mercoledì 27 gennaio 2016

Commento al Vangelo della IV Domenica del TO, anno C; 31 gennaio 2016





Il Messia della porta accanto



TESTO ( Lc 4,21-30 )


In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.


COMMENTO

Quest’oggi vorrei commentare il brano di Vangelo dall’angolo visuale di un normale fedele presente nella sinagoga di Nazaret in quel giorno. Possiamo capire la sua difficoltà ad accettare che quell’uomo così a lui ben noto fosse veramente il realizzarsi delle promesse del Signore fatte tramite il profeta Isaia secoli prima; possiamo immaginare che Gesù doveva sembrare troppo umano ai suoi compaesani.

Non dobbiamo mai accettare tuttavia, anzitutto in noi stessi, la faciloneria con cui ci lasciamo scorrere davanti persone e volti che sempre, lo sottolineo con forza, SEMPRE, ci portano una scheggia dell’umanità di Gesù e quindi della sua divinità, e sempre ci portano la notizia che i poveri saranno liberati, gli schiavi e gli oppressi risollevati dalle loro debolezze; in questi fratelli risuona ancora e per sempre fino alla fine del mondo l’appello di Gesù alla conversione. Nei mendicanti Gesù stesso si fa mendicante della nostra conversione.  
Se il Signore accetta che tanti tipi di poveri attraversino le nostre strade significa che ancora vuole parlarci tramite essi, trasmetterci il disagio di non aver fatto tutto quello che è nelle nostre possibilità per evitare il malessere delle persone sofferenti, il disagio di essere troppo poveri di amore per poter dare qualcosa agli altri.

Come parroco con finestra e porta d’ingresso sul sottopassaggio della stazione ferroviaria godo un privilegio unico: incontrare quasi quotidianamente tanta umanità non riconosciuta nella sua dignità, non amata abbastanza, essere disturbato dalle loro pressanti e a volte scomposte richieste di denaro. Eppure anche in quelle inopportune richieste c’è una messianicità nascosta; anche in quella briciola di umanità c’è un raggio della luce che arriva dall’umanità di Gesù nazareno, ugualmente non riconosciuto per quello che era, il Messia. 

Possiamo stupirci di tanta sofferenza, di tanta solitudine, di tanto dolore in giro per il mondo, ma se torniamo a interrogare il fatto straordinario avvenuto nella sinagoga di Nazaret, troveremo una risposta unica e straordinaria: la rivelazione della grandezza di Dio e della infinita sua misericordia, passa attraverso la semplicità di un uomo, e a noi attraverso la miseria di tanti uomini ultimi nelle classifiche di gradimento popolare, ma che ci parlano della povertà di Gesù. 

Solo le parole di speranza e di salvezza di Gesù, solo il suo Spirito d’amore riversato nei nostri cuori ci danno occhi per vedere, ci danno le lettere dell’alfabeto per saper leggere la sua presenza in un’umanità altrimenti da scartare. Ogni umanità mi parla di Gesù Salvatore, anche il più molesto. Soprattutto quest’ultimo.


... e anche Il Messia che non ha paura della falsità

Chissà se mettendosi in cammino e passando in mezzo a loro Gesù non ebbe timore di essere pugnalato alla schiena. I veri oppositori di Gesù non furono gli atei o i profeti di altre divinità, ma furono quelli della sua stessa fede religiosa, proprio loro: i primi destinatari della buona notizia della venuta del Messia, sono i primi che tentano di buttarlo giù dalla rupe. La meraviglia per le parole di Grazia che escono dalla bocca di Gesù si trasforma subito in opposizione perché quel Messia era troppo umano, così umano che dava fastidio ai progetti di potere religioso dei capetti spirituali di quel tempo. Per questi era decisamente meglio un Messia tutto spirituale, tutto divino, che non interferisse con le loro mafie pseudo-religiose; 

Gesù anche oggi rischia di essere pugnalato dai suoi; ogni volta che i suoi discepoli, o presunti tali, non vivono e non annunciano la sua Parola. Ma anche ogni volta che si critica l’autorità ufficiale della Chiesa di Gesù per conservare le proprie mafie di potere pseudo-religiose presenti anche oggi come ieri, all’ombra e sotto il paravento della credibilità della Chiesa, quel poco o tanto che è rimasta. Il Signore passa in mezzo a tutte queste meschinerie e continua  il suo cammino di annuncio della sua misericordia di Dio.


 E noi ci lasceremo toccare il cuore dalla sua parola di salvezza? 


venerdì 22 gennaio 2016

Commento al Vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario, anno C; 24 gennaio 2016



Un anno di Grazia



TESTO ( Lc 1,1-4; 4,14-21 ) 


Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 


COMMENTO

La parola del Vangelo di questa Domenica ci raggiunge nel pieno dell’anno giubilare straordinario della misericordia voluto da Papa Francesco, e di giubileo si tratta nella profezia di Isaia scelta da Gesù per il suo primo discorso nella sinagoga della sua città d’adozione, Nazaret appunto. 
Se Isaia annunciò profeticamente un tempo di Grazia, di liberazione per tutti gli oppressi nel corpo e nello spirito, Gesù dichiara che in lui finalmente la profezia si è compiuta.

 L’anno è un tempo simbolico, un tempo in cui gli antichi ebrei avrebbero voluto ogni 50 anni realmente azzerare tutte le situazioni di emarginazione economica e sociale e della cui attuazione non abbiamo chiare notizie. Ma in Gesù l’anno di grazia si realizza, perché nella sua missione terrena, un arco di tempo ben determinato come lo è lo svolgersi di un anno solare, si attua la vittoria della Grazia di Dio sulla dis-grazia del mistero del male, a partire dalla sua più intima radice che è il peccato. 

Gesù a partire da questo discorso nella sinagoga, predica il perdono e la riconciliazione, in nome di un Dio ricco di misericordia e di cui si proclama figlio. Se Gesù, predicando il perdono è sopravvissuto alla morte causatagli dall’odio degli uomini, allora possiamo esserne certi: l’amore gratuito di Dio che Gesù ci ha rivelato e trasmesso è più forte della morte, più forte di ogni odio umano, più forte di ogni condizione fisica o morale di sofferenza e oppressione.
In forza della vittoria di Gesù sulla morte e sull’odio e della sua esistenza nella comunità di tutti noi battezzati, ecco che il suo Vicario in terra , Papa Francesco, può riproporre il gesto di Gesù: “questo è un anno di grazia”. 

Se accogliamo l’amore gratuito di Dio, allora le logiche di potere devono cedere il passo a quelle del servizio e del tempo donato, le logiche dell’accumulo devono cedere il passo a quelle del dono e della generosità; le logiche della violenza e del rancore a quelle del perdono e della riconciliazione.

 Se di questo saremo capaci, la nostra stessa vita sarà Vangelo, una buona notizia per tutti i prossimi che ci incontreranno; saremo il segno che un mondo nuovo è stato inaugurato e presto arriverà a piena maturazione, quando tutti i ciechi veramente vedranno e tutti gli oppressi rialzeranno il capo per sempre.

venerdì 15 gennaio 2016

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario, anno C; 17 gennaio 2016



L’acqua di Cana non lava più



TESTO ( Gv 2,1-11 ) 

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.


COMMENTO

L’acqua che sgorga da una roccia, la manna sospinta nel deserto, l’acqua diventata vino. I racconti della Bibbia sono cosparsi di eventi meravigliosi, non necessariamente solo e sempre miracoli, a partire sempre dalla normalità di alcuni elementi della vita ordinaria. Sempre le meraviglie di Dio hanno in certo modo una veste sacramentale, la straordinarietà della benevolenza divina che si innesta e si comunica nell’ordinaria umanità, come la misericordia divina che assume il volto umano dell’uomo Gesù e dei suoi gesti di rivelazione e di tenerezza.  Come in questo caso; un evento del tutto miracoloso certo, ma che avviene a partire da qualcosa  di già esistente: l’acqua usata per lavarsi le mani per la purificazione rituale prima dei pasti diventa vino. 
Anche il significato e l’insegnamento dato da Gesù attraverso questo gesto segue lo stesso itinerario. Se gli ebrei fino a quel momento prima di sedersi a tavola dovevano  lavarsi le mani per essere puri, Gesù, anziché far comparire dal nulla il vino,  nel frattempo venuto a mancare, usa proprio quell’acqua. La vera purificazione non sarà più tentare di eliminare ciò che di impuro viene dall’esterno, ( la polvere, il contatto con mani pagane ) ma assumere il nuovo vino di Gesù, simbolo della gioia nuova, della nuova vita che lui viene a portare, in queste rinnovate nozze tra l’umanità e il Signore Dio. Ecco allora che anche questa festa di nozze diventa il luogo naturale  e umano in cui ordinariamente si può, accogliendo la presenza di Gesù, vivere sempre una gioia nuova, duratura, saporosa che altrimenti con le nostre sole forze umane non potremmo mai raggiungere. Nella presenza di Gesù, e nell'intercessione discreta, umile e forte di Maria, dunque, la festa è sempre nuova!


venerdì 8 gennaio 2016

Commento al Vangelo Festa del Battesimo del Signore; 10 gennaio 2016



Conto già pagato, per chi viene a Cena.


TESTO ( Lc 3,15-16, 21-22 )

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 

Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».


COMMENTO

Gesù aveva bisogno di purificarsi dal peccato, di fare penitenza? Certamente no e in questo senso l’episodio potrebbe creare confusione come di fatto contribuì a crearla, dato che nei primi secoli i cristiani hanno fatto  difficoltà a essere certi della reale divinità di Gesù di Nazareth, e ancor più della sua reale natura umana. 
In quel punto il fiume Giordano si trova circa 400 metri sotto il livello del mare e il fiume è il punto più basso della valle. L’acqua, se qualcuno è andato in terra santa avrà notato, è tutt’altro che cristallina e limpida, ma anzi verdastra , limacciosa , un po’ ristagnante. 

Questo ci dice che fisicamente Gesù è andato proprio in basso, che più in basso non poteva. Il suo Battesimo è l’immersione totale nella nostra condizione di fragilità, debolezza, di peccato. Capiamo che quel gesto non è per la sua purificazione ma anzi è la sua scelta di accollarsi, di caricarsi, di prendere su di sé, di “sporcarsi” di tutti i peccati dell’umanità, di andare simbolicamente sotto il più basso degli uomini. 

Una prefigurazione della “discesa agli inferi”, se volete, cioè del fatto che con la sua morte in croce Cristo libera tutti coloro che defunti erano in attesa della sua redenzione operata in croce ( cf Mt 27,52-53: “ i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti"  Cf 1 Pt 3,19: "E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione" ). 

Se gli altri uomini nel Battesimo si purificavano , Gesù si è preso simbolicamente tutto lo sporco lasciato lì dall’umanità intera … e poi ha iniziato la sua missione. L’immersione nell’acqua ci dice quel ritorno alla creazione iniziale quando lo spirito aleggiava sulle acque, come se con Gesù, Dio permette all’umanità la ripresa da capo della sua storia.
Gesù stava in preghiera. L’evangelista Luca più degli altri tre ama riportare l’attitudine di Gesù alla preghiera, alla ricerca dell’intimità col Padre. Nel momento in cui Gesù ritualmente e quindi effettivamente si carica di tutte le fragilità e peccati dell’uomo non può che mettersi subito a pregare. È esattamente quello che dovremmo fare noi: rivolgere il nostro sguardo al Padre, sempre, anche e soprattutto quando siamo caduti in basso. La vittoria dello spirito nemico non è il peccato ma soprattutto il distrarci dallo sguardo del volto misericordioso del Padre, che è Cristo. 

Infatti su Gesù che si è immerso nel Giordano e che è in preghiera “ il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba" ( Lc 3,21-22 )
 Anche questo segno che l’evangelista racconta simbolicamente e che lascia giustamente tanto spazio alla nostra immaginazione, ci dice che nel momento in cui Gesù si assoggetta a questa missione si pongono già le premesse della futura salvezza. Quello che farà Gesù morendo in croce, sarà proprio riaprire per l’uomo la via del Cielo, ristabilire pienamente la connessione Dio-uomo interrotta col peccato (quello originale e quelli venuti dopo).  I cieli si riaprono perché ora il cielo è sceso sulla terra: Gesù è il nostro nuovo paradiso terrestre, quell’albero della vita perduto che è nato nel giardino immacolato della Vergine Maria. In Gesù, e solo in Gesù possiamo dire pienamente “Padre nostro”, perché quando diciamo “Padre”, nel cuore di un battezzato c’è lo Spirito del Figlio che grida “Abbà Padre!” (cfr Rm 8,15).

Anche il segno della colomba è notevole. Annuncia la fine della pena e l’inizio di un’era nuova. In Gen 8,6-12 leggiamo che la colomba che ritorna col ramoscello d’ulivo sul becco dice che la terra è riemersa dopo il diluvio universale.
Quindi questo segno attesta che con Gesù è finito il diluvio, è finito il penoso naufragio dell’umanità, e l’umanità tutta è riemersa;  in Gesù finalmente è appena “riemersa” quell’umanità rinnovata, purificata, nuova che annuncia la pace messianica (Lui è la nostra pace!), la fine del castigo, perché il castigo ( cioè le conseguenza dei nostri peccati ) si abbatte su Gesù. I nostri peccati continuano a”meritare” un castigo, come diciamo in uno delle nove preghiere possibili di “Atto di dolore”, ma Gesù lo ha preso tutto su di sé. Paga tutto Lui.

giovedì 31 dicembre 2015

Commento al Vangelo della II Domenica dopo Natale; 3 gennaio 2016



Intessuti  della Sapienza di Dio


TESTO  ( Gv 1,1-18 )

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.


COMMENTO

Appena all’inizio del nuovo anno non giova troppo perdersi in ragionamenti troppo difficili ma la sobrietà e la profondità di questo Vangelo ci possono aiutare a meglio contemplare l’universale sapienza da cui siamo circondati , quella sapienza divina, il Verbo, la Parola di Dio, che ha assunto un volto e un corpo umano nella persona di Gesù di Nazaret. 

Questo ci dice che la saggezza del Signore, i suoi pensieri, i suoi modi di agire, per quanto infinitamente più alti di quelli degli uomini , non sono mai in contrasto con quella intelligenza che Dio ha  posto nel mondo e nella razionalità umana. Quanto sarebbe bello tornare a dare più grande fiducia all’intelligenza umana, ormai confinata solo ad essere una intelligenza calcolante e che elabora leggi scientifiche; una intelligenza invece che è stata creata capace di intuire anche le cose di Dio, dal momento che quel verbo, quella ragione divina ha preso  una forma umana e abita la nostra umanità. La sapienza di Dio non potrà mai chiedere all’uomo cose contrarie alla ragione umana, come ad esempio uccidere o far violenza in nome di Dio, perché di questa sapienza è impastato il mondo e la nostra natura umana, e ultimamente questa sapienza  si è collocata in mezzo noi per ispirare le nostre azioni e i nostri pensieri, ormai smarriti e avvelenati nelle logiche dell’auto possesso e dell’auto salvezza.

Dio ha in se un altro lievito, un altro criterio ispirativo, un’altra “ragione”: quella del dono, dell’offerta, del ritrovare se stessi facendosi prossimo, del Padre che si dona nel Figlio per ritrovarsi in una eterna comunione di amore . L’incarnazione di questa ragione d’essere in Gesù di Nazareth è una luce che ri-orienta l’umanità verso il suo fine, che le ridà la pienezza smarrita col peccato. 

giovedì 24 dicembre 2015

Commento al Vangelo della Domenica della Santa Famiglia; 27 dicembre 2015



Nel nome del Figlio Gesù


TESTO   ( Lc 2,41-52 )

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.


COMMENNTO

C’è anzitutto un bellissima inclusione da un capo all’altro del Vangelo di Luca. Da un capo all’altro dell’esperienza umana di Gesù sulle sue labbra c’è la parola “Padre”. La prima frase  pronunciata da Gesù nella sua vita è proprio questa, quando aveva dodici anni: “ Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del padre mio? ” In fondo al vangelo l’ultima parola di Gesù in croce appena prima di morire è “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” ( Lc 23,46 ). Questo ci dice che nel Vangelo di Luca sembra che tutta la missione di salvezza di Gesù abbia questo quadro di contesto: vivere pienamente la sua relazione con il Padre e riportare l’umanità nella paternità di Dio, fare si che l’uomo in Lui possa recuperare la piena figliolanza divina perduta col peccato, tramite proprio il suo sacrificio di obbedienza al Padre. Dal suo corpo risorto Gesù ci donerà il sui spirito ( lo Spirito Santo ) che ci permetterà di dire “Abba Padre” ( cfr Rm 8,15 ) con uno spirito di figli adottivi.

Certamente però il nostro essere figli è sostanzialmente diverso dal suo. Gesù è Figlio per natura, noi per Grazia sua. Gesù infatti dice: devo occuparmi delle cose del padre “mio” , e non “nostro”. Quando insegna il Padre nostro Gesù dice ; “Quando pregate dite Padre nostro”…. Non dice quando preghiamo diciamo “Padre nostro”. Sono sfumature ma ci fanno capire che la relazione di Gesù col Padre è di una figliolanza ad un livello diverso dal nostro, che lui però ci condivide gratuitamente.
“ Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. ( Mt 11,27 ). Quindi noi conosciamo e godiamo gli immensi tesori della misericordia di Dio Padre perché Gesù ce li ha messi a disposizione effondendoli dal suo cuore trafitto. Gesù è come un figlio erede unico che condivide la sua enorme eredità con altri amici; questi godono a tutti gli effetti della stessa ricchezza del figlio-erede-unico ma tuttavia restano beneficiari per grazia ricevuta; in sé e per sé non la meriterebbero. La chiave della loro ricchezza sarà sempre e solo l’amicizia con questo figlio-erede-unico … Gesù Cristo.

 Gesù interroga e ascolta i dottori della legge nel tempio di Gerusalemme. Gesù suscita stupore per la sua intelligenza. Gesù cresce in età sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini. In Gesù c’è anche tutta l’umanità che, ricucendo la relazione col Padre, si mette in cerca della sapienza, dell’intelligenza, della comprensione delle cose di Dio e degli uomini. E’ lo spirito di Gesù che ci permette di ascoltare correttamente la parola di Dio. 
E’ lo spirito di Gesù che ci permette di penetrare la realtà, di cogliere con intelligenza  e profondità il senso vero di tutto quello che ci circonda e che ci accade. E’ lo spirito di Gesù che ci rende umili di fronte agli uomini, cioè sottomessi ai fratelli , nel senso di saper rispettare le autorità costituite, ma anche di saper cogliere il Bello il Vero e il Bene in ogni fratello che mi sfiora, perché questo è icona e presenza dell’uomo Gesù … è mio fratello. Gesù è venuto a rimetterci dentro la relazione col Padre, ma può far questo perché ci ha lasciato il suo stesso spirito, lo Spirito Santo, che è spirito di intelligenza, di umiltà, di sapienza, di scienza …

A noi però è chiesto di fare lo stesso itinerario di Maria e Giuseppe: metterci alla ricerca di Gesù. Questa relazione trinitaria, cioè poter dire a Dio: “papà mio, paparino mio … “  nella verità di un Spirito di figli, che lo Spirito del figlio unigenito Gesù (che “trapianta” nella nostra anima il suo Spirito di Figlio ) è possibile se noi ci mettiamo alla ricerca di Gesù. Dopo tre giorni i genitori ritrovano Gesù: è profezia della risurrezione, della nostra umanità che tre giorni dopo la morte di croce ritrova Gesù vivo. Lo trovano a Gerusalemme, nel tempio, perché a Gerusalemme Gesù sarà visto risorto nella pienezza della sua gloria divina, annunciato da angeli in vesti sfolgoranti ( Lc 24,4 ) segno e presenza della gloria del Paradiso … la vera e definitiva Gerusalemme celeste.

Questo brano di Vangelo in definitiva ci pone davanti gli occhi la santa famiglia di Nazareth; questa apre lo sguardo sulla santa famiglia trinitaria di cui è immagine e icona. In ogni famiglia umana ci deve essere la ricerca di Gesù; in ogni famiglia umana ci deve essere, in forza dello Spirito Santo, l’ascolto e la ricerca della Verità. In ogni famiglia umana si deve imparare, attraverso i genitori e in umile sottomissione a loro, a dire con gioia “Padre nostro che sei … nei cieli “ come disse San Francesco ridando le vesti al Padre.

mercoledì 23 dicembre 2015

Commento al Vangelo della notte di Natale 2015



Il Divinamente Piccolo 


TESTO ( Lc 2,1-14 ) 

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 

Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 

Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».


COMMENTO

Lo sfondo storico è quello di un censimento voluto da Cesare Augusto. La più grande dimostrazione di potere del dominio imperiale di Roma ( il censimento serviva per reclutare soldati e organizzare tributi ) si incrocia con la più grande dimostrazione dell’umiltà di Dio: Dio stesso è umiltà e il suo verbo, il Figlio, Cristo Gesù “ … pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini … ( cfr Fil 2,6-11 ). 
Ecco un primo messaggio: abbiamo l’impressione di essere impotenti di fronte al potere dei colossi della finanza, alle trame di ideologie false, ma sappiamo che anche oggi, proprio qui, si rivelerà la semplicità e la piccolezza con cui Dio sa entrare nella storia. Non dobbiamo temere la prepotenza  e l’arroganza dei forti perché il regno di Dio è come un granello di senape, dice Gesù: è piccolissimo ma cresce in modo sorprendente.

 La nascita del Messia sembra essere in balia delle decisioni politiche di un imperatore, sembra essere condizionata dalla storia dell’uomo e dalle sue decisioni più soggettive e discutibili. In realtà è sempre la storia di Dio che avanza, si incarna e prende in mano le redini della storia del mondo, perché a Betlemme di fatto il Messia atteso da Israele doveva nascere 4 Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, [Erode] s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. 5 Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: ( Mt 2,4-6)
Secondo messaggio: la salvezza di Cristo approda nel tuo cuore nonostante qualsiasi situazione avversa e apparentemente non favorevole. In ogni “oggi” della nostra vita il Signore ci può rivolgere una parola di salvezza, e noi a nostra volta possiamo essere strumento dell’incontro di un fratello con la salvezza di Cristo. Quante volte il Signore ci rivolge richiami per la nostra salvezza che noi lasciamo cadere senza attenzione! 

Nelle fonti francescane si dice che San Francesco “Meditava continuamente le sue parole [di Gesù] e con acutissima attenzione non ne perdeva mai di vista le opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente voleva pensare ad altro. (FF 466). 
L’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione sono come i due pilastri dell’esperienza del Cristo. Certamente è la croce che ci salva. Nella vita di Gesù di Nazareth è il mistero pasquale che ci salva (la sua passione morte e risurrezione) e al centro di questo la sua morte in croce come sacrificio di espiazione. Tuttavia la “carità della passione” è preparata “dall’umiltà dell’incarnazione”. Dio prende un corpo umano per donarlo in sacrificio per noi. Il suo abbassamento nella grotta di Betlemme prepara l’innalzamento della croce. 
Terzo messaggio; Anche per noi si pone lo stesso itinerario: senza la pratica dell’umiltà del cuore, senza la capacità di abbassarci alle cose semplici e piccole di ogni giorno, non vivremo mai la carità di Dio. Non sono stati forse i pastori i primi a muoversi verso Betlemme? Non come Erode che ha mandato altri ad informarsi. Se il cuore non è umile e penitente come potrà riempirsi e scaldarsi d’amor di Dio?

La mangiatoia su cui è adagiato Gesù annuncia che lui si farà cibo per la nostra vita. L’umiliazione di Gesù non terminerà sulla croce ma prosegue ogni volta che l’Eucaristia viene consacrata sull’altare, da mani sicuramente indegne. Il Signore Gesù continua il suo percorso di incarnazione ogni giorno, perché ogni giorno si rende cibo per nutrire la pochezza della nostra fede.
Quarto messaggio. La nascita di Betlemme è un evento irreversibile. Cristo è sempre presente nella sua Chiesa che è il suo corpo, da lui inseparabile e agisce tramite il suo corpo; e in modo particolare ogni giorno lui soffre in chi soffre, piange in chi piange.
La sua presenza che in noi si rinnova di giorno in giorno ci aiuti a crescere nel prenderci cura della altre membra più malate e sofferenti. Più ci addentriamo in questo corpo mistico (cioè spirituale) , che è un vero corpo, più non potremo fare a meno di scorgere le necessità delle membra doloranti.