“Pietre rotolanti”
TESTO ( Gv 11, 38-44 )
Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
COMMENTO
La pietra della tentazione e la pietra della risurrezione. Da un capo all’altro del nostro cammino quaresimale ritroviamo questo elemento della natura (una pietra) con significati ugualmente importanti ma anche tanto diversi.
Ricordiamo nella prima Domenica di Quaresima che Gesù fu invitato a cambiare le pietre in pane per sfamarsi, ma Gesù rispose che l’uomo vive, oltre che di pane, anche di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
La parola di Gesù trova una magnifica corrispondenza anche in questo Vangelo. Di fronte alla pietra tombale che custodisce la salma dell’amico di Lazzaro, dalla bocca di Gesù viene pronunciata una parola di vita, una parola che letteralmente dona vita.
Capiamo bene che la parola di Dio, la sapienza di Dio, che trova la sua personificazione umana in Gesù di Nazaret, è parola di vita eterna, una parola che nutre oltre la morte, dato che fa ritornare in vita. Il Signore continua ad invitarci a cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia perché tutto il resto ci sarà dato in aggiunta. La vita vale veramente più del cibo. Cosa varrebbe, e cosa vale di fatto, un cibo sovrabbondante per delle esistenze spente che non riescono a gustarlo?
Il primo passo che il Signore ci chiede di fare è proprio di rotolare via quella pietra che ostacola il suo ingresso nella tomba dei nostri cuori. Quante pietre tombali abbiamo messo a chiusura del nostro cuore, nei confronti di qualche parente, familiare, di qualche collega di lavoro, e ultimamente nei confronti della sua Grazia? Il Signore ci chiede di liberare il nostro cuore da questi macigni spirituali, perché Lui viene a farci rinascere, a ridarci una nuova vita, un nuovo entusiasmo, una nuova speranza laddove tutto sembrava morto e sotterrato. La speranza è proprio il pane quotidiano di cui abbiamo bisogno. Anche a noi il Signore rivolge la stessa parola di vita rivolta a Lazzaro: “vieni fuori!”
LA GRAZIA DI VEDERE
E DI SAPERE DI NON VEDERE
TESTO
Forma breve: Gv 9, 1.6-9.13-17.34-38
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.
COMMENTO
Primo momento della veglia pasquale, madre di tutte le veglie, è giustamente la liturgia della luce; nella notte del prossimo 15 aprile per tre volte l'acclamazione "Cristo luce del mondo!" ci esorterà ad abbandonare il buio dell’ignoranza e del peccato.
Tuttavia in questa quarta Domenica di Quaresima l’episodio del cieco nato anticipa e preannuncia il grande bagliore della luce pasquale di Cristo risorto. Al centro della scena c’è Gesù e un uomo che mendicava il suo vivere quotidiano e che senza nulla chiedere riceve il tocco benefico di Gesù, cominciando a vedere per la prima volta in vita sua. Al Messia è sufficiente fare del fango mescolando della terra con la sua saliva, spalmarlo sugli occhi del cieco e inviarlo lavarsi nella piscina di Siloe (Inviato); tanto poco basta perché è il fango dell’umanità decaduta nel peccato, ma assunta dal Figlio di Dio, ad essere capace di guarire.
Eppure quel mondo pre-esisteva al cieco. Certo quel cieco non ne aveva alcuna percezione visiva perché viveva al buio, ma un buio soggettivo provocato dalla sua cecità, non dalla mancanza di luce.
La luce di Dio ha sempre brillato nel mondo fin dalla sua creazione, ma gli uomini hanno chiuso i loro occhi, volgendo le spalle a Dio, peccando contro Lui, volendosi appropriare della conoscenza del bene e del male che può appartenere solo alla sua sapienza creatrice. Così facendo non hanno spento la luce, ma hanno spento i loro occhi, si sono tolti la possibilità di vedere le cose per quello che sono nella verità, e da lì sono nati tutti i problemi dell'uomo: cosmici, umani e spirituali. Da quel momento l'uomo ha iniziato a chiamare bene ciò che Bene non è, e a chiamare male ciò che male non è. L’umanità intera è divenuta cieca.
Ecco la Grazia di Cristo che viene a salvarci dalle conseguenze disastrose del nostro peccato, che viene a illuminarci, o se volete ad aprirci gli occhi. Quel cero pasquale acceso la notte di Pasqua, simbolo di Gesù risorto, ci parla! Quel cero pasquale, acceso per ognuno noi nei due momenti essenziali del Battesimo e delle esequie, segna l'inizio e la fine, a testimoniare che quella luce non ci abbandona mai, che non si spegnerà mai: Ma noi, cosa stiamo facendo di quella luce? Riconosciamo la potenza e la Grazia di Cristo e siamo capaci di professare ad occhi aperti, come il cieco nato: "Credo Signore" (Gv 9,38)? Oppure facciamo come i farisei che presumono di vedere e restano nel peccato? Per loro Gesù ha delle parole durissime: "Se voi foste ciechi, voi non avreste alcun peccato; ma voi dite: Noi vediamo! Il vostro peccato rimane" (Gv 9,41).
Accogliamo l’invito che il Signore rivolge alla Chiesa di Laodicea nell’Apocalisse: “Ti consiglio di comprare da me […] collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista (Ap. 3,18).
Ferite come feritoie
TESTO (Gv 4,5-42)
(versione abbreviata)
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
COMMENTO
Mentre leggo questo brano ho davanti agli occhi anche il brano dell’uomo ricco e del povero Lazzaro. Il ricco mangiava a crepapelle e sotto le sue finestre c’era un povero di nome Lazzaro, affamato, piagato, che però nel racconto di Gesù troverà consolazione dopo la morte a differenza del ricco che aveva già trovato consolazione nei beni di questo mondo.
Qui il povero affamato e assetato, nella realtà dei fatti, è Gesù; anche se nulla ci fa pensare alla donna samaritana come ad una donna ricca, per lei si presenta la stessa possibilità di incontrare la persona di Cristo vivendo quel momento storico nella sua problematicità/opportunità: dar da bere ad un uomo assetato.
Per la donna samaritana suona il tempo della salvezza nel momento in cui il suo cuore si apre all’accoglienza di quel bisogno concretissimo, umano che ha dinanzi. Questa è la porta di ingresso attraverso la quale Gesù le si rende presente con un’acqua, la sua misericordia, ben più dissetante e salutare di quella che Lui stesso le stava chiedendo.
Proprio in questo modo, l’amore misericordioso di Dio ha scelto di entrare nel mondo: presentandosi lui per primo nella miseria umana di un uomo povero, assetato, e stanco per un lungo viaggio.
L’incontro con la samaritana è esemplare dello stile con cui Dio entra nel mondo di ognuno di noi. La sua luce, e la sua Grazia, come acqua fresca, entrano nella nostra esistenza se solo sappiamo lasciarci sollecitare dalle ferite di chi ci passa accanto. In quelle ferite il Signore ci aspetta, e allora quelle ferite diventano come delle feritoie da cui entra per noi la luce di Cristo Signore.
Concludo con un passo del paragrafo 57 dell’Enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco: La luce della fede non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo. Per quanti uomini e donne di fede i sofferenti sono stati mediatori di luce! Così per san Francesco d’Assisi il lebbroso, o per la Beata Madre Teresa di Calcutta i suoi poveri. Hanno capito il mistero che c’è in loro.
Inevitabili Chiaroscuri
TESTO ( Mt 17,1-9 )
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
COMMENTO
La vita di Gesù come la nostra. Con le sue tentazioni , come abbiamo ascoltato essere avvenuto per Gesù nel deserto, secondo il Vangelo di Domenica scorsa; con le prospettive di un inevitabile passaggio nel dolore come Gesù stesso preannuncia ai suoi discepoli. Tutto questo avviene per ognuno di noi che sa di dover lasciare presto o tardi questa vita terrena; ma la vita di Gesù assomiglia alla nostra anche per l’esperienza trasfigurante della presenza di un Padre che sempre ci accompagna.
La trasfigurazione di Gesù che viene annunciata tutti gli anni nella II Domenica di Quaresima, ridesta la fede e la consapevolezza della divino-umanità di Gesù. Egli è veramente uomo, ma veramente, in lui, Dio ha posto tutto il suo compiacimento, cioè il suo essere Dio di amore, misericordioso e compassionevole, e in Gesù anche noi possiamo vivere tale presenza.
Nella lettura attenta del Vangelo ci accorgiamo che tutta la vita di Gesù trasmette e rivela la gloria di Dio Padre e in questo senso la Trasfigurazione è l’episodio guida dal quale Pietro, Giacomo e Giovanni, e poi tutti i discepoli, devono apprendere a leggere e contemplare la vita del loro maestro con occhi di fede.
Anche la nostra vita, appunto è così: dobbiamo imparare a leggere nella nostra storia la presenza del Signore Gesù. La sua umanità, crocifissa e gloriosa allo stesso tempo, si rende presente nelle nostre vicende storiche e in quelle dei nostri fratelli.
Solo con gli occhi del cuore si può intuire la presenza trasfigurante di Cristo che cambia l’amaro in dolcezza, come avvenne per San Francesco nell’incontro con i lebbrosi!
Nulla si trasforma ma tutto cambia
TESTO (Mt 4,1-11)
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
COMMENTO
Le pietre restano pietre e non nutrono la stomaco e non saziano la fame. La pietra resta dura, durissima per poter accogliere la caduta di un uomo che si getta dall’alto di un tempio. La pietra continua a tentare perché ponendosi alla sommità di essa si possono contemplare le immensità dei regni della terra e la vista sempre potrà eccitare il desiderio di possesso.
Cosa è cambiato nella vita di Gesù dopo quel lungo digiuno di quaranta giorni al termine del quale ebbe fame? L’uomo Gesù ha accolto la parola di compiacimento del Padre pronunciata nel Battesimo del Giordano e forte di quel compiacimento ha iniziato a cambiare la sua visione delle cose di questo mondo.
La Parola del Padre lo ha accompagnato a saper distinguere ciò che è prioritario e ciò che, pur importante, resta secondario. La Parola del Padre, come pane disceso del Cielo e come manna nel deserto, lo ha condotto, ha dato a lui la forza di far a meno del pane materiale, pur necessario. Dunque la pietra potrà restare pietra, potrà restare un duro ostacolo su cui cadere o dall’alto del quale vedere tutte le cose più desiderabili. Ormai la parola di Dio Padre ha nutrito, ha reso Gesù forte di fronte a tutti i miraggi del deserto.
Da questo momento Gesù saprà cambiare ogni vicenda umana dal di dentro, saprà anzi intravedere “Pietro” in umile pescatore di Galilea (salda pietra della nascente chiesa), saprà arrestare la potenziale violenza delle pietre di quegli anziani pronti a gettarle contro la donna adultera; saprà far riemergere la vita di Lazzaro dalla pietra tombale che lo teneva nella morte. Lo stesso Gesù rovescerà la pietra di un sepolcro, proprio perché vittorioso sulla facile tentazione dell’immediato. La sua docilità alla volontà del Padre ha dato lui la potenza di tutto cambiare dal di dentro, perché i cuori non siano più duri come pietra. Buon cammino di conversione!
Regno di Dio “all inclusive”!
TESTO (Mt 6,24-34)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
COMMENTO
Dio e la ricchezza (nelle vecchie traduzioni si diceva mammona) si oppongono in modo netto. Mammona è la personificazione dell’accumulo di denaro e l’uomo può servire solo uno dei due, dato che all’epoca di Gesù il servo era qualcuno che a tempo pieno doveva mettersi a disposizione del suo padrone, e non esisteva il concetto della Colf che lavora un certo numero di ore al giorno e poi può dedicarsi ad altro.
Risulta quindi impossibile servire Dio continuando a servire il denaro, cioè orientando le scelte in vista dell’accumulo di denaro, cercando la sicurezza nelle cose. O la tua sicurezza è in Dio, oppure la cerchi nei beni. Se è in Dio, non sarai schiavo dei beni; se è nei beni non potrai sentire la sicurezza dell’appoggio del Signore. Qualcuno ha detto che il denaro è un ottimo servo, ma un pessimo padrone.
Certo che dobbiamo dedicare tempo anche alle cose pratiche ma il fine ultimo decide della modalità con cui faremo queste cose.
Ci ammonisce severamente San Paolo: “7 Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla; 8 ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti. 9 Invece quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. 10 Infatti l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali (il neretto è mio); e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.” (1 Tm 6,7-10)
Riguardo all’abbandono nella Provvidenza, Gesù dice di non angosciarsi, non dice invece di non occuparsi, di non lavorare, di non adoperarsi per il proprio avvenire. Ovviamente il futuro è pieno di incertezze ma il cristiano sa che il futuro è sempre nelle mani di Dio Padre.
Cioè, occorre fare tutto quello che umanamente si può fare e poi … abbandonarsi nelle mani di Dio Padre che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo.
Chi si suicida a causa della crisi non è vittima della crisi economica ma è vittima di una crisi di speranza. Dobbiamo rispettare chi fa questi gesti, ma nella verità dobbiamo dirci che è segno di una crisi di mancanza di speranza. Altrimenti i contadini che abitavano a fianco del convento di Ouidah, quando vivevo in Bénin, e che vivevano con 45 euro al mese in 5, avrebbero dovuto suicidarsi una volta al giorno!
Proprio nell’udienza di mercoledì scorso, 7 dicembre, il Papa ha inaugurato una nuova serie di catechesi sulla speranza e ha detto, fra le altre cose, “l’ottimismo delude, la speranza no!”. Noi sappiamo infatti che la speranza è, insieme con fede e carità, virtù teologale, cioè ha per oggetto Dio stesso, e quindi non delude mai.
Cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia significa preoccuparsi anzitutto di vivere il primato di Dio e del suo amore su tutte le altre cose, di non anteporre nulla a Dio, di non farsi alcun idolo, di dare la giusta importanza ad ogni cosa.
Anche Gesù viveva in una certa precarietà e insicurezza ma non in un disprezzo radicale dei beni dei quali invece si serviva (addirittura fu accusato di essere mangione e beone per rapporto al Battista).
Gesù scelse per sé e i suoi apostoli una forma di vita itinerante per donarsi totalmente alla sua missione, alla missione che il Padre gli aveva affidato. La sua è un’ascesi finalizzata ad un obiettivo ben preciso: testimoniare il Regno di Dio. Quindi si può ben dire che il radicalismo di Gesù non si qualifica per la quantità della rinuncia, ma per la totalità dell’appartenenza.
Il potere “disarmato e disarmante” dell’Amore
TESTO (Mt 5,38-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
COMMENTO
Chi potrà darci una forza così grande? Chi potrà permetterci di amare un nemico, di essere perfetti nell’amore come il nostro Padre celeste? Per amare così occorre proprio una forza sovraumana, quindi divina! Ma è proprio la forza del Santo Spirito che Cristo ci ha soffiato nel cuore nel giorno del Battesimo, con cui ci ha inviato come discepoli missionari nel mondo il giorno della Cresima, e con cui ci rinnova ogni volta che accogliamo la sua presenza nelle sue molteplici forme, se ci lasciamo toccare dalla sua Grazia.
La misura dell’amore è amare senza misura, come Cristo ci ha insegnato e ha attuato morendo per noi sulla croce. Per questo amore noi possiamo amare i nemici e dire con San Francesco: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”.
E poi: come potrebbe il Signore chiederci qualcosa di impossibile!
In realtà Benedetto XVI nella Enciclica “Deus caritas est” al n.17 dice:
“Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi."
E riguardo a questo passo del Vangelo Papa Francesco lo scorso 19 novembre 2016 ha detto delle parole illuminanti ai neo-Cardinali:
"Ci troviamo di fronte a una delle caratteristiche più proprie del messaggio di Gesù, lì dove si nasconde la sua forza e il suo segreto; da lì proviene la sorgente della nostra gioia, la potenza della nostra missione e l’annuncio della Buona Notizia. Il nemico è qualcuno che devo amare. Nel cuore di Dio non ci sono nemici, Dio ha solo figli. Noi innalziamo muri, costruiamo barriere e classifichiamo le persone. Dio ha figli e non precisamente per toglierseli di torno. L’amore di Dio ha il sapore della fedeltà verso le persone, perché è un amore viscerale, un amore materno/paterno che non le lascia nell’abbandono, anche quando hanno sbagliato. Il Nostro Padre non aspetta ad amare il mondo quando saremo buoni, non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci, ci ama perché ci ha dato lo statuto di figli. Ci ha amato anche quando eravamo suoi nemici (cfr Rm 5,10). L’amore incondizionato del Padre verso tutti è stato, ed è, vera esigenza di conversione per il nostro povero cuore che tende a giudicare, dividere, opporre e condannare. Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci."
Di fronte a parole così cristalline, trasparenza della purezza del messaggio evangelico, c’è solo da ringraziare il Signore, e da mettersi in silenzio, per meditare e riflettere su come viviamo i nostri rapporti, dentro e fuori la famiglia. Io, come parroco, riesco a donarmi anche a chi non mi si avvicina e a chi non ha simpatia per me? Ma è qui che si gioca la credibilità del mio ministero nel nome di Cristo.
Chiedo a ciascuno di voi di porsi la stessa domanda, là dove vi trovate, là dove il Signore vi ha chiamato a vivere. Se non siamo capaci di attenzione e carità a chi non ci ama, non siamo cristiani credibili. I pagani fanno la stessa cosa.
Vi riporto un tratto di uno stupendo discorso di Martin Luther King, pastore cristiano protestante:
"Pur aborrendo la segregazione, dovremo amare i segregazionisti: questa è l’unica via per creare la comunità tanto desiderata…. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo, in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non – cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione del bene.
Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire.
... L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo".
Queste ultime parole di King sono molto importanti, perché non si deve confondere l’amore verso il nemico con l’accettazione dell’ingiustizia. Il Signore anzi ci chiede di lottare contro il male, finché ne abbiamo forza, ma non opponendo violenza a violenza, perché altrimenti avremo forse sconfitto il violento, ma la logica della violenza avrà vinto su di noi.