arimatea alla salma di Gesù ne manca una all’appello. L’evangelista ci dice che c’erano solo Maria di Magdala e l’altra Maria. Il particolare, lo ammetto, potrebbe essere di poca rilevanza, ma se penso a chi era quella madre, a quali sentimenti avevano agitato in precedenza il suo cuore, allora mi viene da pensare che anche in questo vuoto ci possa essere un messaggio, un annuncio in negativo che ci fa meglio apprezzare il fatto della resurrezione.

Questa mamma aveva chiesto a Gesù: «Di' che questi miei due figli siedano l'uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra, nel tuo regno». (Mt 20,21) E ad ella Gesù rispose: «Voi non sapete quello che chiedete…”
A partire da quella richiesta la sua assenza ha un significato: forse è l’assenza di chi non accetta la sconfitta, di chi cerca un destino di gloria a basso prezzo, facile e immediato, di chi fino all’ultimo ha aspettato il colpo di scena ai piedi della croce, e che di fronte al fatto evidente della morte, se ne va sconsolato. Forse per questo la madre dei figli di Zebedeo non è al sepolcro. La morte del Maestro a cui aveva chiesto di spartire il Regno tra i suoi due figli aveva chiuso ogni prospettiva e ogni interesse. Per lei la pietra tombale è irremovibile. 

Il nome non ci viene detto, perché possiamo metterci il nostro. Ci siamo tutti, tutti, e tutte le volte che non abbiamo osato sperare e che in certe situazioni abbiamo detto: “basta, è tutto finito, non c’è più niente da fare!” Queste si che sono pietre tombali irremovibili! La pietra del sepolcro di Gesù è stata molto più leggera da rimuovere rispetto al peso delle nostre chiusure del cuore, agli ostacoli che noi frapponiamo all’azione della Grazia divina. 
In questo giorno alziamo gli occhi del cuore. Per quel poco di fede nel salvatore Gesù che ancora abbiamo diciamo e gridiamo che a Lui “veramente tutto è possibile!”