venerdì 24 febbraio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 26 febbraio 2017: VIII Domenica TO anno A.



Regno di Dio “all inclusive”!


TESTO (Mt 6,24-34) 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 

Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 

Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».


COMMENTO

Dio e la ricchezza (nelle vecchie traduzioni si diceva mammona) si oppongono in modo netto. Mammona è la personificazione dell’accumulo di denaro e l’uomo può servire solo uno dei due, dato che all’epoca di Gesù il servo era qualcuno che a tempo pieno doveva mettersi a disposizione del suo padrone, e non esisteva il concetto della Colf che lavora un certo numero di ore al giorno e poi può dedicarsi ad altro.

Risulta quindi impossibile servire Dio continuando a servire il denaro, cioè orientando le scelte in vista dell’accumulo di denaro, cercando la sicurezza nelle cose. O la tua sicurezza è in Dio, oppure la cerchi nei beni. Se è in Dio, non sarai schiavo dei beni; se è nei beni non potrai sentire la sicurezza dell’appoggio del Signore. Qualcuno ha detto che il denaro è un ottimo servo, ma un pessimo padrone. 
Certo che dobbiamo dedicare tempo anche alle cose pratiche ma il fine ultimo decide della modalità con cui faremo queste cose. 

Ci ammonisce severamente San Paolo: “7 Infatti non abbiamo portato nulla nel mondo, e neppure possiamo portarne via nulla; 8 ma avendo di che nutrirci e di che coprirci, saremo di questo contenti. 9 Invece quelli che vogliono arricchire cadono vittime di tentazioni, di inganni e di molti desideri insensati e funesti, che affondano gli uomini nella rovina e nella perdizione. 10 Infatti l'amore del denaro è radice di ogni specie di mali (il neretto è mio); e alcuni che vi si sono dati, si sono sviati dalla fede e si sono procurati molti dolori.” (1 Tm 6,7-10)

Riguardo all’abbandono nella Provvidenza, Gesù dice di non angosciarsi, non dice invece di non occuparsi, di non lavorare, di non adoperarsi per il proprio avvenire. Ovviamente il futuro è pieno di incertezze ma il cristiano sa che il futuro è sempre nelle mani di Dio Padre.
Cioè, occorre fare tutto quello che umanamente si può fare e poi … abbandonarsi nelle mani di Dio Padre che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo.
Chi si suicida a causa della crisi non è vittima della crisi economica ma è vittima di una crisi di speranza. Dobbiamo rispettare chi fa questi gesti, ma nella verità dobbiamo dirci che è segno di una crisi di mancanza di speranza. Altrimenti i contadini che abitavano a fianco del convento di Ouidah, quando vivevo in Bénin, e che vivevano con 45 euro al mese in 5, avrebbero dovuto suicidarsi una volta al giorno!
Proprio nell’udienza di mercoledì scorso, 7 dicembre, il Papa ha inaugurato una nuova serie di catechesi sulla speranza e ha detto, fra le altre cose, “l’ottimismo delude, la speranza no!”. Noi sappiamo infatti che la speranza è, insieme con fede e carità, virtù teologale, cioè ha per oggetto Dio stesso, e quindi non delude mai. 

Cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia significa preoccuparsi anzitutto di vivere il primato di Dio e del suo amore su tutte le altre cose, di non anteporre nulla a Dio, di non farsi alcun idolo, di dare la giusta importanza ad ogni cosa.

Anche Gesù viveva in una certa precarietà e insicurezza ma non in un disprezzo radicale dei beni dei quali invece si serviva (addirittura fu accusato di essere mangione e beone per rapporto al Battista).

Gesù scelse per sé e i suoi apostoli una forma di vita itinerante per donarsi totalmente alla sua missione, alla missione che il Padre gli aveva affidato. La sua è un’ascesi finalizzata ad un obiettivo ben preciso: testimoniare il Regno di Dio. Quindi si può ben dire che il radicalismo di Gesù non si qualifica per la quantità della rinuncia, ma per la totalità dell’appartenenza. 

mercoledì 15 febbraio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 19 febbraio 2017, VII del TO anno A




Il potere “disarmato e disarmante” dell’Amore


TESTO (Mt 5,38-48) 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».


COMMENTO

Chi potrà darci una forza così grande? Chi potrà permetterci di amare un nemico, di essere perfetti nell’amore come il nostro Padre celeste? Per amare così occorre proprio una forza sovraumana, quindi divina! Ma è proprio la forza del Santo Spirito che Cristo ci ha soffiato nel cuore nel giorno del Battesimo, con cui ci ha inviato come discepoli missionari nel mondo il giorno della Cresima, e con cui ci rinnova ogni volta che accogliamo la sua presenza nelle sue molteplici forme, se ci lasciamo toccare dalla sua Grazia. 
La misura dell’amore è amare senza misura, come Cristo ci ha insegnato e ha attuato morendo per noi sulla croce. Per questo amore noi possiamo amare i nemici e dire con San Francesco: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”.

E poi: come potrebbe il Signore chiederci qualcosa di impossibile!
In realtà Benedetto XVI nella Enciclica “Deus caritas est” al n.17 dice: 

“Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi."

E riguardo a questo passo del Vangelo Papa Francesco lo scorso 19 novembre 2016 ha detto delle parole illuminanti ai neo-Cardinali:

"Ci troviamo di fronte a una delle caratteristiche più proprie del messaggio di Gesù, lì dove si nasconde la sua forza e il suo segreto; da lì proviene la sorgente della nostra gioia, la potenza della nostra missione e l’annuncio della Buona Notizia. Il nemico è qualcuno che devo amare. Nel cuore di Dio non ci sono nemici, Dio ha solo figli. Noi innalziamo muri, costruiamo barriere e classifichiamo le persone. Dio ha figli e non precisamente per toglierseli di torno. L’amore di Dio ha il sapore della fedeltà verso le persone, perché è un amore viscerale, un amore materno/paterno che non le lascia nell’abbandono, anche quando hanno sbagliato. Il Nostro Padre non aspetta ad amare il mondo quando saremo buoni, non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci, ci ama perché ci ha dato lo statuto di figli. Ci ha amato anche quando eravamo suoi nemici (cfr Rm 5,10). L’amore incondizionato del Padre verso tutti è stato, ed è, vera esigenza di conversione per il nostro povero cuore che tende a giudicare, dividere, opporre e condannare. Sapere che Dio continua ad amare anche chi lo rifiuta è una fonte illimitata di fiducia e stimolo per la missione. Nessuna mano sporca può impedire che Dio ponga in quella mano la Vita che desidera regalarci."

Di fronte a parole così cristalline, trasparenza della purezza del messaggio evangelico, c’è solo da ringraziare il Signore, e da mettersi in silenzio, per meditare e riflettere su come viviamo i nostri rapporti, dentro e fuori la famiglia. Io, come parroco, riesco a donarmi anche a chi non mi si avvicina e a chi non ha simpatia per me? Ma è qui che si gioca la credibilità del mio ministero nel nome di Cristo. 

Chiedo a ciascuno di voi di porsi la stessa domanda, là dove vi trovate, là dove il Signore vi ha chiamato a vivere. Se non siamo capaci di attenzione e carità a chi non ci ama, non siamo cristiani credibili. I pagani fanno la stessa cosa. 

Vi riporto un tratto di uno stupendo discorso di Martin Luther King, pastore cristiano protestante:

"Pur aborrendo la segregazione, dovremo amare i segregazionisti: questa è l’unica via per creare la comunità tanto desiderata…. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo, in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non – cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione del bene.
Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, nell’ora di mezzanotte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire.
... L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo".

Queste ultime parole di King sono molto importanti, perché non si deve confondere l’amore verso il nemico con l’accettazione dell’ingiustizia. Il Signore anzi ci chiede di lottare contro il male, finché ne abbiamo forza, ma non opponendo violenza a violenza, perché altrimenti avremo forse sconfitto il violento, ma la logica della violenza avrà vinto su di noi.

sabato 11 febbraio 2017

Commento al Vangelo della Domenica 12 febbraio 2017, VII del TO anno A



Pieno compimento della legge è l’amore!


TESTO (Forma breve):  Mt 5, 20-22a.27-28.33-34a.37 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».


COMMENTO

Anche noi siamo tra quei discepoli, seduti, in ascolto del nostro Maestro che parla. Gesù ha quasi paura di dare l’impressione di stravolgere la legge tradizionale di Mosè; per questo dopo aver detto che non è venuto ad abolire ma a dare completamento alla legge antica, offre alcuni esempi di come deve avvenire il superamento della giustizia di scribi e farisei: in qualsiasi situazione di vita l’osservanza esteriore non è sufficiente per essere giusti dinanzi a Dio, per essere degno figlio di un Padre nei Cieli così amorevole e così misericordioso. L’amore di un Padre così buono non si compra, né si può meritare, ma si può solo accogliere. Ecco la nuova giustizia: accogliere nel proprio cuore, nella propria vita, molto concretamente nel proprio stile di comportamento sociale e familiare, la delicata carità al fratello, alla sorella, al primo che ci passa accanto: il prossimo appunto. Essere giusti dinanzi a Dio significherà dunque restituire all’altro quell’amore che per primo ho ricevuto da Dio.

Immaginate come potremmo dar gioia a nostro Padre se, nonostante le tante attenzioni verso di Lui, il rispetto a la preghiera, non fossimo però in comunione con un fratello. C’è un dispiacere più grande per un padre di quello di vedere i suoi figli che non si parlano e non si vogliono bene?   
San Paolo ha al riguardo parole molto chiare: 
Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore. ( Rm 13,8-10 )

giovedì 2 febbraio 2017

Commento al Vangelo della V Domenica del TO anno A; 5 febbraio 2017




Circolazione di doni



TESTO  (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».


COMMENTO

Gesù parla ancora all’indicativo, come per descrivere una realtà di fatto: i discepoli sono sale, sono luce. Ma perché quei discepoli, e anche noi a cui Gesù sta rivolgendo questa parola (ammesso che desideriamo essere di Cristo), così fragili e limitati e tiepidi nel cuore, siamo definiti da Gesù luce del mondo e sale della terra? Gesù non dice forse … “"Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8,12) ? 

Se Gesù è la luce come può dirlo anche di noi? La risposta più semplice è che noi siamo sale perché riceviamo da Lui il nostro sapore; noi siamo luce perché riceviamo da Lui la nostra luminosità. C’è chi brilla di luce propria e chi di luce riflessa. Noi possiamo solo riflettere sul nostro volto, la bellezza del volto di Cristo. Come di Giovanni Battista si deve poter dire di noi: “non era lui la luce ma doveva dare testimonianza alla luce” (Gv 1,8).

 Quale è il merito per diventare sale e luce? Direi il semplice fatto di stare in ascolto, di permanere in relazione con il Signore, con la sua presenza.

 È un problema di relazione con la fonte. Il sale si scioglie, dà sapore senza vedersi, è il condimento meno visibile ma la cui mancanza si nota subito. Pensate solo ad un piatto di pasta quando ci si è scordati di buttare il sale nell’acqua! E poi il sale conserva. Il sale era così importante nell’antichità per conservare gli alimenti che i soldati romani venivano pagati col sale (da qui il termine “salario” come sinonimo di stipendio). Il sapore che Gesù dà alla nostra vita non solo è penetrante, non solo è co-essenziale al sapore dei cibi, ma addirittura conserva: tante cose, tanti traguardi umani possono motivare e stimolare la mia vita, ma ciò che il Signore mi comunica con la sua presenza e che mi permette di essere, è un sapore che si conserva e che conserva il suo gusto nel tempo. “Ma se il sale perdesse il suo sapore a cosa servirebbe?”. Detto altrimenti: “Ma se noi che siamo creati per amore di Dio, che siamo creati per accogliere la gioia dell’amore di Dio, poi perdiamo il contatto con l’amore, con il Cristo che ci rivela e incarna l’amore di Dio… a cosa serviamo? …” Non ci dovremmo stupire se perdendo il gusto della fede, molti perdono anche il gusto della vita.

 La luce irradia, sempre. Quando il buio è intenso basta una piccola luce per avere quel minimo di visibilità per non inciampare. La luce è sinonimo di vita, di calore, di gioia. Ma anche qui c’è il rischio di spegnere l’interruttore. Quel meccanismo che noi abbiamo dappertutto nelle nostre case si chiama proprio così: “interruttore”. La corrente elettrica viene orami in tutte le nostre case ma noi abbiamo all’ingresso della casa un interruttore generale e tanti piccoli interruttori. Abbiamo la possibilità di non far arrivare la luce. Ma noi vogliamo rimanere nella luce di Cristo, ne sono certo. Per questo dobbiamo non interrompere la comunione con Cristo e con i fratelli. Nelle nostre comunità religiose e parrocchiali: quante competizioni! quante piccole invidie! manie di protagonismo! Risentimenti per un piccolo cambio di incarico! Come sono fragili i nostri fili di corrente elettrica! Quanti interruttori frapponiamo! 

Accogliamo invece il monito che ci giunge dalle parole di San Giovanni: Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che vi annunziamo: Dio è luce, e in lui non ci sono tenebre. 6 Se diciamo che abbiamo comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. 7 Ma se camminiamo nella luce, com'egli è nella luce, abbiamo comunione l'uno con l'altro, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato. (1 Gv 1,5-7 ).

giovedì 26 gennaio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 29 gennaio 2017, IV del TO anno A.




CRESCERE FINO A DIVENTARE PICCOLI



TESTO (Mt 5,1-12) 

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


COMMENTO

La felicità ha 8 strane porte, 8 strane condizioni che noi scanseremmo ma che invece introducono l’opera di Dio nella nostra vita. Sono 8 porte di ingresso di Dio nella mia vita. Il testo più ridondante di felicità della Bibbia.
La parola greca “Beato” ( macarios ) è imparentato con la parola Kairos (evento di Grazia) allora il felice , beato , è colui che ha imparato a cogliere la Grazia dove il Signore ce la presenta; il beato è un sapiente, un saggio, uno che ha imparato veramente come si vive, perché intuisce i momenti di Grazia laddove gli altri vedono invece solo dis-grazia.

Poveri quanto allo spirito ( lo spirito la parte più profondo della persona, oltre il corpo e la psiche ) sono coloro che sanno di dipendere da altro, soprattutto da altri. Noi invece abbiamo il mito della Autonomia, o di una perfezione che mi faccio io con i miei sforzi. Noi abbiamo nostre povertà ma dobbiamo “sfruttarle” per essere felici se mi apro alla Grazia di Dio. Non devo odiare la mia povertà, la devo valorizzare e usare per far entrare Dio nella mia vita. 
Le mie lacrime non sono una sconfitta perché esse sono tutte contate ( dice il salmo 55,9: I passi del mio vagare tu li hai contati, le mie lacrime nell'otre tuo raccogli; non sono forse scritte nel tuo libro?  ).

 I miti non ottengono tutto quello che ottengono i violenti con la forza ma sono beati perché sanno godere di tutto, difendono e diffondono il bene ma sono talmente sicuri che alla fine il bene vincerà che non hanno bisogno di affermarlo con prepotenza come fanno alcuni. 

Coloro che cercano giustizia, come la vedova importuna, saranno saziati, perché trovano anzitutto la presenza del Signore. Per questo sono felici. 

 I misericordiosi aprono il cuore per offrire misericordia all’offensore ma vi trovano una quantità smisurata di misericordia divina; per questo sono felici. 

Chi non ha il cuore doppio, che fa il bene per il bene e non per ottenere un credito da vantare alla prima occasione, che non si serve del fratello ma sa donarsi al fratello, avranno occhi limpidi per godere il volto del Signore; sono felici!

Quelli che lavorano per la pace sono coloro che pur inconsapevolmente portano la presenza di Cristo, nostra pace, nel mondo, per questo saranno chiamati figli di Dio; sono felici.

E anche quelli che difendono la giustizia dando voce agli indifesi, e per il nome di Cristo sono ingiuriati e perseguitati condividono la sorte di Cristo Gesù.  Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; (2 Tim 2,11-12 ).

Se io mi immagino e miro all’autonomia, a farmi giustizia da solo e con ogni mezzo, a non accettare le sconfitte, lo sbaglio degli altri, io mi inganno, e vado verso la solitudine, prima e più grande causa di tristezza dell’uomo. Ricordate la prima domanda che Dio rivolge ad Adamo dopo il peccato “Dove sei?”. Cioè: dove ti sei disperso, dove sei andato a finire? 

Nella vita biologica si nasce piccoli e si muore vecchi (normalmente) e invece nella vita dello Spirito si nasce vecchi e si muore bambini; l’abbandono fiducioso, pieno, sincero, dal profondo del cuore, sembra essere un frutto di un cammino di fede, fatto di tante cadute, di fatiche ma anche di scoperte, e di tanta esperienza.

giovedì 19 gennaio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 22 gennaio 2017, III del TO , anno A



Dalle periferie della storia al cuore dell’uomo


TESTO  (Mt 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.

Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.


COMMENTO

La discesa del Salvatore verso il basso continua, la sua immersione nei bassi fondi dell’umanità ha una nuova tappa. Prima il fiume Giordano, ora la Galilea delle genti pagane, terra abitata da popolazioni di varie etnie, non più degna di sperare il compimento delle promesse per Israele. Si gioca sul contrasto tenebre – luce, ombra – luce l’inizio della missione del Messia Gesù. Egli è venuto ad annunciare l’affermarsi vittorioso dell’amore di Dio sull’odio e sulla morte. In questo contesto, a partire dagli strati più bassi dell’umanità, come la Galilea, parte la riscossa del regno dei cieli, il nuovo mondo, dove ciò che conta non è il potere, il denaro, il piacere, ma esattamente il contrario: il donarsi all’altro, i rapporti di comunione, la gioia della condivisione.

Occorre cambiare moneta al più presto, perché ciò che prima pagava, nel nuovo regno in cui Gesù ci introduce, non paga più. Occorre convertire i criteri di giudizio per cogliere ciò che rimarrà e ciò che è destinato a perire e scomparire.
L’amore quindi regna, e questa affermarsi di un nuovo ordine è centrato sul bene dell’uomo. Gesù non viene per ristabilire anzitutto le sue prerogative divine in un mondo ormai profondamente compromesso con logiche di sopraffazione; Gesù viene per salvare l’uomo, perché il suo Regno di amore passa attraverso il cuore dell’uomo ed è finalizzato alla piena umanizzazione dell’uomo.

Gesù passa e chiama due coppie di fratelli perché siano pescatori di uomini. Dai rapporti di fraternità ristabilita e ricentrata dalla presenza di Cristo si potrà ripartire per creare una fraternità universale. Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni potrebbero essere la riedizione della prima coppia di fratelli Caino e Abele, fallimentari nella loro capacità di vivere in comunione.

Da questi fratelli Gesù comincia la ricerca dell’uomo; da una nuova esperienza di fraternità centrata non più su rapporti di sangue, ma sulla presenza di Gesù, ricomincia il risanamento di un’umanità ferita dalla divisione, dove guarigioni ed esorcismi inaugurano e anticipano la vittoria, quella che conta, della vita sulla morte.

martedì 10 gennaio 2017

Commento al Vangelo di Domenica 15 gennaio 2017; II TO anno A.





Alle nozze dell’agnello è richiesto ( di custodire ) l’abito chiaro!




TESTO ( Gv 1,29-34 )

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 

Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».


COMMENTO

“In principio era il Verbo”. Così comincia il Vangelo di Giovanni, indicando fin da subito la ineguagliabile dignità divina del Verbo fatto carne, il Signore Gesù. Il Battista non può che riconoscere tale priorità e infatti mentre Gesù viene verso di lui, testimonia a tutti: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Gesù è Messia, cioè il Cristo, il prescelto da Dio per salvare l’uomo dal peccato, ma oltre a ciò Egli è il figlio di Dio, il vero Dio che ha preso, ha assunto la debolezza della nostra natura umana.

Nel tempo del Battesimo di Giovanni Gesù inizia a manifestare la sua missione , così come le nozze di Cana sono il momento dell’inizio dei segni, dei suoi miracoli. Era necessario che Giovanni iniziasse a battezzare, a proporre un cammino di conversione e di purificazione per suscitare l’apparizione in piena luce di Gesù,  Colui che solo poteva purificare integralmente l’umanità, riportare la vita dell’uomo sotto la Signoria e la Grazia di Cristo.

Ma, cosa resta di tutto questo per noi, vissuti tanti secoli dopo? Resta la possibilità concretissima di essere immersi nel suo Santo Spirito. Giovanni Battista ha visto scendere lo Spirito Santo su Gesù per essere testimone e annunciare a tutti noi questa realtà di salvezza: Gesù si immerge nella nostra umanità, ed esprime tutto ciò ricevendo il Battesimo da Giovanni di cui non aveva bisogno in quanto figlio di Dio, al fine di permettere a tutti gli uomini che si accosteranno a Lui di immergersi nella sua appartenenza a Dio.

 Gesù allora è il Dio che si fa uomo per permettere all’uomo di diventare figlio di Dio. Gesù resterà in eterno l’unico figlio di Dio per natura e noi, tramite lo Spirito divino che Gesù ha soffiato sugli apostoli e tramite loro sulla Chiesa, possiamo accettare l’invito a diventare figli di Dio per partecipazione, letteralmente “per Grazia ricevuta”. Direi che è un invito da non trascurare. Unica condizione: ci è richiesto di custodire l’abito chiaro!