giovedì 27 novembre 2014

Commento al Vangelo della I Domenica di Avvento, anno B; 30 novembre 2014




BEATI GLI INSONNI 



TESTO (Mc 13, 33-37)

State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E' come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».


COMMENTO

Non si sa più se la percepiamo o no come una bella notizia, ma in ogni caso il Signore un giorno tornerà. Non si può fare il conto alla rovescia  ma l’oggetto dell’attesa è certo, più certo di ogni altro avvenimento della storia. Non ci resta che vegliare.

Ciascuno ha  “il suo posto” e ciascuno deve perseverare nel servizio affidatogli, e noi sappiamo che questa casa che il Padrone affida temporaneamente ai suoi servitori è la casa del Regno di Dio, la casa dove deve regnare l’amore e la pace devono regnare, grazie e tramite noi, che abbiamo lo spirito di Cristo. Ognuno di noi ha l’incarico di vivere e lavorare per il bene di tutti, perché questo ci chiede il Signore: edificare il Regno dell’amore nell'attesa del suo ritorno. 

Non si può pensare di essere a servizio di questo Regno pensando solamente al proprio portafoglio e vivendo solo per il lavoro e per la sicurezza economica della propria famiglia.  Bisogna uscire dallo schema “lavoro-guadagno-pago-pretendo” per essere discepoli di Cristo, e mettere la nostra vita a servizio degli altri, in modo gratuito.

La vigilanza è un atteggiamento di discernimento continuo tra il bene e il male, perché se c’è il male che fa’ rumore e notizia, c’è anche il male strisciante che si insinua silenziosamente nelle coscienze e che a piccoli passi allontana dall'Amore. A furia di dire “Che male c’è?” si va lontano, ci si chiude in se stessi, ci si addormenta e non ci si indigna più di niente. Il Signore lo dice anche a noi: “vegliate!”

martedì 18 novembre 2014

Commento al Vangelo della Domenica XXXIV. Cristo Re




MOMENTI DI GLORIA 



TESTO (Mt 25,31-46)  

31 Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.32 E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,33 e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.34 Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.37 Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?38 Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?39 E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.41 Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.42 Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;43 ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.44 Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?45 Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me.46 E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».


COMMENTO

La parabola delle dieci vergini , la parabola dei talenti, infine la descrizione del giudizio universale: il Gesù del Vangelo di Matteo mette in serie tre messaggi che sono lì a specificare e circostanziare sempre meglio le sue ultime volontà prima dell’inizio della Passione. Un vero e proprio itinerario di salvezza.

Primo passaggio: Gesù ci invita a vegliare nell’attesa dello sposo perché è lui l’oggetto della nostra speranza e al tempo stesso il soggetto della nostra salvezza.
 Secondo: la nostra vigilanza non potrà essere passiva ma operosa e intraprendente desiderio di moltiplicare i doni di Grazia che il Signore ci affida, perché i talenti non sono fatti per essere sotterrati ma per essere donati e quindi incrementati. 
Terzo e ultimo passaggio: cosa sono i talenti, cosa vuol dire impiegare i talenti, farli fruttare? Essi sono i semi del Regno di Dio che il Signore ci mette nel cuore, semi d’amore che devono trovare terreno fertile per rendere ore il trenta , ora il cinquanta, ora il cento per uno. Il terreno fertile è il cuore di ciascuno di noi, ma anche il terreno di tanta umanità spesso sofferente, abbandonata, dimenticata. Se saremo capaci di “fare misericordia” come fece Francesco d’Assisi con il lebbroso, allora i talenti d’amore ricevuti gratuitamente ( cioè gratis ) dal Signore faranno frutto nel cuore di quei fratelli che capiranno in modo più che mai eloquente che anche per loro è giunto il Regno di Dio. 

Il nuovo umanesimo portato da Cristo non è un fatto anzitutto intellettuale, filosofico, ma primariamente spirituale, un nuovo modo di impostare le relazioni umane, in un’attenzione privilegiata ai più deboli e fragili. In una mentalità e cultura contemporanea centrata sulla massimizzazione del profitto, Gesù ci chiede, facendolo lui per primo, di massimizzare l’attenzione agli ultimi. Solo la pratica di una carità cristiana fattiva e concreta potrà cambiare la mentalità e le culture dei popoli, instaurando già fin d’ora il primato dell’amore, della compassione, cioè il regno dell’amore Dio. Altrimenti anche la chiesa diventa un clan, come dice Papa Francesco, un microclima ecclesiastico in cui senza il respiro dei poveri in cui Gesù è presente, si finisce per morire d’asfissia nelle piccinerie parrocchiali o nelle mafie movimentiste.

Madre Teresa di Calcutta diceva che ogni sera dovremmo farci un esame di coscienza guardandoci il palmo delle mani. Cosa hanno fatto queste mani? Chi hanno servito, a cosa sono servite? Per chi hanno lavorato? Cosa hanno toccato? Come hanno toccato?  Mi auguro che la meravigliosa semplicità di questo brano di Vangelo possa essere colta da gesti e momenti altrettanto semplici come quello suggerito da Madre Teresa. Per riflettere e per poi agire.

venerdì 14 novembre 2014

Commento al Vangelo della XXXIII Domenica del T.O. 16 novembre 2014



LASCIA O RADDOPPIA !


TESTO (Mt 25, 14-30)

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque.17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro.20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque.21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due.23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso;25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo.26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso;27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse.28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.



COMMENTO

La parabola che immediatamente precede quella di oggi è un’esortazione alla  vigilanza: si parla di dieci vergini di cui cinque sagge che presero olio per non far spegnere la propria lampada ed essere pronte all'arrivo dello Sposo. Quando si dice che certi treni passano una sola volta nella vita !  La parabola di oggi ci permette di fare un’aggiunta: questi treni sono diretti verso fuori, verso destinazioni non del tutto note, sono treni in uscita. La vigilanza a cui invitava Gesù con la parabola delle dieci vergini assume cioè una specificazione: essere vigilanti significa donare, impiegare i doni di Grazia che il Signore ci ha dato. Noi non abbiamo meritato niente, ma tutto abbiamo ricevuto. Se non vogliamo che questa dote deperisca tra le nostre mani, dobbiamo dunque impiegarla, trafficarla, spenderla. Cosa significhi impiegare i talenti lo capiremo ancora meglio Domenica prossima quando il Signore ci parlerà del giudizio universale. “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.” Potrà sembrare un po’ severo ci l’atteggiamento di Gesù, ma severo non è: nella vigna del Signore o si da tutto e si raddoppia oppure non si raccoglie niente e si perde tutto. Istintivamente avessi ricevuto io i 5 talenti, avrei diversificato il rischio: avrei messo due o tre talenti in Banca e gli altri me li sarei imboscati da qualche parte. Le parabole di Gesù hanno sempre qualcosa di paradossale perché Gesù vuole scardinare i luoghi comuni, i pregiudizi, e soprattutto delle mentalità religiose meschine, come quella di una ricerca egoistica della propria salvezza, indipendentemente dalla relazione con l’altro. 
I talenti sono tutti i pezzi che il Signore ci affida per il nuovo mondo da costruire, tutti i doni di Grazia che dobbiamo impiegare per edificare il Regno di Dio. Ma la Grazia non può essere conservata, la si può solo ricevere e donare . I doni del Signore sono fatti per restare tali: un dono. Annunciare la beatitudine del dono di sé mi sembra veramente un’opera missionaria basilare, perché ho constatato, soprattutto quando ero missionario in Africa, che fino a quando si lavora sulla promozione sociale, culturale o sanitaria, si trovano facilmente finanziatori e orecchie ben disposte ad ascoltarti. Quando incominci a parlare della logica del dono e della gratuità e a dire che Gesù si è rivelato pienamente sulla croce e che i suoi discepoli devono seguire i suoi passi, allora gli entusiasmi si calmano. Chi ti vorrebbe dare una mano pensa che l’annuncio esplicito del vangelo delle beatitudini non sia poi così centrale, e chi ti ascolta sarà tentato di “cambiare parrocchia”.

martedì 4 novembre 2014

Commento al Vangelo di Domenica 9 novembre 2014, Dedicazione della Basilica lateranense.




Chiesa e brutti tentativi di imitazione



TESTO ( Gv 2, 13-22 )

13 Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 14 Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». 17 I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. 18 Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». 19 Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». 20 Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». 21 Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 22 Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.


COMMENTO

Il Vangelo ci presenta le pesanti parole accompagnate da gesti altrettanto forti, sebbene non violenti che Gesù proclama per dichiarare: primo, l’abuso dello spazio sacro che diventa occasione di commercio. Secondo, quel tempio di Gerusalemme luogo sacro della presenza di Dio per la spiritualità ebraica verrà totalmente sostituito dal nuovo tempio: il corpo dello stesso Gesù, costituito Cristo mediante la risurrezione avvenuta appunto tre giorni dopo “la distruzione” della crocifissione. Questo corpo è vivo nella Chiesa di cui noi cristiani siamo membra vive e di cui il Cristo è il Capo, in un legame organico dove ognuno è parte del tutto, e vive della vita che il capo trasmette a tutti.

Così si esprime Papa Francesco: “L’immagine del corpo non vuole ridurre il credente a semplice parte di un tutto anonimo, a mero elemento di un grande ingranaggio, ma sottolinea piuttosto l’unione vitale di Cristo con i credenti e di tutti i credenti tra loro (cfr Rm 12,4-5). I cristiani sono "uno" (cfr Gal 3,28), senza perdere la loro individualità, e nel servizio agli altri ognuno guadagna fino in fondo il proprio essere” ( Lumen Fidei 22 ).
Per noi cristiani del mondo occidentale sembra ormai molto difficile avere questo senso di legame profondo e spirituale tra noi, accecati da un crescente individualismo e da un atteggiamento di autonomia e auto sufficienza che indurisce i cuori e ci allontana gli uni dagli altri. 

Questo scarso senso di chiesa come unità organica e vitale fondata su Cristo crea le tante distorsioni e svisamenti in cui si ritrovavano anche i cambia valute e i commercianti del tempio.  Non si fa forse ancora oggi commercio nel tempio-corpo del Signore che è la Chiesa? Quando certe forme di associazionismo cattolico diventano taciti accordi di reciproco scambio di favori, di favoritismi offensivi della giustizia, di privilegi concessi con l’aspettativa di futuri contraccambi, e tutto questo avviene discriminando chi invece sarebbe più meritevole o più legittimato a certi opportunità; tutto questo non è ugualmente fare della casa del Padre un luogo di mercato? 

La santa povertà e più ancora la santa umiltà di nostro Signore Gesù Cristo che è venuto per servire e non per essere servito ci richiama il cuore dell’esperienza cristiana e quindi ecclesiale: nella Chiesa servire significa dare la vita per i fratelli, e non servirsi dei fratelli per le proprie scalate sociali o di prestigio, fossero anche con l’etichetta cristiana. Troppo frequente è ancora il fenomeno di inopportuni protagonismi che trovano nell'ambiente ecclesiale il palcoscenico adatto per prendere corpo. Mi piace ricordare invece il sogno che Papa Innocenzo III fece, secondo le Fonti Francescane, dopo l’incontro con Francesco d’Assisi. Egli sognò la Basilica del Laterano diroccata e pericolante con il santo poverello sotto a sostenerla. Francesco e la sua scelta di minorità ci ricordino sempre che la Chiesa si ricostruisce nell'esperienza del dono di sé e che tale riedificazione è sempre possibile, a partire da me, dalla mia conversione. I nemici più pericolosi della Chiesa sono sempre all'interno, mai fuori.   

mercoledì 29 ottobre 2014

Commento Vangelo della commemorazione dei defunti; 2 novembre 2014



Un gancio dal Cielo


TESTO ( Gv 6,37-40 )

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. 
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

COMMENTO

In questa Domenica 2 novembre tutte le letture fanno centro sull’annuncio, sulla buona notizia della vita eterna , della vittoria  della vita sulla morte.
In questo testo del Vangelo di Giovanni Gesù, dopo aver moltiplicato pane e pesci   e sfamato oltre cinquemila uomini , si proclama come l’inviato di Dio Padre: inviato per compiere la sua volontà  e raccogliere un’umanità persa e dispersa. Ecco perché egli si proclama anche come il buon pastore venuto a radunare le pecore disperse. Gesù dirà infatti più tardi: “io e il Padre siamo una cosa sola” ( Gv 10,30 ). Questa unità non è più solo sul piano divino , ma si cala nella nostra umanità perché il Figlio Gesù ha preso le nostre sembianze, le nostre debolezze, le conseguenze dei nostri peccati. In questo eterno abbraccio tra il Padre e il Figlio, tutto ciò che appartiene alla fragilità della nostra natura assunta dal Figlio viene bruciato dal fuoco dello Spirito, dall'eterno amore che unisce il Padre e il Figlio, da quell'eccesso di amore vissuto sulla croce sul Golgota. 

Nessuno che si avvicina con fede al mistero del Figlio Gesù può sfuggire alla sua forza di salvezza, a questo fuoco d’amore che lega Gesù al Padre: l’amore per il quale Gesù ci è stato donato come mediatore e espiatore dei nostri peccati, e l’amore per il quale Gesù si è donato al Padre per portare tutti noi nella vita eterna. 

La risurrezione nell'ultimo giorno è difatti l’esito finale della vittoria di Cristo, e anche della nostra vittoria se avremo fiducia in Lui, abbracciando tutta intera la realtà della sua persona: se ci affideremo a Lui con perseveranza, se ci nutriremo del suo corpo-cibo di vita eterna, se vivremo il suo stesso stile di vita improntato alla gratuità e al dono.

La nostra speranza è proprio questa: nel ciclo quotidiano di giorni e notti, arriverà un giorno, l’ultimo appunto, in cui il sole non tramonterà più; ci sarà un giorno senza tramonto, il giorno di Cristo, in cui la sua luce trionferà e per tutti coloro che in Lui hanno sperato non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” ( Ap 21,4 ).

mercoledì 22 ottobre 2014

Commento al Vangelo della XXX Dom TO anno A; 26 ottobre 2014



Prendi due, Uno paga.


TESTO (Mt 22, 34-40)

Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:36 «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».37 Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


COMMENTO

Il dottore della legge domanda un comandamento, il comandamento più importante, quello che veramente fonda tutti gli altri. Gesù ne da due, e non può fare a meno di rispondere così  proponendo due comandamenti che si rassomigliano a tal punto da essere una cosa sola.
San Giovanni nella sua prima lettera ce lo fa capire altrettanto chiaramente:
 "Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore ….  Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi". (1Gv 4, 7- 12)  

La croce di Gesù è la spiegazione e l’esegesi più completa dell’amore che è Dio. Lui ci ha amato da morire. Se noi diciamo di amare Dio dobbiamo ri-trasmettere quello che abbiamo ricevuto, altrimenti  diciamo frottole, a noi stessi anzitutto.

"Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede". (1 Gv 4, 19 ).
Chi ha l’amore di Dio nel cuore fa tutto per amore. Chi non vive nell’amore di Dio, farà tutto per un tornaconto personale, anche si trattasse del gesto, in se stesso, più generoso e altruistico. 

Se la croce di Cristo è l’esegesi e la spiegazione più precisa del comandamento dell’amore, l’incarnazione è il presupposto della perfetta somiglianza di questi due precetti. Da quando Dio ha assunto un volto e una natura umana, ogni uomo,  specialmente  quello più fragile e sofferente, è diventato immagine del Cristo sofferente. Per questo dice Gesù: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me” ( Mt 25,40 ). 

Quello che vivo con il fratello più vicino , il prossimo,  dice la verità di ciò che sto vivendo con Dio. Non a caso San Francesco d’Assisi testava la sincerità della vocazione dei suoi primi frati mandandoli ad assistere i lebbrosi. In effetti  senza radicamento  nella croce di Cristo, il fratello non è più il termine della donazione, di una carità totale, ma piuttosto strumento per andare oltre, per passare oltre, diventa una stazione di transito per raggiungere , a volte in modo molto subdolo, fini esclusivamente personali. Il fratello che mi vive accanto è dunque un esame di coscienza permanente.  

lunedì 13 ottobre 2014

Commento al Vangelo della XXIX Domenica del TO, anno A; 19 ottobre 2014



Non Sempre L’evasione Fiscale È Peccato 


TESTO
( Mt 22, 15 – 22)

Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono.


COMMENTO

La domanda dei discepoli dei farisei e degli erodiani  è veramente attuale: “ siamo obbligati a pagare le tasse? ”. Non conosciamo precisamente il livello di pressione fiscale dell’impero romano del tempo, ma sicuramente il pagamento delle imposte era cosa odiosa non meno di adesso, e non meno di adesso ognuno cercava e riusciva a evadere il fisco.

Per di più Gesù si trova davanti come interlocutori i rappresentanti di due opposte tendenze del mondo giudaico: i farisei, che si reclamavano ad un’austera purezza libera da ogni contagio e contatto col potere politico romano pagano, e gli erodiani che al contrario erano collaborazionisti con l’autorità imperiale.

Gesù tuttavia non si lascia intimorire perché, in base alle stesse parole di chi lo interpella, è veritiero,  insegna la via di Dio secondo verità e non ha soggezione di nessuno, perché non guarda in faccia ad alcuno. Ma questo non è segno di disprezzo degli uomini ma piuttosto sintomo del suo essere totalmente  rivolto al volto del Padre, della sua totale disposizione a  fare, anzitutto, la volontà di Dio. Proprio questa sua capacità di porsi di fronte a Dio nella verità lo rende pienamente  libero di fronte agli uomini. La storia di questi 20 secoli di cristianesimo d’altronde ce lo conferma: chi sa stare in ginocchio davanti a Dio è capace di restare sempre in piedi di fronte agli uomini. 

Come è diverso l’atteggiamento di quegli scribi che, interrogati sulla loro opinione riguardo l’autorità di Giovanni Battista, cominciarono a fare i conti con le possibili reazioni della folla e di Gesù ; talmente preoccupati delle critiche di chi  li ascoltava che preferirono tacere. Questa per altro è proprio l’ipocrisia di chi cerca prima la gloria e il consenso degli uomini e non la Verità con la “V” maiuscola. Gesù da uomo veramente libero non può disprezzare la concreta espressione dell’autorità politica, in quanto essa è la logica conseguenza del naturale tentativo dell’uomo di associarsi, di collaborare e di vivere insieme, ma antepone a tutto questo il rispetto dell’autorità di Dio.

Dare a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare significa proprio  tenere le cose al loro posto e secondo il loro ordine. Sganciare una qualsiasi autorità umana dal riferimento divino può portare all’idolatria e all’odio: alla totale anarchia e rifiuto di ogni regola civile da una parte, o al contrario all’impropria identificazione tra autorità divina e civile, come di fatto avveniva a quel tempo e che tante persecuzioni portò ai primi cristiani. 

La convivenza umana esige l'esercizio da parte di qualcuno dell’autorità politica ma il cittadino cristiano vi resta obbligato entro i limiti del rispetto della dignità dell’uomo  che Dio gli ha dato. Pagare le tasse dunque è e resta un dovere morale, a condizione però che non metta a rischio la sopravvivenza dell’uomo, della famiglia, delle sue minimali esigenze di coprirsi, di un tetto e di alimentarsi. Prima l’autorità e il rispetto della legge di Dio e poi quella degli uomini.