martedì 25 agosto 2015

Commento al vangelo della XXII Domenica del TO anno B; 30 agosto 2015



La via sicura del ritualismo


TESTO  ( Mc 7,1-8. 14-15. 21-23 )

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».


COMMENTO

Sarebbe così facile avere la certezza di servire Dio ed essere a lui accetti, compiendo dei semplici gesti di ossequio e di rispetto, non necessariamente tutti da capire nel loro significato totale ma quel giusto che basta per lasciarci la tranquillità e la certezza di essere in regola. Sarebbe facile ma soprattutto non sarebbe secondo la verità della nostra natura, quell’umano che il Signore è venuto a visitare per riportarlo nella sua dimensione più spirituale, più interiore e quindi più vera. Gesù chiede la devozione del cuore, cioè letteralmente di volgere il cuore verso Dio e verso il suo comandamento fondamentale che gli ebrei conoscevano bene, come dimostrò quel pio israelita che disse un giorno a Gesù: “hai ragione maestro: amare Dio con tutto il cuore, l’anima e le forze … vale più di tutti i sacrifici e gli olocausti”.

Quei farisei e scribi avevano alla loro portata la conoscenza dell’essenziale, ma preferivano attaccarsi a dei riti e per il resto cullarsi nel loro prestigio e nel loro potere. Come è frequente anche oggi il ritualismo di chi pensa di servire il Signore solo con delle pratiche, assolvendo dei compiti, obbedendo a dei precetti anche minimi; e ciascuno magari si sceglie la propria liturgia, cioè quella serie di osservanze che mettono più o meno la coscienza a posto, o quanto meno a tacere. 

Gesù chiede non una purità legale o formale ma la purità del cuore; le impurità e in generale ciò che ci rende inadeguati di fronte alla Maestà di Dio non sono né cibi, né le cose che vengono da fuori ma le intenzioni formulate all’interno della nostra coscienza, e che poi certo, a volte , si concretizzano in comportamenti esteriori sbagliati.

Come è diverso il peso che le osservanze rituali hanno nell’approccio dei farisei e in quello proposto da Gesù: nei primi l’osservanza sembra essere la causa della propria giustizia e della propria purità; nell’insegnamento di Gesù e nei riti che lui comanda di fare ( pensiamo all’ultima cena ) l’osservanza serve piuttosto ad accogliere una giustizia che non è nostra ma che è tutta sua. Qui la tradizione non è un feticcio o un gesto magico ma la forma comunitaria e orante con cui si riconosce la causa prima di ogni bene, che è la presenza di Gesù stesso salvatore nella nostra vita.

giovedì 20 agosto 2015

Commento al Vangelo della XXI Domenica del Tempo Ordinario; 23 agosto 2015



Gesù, la via del Padre


TESTO ( Gv 6,60-69 )

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». 
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».



COMMENTO

Nutrirsi della carne di Gesù, credere che il suo corpo sia il cibo necessario per entrare nella vita eterna; si direbbe “cose da non credere” ma Gesù ci risponde che nessuno può andare a Lui e credere in Lui se non gli è concesso da Dio Padre. 

Se dobbiamo dare per scontata tale concessione, cioè la volontà di Dio riguardo la salvezza di tutti gli uomini, dal primo all’ultimo, il problema dell’accoglienza o del rifiuto dell’invito del Padre è situato al nostro livello, alla nostra capacità di lasciarci guidare dalla sua parola, dalla sua provvidenza, e in definitiva dal suo amore paterno che è manifesto nella perfezione della creazione, nelle parole e opere di sapienza che tanti profeti hanno trasmesso lunghi i secoli, e ultimamente nelle stesse opere di Gesù.
Tutti hanno ricevuto il dono della fede, ciascuno di noi è chiamato a riconoscere come veritieri le parole e i gesti di auto-rivelazione Gesù, ma tutto presuppone da parte di noi uomini uno sguardo puro sul mondo e sulla storia, una purezza frutto dell’umiltà e del riconoscimento della nostra creaturalità, dei nostri limiti.

La nostra coscienza ha una capacità intuitiva di cogliere la verità della parola del Vangelo perché essa ci trasmette lo spirito, la vita di Dio. Gesù stesso disse 
 le opere che il Padre mi ha date da compiere, quelle stesse opere che faccio, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.  (Gv 5,36)
Una testimonianza quindi oggettiva, alla portata di tutti, aperta e decifrabile da ogni cuore, a condizione che nel cuore ci sia la ricerca sincera della Verità, del Bene, dell’Assoluto, in poche parole di Dio. Altrimenti diventano vere le parole della severa ammonizione di Gesù ai farisei…
Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?  (Gv 5,44).

Farisei di ieri e di oggi: persone che usano l’ambiente religioso per cercare la gloria propria, per avere un proprio palcoscenico in cui essere protagonisti e ritagliarsi una posizione da leader. La parola di Gesù è dura per chi non capisce che la volontà di Dio è invece donare la vita, essere capaci di vivere l’amore nella carne, fino al dono totale di sé stessi.

venerdì 14 agosto 2015

Commento al Vangelo della XX Dom del TO anno B; 16 agosto 2015



COME IL TRALCIO E LA VITE


TESTO   ( Gv 6, 51-58 )

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


COMMENTO

La necessità del mangiare il pane del cielo, la carne del figlio dell’uomo è ribadita da Gesù talmente tante volte che è da prendere certamente nel senso proprio dell’espressione: se vogliamo oltrepassare la soglia della vita terrena e approdare a quella eterna abbiamo bisogno di un nutrimento del tutto speciale, di un cibo che viene da Dio stesso , o come si dice spesso nella Scrittura  dal Cielo, cioè dell’Eucaristia.

 Questo restando vero, c’è un significato anche spirituale e altrettanto concreto che non esclude ma si aggiunge a quello più materiale. Mangiare la sua carne , significa anche mettersi in profonda comunione e sintonia con lui, accogliere la sua persona, riconoscere in lui, Gesù di Nazaret il figlio di Dio, e di conseguenza vivere e agire secondo quello che lui ci ha insegnato e secondo lo stile di vita da lui stesso incarnato.

Nel capitolo 4 sempre del vangelo di Giovanni, Gesù dichiara ai suoi discepoli di avere un cibo che loro non conoscono e che consiste nel fare la volontà di Colui che lo ha mandato. 
Anche noi siamo chiamati ad imitare la scelta di Gesù, di fare la volontà di Dio Padre e per fare questo, data anche la nostra limitatezza e fragilità, ci occorre un profondo ed intimo legame con Gesù. L’ affermazione “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” evoca proprio  il realizzarsi di una  comunione spirituale ed esistenziale che rende possibile proseguire il cammino della volontà di Dio in tutti gli ambiti della nostra esistenza: ecclesiale, civile e professionale.

Il gesto del mangiare il corpo di Cristo, il sacramento dell’Eucaristia, non sarà quindi un gesto meccanico e magico ma il segno di una scelta di vita, di una esistenza orientata a Cristo, vissuta per lui.

“Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”.  
Questo significa che chi sceglie di nutrirsi di questo cibo, da una parte deve aver già scelto di percorrere lo stesso itinerario di Gesù, ma dall’altra significa anche che chi si ciba della carne di Cristo avrà forza e pienezza di vita e vivrà, grazie a Lui e alla sua forza divina, per la vita eterna!

domenica 2 agosto 2015

Commento al Vangelo della XIX Dom del TO anno B; 9 agosto 2015



Oltre l’incarnazione


TESTO  ( Gv 6, 41-51)  

41 Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». 42 E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
43 Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. 44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 
47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita.
 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 
51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. 
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».


COMMENTO

Se anche il Signore Dio si fosse fatto uomo senza null’altro fare, semplicemente  morendo di vecchiaia, probabilmente ciò sarebbe bastato per la nostra salvezza. E se in aggiunta a questo il Signore Gesù avesse dato la vita per noi in croce senza null’altro fare, questo sarebbe bastato per la nostra salvezza.

Ma l’amore infinito di Dio è andato al di là di ciò che poteva bastare;  in Cristo ha sovrabbondato , cioè è andato oltre la misura necessaria rendendo permanente il sacrificio della sua vita donata in croce,  proprio nel Sacramento dell’Eucaristia. 

San Francesco d’Assisi colse in profondo questo prolungamento permanente della discesa dell’incarnazione di Dio con queste parole: 
“ Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine;  ogni giorno viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre (Gv 1,18; 6,38) sopra l’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora si mostra a noi nel pane consacrato ( I Ammonizione ). 

La  carne che Gesù ci da’ per la vita eterna è allora sì un pane concreto, ma anzitutto un cibo spirituale, meglio ancora come ascolteremo nel Vangelo di Domenica prossima, un corpo spirituale che alimenta la nostra fede perché solo chi crede “ha la vita eterna”, solo chi crede in Cristo Gesù mandato a noi nella carne per la nostra salvezza può rispondere alla chiamata del Padre che ci attira a lui.

mercoledì 29 luglio 2015

Commento al Vangelo XVIII Domenica TO anno B; 2 agosto 2015



L’alimento della nostra esistenza


TESTO  ( Gv 6,24-35 )

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». 
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».


COMMENTO

Nell’incontro con la donna samaritana, raccontato da Giovanni appena due capitoli prima, Gesù aveva detto: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” ( Gv 4,34 ). In effetti veramente Gesù vive della volontà del Padre che lo ha mandato, e inviato nel mondo a compiere la grande opera della salvezza umana. Proprio questo è il suo “cibo” quotidiano: vivere totalmente rivolto verso il Padre , poiché è “uscito” dal Padre e al Padre “va”, sapendo che il Padre “gli ha dato in mano ogni cosa”, nello specifico il destino dell’umanità. 

A partire da questo precedente, le parole di Gesù sulla necessità di procurarsi non il cibo che perisce ma quello che rimane per la vita eterna provocano la domanda: “cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?” 
Sarebbe a dire: “quale deve essere il nostro atteggiamento quotidiano, quale deve essere lo stile di fondo della nostra vita spirituale per poter essere graditi a Dio, per accedere alla vita eterna di cui tu ci stai parlando?”
Gesù risponde che l’opera di Dio è credere in colui che egli ha mandato, cioè in lui che sta parlando dinanzi a loro, perché lui è il pane disceso dal cielo, il nutrimento per la fame di vita che abbiamo nei nostri cuori. 

In una spiritualità ebraica a volte molto sbilanciata sulla precettistica, cioè sull’osservanza di molteplici norme di purità rituale e religiosa, Gesù introduce il criterio fondante del nuovo modo di fare veramente e opere di Dio: credere, abbandonarsi in Lui, credere al suo figlio Gesù, volto della sua divina misericordia, lui che solo può saziare le nostre domande di senso, di libertà, e orientare le nostre ricerche di felicità e di giustizia laddove lo sguardo umano e le prospettive umane da sole non potrebbero mai arrivare. Per questo San Francesco d’Assisi un giorno disse 
” mio Dio, mio tutto”. 

Non si tratta di disprezzare la vita del mondo, ma di orientarla nella direzione che l’amore di Dio Padre ci indica, di condurla in quei verdi pascoli ,  dove Gesù nostro pane di vita, via verità e vita potrà sempre prenderci per mano e saziare e sfamare in eterno il nostro innato bisogno di felicità. Pace e Bene


giovedì 23 luglio 2015

Commento al Vangelo della XVII Domenica TO anno B; 26 luglio 2015




NON SEMPRE TUTTO VIENE SOLO DAL CIELO


TESTO ( Gv 6, 1- 15 )

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.


COMMENTO

Era ai tempi del grande esodo, l’Esodo con la maiuscola, che come pane dal cielo la manna veniva donata agli israeliti durante il cammino  in fuga dall’Egitto, direzione Palestina - terra promessa. Il loro mormorio lamentoso e nostalgico del pane mangiato pur nella schiavitù trovò una risposta immediata e sorprendente perché potessero vedere “… la Gloria del Signore “. 

Nell’episodio della  moltiplicazione dei pani e dei pesci ci sono richiami molto palesi all’antefatto di mille anni prima: la grande folla in cammino ad esempio, al seguito di Gesù nuovo Mosè, nuovo traghettatore verso la terra promessa, richiamata da quel dettaglio apparentemente inutile … “c’era molta erba in quel luogo”; e poi la vicinanza temporale della Pasqua che appunto celebrava il passaggio nel mar Rosso dalla schiavitù alla libertà. Il dettaglio nuovo è che qui il pane che sfama la folla NON scende dal cielo ma dalle mani di un generoso, forse ingenuo ragazzo:  «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Proprio quello che ci vuole per vedere le meraviglie del Signore: un po’ di santa ingenuità. Proviamo ad immaginare i rimproveri che avrà ricevuto dai suoi familiari per aver messo a disposizione di circa ventimila persone (5 mila uomini poteva voler dire in media una donna e due bambini appresso per ognuno ) quei cinque pani e due pesci. Cosa ne sarebbe rimasto per lui e per la sua famiglia? La carità deve essere così: non troppo  calcolante né troppo programmatrice, perché ognuno è chiamato a dare quello che ha in quel momento.

Solo in questa carità così libera e fresca può intervenire la potenza di Gesù. Gesù moltiplica perché ringrazia a nome di tutti per quel poco cibo ricevuto in dono di condivisione. Dire Grazie, sempre e comunque, è la parola che moltiplica la Provvidenza di Dio, perché non ci sarà mai scarsezza troppo grande per chi è capace di dividere insieme ( = con dividere ) e di ringraziare, perché la condivisione  scioglie i cuori aprendo le mani e facendo diventare sovrabbondante per tutti il poco di ognuno. 

Perché il miracolo di Gesù non potrebbe essere stato a partire da quel grazie detto con il cuore per i pochi pani e pesci ricevuti, suscitare uno scatto di generosità in tutta quella folla? Perché non pensare che come un effetto domino anche altri abbiano tirato fuori dalle loro bisacce quel cibo , forse appena sufficiente per sé e per altre due – tre persone al massimo ma che nell’insieme divenne addirittura troppo. 

Da questo gesto di Gesù abbiamo molto da imparare anche per questi tempi di cosiddetta crisi economica. Non aspettiamoci soluzioni dal Cielo, quanto meno non solo. Diciamo grazie al Padre per quello che abbiamo e condividiamo con coraggio, perché da Gesù in poi la manna del cielo passa per le mani generose, coraggiose e sognatrici di chi sa aprire il cuore.

domenica 12 luglio 2015

Commento al Vangelo della XVI Domenica del TO anno B; 19 luglio 2015



Il respiro della missione


TESTO  ( Mc 6,30-34 )

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.


COMMENTO

Gli apostoli inviati da Gesù, lo abbiamo ascoltato nel Vangelo di Domenica scorsa, “scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano” e il successo di questo primo invio missionario dovette essere così grande che al loro ritorno il Maestro li invita a andare con lui in disparte per riposarsi un po’. La missione in nome e per conto di Gesù anche nei tempi successivi e in tutta la vita della chiesa non potrà sussistere senza il tempo del riposo e dell’intimità divina. 

Anche Madre Teresa di Calcutta molto più recentemente, incontrando un cardinale ebbe a dire: “ senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri! “. Colui che ha desiderio di trasmettere la Buona Notizia del Regno di Dio, di trasmettere l’amore di Gesù è obbligato a ritornare quanto più spesso alla sua stessa persona, al contatto con la fonte, “ … Venite in disparte, voi soli.”
C’è come un respiro nella vita del discepolo-missionario, andare e poi ritornare, andare incontro alle sofferenze della gente e poi tornare in disparte con il Maestro, donare la propria vita, il proprio tempo  e poi ritrovare il tempo del silenzio e del deserto per attingere alla fonte della misericordia, della compassione.

Nonostante il pressante invito rivolto ai discepoli, Gesù però sembra essere il primo a cedere alla richiesta della folla, mosso a compassione da quegli uomini smarriti come pecore senza pastore, che forse avevano finalmente trovato in lui un giusto orientamento di vita e delle loro scelte.
Gesù si lascia muovere a compassione, perché egli non smette mai di amare, per lui il riposo è vivere continuamente nell’amore di Dio che vuole incontrare la nostra umanità sofferente e disorientata. 

Papa Francesco ha ricordato recentemente che “Solo l’amore dà riposo. Ciò che non si ama, stanca male, e alla lunga stanca peggio.”
In questo tempo di ferie le parole di Gesù sono da accogliere in un ambito ben più ampio di quello strettamente missionario dei dodici apostoli: la fatica che facciamo è spesso più la conseguenza della pesantezza del cuore con cui viviamo i nostri impegni, lavorativi o familiari. 

Il riposo che ci fa bene è certamente il riposo fisico, mentale ma anche è soprattutto il ritorno alla ragione profonda, al perché del nostro impegno educativo, sociale,  professionale, quel ritorno alla voce della nostra coscienza dove il Signore ci parla chiedendoci di vivere e fare ogni cosa per amor suo come fosse per lui. San Paolo così ci esorta: “E' Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni: fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici … ” (Fil 2,13-14)