Il tempo di Gesù e il tempo della Chiesa.
TESTO ( Mt 28, 12-16 )
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
COMMENTO
Volendo restare ancorati al testo del Vangelo leggiamo in esso quella necessaria premessa e promessa che rende l’Ascensione un evento bello, pieno di gioia e denso di speranza. Matteo nella sua narrazione infatti si ferma qualche istante prima della “dissolvenza” o Ascensione di Gesù dopo che “Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio”(Atti 1,3).
Gesù ha mantenuto la parola: prima della sua passione aveva promesso che dopo poco lo avrebbero rivisto, che distrutto il tempio del suo corpo in tre giorni lo avrebbe riedificato, e ancora appena risorto aveva dato appuntamento ai suoi discepoli in Galilea, tramite le donne accorse al sepolcro. Ecco perché le parole di Gesù dovettero sembrare salde come roccia, fondamento e certezza di una nuova fase della sua presenza in mezzo a noi.
“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra [...] Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Addirittura l’evangelista Luca che menziona esplicitamente l’Ascensione di Gesù ci testimonia che “essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia (Lc 24,52).
Il brano di Matteo certo ci lascia un po’ sospesi, ma d’altra parte è la giusta conclusione della testimonianza di un uomo che mentre scrive sta già assistendo al realizzarsi di quanto Gesù disse in quegli ultimi frangenti: “ … sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Matteo stava già assistendo al propagarsi in mezzo a tutti i popoli della Buona Notizia di Gesù morto e risorto per la nostra liberazione dal peccato, il diffondersi di una Chiesa spesso perseguitata, con dei contrasti di vedute anche al suo interno, ma proiettata verso il mondo in obbedienza al comando di Gesù. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo,”.
In quella chiesa così fortemente “in uscita”, così convinta di custodire un potenziale infinito di gioia da condividere, non doveva esserci tempo per angustiarsi più di tanto sul modo di celebrare i riti liturgici, sul modo di concepire la presenza di Gesù nelle specie eucaristiche, o sulle forme giuridiche con cui esprimere le relazioni intra-ecclesiali. Se anche oggi noi cristiani assumessimo un più deciso slancio missionario, certo perderemmo molto meno tempo e pazienza dietro a tante piccinerie da retro-sacrestia e i nostri consigli pastorali diveterebbero laboratori di idee per inedite imprese pastorali.
I discepoli dovettero tornare nella Galilea delle genti per vedere Gesù risorto. Anche noi dovremmo recuperare la voglia di andare presso le “genti lontane” per poter godere appieno della promessa di Gesù: “ … sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Ce lo ha promesso!
L’abito dei figli
Testo (cf Gv 14, 15-21)
Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Commento
La paternità di Dio che si manifesta nella creazione e ancor più nella seconda creazione, cioè la redenzione, è un atto d’amore senza fine, un respiro che non si esaurirà più; neppure alla fine del mondo. Noi tutti resteremo sempre figli suoi. La promessa di Gesù è degna di fede: ”Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi”. Proprio Gesù è colui che ristabilisce i “collegamenti” interrotti, colui che dal Padre è venuto per amore e al Padre ritorna per ristabilire da parte dell’uomo l’accoglienza a questo paterno amore, un’accoglienza perduta col peccato di Adamo e i peccati a seguire; una paternità quindi che non ci è stata mai tolta, ma che l’uomo da un certo momento in poi ha escluso dal panorama delle sue scelte. Gesù è venuto per mostrarci il volto misericordioso del Padre e ritorna al Padre per mostrare a Lui il volto accogliente e pentito di una umanità rinnovata, purificata e riconciliata.
Nell’attesa del suo ritorno Gesù implora per noi dal Padre la più bella consolazione, il dono dell’amore stesso. Nel Vangelo di Domenica scorsa Gesù si è definito la via, la verità, la vita: dunque lo spirito di verità è il suo stesso spirito, il suo stesso soffio d’amore, un soffio che lo ha sospinto verso di noi e che nel momento della sua morte rimetterà nelle mani del Padre. (“Padre nelle tue mani consegno il mio spirito” - Lc 23,45 -). Il grande Consolatore è un amore inossidabile, è l’amore divino, è la terza persona della Trinità, è l’amore “andata e ritorno”; il mondo non lo conosce perché non ha riconosciuto in Gesù l’inviato del Padre; il mondo che cerca se stesso non può comprendere il linguaggio del dono e della gratuità usato da Gesù.
E noi sotto quale paternità ci vogliamo mettere? Vogliamo vivere di questo amore o di qualcosa d’altro? Se fossimo coscienti che siamo stati fatti per saziarci dell’amore di Dio, come potremmo pensare di trovare dei sostitutivi a un amore così immenso? Quale altra consolazione il nostro cuore potrà trovare per rimpiazzare ciò che viene da Dio, che è immenso, infinito, sublime e che è Dio stesso? San Francesco inizia proprio così il Cantico di Frate Sole: “Altissimo, Onnipotente, Bon Signore, tue so’le laude , la Gloria l’Onore et omne benedictione. A te solo se konfanno o Altissimo, et nullo homo è digno te mentovare”.
Sotto quale paternità ci vogliamo mettere? In Benin quando c’è la morte di un papà tutti i vari figli provvedono a rintracciarsi e preparano per il giorno del funerale un abito dello stesso colore e tipo, in maniera tale da identificarsi chiaramente.
Questo mi fa riflettere sul fatto che anche noi dobbiamo scegliere un “habitus”, un comportamento che identifichi la nostra figliolanza. Per noi obbedire ai comandamenti di Gesù significa infatti scegliere di rientrare nel solco della sua figliolanza divina, scegliere il suo stesso itinerario, vivere la sua Grazia e della sua Grazia, cioè del suo amore. “Cristo Gesù patì per voi, lasciandovi un esempio, affinché ne seguiate le orme” – 1 Pt 2,21.
Una strada sicura
TESTO ( Gv 14, 1-12 )
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
COMMENTO
Leggendo il brano di questa Domenica ci si accorge che la fede non è semplicemente un’ attesa ma piuttosto un cammino, spesso tortuoso e impervio, dove ad ogni svolta si apre un’ulteriore parziale visione del luminoso destino finale, dove il Signore Gesù è già arrivato per riservarci un posto. Lungo questo cammino quindi non si può stare fermi, occorre mettere un passo dopo l’altro, ci sono cioè delle cose da fare, delle opere da compiere, le stesse che Gesù ci ha preparato e ci ha affidato, addirittura più grandi di quelle fatte da lui stesso.
Per arrivare alla casa del Padre, alla gioia finale del Paradiso bisogna infatti passare tramite Gesù, ma appunto il suo essere “via” significa che il suo modo di essere uomo è quello vero, quello che corrisponde al nostro innato desiderio di verità , di bontà, di felicità, di senso dell’esistere. Il tutto potrebbe essere riassunto dicendo che mentre Gesù ci viene incontro, noi dobbiamo andare incontro a Lui.
Tutto quello che era necessario per salvarci, lo ha già fatto Gesù; nel tempo presente il nostro compito è di accogliere e assumere su di noi questo destino di salvezza camminando verso Lui e vivendo nell’osservanza dei suoi comandamenti, potremmo dire della sua segnaletica stradale. Gesù è il nostro cammino ma nello stesso tempo è anche il nostro punto d’arrivo, la nostra destinazione, il “luogo” e la persona dove possiamo trovare la casa del Padre, cioè casa nostra. La fede è un cammino lungo il quale la vita di Cristo deve divenire pian piano anche la nostra, un cammino lungo il quale apprendere tutta la verità di ciò che sono.
Sarà bene ricordare che se Gesù è la via per tornare “a casa”, si tratta sempre e comunque di una “via crucis”. Come San Paolo dobbiamo dire (cf Col 1,24) “completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo”. L’esperienza di Gesù deve diventare anche mia esperienza personale e la sola cosa che “manca” alla realizzazione della mia salvezza è il mio “si” incondizionato alla sua volontà, un “si” detto con tutta la mia vita, anche nel dolore e nello sconforto, sapendo che dove c’è la croce sovrabbondano le consolazioni del Signore: la croce accolta per amore di Dio è l'unico luogo dove si può pregustare qui in terra la gioia del Paradiso.
San Pio da Pietrelcina è stato un uomo che ha sofferto moltissimo, eppure lui stesso diceva che sperimentava tali e tante consolazioni da parte del Signore che a volte si sentiva quasi sulla soglia del Paradiso. Per dare un nuovo “via” alla nostra esistenza faremmo bene ad accogliere la verità della vita che Cristo ci svela, e parte di tale verità è che la sofferenza esiste per tutti, è ineliminabile, ma se vissuta in unione al Signore Gesù crocifisso può diventare luogo di profonda intimità divina e inimmaginabili consolazioni.
La porta della gioia
TESTO (Gv 10,1-10)
1 «In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta nell'ovile delle pecore, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2 Ma colui che entra per la porta è il pastore delle pecore. 3 A lui apre il portinaio, e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. 4 Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5 Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei».
6 Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono quali fossero le cose che diceva loro. 7 Perciò Gesù di nuovo disse loro: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti quelli che sono venuti prima di me, sono stati ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta; se uno entra per me, sarà salvato, entrerà e uscirà, e troverà pastura. 10 Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.
COMMENTO
Noi conosciamo bene la forma che deve avere quell’unica porta che accede al recinto del gregge, la porta con la quale Gesù stesso si identifica: quella della croce. I farisei cercavano gloria l’uno dall’altro, cercavano di fare a tutti i costi proseliti (e Gesù dice che poi trovatone uno, erano capaci di renderlo pure peggio di loro) ma lo facevano più per affermare il loro prestigio che per la gloria di Dio. Chi è venuto dopo Gesù e in suo nome non è venuto per “rubare” ma per donare, meglio ancora, per donarsi e dare la propria vita per il gregge scegliendo di passare per la porta della croce.
Il segno più sicuro di credibilità di colui che pretende essere pastore o semplicemente educatore degli altri è il sacrificio di sé, sull’esempio di Gesù. Chi non accetta di perdere qualcosa, chi non accetta di rischiare un po’ della sua vita perdendosi per gli altri, rende palese la ricerca di fini personali ed egoistici, la ricerca dell’auto-affermazione attraverso una mera apparenza di dedizione al prossimo, la meschina ambizione di poter dire a se stesso: “… ma guardate quante pecore nel mio recinto! Sono o non sono un bravo pastore!?”
Un pastore che non sa soffrire per i propri fedeli, che non sa sopportare in silenzio l’incomprensione o l’ingratitudine del suo gregge, o anche un genitore che non accetta l’umiliazione dell’ironia nel proporre un’educazione contro-corrente, costui è un falso pastore come quelli di cui parlava il profeta Ezechiele: “Dice il Signore Dio: Guai ai pastori di Israele che pascono se stessi! […] Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge” (Ez 34,2-3).
Colui che si dona invece vuole solo che gli altri abbiano la vita, e la vita in abbondanza, cosicché ognuno “… entrerà, uscirà e troverà pascolo”. San Paolo direbbe: “Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24).
Che ognuno scelga la sua porta, ma quella che permette di accedere al cuore degli uomini è solo una: Cristo Gesù con il suo stile di vita, quello di chi non è venuto per essere servito e fare la propria volontà, ma per fare la volontà di Dio Padre, servire e dare la vita per gli altri.
LA PEDAGOGIA DELL’ASCOLTO
TESTO ( Lc 24, 13-35 )
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
COMMENTO
Un giornalista e fervente cattolico di Cotonou (Repubblica del Benin) , un giorno mi espresse la sua preoccupazione per i tanti battezzati che passavano o ritornavano nelle numerose sette esistenti. Tante persone si facevano battezzare e altrettante, a suo dire, ne uscivano. In quell’ambiente la sofferenza fisica, la penuria di mezzi per curarsi, la ricerca di benessere in effetti spinge spesso a delle scorciatoie di questo tipo nell’aspettativa di trovare la religione migliore e che aiuti meglio a risolvere i problemi più urgenti. Se è lecito domandarsi cosa siano venuti a cercare nella Chiesa di Cristo coloro che se ne distaccano così rapidamente, tuttavia da parte nostra occorrerà domandarsi se abbiamo saputo imitare la pedagogia del nostro Maestro così ben delineata nel racconto dei discepoli di Emmaus.
Quali mezzi e quanto tempo impieghiamo noi per impersonare quel Gesù risorto che si fa accanto a questi due uomini delusi in cammino verso Emmaus? Gesù ha fatto qualcosa di molto semplice: si è fatto raccontare la storia di quegli ultimi giorni, la storia di quegli straordinari eventi quale essi stessi l’avevano vissuta. Il Vangelo ci dice che i loro occhi non erano stati capaci di riconoscere Gesù, che avevano il volto triste, che fino a qualche momento prima avevano sperato che fosse stato proprio Gesù a liberare Israele. Gesù ascolta pazientemente e poi comincia a spiegare loro tutto ciò che nelle scritture lo riguardava, ed è così che il cuore dei due discepoli inizia a scaldarsi, i loro occhi tornano a vedere, fino alla sera quando lo riconoscono mentre spezza il pane.
Credo che questo brano sia meno un rimprovero dell’incredulità dei due discepoli delusi, per quanto Gesù li definisca “cuori senza intelligenza e lenti a credere”, e più un esempio per tutti noi cristiani, chiamati ad essere testimoni di Gesù. La verità ha bisogno di relazione per comunicarsi, ha bisogno di ascolto. Noi frati, preti e cristiani in genere impegnati nell’evangelizzazione, dovremmo imparare a predicare un minuto per ogni 10 minuti di ascolto. In Benin come in tutti i luoghi del mondo, immagino, l’annuncio cristiano ha bisogno di passare attraverso una relazione di amicizia, di comunione, di dialogo. La dimensione relazionale è di un’importanza cruciale.
Ce lo ricorda anche Papa Francesco nell’esortazione Evangilii Gaudium:
“127. Ora che la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario, c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti. È la predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa. […] 128. In questa predicazione, sempre rispettosa e gentile, il primo momento consiste in un dialogo personale, in cui l’altra persona si esprime e condivide le sue gioie, le sue speranze, le preoccupazioni per i suoi cari e tante cose che riempiono il suo cuore”.
DEDICATO AGLI INCREDULI … MARTIRI
TESTO ( Gv 20,19-31)
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi».
Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo;
a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
COMMENTO
Indubbiamente Tommaso detto Didimo (il gemello) è passato alla storia come colui che per credere ha avuto bisogno di vedere e di toccare, anche se il Vangelo non ci dice che di fatto Tommaso mise le sue dita sul costato di Gesù; e personalmente sono convinto che per fare quella mini professione di fede (‘Mio Signore e mio Dio’) gli fu sufficiente vedere Gesù quale gli si presentò davanti agli occhi.
Tommaso è lo stesso che alla notizia della morte di Lazzaro e di fronte all’insistenza di Gesù di tornare in Giudea per andarlo a ri-animare, accetta di condividere fino in fondo il destino di Lui e dichiara apertamente: ‘andiamo anche noi a morire con lui!’ ( cf Gv 11,16 ). Tommaso sarà pure un incredulo, ma un incredulo martire, uno che ha il cuore pieno di passione, che cerca onestamente delle ragioni umane per credere, che non teme di compromettersi con Gesù e che alla fine arde dal desiderio di vederlo, di toccarlo, perché troppo grande deve essere stato il sentimento suscitato dalla notizia “Abbiamo visto il Signore!” .
Non capita anche a noi, di fronte a una notizia meravigliosa, di reagire dicendo “non ci posso credere”?
Sarà per questa ragione, forse, che Gesù ha concesso il bis solo per lui, perché sapeva che la Grazia di quella nuova apparizione poteva non andare perduta. Se potesse servire veramente per aumentare la nostra fede, sono convinto che il Signore non risparmierebbe neppure a noi delle apparizioni straordinarie o dei segni strabilianti. Ma il Signore non sciupa le sua grazie. Ricordate il testo della parabola del povero Lazzaro e dell’uomo ricco (Lc 16,27-30)? “E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.
La nostra fede non ha bisogno di segni ulteriori, ma di leggere nel profondo i tanti segni che il Signore ci ha già dato, e di cominciare ad amare seriamente, Dio e i fratelli.
Il Signore Gesù non avrebbe alcun problema a trasformare le pietre in pani, ma se poi i cuori restano duri come pietra e incapaci di condividere il pane … quale giovamento per la vita eterna?
Una fede troppo curiosa, troppo tesa alla ricerca del sensazionale e del miracolo, una fede così non troverà mai segni sufficienti per credere. Se il cuore non è disposto a donare e a sacrificarsi, i segni rimangono sulla pelle, non toccheranno l’anima e non cambieranno la vita.
Chiediamo al Signore un supplemento di fede, ma nel frattempo “andiamo anche noi a morire con lui!’
L’ardire della fede
TESTO ( Gv 20, 1-10)
1 Il primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. 2 Allora corse verso Simon Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano messo».
3 Pietro e l'altro discepolo uscirono dunque e si avviarono al sepolcro. 4 I due correvano assieme, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse primo al sepolcro; 5 e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e vide le fasce per terra, 7 e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette. 9 Perché non avevano ancora capito la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti. 10 I discepoli dunque se ne tornarono a casa.
COMMENTO
E’ grazie alla fede di questi discepoli che noi celebriamo la Pasqua di Cristo. Come delle ondate successive di un’umanità che cerca di approdare alla terra ferma della Verità e della Vita, questi tre padri nella fede si avvicinano progressivamente alla comprensione della Buona Novella.
Maria di Magdala si ferma di fronte alla pietra rotolata; sembra proprio incapace di avvicinarsi al mistero, di concepire anche lontanamente la possibilità di quello che Gesù aveva preannunziato; corre subito da Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, credendo che qualcuno abbia trafugato il corpo del Maestro. Il suo cuore non è ancora pronto a decifrare quello che gli occhi hanno visto.
Pietro e l’altro discepolo iniziano anche loro la propria rincorsa: il discepolo che Gesù amava, più giovane, corre più veloce, fa un passo più in là di Maria, giunge fino all’ingresso del sepolcro e senza entrarvi vi scorge le fasce per terra; Pietro invece vi entra e vede non solo le fasce ma anche il sudario svuotato e in luogo a parte. Ognuno va un po’ più lontano di chi lo precede come se quei passi fossero delle tracce su cui proseguire e per aprire il cammino a chi viene dopo.
A questo punto il discepolo che Gesù amava e che si era arrestato all’entrata, è come rassicurato dall’ardire di Pietro; anche lui entra nel seplocro “e vide , e credette”. Ognuno dei tre è sostegno della fede degli altri due. Maria di Magdala accende la miccia, Pietro varca la soglia del sepolcro vuoto, l’altro discepolo ne coglie il mistero.
La fede non è un evento solitario ma un cammino che esige comunione con dei compagni di cordata dove ognuno abbia l’ardire di andare più lontano dell’altro per aprire sempre più in profondità la comprensione dell’evento “Gesù di Nazareth”. La tomba vuota e le sue apparizioni sono eventi testimoniati e tramandati, ma se il nostro cammino non fosse accompagnato da fratelli che condividono la nostra stessa strada e le nostre esperienze, rimarrebbero muti e incomprensibili.
Non è sufficiente vedere, toccare, ascoltare con i sensi del corpo, perché la fede esige l’intelligenza del cuore, l’apertura al “possibile”, e questa oggettività del vedere con i sensi dello spirito ci è data anzitutto nella comunione di ascolto con coloro che hanno vissuto e mangiato con il Messia, e poi con coloro che anche oggi, come noi e con noi, cercano la luce nelle tenebre del dubbio e del dolore.