giovedì 25 febbraio 2016

Commento al Vangelo della III Domenica di Quaresima; 28 febbraio 2016



Come una feritoia di luce                     

  
TESTO (Lc 13,1-9) 

 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».


COMMENTO 

Un ammonimento ma anche l’annuncio della pazienza e benevolenza del nostro Signore, il Cristo, che come il vignaiolo della parabola è venuto a concederci un tempo di Grazia ( ricorderete  il discorso inaugurale nella sinagoga di Nazareth ) in forza della quale poter vivere e donare i frutti di bontà persi lungo una storia umana naufragata nel mare del male  e nella durezza del cuore; un anno simbolico che significa anche un tempo non infinito e che quindi ci sollecita alla vigilanza  e alla conversione.

Il nostro divino vignaiolo non è venuto certo per condannare o per imporre pesanti leggi da osservare ,  ma solo il dolce peso della legge dell’amore scambievole, di un amore che Lui per primo ha annunciato e vissuto fino al sacrificio di sé, dissodando e concimando le nostre coscienza assopite.  L’esistenza della morte fisica, e della violenza umana è sotto gli occhi di tutti, e anzi per molti è come uno scandalo che impedirebbe di credere alla bontà di Dio.

 La croce di Gesù è ben più di una bacchetta magica. Chi l’abbraccia con fede ottiene il cambiamento del cuore e dello sguardo sulla realtà, e tutto diventa un’occasione e una possibilità di essere dono d’amore per gli altri.  La morte fisica, corporale non è dunque un male assoluto, e irreversibile, ma se non volgiamo lo sguardo all’amore crocifisso e risorto di Gesù Signore per lasciarci guarire, la morte che ne seguirebbe sarebbe ben peggiore e, soprattutto definitiva.

Nel mezzo di tanto dolore che appesantisce la storia del mondo e le nostre storie personali,  abbiamo sicura speranza di trovare nel Signore Gesù uno squarcio di luce che apre su un mondo rinnovato, redento  pacifico.    

venerdì 19 febbraio 2016

Commento al Vangelo della II Domenica di Quaresima, anno C; 21 febbraio 2016



Lo Splendore Simbolico Dell’umano



TESTO  ( Lc 9,28-36 ) 

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

COMMENTO

La voce non viene semplicemente dal cielo; la voce proviene da quella nube che avvolge Gesù, perché l’evento della Trasfigurazione è ritagliato sulle persone dei tre apostoli Pietro Giovanni e Giacomo che sono chiamati a fare un’esperienza straordinaria della persona del loro maestro e a capire che tutto si giocherà e tutto passerà attraverso quell’uomo: Gesù di Nazareth. Il cambiamento dell’aspetto del suo volto, l’apparizione di  Mosé e Elia, rappresentanti della legge e delle profezie dell’Antico testamento, la voce che viene percepita all’interno della nube offrono una testimonianza inequivocabile sulla missione e sulla densità di importanza della persona di Gesù. 

Anche noi che leggiamo siamo ugualmente interpellati: lo Spirito che parla nella nube dice anche a noi: “Questi è il figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Nello stesso tempo, come potremo dissociare il desiderio dell’ascolto di Gesù dall’ascolto delle testimonianze di quegli apostoli, unici testimoni dell’avvenimento? Se dovremo sempre tenere al centro l’umanità concreta, storica  di Gesù, in cui si rivela la Gloria di Dio, non potremo però  dimenticare che per trovarvi accesso dovremo necessariamente passare attraverso l’umanità di quei testimoni privilegiati.

La persona di Gesù, con la bellezza divina di cui si fa portatore non giunge a noi come fantasma , in modo astratto e disincarnato, ma in modo umano concreto e in questo modo concreto e incarnato giunge a noi in ogni frangente della vita. I successori di quei autorevoli testimoni da una parte, ma anche ogni frammento di umanità che incontriamo, specie se sofferente, ci riporta la luce di quell’evento decisivo e di infinita grandezza in cui lo splendore e la gloria di Dio toccano e trasfigurano la debolezza della nostra natura umana. 

Tutto questo è avvenuto e continua ad avvenire nella persona di Gesù di Nazareth, vivo tra noi.

giovedì 11 febbraio 2016

Commento al Vangelo della I Domenica di Quaresima anno C; 14 febbraio 2016



Nel deserto per rinascere...con Gesù


TESTO ( Lc 4,1-13 )

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». 

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

COMMENTO

Gesù affronta le tre grandi aree di tentazione di potere dell’essere umano: il dominio sulle cose, e la possibilità di cambiare le pietre in pezzi di pane, soprattutto dopo un lungo tempo di digiuno; ma a cosa servirebbe cambiare le pietre in pane se poi i cuori rimangono duri come pietra? Gesù vuole cambiare i cuori dell’uomo iniziando Lui per primo a vivere della Parola di Dio … e allora il pane non mancherà più perché la carità lo moltiplicherà; invece l’avidità accumula il pane e tutti i doni di Dio nella mani di pochi. 

Poi la tentazione del dominio sulle persone con la possibilità offerta a Gesù di regnare  su tutti i regni della terra. Ma, a cosa servirebbe avere il potere su tutti i regni del mondo se poi l’amore di Dio non regna nel cuore, contro tutti i rancori e gli odi che intristiscono la vita, e che ci rendono chiusi a Cristo che nei fratelli sofferenti si fa mendicante della nostra conversione.

E poi la tentazione del dominio su Dio, del servirsi di Lui come mezzo per risolvere ogni problema. Ma a cosa servirebbe ottenere,  godere e stupirsi dei miracoli di Dio se poi non siamo capaci di metterci a servizio del Dio dei miracoli? Se non siamo capaci di riconoscerlo come cuore e sorgente della nostra esistenza a cui attingere forza, carità e ogni bontà? 

Gesù lotta nel deserto con tutti noi, perché anche noi in forza della sua parola possiamo sfuggire alle scorciatoie di una vita facile, ma sterile, comoda ma insapore. Buona Quaresima !

sabato 6 febbraio 2016

Commento al Vangelo della V Domenica TO anno C; 7 febbraio 2016



Parole nuove, orizzonti nuovi


TESTO ( Lc 5,1-11 )

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.


COMMENTO

“ … sulla tua parola getterò le reti “. La nostra vita scorre in mezzo a tante parole dette e ascoltate da chi ci vive intorno. Una parola ci può turbare, provocare gioia, e anche se detta per scherzo non ci lascia mai indifferenti. San Giacomo dice nella sua lettera che la lingua è un piccolo organo ma può fare tanto male. Ha ragione: si può uccidere a piccoli colpi più con le parole che con i fucili. 
Ma quali sono le parole a cui diamo fiducia? Di chi ci fidiamo? A cosa appoggiamo le nostre speranze, le nostre aspettative di un mondo migliore, più giusto, più pulito in tutti i sensi? 

Gesù, umile perché incarnazione dell’umiltà di Dio, non risparmia il suo insegnamento alle folle perché ha la missione di donare agli uomini di tutti i tempi le parole di comprensione e amore di Dio Padre. Su quella riva e dentro quelle barche vuote Gesù avrà visto le reti senza pesci, i volti delusi e sconfortati di quei pescatori; eppure prima di invitarli ad una nuova pesca che sarà “miracolosa” Gesù insegna, dona la sua parola. 

L’urgenza di una pesca andata male avrebbe dovuto spingerlo ad una soluzione pratica e immediata, a riempire le pance prima che le orecchie. La sollecitudine alle esigenze materiali e fisiche dei poveri non è mai mancata a Gesù di Nazaret ma qui egli lancia un messaggio forte. Insegnare anzitutto. Un gesto eclatante non sarebbe valso nulla se non fosse stato accompagnato da un annuncio chiaro, diretto della salvezza di Dio operante in Lui.
Gesù annuncia, spiega, conforta e poi invita ad appoggiarsi, a fidarsi, a costruire su di lui e a trasmettere il dono ricevuto, facendosi “pescatori di uomini”.

Simone dopo aver ascoltato e dopo aver pescato capisce di trovarsi di fronte ad una presenza affidabile e sicura, perché la coscienza dell’uomo non rimane mai totalmente sorda ai richiami del Vero, e la coscienza detta a Pietro una nuova rotta da seguire dispone a seguirla perché la parola di Gesù ora diverrà il suo sostegno, l’indicazione sicura di una nuova destinazione e di un destino fino a prima inconoscibile.

mercoledì 27 gennaio 2016

Commento al Vangelo della IV Domenica del TO, anno C; 31 gennaio 2016





Il Messia della porta accanto



TESTO ( Lc 4,21-30 )


In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.


COMMENTO

Quest’oggi vorrei commentare il brano di Vangelo dall’angolo visuale di un normale fedele presente nella sinagoga di Nazaret in quel giorno. Possiamo capire la sua difficoltà ad accettare che quell’uomo così a lui ben noto fosse veramente il realizzarsi delle promesse del Signore fatte tramite il profeta Isaia secoli prima; possiamo immaginare che Gesù doveva sembrare troppo umano ai suoi compaesani.

Non dobbiamo mai accettare tuttavia, anzitutto in noi stessi, la faciloneria con cui ci lasciamo scorrere davanti persone e volti che sempre, lo sottolineo con forza, SEMPRE, ci portano una scheggia dell’umanità di Gesù e quindi della sua divinità, e sempre ci portano la notizia che i poveri saranno liberati, gli schiavi e gli oppressi risollevati dalle loro debolezze; in questi fratelli risuona ancora e per sempre fino alla fine del mondo l’appello di Gesù alla conversione. Nei mendicanti Gesù stesso si fa mendicante della nostra conversione.  
Se il Signore accetta che tanti tipi di poveri attraversino le nostre strade significa che ancora vuole parlarci tramite essi, trasmetterci il disagio di non aver fatto tutto quello che è nelle nostre possibilità per evitare il malessere delle persone sofferenti, il disagio di essere troppo poveri di amore per poter dare qualcosa agli altri.

Come parroco con finestra e porta d’ingresso sul sottopassaggio della stazione ferroviaria godo un privilegio unico: incontrare quasi quotidianamente tanta umanità non riconosciuta nella sua dignità, non amata abbastanza, essere disturbato dalle loro pressanti e a volte scomposte richieste di denaro. Eppure anche in quelle inopportune richieste c’è una messianicità nascosta; anche in quella briciola di umanità c’è un raggio della luce che arriva dall’umanità di Gesù nazareno, ugualmente non riconosciuto per quello che era, il Messia. 

Possiamo stupirci di tanta sofferenza, di tanta solitudine, di tanto dolore in giro per il mondo, ma se torniamo a interrogare il fatto straordinario avvenuto nella sinagoga di Nazaret, troveremo una risposta unica e straordinaria: la rivelazione della grandezza di Dio e della infinita sua misericordia, passa attraverso la semplicità di un uomo, e a noi attraverso la miseria di tanti uomini ultimi nelle classifiche di gradimento popolare, ma che ci parlano della povertà di Gesù. 

Solo le parole di speranza e di salvezza di Gesù, solo il suo Spirito d’amore riversato nei nostri cuori ci danno occhi per vedere, ci danno le lettere dell’alfabeto per saper leggere la sua presenza in un’umanità altrimenti da scartare. Ogni umanità mi parla di Gesù Salvatore, anche il più molesto. Soprattutto quest’ultimo.


... e anche Il Messia che non ha paura della falsità

Chissà se mettendosi in cammino e passando in mezzo a loro Gesù non ebbe timore di essere pugnalato alla schiena. I veri oppositori di Gesù non furono gli atei o i profeti di altre divinità, ma furono quelli della sua stessa fede religiosa, proprio loro: i primi destinatari della buona notizia della venuta del Messia, sono i primi che tentano di buttarlo giù dalla rupe. La meraviglia per le parole di Grazia che escono dalla bocca di Gesù si trasforma subito in opposizione perché quel Messia era troppo umano, così umano che dava fastidio ai progetti di potere religioso dei capetti spirituali di quel tempo. Per questi era decisamente meglio un Messia tutto spirituale, tutto divino, che non interferisse con le loro mafie pseudo-religiose; 

Gesù anche oggi rischia di essere pugnalato dai suoi; ogni volta che i suoi discepoli, o presunti tali, non vivono e non annunciano la sua Parola. Ma anche ogni volta che si critica l’autorità ufficiale della Chiesa di Gesù per conservare le proprie mafie di potere pseudo-religiose presenti anche oggi come ieri, all’ombra e sotto il paravento della credibilità della Chiesa, quel poco o tanto che è rimasta. Il Signore passa in mezzo a tutte queste meschinerie e continua  il suo cammino di annuncio della sua misericordia di Dio.


 E noi ci lasceremo toccare il cuore dalla sua parola di salvezza? 


venerdì 22 gennaio 2016

Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario, anno C; 24 gennaio 2016



Un anno di Grazia



TESTO ( Lc 1,1-4; 4,14-21 ) 


Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 


COMMENTO

La parola del Vangelo di questa Domenica ci raggiunge nel pieno dell’anno giubilare straordinario della misericordia voluto da Papa Francesco, e di giubileo si tratta nella profezia di Isaia scelta da Gesù per il suo primo discorso nella sinagoga della sua città d’adozione, Nazaret appunto. 
Se Isaia annunciò profeticamente un tempo di Grazia, di liberazione per tutti gli oppressi nel corpo e nello spirito, Gesù dichiara che in lui finalmente la profezia si è compiuta.

 L’anno è un tempo simbolico, un tempo in cui gli antichi ebrei avrebbero voluto ogni 50 anni realmente azzerare tutte le situazioni di emarginazione economica e sociale e della cui attuazione non abbiamo chiare notizie. Ma in Gesù l’anno di grazia si realizza, perché nella sua missione terrena, un arco di tempo ben determinato come lo è lo svolgersi di un anno solare, si attua la vittoria della Grazia di Dio sulla dis-grazia del mistero del male, a partire dalla sua più intima radice che è il peccato. 

Gesù a partire da questo discorso nella sinagoga, predica il perdono e la riconciliazione, in nome di un Dio ricco di misericordia e di cui si proclama figlio. Se Gesù, predicando il perdono è sopravvissuto alla morte causatagli dall’odio degli uomini, allora possiamo esserne certi: l’amore gratuito di Dio che Gesù ci ha rivelato e trasmesso è più forte della morte, più forte di ogni odio umano, più forte di ogni condizione fisica o morale di sofferenza e oppressione.
In forza della vittoria di Gesù sulla morte e sull’odio e della sua esistenza nella comunità di tutti noi battezzati, ecco che il suo Vicario in terra , Papa Francesco, può riproporre il gesto di Gesù: “questo è un anno di grazia”. 

Se accogliamo l’amore gratuito di Dio, allora le logiche di potere devono cedere il passo a quelle del servizio e del tempo donato, le logiche dell’accumulo devono cedere il passo a quelle del dono e della generosità; le logiche della violenza e del rancore a quelle del perdono e della riconciliazione.

 Se di questo saremo capaci, la nostra stessa vita sarà Vangelo, una buona notizia per tutti i prossimi che ci incontreranno; saremo il segno che un mondo nuovo è stato inaugurato e presto arriverà a piena maturazione, quando tutti i ciechi veramente vedranno e tutti gli oppressi rialzeranno il capo per sempre.

venerdì 15 gennaio 2016

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario, anno C; 17 gennaio 2016



L’acqua di Cana non lava più



TESTO ( Gv 2,1-11 ) 

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.


COMMENTO

L’acqua che sgorga da una roccia, la manna sospinta nel deserto, l’acqua diventata vino. I racconti della Bibbia sono cosparsi di eventi meravigliosi, non necessariamente solo e sempre miracoli, a partire sempre dalla normalità di alcuni elementi della vita ordinaria. Sempre le meraviglie di Dio hanno in certo modo una veste sacramentale, la straordinarietà della benevolenza divina che si innesta e si comunica nell’ordinaria umanità, come la misericordia divina che assume il volto umano dell’uomo Gesù e dei suoi gesti di rivelazione e di tenerezza.  Come in questo caso; un evento del tutto miracoloso certo, ma che avviene a partire da qualcosa  di già esistente: l’acqua usata per lavarsi le mani per la purificazione rituale prima dei pasti diventa vino. 
Anche il significato e l’insegnamento dato da Gesù attraverso questo gesto segue lo stesso itinerario. Se gli ebrei fino a quel momento prima di sedersi a tavola dovevano  lavarsi le mani per essere puri, Gesù, anziché far comparire dal nulla il vino,  nel frattempo venuto a mancare, usa proprio quell’acqua. La vera purificazione non sarà più tentare di eliminare ciò che di impuro viene dall’esterno, ( la polvere, il contatto con mani pagane ) ma assumere il nuovo vino di Gesù, simbolo della gioia nuova, della nuova vita che lui viene a portare, in queste rinnovate nozze tra l’umanità e il Signore Dio. Ecco allora che anche questa festa di nozze diventa il luogo naturale  e umano in cui ordinariamente si può, accogliendo la presenza di Gesù, vivere sempre una gioia nuova, duratura, saporosa che altrimenti con le nostre sole forze umane non potremmo mai raggiungere. Nella presenza di Gesù, e nell'intercessione discreta, umile e forte di Maria, dunque, la festa è sempre nuova!