venerdì 28 aprile 2017

Commento al Vangelo della III Domenica di Pasqua, 30 aprile 2017




Gesù in cammino con noi


TESTO (Lc 24,13-35)

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 

Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». 

Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. 
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». 

Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.


COMMENTO

Le apparizioni di Gesù risorto insieme alla tomba vuota sono i segni consegnati alla Chiesa per credere a tutte le parole dette da Gesù durante la sua vita, e in sintesi alla sua “pretesa” di essere il Messia, colui che doveva salvare Israele e l’umanità intera.

 Gesù non gioca a nascondino con questi due discepoli delusi. Certo, inizialmente non si fa riconoscere, ma questo fatto ha proprio il sapore di un metodo pedagogico che Gesù vuole avviare, non solo con questi due, ma con tutti noi che pure, spesso, camminiamo delusi allontanandoci dalla fede. Gesù avvia un dialogo, pone domande, lascia che il dispiacere e la delusione trovino parole e solo dopo inizia a spiegare come le Scritture avevano predetto gli eventi della Passione appena accaduti. 

Prima della catechesi c’è una comunione umana, prima di annunciare Gesù cerca di mettersi in ascolto del dolore degli uomini; e saranno infatti proprio i due di Emmaus a chiedere a Gesù di restare a cena con loro. Il loro cuore ha intuito un calore particolare, una presenza amica che ha il sapore del vero, del bello, di ciò che vale la pena ascoltare ancora. 

L’incontro sulla via ha il suo culmine nel momento in cui Gesù spezza il pane e lo benedice. Il cammino degli undici km verso Emmaus diventa qui un vero e proprio cammino di fede. I loro occhi inizialmente incapaci di riconoscerlo lo vedono ora chiaramente. A questo punto di consapevolezza essi dovevano arrivare. Verrà il tempo del ritorno di Gesù nella Gloria quando egli rimarrà per sempre con noi senza alcun velo e lo vedremo faccia a faccia; ma in questo tempo, il tempo del cammino della fede e nella fede, noi cristiani con i due discepoli abbiamo capito che l’ascolto della Scrittura e il gesto dello spezzare il pane nella comunità saranno per sempre i due segni decisivi in cui il Cristo risorto si rende presente tra noi, perché a nostra volta sappiamo ascoltare e accogliere il dolore del mondo e annunciare la speranza di Cristo. 

martedì 18 aprile 2017

Commento al Vangelo di Domenica 23 aprile 2017, II di Pasqua




I segni della Signoria di Cristo 



TESTO (Gv 20,19-31) 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. 


COMMENTO

L’evangelista Giovanni ci dice che predicando a Gerusalemme durante la sua missione pubblica, Gesù parlava del dono dello Spirito che i credenti avrebbero ricevuto in futuro “… infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato” ( Gv 7,39 ).
Ma ora la glorificazione è avvenuta, perché la gloria di Gesù si è manifestata nel dono della sua vita in croce.

 La Gloria di Dio, la “consistenza” dell’amore di Dio, si rivela in pienezza nella massima spoliazione di sé che Gesù attua accettando l’umiliazione, l’ingiusta condanna a morte. In questa strettoia passa la Gloria di Gesù ma anche la nostra. Doveva averlo intuito Tommaso Dìdimo che chiede un segno evidente per riconoscere la persona di Gesù: i segni della passione. Tommaso vuole vedere e toccare quelle ferite che attestano la corrispondenza tra quell’uomo apparso all’improvviso e il Signore, perché la Signoria del loro Maestro si è giocata e impressa proprio in quei segni di supplizio. 

Ora il Signore Gesù può soffiare lo Spirito perché lo Spirito di Dio ha trovato in Lui strada libera, l’unica possibile, la strada dell’amore totale, incondizionato e abbandonato alla volontà del Padre. Proprio questo Gesù doveva fare: amare fino alla fine, e quando questo avvenne Gesù poté dire quell’ultima parola prima di morire: “E’ compiuto!”.

Non c’è merito umano, c’è solo il dono che viene dall’Alto, e l’umiltà di dover accettare che la pace e la remissione dei peccati possono essere annunciati autorevolmente e donati solo dalla persona del Cristo risorto, e ora si possono ricevere in pienezza solo in quel corpo spirituale, crocifisso e glorioso allo stesso tempo, che è la comunità dei battezzati, la Chiesa: il corpo spirituale di Cristo risorto. 

giovedì 13 aprile 2017

Commento al Vangelo della Veglia pasquale; 16 aprile 2017



Per chi risorge tutto è possibile!



TESTO (Mt 28,1-10) 

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». 

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».


COMMENTO

Tra le donne che avevano seguito Gesù fino al Calvario il nostro evangelista Matteo ne menziona tre: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e una terza donna di cui non viene detto il nome ma che era, si dice, la madre dei figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni).

La cosa che mi colpisce è che dopo la morte di Gesù, davanti al sepolcro prestato da Giuseppe di Arimatea alla salma di Gesù ne manca una all’appello. L’evangelista ci dice che c’erano solo Maria di Magdala e l’altra Maria. Il particolare, lo ammetto, potrebbe essere di poca rilevanza, ma se penso a chi era quella madre, a quali sentimenti avevano agitato in precedenza il suo cuore, allora mi viene da pensare che anche in questo vuoto ci possa essere un messaggio, un annuncio in negativo che ci fa meglio apprezzare il fatto della resurrezione.

Questa mamma aveva chiesto a Gesù: «Di' che questi miei due figli siedano l'uno alla tua destra e l'altro alla tua sinistra, nel tuo regno». (Mt 20,21) E ad ella Gesù rispose: «Voi non sapete quello che chiedete…”
A partire da quella richiesta la sua assenza ha un significato: forse è l’assenza di chi non accetta la sconfitta, di chi cerca un destino di gloria a basso prezzo, facile e immediato, di chi fino all’ultimo ha aspettato il colpo di scena ai piedi della croce, e che di fronte al fatto evidente della morte, se ne va sconsolato. Forse per questo la madre dei figli di Zebedeo non è al sepolcro. La morte del Maestro a cui aveva chiesto di spartire il Regno tra i suoi due figli aveva chiuso ogni prospettiva e ogni interesse. Per lei la pietra tombale è irremovibile. 

Il nome non ci viene detto, perché possiamo metterci il nostro. Ci siamo tutti, tutti, e tutte le volte che non abbiamo osato sperare e che in certe situazioni abbiamo detto: “basta, è tutto finito, non c’è più niente da fare!” Queste si che sono pietre tombali irremovibili! La pietra del sepolcro di Gesù è stata molto più leggera da rimuovere rispetto al peso delle nostre chiusure del cuore, agli ostacoli che noi frapponiamo all’azione della Grazia divina. 
In questo giorno alziamo gli occhi del cuore. Per quel poco di fede nel salvatore Gesù che ancora abbiamo diciamo e gridiamo che a Lui “veramente tutto è possibile!”

giovedì 6 aprile 2017

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme, 9 aprile 2017




NEL DOLORE DI OGNI UOMO


TESTO (estratto dal racconto della Passione: Mt 27,45-54)

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».



COMMENTO

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Secondo l’evangelista Matteo sono le ultime parole di Gesù prima di morie. Se Gesù stesso nel momento della morte si è sentito abbandonato dal Padre, come non potremo, e come non potremmo, esserlo anche noi nei tanti momenti di difficoltà, di dolore o di qualsiasi altra prova? Gesù, nel momento di estremo dolore, in realtà prega il Padre con le parole del Salmo 22 intitolato: “Sofferenze e speranze del giusto”. 

La morte ha impedito a Gesù di continuare questa preghiera, questa invocazione che continua poi al versetto 6 con queste parole: “…i nostri padri a te gridarono e furono salvati, in te confidarono e non rimasero delusi”. Se la morte ha soffocato queste ultima parole, dall’altra essa ha letteralmente aperto e inaugurato l’attuazione della speranza del salmista. “i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono”. Proprio quei santi che uscirono dai sepolcri nel momento della morte del Cristo … furono i primi a non restare delusi della speranza che avevano posto nella salvezza di Dio. I santi sono la parola di Cristo che continua nella storia.

 Da quel momento, da quel giorno preciso in cui è avvenuta la morte di Cristo la speranza ha continuato a portare il suo stesso volto: il volto di un’umanità sofferente ma che nel grido di dolore di Cristo trova la voce, la direzione del compimento e dell’esaudimento della sua richiesta di giustizia e di salvezza. Anche la disperazione non è più assoluta, dal momento che è accompagnata e assunta da quel grido di Cristo Signore, morto e risorto per noi.

giovedì 30 marzo 2017

Commento al Vangelo di Domenica 2 aprile 2017, V di Quaresima, anno A



“Pietre rotolanti”


TESTO ( Gv 11, 38-44 )

Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.


COMMENTO

La pietra della tentazione e la pietra della risurrezione. Da un capo all’altro del nostro cammino quaresimale ritroviamo questo elemento della natura (una pietra) con significati ugualmente importanti ma anche tanto diversi.
Ricordiamo nella prima Domenica di Quaresima che Gesù fu invitato a cambiare le pietre in pane per sfamarsi, ma Gesù rispose che l’uomo vive, oltre che di pane, anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

La parola di Gesù trova una magnifica corrispondenza anche in questo Vangelo. Di fronte alla pietra tombale che custodisce la salma dell’amico di Lazzaro, dalla bocca di Gesù viene pronunciata una parola di vita, una parola che letteralmente dona vita.

Capiamo bene che la parola di Dio, la sapienza di Dio, che trova la sua personificazione umana in Gesù di Nazaret, è parola di vita eterna, una parola che nutre oltre la morte, dato che fa ritornare in vita. Il Signore continua ad invitarci a cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia perché tutto il resto ci sarà dato in aggiunta. La vita vale veramente più del cibo. Cosa varrebbe, e cosa vale di fatto, un cibo sovrabbondante per delle esistenze spente che non riescono a gustarlo?

Il primo passo che il Signore ci chiede di fare è proprio di rotolare via quella pietra che ostacola il suo ingresso nella tomba dei nostri cuori. Quante pietre tombali abbiamo messo a chiusura del nostro cuore, nei confronti di qualche parente, familiare, di qualche collega di lavoro, e ultimamente nei confronti della sua Grazia? Il Signore ci chiede di liberare il nostro cuore da questi macigni spirituali, perché Lui viene a farci rinascere, a ridarci una nuova vita, un nuovo entusiasmo, una nuova speranza laddove tutto sembrava morto e sotterrato. La speranza è proprio il pane quotidiano di cui abbiamo bisogno. Anche a noi il Signore rivolge la stessa parola di vita rivolta a Lazzaro: “vieni fuori!”

giovedì 23 marzo 2017

Commento al Vangelo di Domenica 26 marzo 2017, IV Quaresima anno A.



LA GRAZIA DI VEDERE 
E DI SAPERE DI NON VEDERE


TESTO 
Forma breve: Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.


COMMENTO

Primo momento della veglia pasquale, madre di tutte le veglie, è giustamente la liturgia della luce; nella notte del prossimo 15 aprile per tre volte l'acclamazione "Cristo luce del mondo!" ci esorterà ad abbandonare il buio dell’ignoranza e del peccato.

Tuttavia in questa quarta Domenica di Quaresima l’episodio del cieco nato anticipa e preannuncia il grande bagliore della luce pasquale di Cristo risorto. Al centro della scena c’è Gesù e un uomo che mendicava il suo vivere quotidiano e che senza nulla chiedere riceve il tocco benefico di Gesù, cominciando a vedere per la prima volta in vita sua. Al Messia è sufficiente fare del fango mescolando della terra con la sua saliva, spalmarlo sugli occhi del cieco e inviarlo lavarsi nella piscina di Siloe (Inviato); tanto poco basta perché è il fango dell’umanità decaduta nel peccato, ma assunta dal Figlio di Dio, ad essere capace di guarire. 

Eppure quel mondo pre-esisteva al cieco. Certo quel cieco non ne aveva alcuna percezione visiva perché viveva al buio, ma un buio soggettivo provocato dalla sua cecità, non dalla mancanza di luce.

La luce di Dio ha sempre brillato nel mondo fin dalla sua creazione, ma gli uomini hanno chiuso i loro occhi, volgendo le spalle a Dio, peccando contro Lui, volendosi appropriare della conoscenza del bene e del male che può appartenere solo alla sua sapienza creatrice. Così facendo non hanno spento la luce, ma hanno spento i loro occhi, si sono tolti la possibilità di vedere le cose per quello che sono nella verità, e da lì sono nati tutti i problemi dell'uomo: cosmici, umani e spirituali. Da quel momento l'uomo ha iniziato a chiamare bene ciò che Bene non è, e a chiamare male ciò che male non è. L’umanità intera è divenuta cieca.

Ecco la Grazia di Cristo che viene a salvarci dalle conseguenze disastrose del nostro peccato, che viene a illuminarci, o se volete ad aprirci gli occhi. Quel cero pasquale acceso la notte di Pasqua, simbolo di Gesù risorto, ci parla! Quel cero pasquale, acceso per ognuno noi nei due momenti essenziali del Battesimo e delle esequie, segna l'inizio e la fine, a testimoniare che quella luce non ci abbandona mai, che non si spegnerà mai: Ma noi, cosa stiamo facendo di quella luce? Riconosciamo la potenza e la Grazia di Cristo e siamo capaci di professare ad occhi aperti, come il cieco nato: "Credo Signore" (Gv 9,38)? Oppure facciamo come i farisei che presumono di vedere e restano nel peccato? Per loro Gesù ha delle parole durissime: "Se voi foste ciechi, voi non avreste alcun peccato; ma voi dite: Noi vediamo! Il vostro peccato rimane" (Gv 9,41).
Accogliamo l’invito che il Signore rivolge alla Chiesa di Laodicea nell’Apocalisse: “Ti consiglio di comprare da me […] collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista (Ap. 3,18).

sabato 18 marzo 2017

Commento al Vangelo di Domenica 19 marzo 2017, III di Quaresima anno A



Ferite come feritoie



TESTO (Gv 4,5-42) 

(versione abbreviata) 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

COMMENTO

Mentre leggo questo brano ho davanti agli occhi anche il brano dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. Il ricco mangiava a crepapelle e sotto le sue finestre c’era un povero di nome Lazzaro, affamato, piagato, che però nel racconto di Gesù troverà consolazione dopo la morte a differenza del ricco che aveva già trovato consolazione nei beni di questo mondo.
Qui il povero affamato e assetato, nella realtà dei fatti, è Gesù; anche se nulla ci fa pensare alla donna samaritana come ad una donna ricca, per lei si presenta la stessa possibilità di incontrare la persona di Cristo vivendo quel momento storico nella sua problematicità/opportunità: dar da bere ad un uomo assetato. 

Per la donna samaritana suona il tempo della salvezza nel momento in cui il suo cuore si apre all’accoglienza di quel bisogno concretissimo, umano che ha dinanzi. Questa è la porta di ingresso attraverso la quale Gesù le si rende presente con un’acqua, la sua misericordia, ben più dissetante e salutare di quella che Lui stesso le stava chiedendo.

Proprio in questo modo, l’amore misericordioso di Dio ha scelto di entrare nel mondo: presentandosi lui per primo nella miseria umana di un uomo povero, assetato, e stanco per un lungo viaggio. 
L’incontro con la samaritana è esemplare dello stile con cui Dio entra nel mondo di ognuno di noi. La sua luce, e la sua Grazia, come acqua fresca, entrano nella nostra esistenza se solo sappiamo lasciarci sollecitare dalle ferite di chi ci passa accanto. In quelle ferite il Signore ci aspetta, e allora quelle ferite diventano come delle feritoie da cui entra per noi la luce di Cristo Signore.

Concludo con un passo del paragrafo 57 dell’Enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco: La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo. Per quanti uomini e donne di fede i sofferenti sono stati mediatori di luce! Così per san Francesco d’Assisi il lebbroso, o per la Beata Madre Teresa di Calcutta i suoi poveri. Hanno capito il mistero che c’è in loro.