giovedì 29 ottobre 2015

Commento al Vangelo della Festa di Tutti i Santi; 1 novembr 2015




FELICI COME I SANTI


TESTO  ( Mt 5,1-12 )

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


COMMENTO

Potremmo partire da queste ultime parole di Gesù: per causa mia! Le parole appena ascoltate sono la sintesi del messaggio , della buona notizia del Messia Gesù, il compimento, non l’annullamento si badi bene, della legge antica; il programma di vita e della missione di Colui che per primo le proclama. La chiave di comprensione è esattamente la sua persona e quel “per causa mia” significa che i nove atteggiamenti elencati e ritenuti fonte di gioia lo sono se vissuti nella relazione viva con Lui: Cristo Gesù risorto e vivo.

D’altra parte la povertà da sola non salva, né le lacrime da sole danno gioia. Perché mai uno che piange dovrebbe essere felice al di fuori di una motivazione ben precisa e solida? Tantomeno la mitezza e l’essere vittima di ingiustizia sono da sole fattori di auto redenzione e di gaudio. E perché mai ancora il fatto di essere insultati dovrebbe essere fonte di beatitudine, cioè di felicità? Ci sono tanti motivi che possono spingere una persona a non vendicarsi, a non reagire contro una persona violenta, a dare il proprio perdono. 
Il punto è che questi atteggiamenti , interpretati nel miglior modo possibile dall’uomo storico Gesù di Nazareth, sono motivo di felicità vera, duratura e profonda, cioè eterna, se vissuti nell’accoglienza della sua presenza di uomo-Dio crocifisso e risorto.

Egli non è venuto a proclamare la bellezza della povertà, dell’ingiustizia, del dolore; Egli è venuto piuttosto a condividere le sorti degli uomini diseredati e abbandonati perché questi nella sua parola e nella comunione con Lui possano trovare la vera ricchezza che non passa. Egli è venuto a piangere con chi è nel dolore, perché chi piange possa, in Lui, dare un senso alle proprie lacrime. Egli è venuto a farsi compagno di cammino di tutti i poveri in spirito, consapevoli di non poter bastare a sé stessi, perché in Lui trovino salvezza; e più ancora Gesù è venuto a rivelare la misericordia di Dio Padre perché in Lui tutti gli offesi trovino la forza e la gioia del perdono e della riconciliazione; perché tutti gli uomini accogliendo il farsi prossimo di Gesù possano condividere anche il suo stesso destino di Gloria dopo la croce, di vita dopo la morte, di esaltazione dopo l’umiliazione.

mercoledì 21 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXX Domenica del TO; 25 ottobre 2015



Vedere  per credere !



TESTO (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.



COMMENTO

C’è un cambiamento vertiginoso nell’esistenza di Bartimèo. La sua cecità lo paralizzava alla dipendenza da altri, al passaggio di Gesù egli era a terra mendicando lungo una strada che evidentemente non lo conduceva in alcuna direzione. 
Al contrario dopo l’incontro con Gesù tutto cambia e la sua vita si rimette in movimento: Bartimeo torna a vedere, ora può rialzarsi da terra, può autonomamente camminare, e così la sua strada acquista una direzione ben precisa che è quella di seguire Gesù. 

La sua vita cambia a partire dall’esperienza di una persona, Gesù di Nazareth, e in questo incontro il fatto cruciale è il tornare a vedere.
Tutto ovviamente ha un grande significato simbolico: se non diveniamo capaci di vedere la realtà del mondo e della vita nella sua verità, perdiamo tutte le coordinate, diveniamo schiavi o comunque dipendenti dalle masse, dalle mode, da quello che dicono gli altri; soprattutto rimaniamo a terra a mendicare qualche spicciolo di gratificazione che il mondo ci può dare.

L’incontro con Gesù cambia tutto. Non a caso il giorno del Battesimo viene consegnata una candela accesa al cero pasquale simbolo di Cristo risorto e viene detto al bambino tramite i suoi genitori: 
“ Ricevi la luce di Cristo “.
E’ proprio quella luce che ci permetterà di vedere bene, non fermandoci alle apparenze. Solo quella luce ci permetterà di ricevere la dignità di figli di Dio, di stare in piedi di fronte agli uomini, di poter fare un nostro percorso libero alla ricerca della verità e di chi veramente ci può salvare dal male.

Nulla è mai perduto del tutto. Come questo cieco si aggrappa a Gesù proprio mentre stava uscendo ormai da Gerico, anche noi non dobbiamo mai sentirci battuti né abbattuti, perché anche un istante, un’apparente ultima occasione può diventare l’incontro della vita.

Pace e Bene

venerdì 9 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXIX Dom del TO anno B; 18 ottobre 2015




SIATE EGOISTI, … FATEVI SERVI DI TUTTI!



TESTO  (  Mc 10,35-45 )

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».


COMMENTO

Recentemente la più grande mensa dei poveri della città di Milano gestita dai frati cappuccini, ha lanciato questo simpatico slogan: “siate egoisti, fate del bene!” . In questa frase è racchiusa effettivamente la paradossalità del messaggio evangelico, dello stile di vita che Cristo assume e che propone ai suoi discepoli.  

I due fratelli Giovanni e Giacomo dovevano essere due personaggi molto energici, erano detti non a caso Boanerghes, (figli del tuono) e sembrano sicuri di poter aspirare ai due seggi di onore, alla destra e alla sinistra del loro maestro quando regnerà definitivamente.
Gesù non assicura nulla se non la condivisione del suo calice amaro di passione e morte, perché chi lo vuole seguire dovrà anch’egli battezzarsi cioè immergersi nel suo stesso destino di dono totale di sé.

Il paradosso è proprio qui e Gesù lo sottolinea: se si vuole primeggiare e diventare grandi bisogna scendere in basso, al servizio degli altri, dedicarsi alla costruzione del bene degli altri uomini. Anche il fondatore dello scautismo Baden Powel diceva che il modo migliore per essere felici e far felici gli altri. Se si vuole condividere la gloria di Gesù quindi occorre condividere anche il suo destino di offerta totale, di donazione, di gratuità nel servizio di Dio e degli uomini. Con una notazione precisa, che nelle parole di Gesù servire ha proprio il senso di arrivare anche a dare la propria vita. 

Gesù non solo annuncia il paradosso ma lo vive concretamente nella sua vita. Gesù entra nel mondo, nella storia dell’umanità e di ogni uomo per la “porta di servizio”. In ogni grande residenza o albergo o palazzo di prestigio ci sono almeno due entrate: quella principale che è quella ufficiale dove entrano gli aventi diritto e gli ospiti  e poi c’è la porta di servizio, una porta secondaria, nascosta alla vista pubblica dove entra il personale appunto “di servizio”.

Il grande ed essenziale servizio che il Signore ci rende è quello di pagare il debito del nostro peccato, di assumersi le conseguenze e di riscattare tutto il male del mondo, e per un suo benevolo disegno ha permesso di associare la nostra vita alla sua, non semplicemente di dare un assenso intellettuale ma un assenso esistenziale facendo della nostra vita un’offerta per la gioia e il bene dei fratelli e per testimoniare la fedeltà alla misericordia di Dio. 
Pensiamo in questo momento ai tanti fratelli cristiani perseguitati a causa della fede in Siria e in tutto il medio oriente, a quelle comunità cristiane che dopo due mila anni di storia sono state spazzate via, e di cui nessuno parla. Il loro dolore, il loro lutto si cambierà in gioia, ma nel frattempo tutti noi siamo interpellati alla stessa fedeltà e allo stesso coraggio, e ad una testimonianza di fede un po’ più consistente .

martedì 6 ottobre 2015

Commento al Vangelo della XXVIII Domenica del TO, anno B; 11 ottobre 2015



Ogni bene, tutto il bene, il sommo bene !



TESTO ( Mc 10,17-30 ) 

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».



COMMENTO

Questo tale pone il problema della vita eterna sul fare qualcosa di buono. La risposta di Gesù pone una premessa fondante: : «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo!” Prima di porre il problema del fare occorre risolvere il problema di “chi” o “cosa” è buono. Gesù è alquanto categorico: “perché mi chiami buono? Dio solo è buono”. A distanza di un millennio  gli fa eco il patrono della nostra Italia San Francesco d’Assisi che nelle lodi di Dio Altissimo dice “ Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene”.

 Ciò vuol dire che non sarà mai possibile fare realmente qualcosa di buono se non entriamo nella sfera d’azione di Dio. Dirà infatti San Paolo nella lettera ai Filippesi … “È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni. ( Fil 2,13 ). Ma un ateo allora potrà fare del bene? Potrà addirittura entrare nella vita eterna? Tutto questo sarà possibile ma sempre per un intervento misterioso e per la presenza di Dio, a volte ignota allo stesso uomo che compie ciò che è buono agli occhi di Dio, ciò che è scritto nei comandamenti ribaditi da Gesù e che sappiamo soprattutto essere incisi col fuoco dello Spirito Santo nel profondo delle nostre coscienze. 

E anche quando Gesù propone la via alta del discepolato , cioè la forma radicale della sequela che consiste nello spogliarsi di tutto per seguire Gesù povero casto e obbediente, anche qui la forza per fare a meno delle ricchezze del mondo e abbandonarsi totalmente alla radicalità del Vangelo sarà sempre Dio a poterla donare, perché “nulla è impossibile a Dio”. Lui che per i suoi apostoli e per tutti quelli che lo hanno seguito nella via stretta della speciale consacrazione saprà moltiplicare già qui in terra la gioia e le magre gratificazioni dei beni di questo mondo a cui hanno rinunciato.

Nel prossimo anno giubilare intitolato “Misericordiosi come il Padre” sentiremo molto parlare delle opere di misericordia corporale e spirituale, ma non dimentichiamoci che il termine di riferimento è sempre l’amore, la misericordia del Padre. Cosa mai potrà fare l’uomo da solo per entrare nella vita eterna, se non fosse che Dio per primo ci ha amato a dato il suo figlio per noi? Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. (1 Gv 4,19)

mercoledì 30 settembre 2015

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del TO anno B; 4 ottobre 2015




IL DIVORZIO CATTOLICO NON ESISTE


TESTO  (Mc 10,2-16)

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».

Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.


COMMENTO

Questa Domenica 4 ottobre si apre il Sinodo ordinario dei vescovi sulle problematiche pastorali della famiglia che segue quello straordinario vissuto esattamente l’anno scorso.

Casualmente, perché la liturgia domenicale non è stata modificata, il Vangelo che sarà proclamato in quasi tutte le chiese cattoliche ci racconta proprio il pensiero di Gesù sul matrimonio e sulla possibilità di ripudiare un coniuge e prenderne un altro, dato che proprio Mosè a suo tempo aveva permesso questa pratica. Gesù al riguardo è molto inflessibile, come sempre d’altronde sui principi fondamentali della vita.

Gesù richiama al principio della creazione quando uomo e donna in armonia con Dio dovevano e potevano di fatto vivere come una carne sola cioè come una comunione di vita, di intenti e di destini. 
Ma poi la chiusura del cuore a Dio, il non riconoscimento della sua autorità, in breve il peccato, ha indurito il cuore dell’uomo; e allora la chiusura a Dio rende inevitabilmente il cuore chiuso anche nelle relazioni umane specie quelle coniugali.

Gesù viene con la sua vita offerta in sacrificio a riaprire la via della misericordia; con la sua croce, atto supremo d’amore, libera l’uomo dall’incapacità di aprirsi a Dio e al suo compagno di destino, il compagno/a col quale sceglie di condividere il “giogo” della fatica quotidiana, appunto il con-iuge. L’indissolubilità dei coniugi cristiani , prima di essere un comandamento è anzi tutto una realtà ribadita da Cristo stesso. 

Quando un uomo e una donna, leggiamo nel vangelo, lasciano la loro famiglia d’origine e si uniscono in matrimonio , cioè formulano la decisione di unire le loro vite per sempre , se lo fanno esplicitando in tutta libertà la consapevolezza di compiere tale atto secondo la volontà del Signore , quella unione diviene sacra , indissolubile. “Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».” 
Ringraziamo il Signore per questo suo intervento d’apertura al Sinodo sulla famiglia e ricordiamo però che l’inflessibilità di Gesù sui principi coesiste con una larghissima accoglienza di misericordia verso tutti coloro che sbagliano. Al contrario lo spirito del mondo fa esattamente il contrario: molto largo e possibilista nei principi, ma intransigente giustiziere verso coloro che sbagliano.  Pace e Bene 

mercoledì 23 settembre 2015

Commento al vangelo della XXVI Domenica del TO anno B; 27 settembre 2015



Coloro dei quali  bisogna aver paura 


TESTO  ( Mc 9,38-43. 45. 47-48 ) 

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.

Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 

Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. 

E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna.

 E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».


COMMENTO

Nei confronti dei cristiani in ascolto mi prendo la libertà, questa settimana,  di una piccola provocazione. La sopravvivenza della chiesa e più in generale della fede cristiana nel mondo non è minacciata, mi si creda, dai militanti dell’Isis o dai terroristi di Boko Haram, e neppure da presunti islamisti infiltrati, dice qualcuno, tra i profughi che approdano alle nostre coste; al massimo ci potranno accorciare la vita terrena ma certo non potranno mai strappare la nostra anima che appartiene a Cristo e il nostro posto in Paradiso che il Signore Gesù è andato a preparare.

 Sono molto più temibili quelli che si dicono discepoli di Cristo, che si dicono militanti, che pensano di sapere, di conoscere e di possedere la fede cristiana e che insegnano e praticano ciò che non è dottrina di Cristo. Questi si, sono temibilissimi perché (speriamo inconsapevolmente) uccidono la fede nel cuore dei piccoli, cioè di tutte quelle persone che hanno bisogno di essere guidate e accompagnate alla conoscenza del Bene e della verità rivelate da Cristo; se da una parte piuttosto che scandalizzare  sarebbe … “molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”, per noi il meglio di tutto è rivolgere lo sguardo all’esempio  lasciato dai santi,  a quel quinto vangelo scritto con la vita, in parole e gesti, da uomini che hanno insegnato anzitutto con la vita, proprio perché non è sufficiente, come ribadì Gesù, dire “Signore , Signore !” per entrare nel regno dei cieli.

Non lasciamoci rubare la speranza , non lasciamoci rubare la certezza cristiana che ai giusti, e a coloro che insegnano la via della giustizia è riservata una corona di gloria. 
Ancora Gesù ci ricorda:
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. (Mt 5,12)

E si badi bene: i profeti furono perseguitati più spesso dai loro fratelli ebrei e non dai pagani!

giovedì 17 settembre 2015

Commento al Vangelo della XXV Domenica del TO anno B; 20 settembre 2015





Problemi di successione 



TESTO  (Mc 9,30-37)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». 

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».


COMMENTO

L’ignoranza interessata e un po’ pelosa dei discepoli di Gesù ci dovrebbe lasciare un senso di inquietudine obbligandoci a pensare se di quel silenzio anche noi siamo partecipi. Il Vangelo narra … “Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo”. Il non capire fa parte del limite umano e della fatica ad afferrare aspetti di un mistero che ci supera e che a volte ci lascia perplessi, ma quello che non dobbiamo imitare è il timore di procedere nel cammino e nel faticoso itinerario di approfondire il messaggio di salvezza di Gesù.

I discepoli intuiscono che nel loro maestro si raccoglievano le attese del popolo di Israele; lui era il prescelto, l’unto, letteralmente il crismato (o Cristo) , o detto in aramaico il Messia, ma non hanno il coraggio di spingersi più in là e non appena il linguaggio del maestro suona una musica un po’ dissonante rispetto ai sogni di una facile vittoria di un Cristo “superstar” inizia il silenzio ipo-crita, che si nasconde rispetto ad una scelta di discernimento chiara e consequenziale. I discepoli preferiscono non andare a fondo su cosa voglia dire morire e poi risuscitare, ed è così che essi, nonostante il fascino di quell’esperienza umana, di quella persona che indubbiamente colpisce nel profondo il loro cuore, non procedono in avanti, non domandano più.
Un silenzio che non si interroga, che non cerca verità diventa poi un silenzio che oltre tutto nasconde la verità, anche quella nota e lampante. I discepoli non capiscono, ma anche non vogliono capire e neppure rispondono alla domanda di Gesù. «Di che cosa stavate discutendo per la strada?»

Dovremmo sentirci molto vicina la lentezza e la durezza di cuore dei discepoli di Gesù. Non si può rimanere indifferenti rispetto alla personalità di Gesù, al suo carisma, ad un messaggio così cristallino e Alto, e allo stesso tempo così umano e rispondente alla sete del cuore dell’uomo. Il problema è che poi non si ha il coraggio di approfondirne l’esperienza e allora Gesù resta un grande personaggio della storia ma non diventa una persona viva. 

Cosa vuol dire anche per noi che Gesù si è consegnato agli uomini, è morto ed è risuscitato? Cosa significa che il Cristo, il prescelto di Dio è venuto ultimo tra gli ultimi, come colui che serve, cioè che offre la vita per gli altri? Da ultimo, come può uno che si dice cristiano, cioè discepolo di Cristo, non porsi continuamente domande sulla propria fede, e sulle conseguenti scelte di vita? Noi rischiamo spesso di fare come i discepoli: ci diciamo cristiani fino a quando siamo d’accordo, salvo poi smarcarci senza approfondire le ragioni quando le cose ci sembrano assurde.

 Gesù ci chiede di accogliere e di saper morire alle nostre false religiosità, di cogliere il senso profondo del messaggio della croce che è un messaggio di altruismo e di dono di sé, perché al di fuori di questa concezione della fede in Cristo anche i rapporti fraterni rischiano di diventare rapporti di potere. Chi imiterà l’atteggiamento di Gesù, chi sarà disposto a morire pur di restare fedele all’amore del Padre che predilige i piccoli e gli esclusi, questi e non altri avrà il vero primato.